I leghisti si arroccano su richieste annacquate – pubblicato su “Il Cittadino di Lodi” del 12.2.2015

(0 lett Citt Lodi 12.2.15

“E la montagna partorì un topolino”.

Inizia così un duro commento di pro Lombardia Indipendenza in merito alla proposta di Referendum che andrà ai voti nei prossimi giorni presso il Consiglio Regionale lombardo, come appare sul sito ufficiale del Movimento, http://www.prolombardia.eu.

In molti si chiederanno i motivi di questa contrarietà e forse vale la pena di chiarirli in modo conciso, ma chiaro.

Per prima cosa, occorre leggere con attenzione il testo del quesito referendario: “Volete voi che la Regione Lombardia, nel quadro dell’Unità nazionale, intraprenda le iniziative istituzionali necessarie per richiedere allo Stato l’attribuzione di particolari condizioni di autonomia, con le relative risorse, ai sensi e per gli effetti di cui all’art. 116, terzo comma della Costituzione?”

Già da un primo impatto, si noterà che NON ci troviamo di fronte a un Referendum che richiede l’Indipendenza, ma neppure una forma di Regione a Statuto Speciale, come era stato sbandierato dalla propaganda leghista sia durante la campagna elettorale regionale sia durante questi ultimi mesi di gestione della macchina regionale.

Ed e’ oltremodo bizzarro che un Partito che chiede, all’art. 1 del proprio Statuto, l’Indipendenza della Padania, una volta al potere nelle Regioni più rappresentative di tale territorio si arrocchi su una richiesta tanto annacquata.

Significativo in tal senso anche il passaggio “… nel quadro dell’Unità nazionale…”, che dimostra quanto sia doppio il comportamento dei dirigenti leghisti: si urla “Secessione” ai meeting del Partito per accontentare la militanza rimasta e si tranquillizzano gli attuali (e futuri….) alleati di Palazzo con parole suadenti e a loro gradite.

Per noi di pro Lombardia Indipendenza tale comportamento non costituisce certo una novità: cogliemmo questa doppiezza anche in occasione dell’ultimo Congresso federale (quello che incoronò il nuovo astro Salvini…. ) e rifiutammo l’invito ufficiale, anche perché un Movimento come il nostro che in Europa ha stretti rapporti di collaborazione con il serio Indipendentismo (SNP scozzese, ERC catalana, N-VA fiamminga, BNG gallego, ecc ecc), non poteva certo sedere al fianco dei nuovi “amici” della Lega Nord, la sigra LePen e i rappresentanti della Russia centralista di Putin.

Da quel momento, in effetti, abbiamo potuto constatare come la propaganda leghista abbia abbandonato la sua connotazione secessionista e si sia progressivamente “italianizzata”, abbracciando temi cari alla destra nazionalpopolare e qualunquista italica, sino a raggiungere l’apoteosi in diverse manifestazioni in comune con i nuovi “camerati” di Casa Pound.

Anche in sede lombarda, la giunta Maroni non ha certo brillato per dare lustro alla cultura e alla tradizione lombarda (sicuramente ostaggio degli alleati Forza Italia, Fratelli d’Italia, NCD…. partiti totalmente legati a logiche unioniste) e si e’ distinta solo per aver commissionato a personaggi a lei legati una specie di inno che sta facendo sorridere l’Europa intera: una canzonetta riciclata (per ammissione dello stesso autore….) ben distante da quelli che dovrebbero essere i termini di paragone in ambito continentale e totalmente avulsa dalla tradizione lombarda.

Come totalmente distante rimane quello che vorrebbe essere il “nuovo” vessillo Lombardo che qualcuno in giunta pensa di istituzionalizzare in un prossimo futuro: quel simbolo bianco/verde rappresentante la Rosa Camuna, commissionato dai democristiani ai designer Pino Tovaglia, Bob Noorda, Roberto Sambonet e Bruno Munari nel 1975, e che qualcuno pensa di perpetuare a danno della Storica Bandiera Lombarda raffigurante la Croce di San Giorgio.

Di fronte a tutto questo, i Dirigenti di pro Lombardia Indipendenza hanno deciso di allertare tutti gli attivisti e predisporre una campagna di informazione nei confronti dei conterranei lombardi: lo scopo sarà quello di far conoscere appieno i vantaggi e le prospettive reali di quella che resta l’unica opzione di salvezza per la Lombardia: l’Indipendenza, ovviamente raggiunta con modi democratici e in coordinamento con tutti i Movimenti Indipendentisti fratelli del Continente.

BASTA ITALIA, BASTA VOLERLO

Alberto Schiatti

pro Lombardia Indipendenza

“Volete voi che la Regione Lombardia, NEL QUADRO DELL’UNITA’ NAZIONALE…….” NO, GRAZIE, ALL’ENNESIMA PRESA PER I FONDELLI NEI CONFRONTI DEI LOMBARDI……….UNA SOLA STRADA: INDIPENDENZA

(0 Ref Lomb

E fu così che la montagna partorì il topolino. La macroregione è ormai relegata nello scantinato insieme alle altre mille improbabili proposte elettorali leghiste di questi ultimi 20 anni (ad altre latitudini dicono “Passate le feste, gabbato lo Santo”, la “lombardizzazione” del detto potrebbe essere “Passate le elezioni, dimenticati gli elettori”), a scorno perpetuo di chi continua a porre fiducia in loro.

Se da un lato la Lega Nord conclude imperterrita il suo percorso di “italianizzazione” (come già denunciammo, soli, declinando l’invito a partecipare al Congresso di elezione del loro attuale Segretario Salvini) promettendo rivoluzioni e sfracelli se governasse lo Stato italiano, si palesa completamente inetta nelle posizioni di concreto potere sia in Lombardia, sia in Veneto, dimostrandosi solo capace di disinnescare la voglia indipendentista che in queste due nazioni d’Europa alberga.

Nel caso dei nostri confinanti veneti ha promesso il referendum solo dietro una “raccolta fondi” (disertata in primis dai promotori del referendum stesso, non versando un € dal loro lauto stipendio), come se i figli di San Marco non pagassero già abbastanza tasse ed imposte.

Nel nostro caso, invece, la concessione di un referendum è arrivata da parte di galantuomini che rappresentano partiti politici denominati “Forza Italia”, “Nuovo Centrodestra” e “Fratelli d’Italia”, dopo un ovvio rimpasto di poltrone.

Chiaramente era assolutamente necessario per i proponenti specificare che l’autonomia risiede saldamente “nel quadro dell’unità nazionale”, per evitare polemiche tra gli alleati prima citati; vengono attualmente omessi gli ambiti in cui questa “autonomia” dovrebbe prendere forma per specificarli in una seduta del Consiglio regionale.

Probabilmente non saranno diversi da quelli già chiesti all’epoca della cosiddetta “devolution”, chiaramente bocciati dal successivo referendum tenuto in tutto lo Stato italiano, ma l’occasione sarà solo quella di continuare l’ennesimo gioco di sponda politico con il Partito Democratico, da sempre insensibile a qualsiasi richiesta territoriale lombarda.

Non crediamo assolutamente che questo referendum serva a “sensibilizzare” i lombardi in materia, perché chi governa la Lombardia dimostra di non fare nulla per aumentare questa presunta sensibilizzazione: non ha promosso nulla che possa rifarsi ad un percorso indipendentista ed identitario, anzi ha approvato un “inno” dal quale qualsiasi lombardo, forse addirittura vergognandosi d’essere tale, ha immediatamente preso le distanze e prossimamente proporrà l’attuale “rubinetto” come bandiera ufficiale di regione Lombardia.

Nei fatti, una Regione che si muove “nel quadro dell’unità nazionale” italiana niente altro può scegliere se una canzonetta raffazzonata alla veloce come inno e un simbolo inventato e scelto da una giunta di democristiani come bandiera, diversamente da tutte le altre libere nazioni d’Europa.

– See more at: http://www.prolombardia.eu/ca/2015/02/il-referendum-per-lautonomia-e-inutile/#sthash.jvI8mIFD.dpuf

La bufala della Lombardia statuto speciale, e della macroregione e del federalismo fiscale.

(0 Bruxelles 30.3.2014

Da Wikipedia: “Il termine bufala può indicare in lingua italiana un’affermazione falsa o inverosimile. Può perciò essere volta a ingannare il pubblico, presentando deliberatamente per reale qualcosa di falso o artefatto. In alcuni casi si prefigura il reato di truffa, nel caso in cui l’autore, o gli autori, procurino per sé o per altri un ingiusto profitto a scapito delle vittime. “

Se ci fosse un podio per le “bufale” raccontate nella politica di Lombardia, la richiesta di uno “Statuto speciale” occuperebbe senza ombra di dubbio la prima posizione incontrastata.
I motivi sono molteplici e li richiamiamo velocemente: Per riforme come il federalismo, l’autonomia o la macroregione serve la modifica della carta costituzionale, che può avvenire solamente attraverso il Parlamento italiano, unico ente in grado di farlo.
Per l’approvazione di queste importanti modifiche ci sono due possibilità:
la maggioranza dei 2/3 del Parlamento;
la maggioranza semplice del Parlamento con successivo referendum confermativo esteso a tutte le regioni.

Nel primo caso servirebbe il voto favorevole di 630 parlamentari, quindi compresi quelli eletti nelle Regioni che grazie allo status quo godono di un trattamento privilegiato. Inutile commentare il secondo, il referendum sulla “devolution” nel 2006 evidenziò proprio l’impercorribilità di tale strada.

La commissione Affari costituzionali della Camera, se ancora ci fosse bisogno di ribadirlo per i più duri di comprendonio, nel corso dell’esame al disegno di legge sulla riforma del bicameralismo e del Titolo V, ha recentemente bocciato un emendamento che autorizzava le regioni a statuto ordinario ad «avviare procedure di consultazione degli elettori, secondo modalità e termini previsti dai rispettivi statuti, per il riconoscimento della condizione di specialità, allegando al quesito referendario un progetto di revisione costituzionale», rendendo automaticamente impossibile sperare nell’autonomia tramite referendum.

Viene quindi spontaneo chiedersi: “Perché allora la politica lombarda continua a propinarci questa soluzione come fattibile?”; la risposta è semplice e chiara per tutti coloro i quali non sono affiliati ai partiti che la propongono: l’autonomia è una “italianata”, ovvero una“via di mezzo”, un “compromesso” che permetterebbe un miglioramento senza particolari traumi.
Un referendum per l’autonomia, si potrebbe obiettare, sarebbe un segnale forte da parte del nostro territorio a Roma e ai suoi governanti; peccato che tutto cadrebbe nel dimenticatoio più assoluto dopo pochi giorni: i media italiani sicuramente non vedono la tematica con favore e farebbero cadervi sopra il silenzio. Qualcuno ancora sente parlare del referendum sulla “Devolution” del 2006, per caso? La Lombardia e il Veneto hanno potuto trarne forse benefici? Assolutamente no, anzi solo gli svantaggi che nascono dalla naturale sudditanza delle regioni nei confronti dello Stato centrale: solo per quest’anno dobbiamo infatti subire, come lombardi, un ulteriore taglio di 1 miliardo di € ai nostri stessi soldi che dovrebbero tornare a casa.

L’unica via d’uscita per la salvezza della Lombardia rimane la dichiarazione d’indipendenza: ci son molti modi per arrivarci, l’importante è continuare a propagandare l’idea come sta facendo proLombardia indipendenza sin dalla sua fondazione senza cambiare idea ad ogni alito di vento. Arriveremo ad una situazione scozzese – catalana anche in Lombardia, se avremo la forza di portare il nostro messaggio nelle case di tutti i lombardi, per questo serve l’aiuto di coloro i quali son liberi dalle catene italiane.

NON AFFONDIAMO CON L’ITALIA – BBB-ASTA ITALIA

(0 BBB

BBB-ASTA ITALIA: Secondo l’agenzia di ‪#‎rating‬ Standard & Poor’s il ‪#‎debito‬ ‪#‎pubblico‬ italiano ha una valutazione un gradino sopra il livello ‪#‎SPAZZATURA‬. Se resteremo una regione di questo ‪#‎Stato‬, verremo trascinati con esso sempre più nell’abisso economico – finanziario. Purtroppo chi ci governa in Regione Lombardia non ha altre preoccupazioni che spartirsi le poltrone nel ‪#‎rimpasto‬ di ‪#‎Giunta‬, come se tutto andasse per il verso giusto. Cari lombardi, ecco ciò che si ottiene a sostenere, votare ed eleggere ‪#‎regionalisti‬ ed ‪#‎autonomisti‬. ‪#‎INDIPENDENZA‬ PER LA ‪#‎LOMBARDIA‬! ‪#‎BBB‬-ASTA ‪#‎ITALIA‬!

COMUNICATO CONGIUNTO DI “NAZIONI CELTICHE” E “EUROPEAN FREE ALLIANCE”, AI QUALI SI AGGIUNGE OVVIAMENTE PRO LOMBARDIA INDIPENDENZA

(0 com Bretagna

Comunicato congiunto di Nazioni celtiche e EUROPEAN FREE ALLIANCE, al quale si aggiunge ovviamente pro Lombardia Indipendenza, in merito alla recente riforma centralista dello Stato francese.

Nostra premessa: “Come movimento siamo da sempre favorevoli alle sincere richieste di autodeterminazione ed indipendenza che nascono in tutta Europa e contrari a qualsiasi progetto di centralizzazione; prima di tutto perché crediamo che in #Europa non ci siano “popoli degni di avere uno Stato” e popoli “non degni”, in seguito perché sappiamo che i progetti degli Stati centralisti tendono tutti ad assomigliarsi, e un giorno saremo noi a rischio di subìre gli stessi patimenti che altri popoli stanno scontando.
Non è un caso infatti che il Presidente del Consiglio regionale lombardo, Raffaele Cattaneo, abbia citato la recente riforma accentratrice francese come un esempio positivo di “#regionalismo”. DICHIARAZIONE DI SUPPORTO ALLA #BRETAGNA

Considerando i recenti eventi susseguitisi dopo la riforma territoriale francese, e il voto finale dell’Assemblea Nazionale sulla legge che mantiene la Regione della Bretagna nella sua attuale forma di quattro dipartimenti,
noi rappresentanti e/o partiti politici delle Nazioni Celtiche, in solidarietà con il popolo di Bretagna, portiamo avanti questa dichiarazione con l’obiettivo di dare supporto politico e morale alla popolazione e per esprimere le seguenti richieste:

Chiediamo che la Bretagna sia riunificata attraverso un processo democratico trasparente ed efficiente, in accordo con la volontà della maggioranza della popolazione della Bretagna stessa, includendo tutti i suoi cinque dipartimenti. Coscienti del fatto che la Bretagna ha sofferto un’ingiustizia storica dopo più di un millennio di integrità territoriale, quando nel 1941 il governo fascista di Vichy decise di togliere il dipartimento della #Loira_Atlantica dalla Bretagna, la protesta politica per la riunificazione è e sarà sempre legittima. Inoltre chiediamo il riconoscimento del diritto di autodeterminazione, donando a tutti i cittadini il livello di auto governo desiderato in concordia con il principio di sussidiarietà.

Chiediamo che alla regione amministrativa della Bretagna sia garantito uno status politico appropriato e un’Assemblea di Bretagna con competenze legali e politiche, lasciando diventare la Bretagna una Nazione Europea, aperta e democratica, secondo lo spirito di vera de-centralizzazione ed autogoverno, con l’abilità di sviluppare in futuro le sue relazioni e i suoi collegamenti con le altre Nazioni Celtiche e con gli altri Stati Europei.

Chiediamo che il popolo di Bretagna sia riconosciuto come un popolo distinto da quello francese. I cittadini di Bretagna condividono la stessa lingua, cultura, storia e coscienza regionale dei #Gallesi, dei #Cornish, degli #Scozzesi, degli #Irlandesi, e del popolo di #Man. Essi si definiscono Bretoni, parte del Popolo di Bretagna. E’ imperativo che il popolo di Bretagna abbia salvaguardati i propri diritti sotto la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, in linea con le buone pratiche già sperimentate da altre parti in Europa. I rappresentanti e/o i partiti politici delle Nazioni Celtiche chiedono allo stato francese di prendere una necessaria misura per rendere realtà queste richieste, nel nome dei valori Europei universalmente riconosciuti, quali diritti umani, libertà fondamentali e democrazia, da sempre promossi dall’Unione Europea e dalle sue istituzioni.

ADESIONE DI PRO LOMBARDIA INDIPENDENZA ALLA COMMEMORAZIONE DI GIANNI BRERA A SAN ZENONE PO (PV)

(0 Brera

COMMEMORAZIONE DI GIANNI BRERA – SAN ZENONE PO (PV)
DOMENICA 14 DICEMBRE 2014 – ORE 11
(per informazioni 3381327466 – rais.posta@gmail.com )

Anche per quest’anno, Pro Lombardia Indipendenza, aderendo all’invito di “RAIS, Associaziù de Lumbardia”, parteciperà alla cerimonia commemorativa del compianto Gianni Brera, a pochi giorni dall’anniversario della sua scomparsa, avvenuta tragicamente il 19 dicembre 1992.
Pro Lombardia Indipendenza intende rendere omaggio a uno dei grandi rappresentanti della “coscienza lombarda”: Gioann Brera, che ai più è noto come grandissimo giornalista sportivo, in realtà fu anche romanziere, appassionato di storia e fervido difensore della sua amata nazione lombarda. Lo ricordiamo attraverso alcuni passi tratti da “Lombardia amore mio” (Edizioni Lodigraf) e “Storie dei Lombardi” (Edizioni Book time):

“In tutte le regioni malgovernate d’Italia si fanno plebisciti entusiasti della riunificazione d’Italia: in Lombardia non si fa nulla. Non i Lombardi hanno voluto l’Italia una: i Piemontesi erano più poveri e arretrati di loro: perchè desiderarli quali nuovi padroni? indire un plebiscito in Lombardia sarebbe stato pericoloso. scriveva Carlo Cattaneo “.

“Milano prospera com’è suo destino e suo vanto. All’amministrazione dello Stato provvedono i piemontesi, onesti ma duretti di crapa. In pochi anni si trovano a essere sopraffatti dalla marea dei burocratici meridionali. Così l’Italia, ennesimo paradosso della storia, viene ben presto governata dalle sue colonie… Ma un giorno ricordiamoci noi Lombardi di essere stati trattati come terra di conquista, di non aver potuto esprimere una nostra precisa volontà popolare”

“Quando scoppia la ribellione del marzo 1848, Milano segue o anticipa le altre capitali d’Europa. Non si parla ancora di Italia e nessuno parla di rivoluzione. Semplicemente Milano si ribella e si fa rispettare in nome delle libertà civili”. ” …la gran parte del Paese vive più o meno allegramente su di noi, che esprimiamo circa il 30% dell’economia “nazionale”. Nè possiamo dolercene, perchè metteremmo in ancora più vivo risalto la nostra qualità di imbecilli (da cui, per logica estensione, la qualifica di “barca di cojoni” attribuita a Milano). Come uscire da questa incresciosa situazione? Diamine: facendo noi stessi politica, imponendoci agli altri, tanto meno numerosi di noi!”

“Vengono affibbiati ai Lombardi tutti i peggiori difetti di cui possa patire un popolo… però, senza offesa, debbo subito aggiungere che i Lombardi non sono disposti a cambiare con chicchessia, né in Italia, né fuori. Va ben inscì?”.

“Immagino che i funzionari addetti alla delimitazione delle regioni da poco annesse al Piemonte abbiano subito compreso quanto sarebbe stato rischioso unire tutti i Lombardi: essi costituiscono in effetti una nazione non molto inferiore per entità numerica all’Olanda o al Belgio, di cui ripetono anche il chimismo etnico (Germanici più Celti in maggioranza). L’equilibrio demografico fra le regioni sarebbe stato compromesso d’acchito. Così succede che un buon terzo dei Lombardi vive fuori dai nostri confini amministrativi, e che una piccola parte, come accade ai Baschi in Francia, viva addirittura fuori dai confini politici nazionali”.

“LA PATRIA DI UN UOMO E’ IL POSTO DOVE E’NATO”, scriveva Brera. E il suo posto era la Lombardia. Ringraziamo un uomo che in momenti non sospetti attraverso il suo impegno e le sue opere ha permesso ai Lombardi di riscoprire la propria identità di popolo e che per questo viene celebrato a pieno titolo come il Granlombardo.

Dario Pederzani – pro Lombardia Indipendenza – sez. Brescia –
http://www.prolombardia.eu

Un weekend nel segno della Liberta’ – Le impressioni di Dario Pederzani e di Juri Orsi, Osservatori Internazionali in Catalunya

(0 CAT PLI

RIPORTIAMO QUI I RESOCONTI DI DUE DIRIGENTI DI pro LOMBARDIA INDIPENDENZA, PARTECIPANTI QUALI OSSERVATORI INTERNAZIONALI AL REFERENDUM CHE SI E’ SVOLTO IL 9 NOVEMBRE SCORSO IN CATALUNYA.

CONSULTA CATALANA DEL 9 NOVEMBRE: esempio di straordinaria democrazia

di Dario Pederzani

Una delegazione ufficiale di pro Lombardia Indipendenza, in rappresentanza della Lombardia con l’accreditamento di EFA – European Free Alliance (la casa comune dei movimenti indipendentisti-sovranisti europei) e di ICEC (associazione europea per l’autodeterminazione dei popoli), si è recata in Catalogna il 9 novembre 2014, per seguire da vicino le operazioni di voto nello storico referendum sull’indipendenza catalana. Nella serata di sabato 8, insieme alle delegazioni provenienti da tutta Europa (Süd-Tirol, Sardegna, Paesi Baschi, Galizia, Corsica, Bretagna, Scozia) siamo stati accolti dall’EFA e da Esquerra Republicana de Catalunya, e nel suo saluto di benvenuto, Jordi Solé Ferrando – deputato catalano di ERC e sindaco di Caldes de Montbuy – ha dichiarato: “I cittadini catalani voteranno in quanto cittadini liberi e sono orgogliosi di essere da esempio per tutti i popoli europei che perseguono la libertà”.

L’indomani, insieme agli altri osservatori internazionali, siamo stati accompagnati in numerosi seggi elettorali dove abbiamo potuto constatare la regolarità delle operazioni di voto e l’impressionante afflusso di cittadini ai seggi: code di decine, e in alcuni casi, centinaia di metri, erano composte ordinatamente da giovani, anziani, disabili in carrozzella, catalani da generazioni e catalani di adozione, tutti emozionati, tutti con un sorriso abbagliante e contagioso, tutti felici di scoprire che arrivavamo da ogni parte d’Europa per esprimere solidarietà proprio a loro, il popolo catalano in cerca della libertà.

Alla fine della giornata, ospiti della sede nazionale di ERC a Barcellona, abbiamo seguito l’afflusso dei primi risultati elettorali e successivamente ci siamo trasferiti al centro culturale El Born di Barcellona, luogo simbolo della storia e dell’identità catalana: al centro dell’enorme spazio museale abbiamo potuto ammirare le mura dell’ultimo bastione di resistenza che il popolo catalano oppose all’esercito spagnolo nel 1714, quando, appunto, la Catalunya perse la propria indipendenza. In un luogo evocativo come questo, Muriel Casals – presidente di Òmnium Cultural – e Carme Forcadell – presidente dell’Assemblea Nacional Catalana – hanno commentato la vittoria del doppio Sì alla consulta. In particolare, Carme Forcadell, parlando a braccio, conquistava tutti i Catalani accorsi per festeggiare e dichiarava, con il suo immancabile carisma, che “il voto di oggi rappresenta la rivolta democratica del popolo catalano: nonostante gli ostacoli e gli impedimenti messi in atto dallo Stato spagnolo, i cittadini catalani hanno esercitato la propria sovranità e hanno dimostrato di rifiutare la Spagna come proprio Stato. Il sentiero è tracciato e porterà all’indipendenza; il processo democratico intrapreso dalla Catalunya non potrà essere arrestato e sarà di esempio per tutti i popoli d’Europa che perseguono la propria indipendenza”.

Alla fine della giornata, avevano votato 2.305.290 cittadini (su 5.540.000 aventi diritto al voto, il 43%), 1.861.753 a favore dell’indipendenza (80,76%): un dato straordinario, se si pensa che in molti comuni di montagna non erano stati allestiti i seggi, che in molti non avevano potuto votare perché in possesso della tessera elettorale scaduta e che le Istituzioni ed i Partiti spagnoli avevano tentato fino all’ultimo di bloccare la consulta e di intimidire i cittadini (la procura generale dello Stato spagnolo aveva invitato la procura catalana a indagare su chi aveva autorizzato l’utilizzo delle scuole e di altri locali pubblici e a raccogliere i nominativi dei presidenti di seggio e dei volontari, dopo che il tribunale costituzionale spagnolo aveva sospeso la consulta. La Destra spagnola aveva addirittura richiesto l’intervento della Polizia per arrestare i presidenti di seggio!).

Un risultato straordinario se si pensa che il dato eguaglia i favorevoli allo Statuto autonomo (1.900.000 nel 2006) e supera quello di chi votò a favore dell’indipendenza nelle consulte municipali (811.147), a favore dell’ingresso nella Nato (1.200.000 nel 1986) o della costituzione europea (1.300.000 nel 2005). Tra l’altro, i voti a favore dell’indipendenza, sono superiori alla somma dei voti ottenuti dai partiti unionisti spagnoli alle elezioni regionali del 2012 (1.344.149). Il presidente della Generalitat Catalana, Mas, ha dichiarato: “Vogliamo decidere il nostro futuro politico. È un diritto naturale di tutte le nazioni e gli Stati democratici maturi lo rispettano”. Tuttavia, le sue aperture (compresa la rinnovata richiesta di una consulta legale concordata con Madrid) sono state subito respinte al mittente dal primo ministro spagnolo, Rajoy, e dal ministro della Giustizia spagnola, che ha definito la consulta “un mezzo di propaganda politica delle forze indipendentiste, inutile e sprovvisto di legalità democratica”.

Junqueras – leader di ERC ed anche lui presidente in un seggio elettorale – ha proposto alla classe politica catalana di abbandonare i tatticismi, affinché il popolo eserciti la propria sovranità e ha richiesto la convocazione di nuove elezioni per raccogliere un nuovo mandato dal popolo catalano: costruire le basi della Repubblica Catalana, scrivere la nuova Costituzione e raggiungere la tanto agognata indipendenza.

Noi osservatori lombardi siamo stati testimoni di un giorno spartiacque nella Storia catalana. Ora sta a noi cittadini lombardi scegliere se diventare protagonisti dello stesso cambiamento nella Storia lombarda o assistere, impassibili, al declino della nostra società e della nostra terra.

UN PERSONALE RESOCONTO DEL REFERENDUM CATALANO

di Juri Orsi
In occasione della storica consultazione referendaria catalana dello scorso 9 di novembre pro Lombardia Indipendenza era presenta con una propria delegazione. Abbiamo avuto la possibilità di far parte della delegazione ufficiale di EFA(European Free Alliance), l’organizzazione europea che racchiude tutti i principali partiti indipendentisti, tra cui è possibile annoverare lo Scottish National Party ed Esquerra Republicana de Catalunya, che ci ha fatto da ospite e ha guidato la delegazione nei diversi seggi.
Lo storico week-end a cui abbiamo potuto prendere parte comincia nella serata di sabato 8 novembre, quando abbiamo avuto la possibilità di cenare con i principali esponenti di EFA e con diversi esponenti di spicco di ERC. In particolare, abbiamo potuto confrontarci con il deputato catalano Jordi Solé Ferrando, che ha risposto a tutte le nostre numerose domande sul futuro prossimo della Catalunya, non mancando di augurarci i medesimi successi per la nostra Lombardia. Difficilmente posso ricordare occasioni di confronto più interessanti, e so di poter parlare a nome di tutta la nostra delegazione. Il giorno dopo, il vero storico giorno che ha cambiato la storia della Catalunya e di tutta l’Europa, abbiamo viaggiato letteralmente dai monti al mare. Prima ci siamo recati nella città montana di Vic, centro dove storicamente l’indipendentismo ha sempre avuto largo consenso. Le lunghe code ai seggi sono state la migliore testimonianza di questa inarrestabile voglia di libertà. Vedere una simile voglia di partecipare ad una vera e propria rivoluzione democratica è stato a dir poco commovente.
Subito dopo ci siamo spostati da Vic a Badalona, centro nella periferia di Barcellona. Durante il tragitto in pullman ci ero stato detto di non aspettarci la stessa partecipazione di Vic, vista la forte componente di immigrati spagnoli ed extra-iberici nell’elettorato di Badalona. Questo ha amplificato la sorpresa e la commozione nel trovarci davanti una coda di più di cento metri. Cento metri di persone che con pazienza aspettavano sotto la pioggia per poter votare e decidere il proprio futuro. Uno spettacolo che lascia davvero senza parole. Nel pomeriggio abbiamo visitato altri seggi, stavolta a Barcellona, per poi recarci nella sede ufficiale di ERC, dove abbiamo assistito ai primi(incredibilmente positivi) dati sull’affluenza.
La giornata, storica tanto per la Catalunya quanto per noi lombardi in trasferta, si è conclusa al centro culturale el Born, dove Carmen Forcadell, presidentessa dell’Assemblea Nacional Catalana, ha dato voce a quanto milioni di catalani stavano già pensando: la Catalunya ha già votato, e le leggi dello stato spagnolo per essa non hanno più valore. Starà ora al governo di Madrid venire a patti con questa nuova realtà. Questo è quello che più mi ha colpito. Siamo atterrati in una regione spagnola, ma siamo decollati due giorni dopo da una terra che era conscia di essere una comunità nazionale, e che doveva solo affrontare un percorso politico per emanciparsi da uno stato divenuto ormai straniero. Non da una posizione di subalternità, quale sarebbe stata implicita per una regione qualsiasi, ma da una posizione di parità nei confronti del governo di Madrid. Non so quanto ci vorrà per la Catalunya per diventare uno stato, se ci vorranno mesi o solo poche settimane, ma sono certo nel modo più assoluto che il processo di autodeterminazione del popolo catalano non sia solo iniziato, ma sia già sulla via della conclusione. Una comunità nazionale ha riconosciuto di essere tale ed ha deciso di voler essere uno stato, la questione ora è solo quanto il governo di Madrid potrà resistere arroccato sul castello di carte costituzionali che fino a ieri credeva inespugnabile. I catalani avranno la forza di confrontarsi con uno stato riconosciuto come la Spagna?
Io ripenso a quei catalani che aspettavano sotto l’acqua, e dico sì, una determinazione simile non può essere arginata.

 

LOCAL TAX: l’ultima arma a doppio taglio dello Stato italiano – di Gabriele Barrale – pro Lombardia Indipendenza – Franciacurta

(0 PLI Franciacurta

Riportiamo un intervento di Gabriele Barrale, della sez. Franciacurta di pro Lombardia Indipendenza, sull’ennesima futura vessazione nei confronti dei cittadini Lombardi – da http://franciacortaprolombardia.wordpress.com

Per l’anno a venire si prospetta una novità sul piano dei contributi. Lo Stato italiano è riuscito ancora una volta a partorire una “perla” che graverà tuttavia come un macigno sugli Enti locali (e se parliamo di fisco, be’, va da sé che i primi a farne le spese saranno quelli lombardi): stiamo parlando della LOCAL TAX (che chic questi inglesismi! lo zuccherino dei media per far ingoiare meglio ai cittadini pillole amare come il fiele). La nuova tassa con tutta probabilità entrerà in vigore nel 2015 e sarà approvata contestualmente con la Legge (hanno avuto l’accortezza di non chiamarlo più “Patto”!) di Stabilità, il cui iter parlamentare prenderà avvio il prossimo 27 novembre. In merito il delegato al fisco locale dell’ANCI, Guido Castelli, ha di recente affermato: «Con questa Legge di Stabilità, il 2015 per i Comuni sarà un anno terrificante». Una dichiarazione debordante di consolazione.

Mascherata come la panacea che finalmente, dopo tanto discutere, darà piena “autonomia” agli Enti locali in materia fiscale, a ben guardarla la Local Tax appare più come un’opportunità data ai Comuni di scegliere se assumere la cicuta per endovena o per via rettale. Il Presidente del Consiglio, in occasione della XXI Assemblea ANCI tenutasi a Milano tra il 6 e l’8 novembre, ha annunciato alla platea: «L’autonomia che vi propongo è organizzativa, vi diamo degli obiettivi e poi voi fate come vi pare, è evidente che poi ne risponderete di fronte ai cittadini». Tra le righe di questa ridondante affermazione, si cela in realtà debitamente nascosto tutto un progetto autoritario dello Stato italiano. Vedremo perché.

Osserviamo intanto in breve i punti salienti della Local Tax.

1) IMU e TASI verranno accorpate, assieme a TOSAP, imposte di scopo, di soggiorno, di pubblicità. Sarà pressoché impossibile unire a esse anche la TARI sui rifiuti, giacché i parametri di calcolo sono incompatibili quantomeno con le prime due.

2) Si retrocede in modo drastico sulle detrazioni fisse: se con la prima vecchia IMU vi era un bonus di € 200 sulla prima casa, maggiorata di € 50 per ciascun figlio a carico sotto i 26 anni, con la Local Tax si passa a € 100; con ogni probabilità scordiamoci le maggiorazioni (già scomparse, d’altra parte, nell’ultima IMU).

3) I Comuni devono dire addio e rinunciare in toto all’Addizionale IRPEF (che fruttava circa € 4,5 mld), la quale verrà incamerata dallo Stato, in cambio (forse) della cessione agli Enti locali di aliquote IMU su capannoni, alberghi e centri commerciali.

4) Il punto nodale (e dolente) sta nelle nuove aliquote comunali. Lo Stato ha di fatto aumentato le forbici entro le quali i Comuni possono intervenire (di qui principalmente la c.d. ”autonomia” di cui tanto si discute): sulla prima casa (detrazioni escluse) si va dal 2,5 al 5‰; per tutti gli altri immobili si passa da una forbice attuale che va dall’8,6 al 10,6‰ a quella che andrà dall’8,5 al 12‰.

Prima di proseguire nel nostro discorso occorre tenere a mente che la prossima Legge di Stabilità prevede che i trasferimenti dello Stato ai Comuni siano tagliati complessivamente di € 1,2 mld, ai quali si devono aggiungere 300 milioni di riduzioni di spese derivanti da provvedimenti del 2013 e del 2014; un nuovo sistema di contabilità; il mancato rifinanziamento del patto di stabilità verticale; il divieto di utilizzo degli avanzi di bilancio vincolati. Complessivamente l’ANCI ha previsto un taglio totale che si aggira attorno ai 3 miliardi di euro. E tutto questo discorso vale solo per i Comuni. Non stiamo parlando, infatti, dei tagli agli Enti regionali, ad esempio quello di 730 milioni di euro al sistema sanitario della Regione Lombardia.

In triste sintesi, i Comuni da un lato sono obbligati a rinunciare ad Addizionale IRPEF e a ulteriori trasferimenti dallo Stato; dall’altro sono costretti ad addossarsi una responsabilità che solo direttamente è loro, perché sarà pur vero che saranno i Comuni a dover aumentare le aliquote e, dunque, incrementare la pressione fiscale sui loro cittadini, ma è pur altrettanto vero che vi sono costretti da uno Stato infame. Difatti, per coprire la progressiva riduzione delle Entrate (i trasferimenti statali son passati da € 16,5 mld nel 2010 a soli € 2,5 mld nel 2013), i Comuni o non erogano più servizi di base, o saranno per forza di cose obbligati a ritoccare le aliquote aumentandole. Nell’uno e nell’altro caso, si genererà una situazione auspicata a tavolino dallo Stato: ridurre gli Enti locali a capri espiatori della morsa fiscale italiana. Un cappio ben congeniato.

A fronte di quanto sta accadendo, appaiono oltremodo ridicoli i recenti entusiasmi dei vertici dell’ANCI. Piero Fassino canta vittoria perché in virtù delle ultime trattative con il Governo si è riusciti a confermare ai Comuni gli oneri di urbanizzazione di spesa corrente. Non è che un annaspare in acque fognarie. Lo Stato non retrocede di una virgola in materia tributaria e gli Enti locali si tirano ulteriormente la zappa sui piedi: la situazione continuerà a peggiorare con sempre meno margini d’intervento futuri (anche gli escamotages più servili prima o poi finiranno, cari Sindaci!).

Con la Local Tax lo Stato italiano fa un passo in avanti verso il suo obiettivo, quello di sempre, quello innato nella sua natura autoritaria: privare i cittadini di quel già risicato margine di democrazia che ancora possono esercitare (per quanto incompiuta sia sempre stata). Uno Stato autoritario non priva mai con manovre eclatanti i suoi cittadini della democrazia, no. Uno Stato autoritario fa in modo che sia il cittadino stesso a rinunciarvi secondo una logica perversa pazientemente infusa nella sua coscienza. Se lo Stato italiano inizia (come da tempo sta già facendo) a mettere in cattiva luce, con ogni mezzo disponibile, Province, Comuni, Regioni e tutti gli Enti locali e amministrativi, fuorché se stesso; se, dopo averli messi in cattiva luce, fa in modo di addossare su di essi la responsabilità di ogni malversazione a carico dei cittadini, allora diventerà davvero un gioco da ragazzi eliminare gli Enti locali, proseguire sulla strada di un centralismo assoluto e annullare ogni significato e valore alle rappresentanze locali senza eccessive opposizioni e con addirittura il beneplacito dei cittadini. Si tratta di una campagna di odio ben indirizzata e oramai avviata a pieno regime. Ricordiamo le Province, che né son state sciolte come promesso (con l’illusorio pretesto di un taglio alla spesa pubblica), né d’ora in avanti saranno più eleggibili dai cittadini; ricordiamo l’auspicio del pres. campano Caldoro di abolire le Regioni (dic. 2013); ricordiamo la celebre bacchettata del pres. Renzi «le Regioni hanno qualcosa da farsi perdonare» (ott. 2014).

La Local Tax è, dunque, un’arma a doppio taglio e i Comuni sono le sue vittime sacrificali. Gli Enti locali son privati di risorse e vengono condannati alla gogna, dati in pasto a cittadini esasperati e poco informati. Fatta franca ancora una volta, lo Stato italiano gioisce e coglie due piccioni con una fava: le sue casse resteranno intaccate e l’accentramento autoritario del suo potere potrà crescere senza eccessivi ostacoli.

“E quand l’è ch’el vegnarà el dì ?? “ – Lettera aperta a Dario Fo

Lettera aperta a Dario Fo, Premio Nobel, lombardo

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Caro Dario,
ho letto con estremo piacere la tua firma in calce al documento sottoscritto da decine di intellettuali e personaggi celebri in sostegno al Diritto di Votare del popolo catalano in occasione della Consulta del 9N.
Devo confessarti che non sono rimasto sorpreso dalla tua adesione: in un mondo ancora diviso da ideologie che fanno riferimento al passato, la tua voce si alza come un segnale di Libertà, in controtendenza, come spesso è accaduto in passato.
D’altra parte, come dimenticare il tuo impegno per ridare voce nelle tue opere teatrali a quel mondo lombardo antico, con quel tuo gramelot che tanto scalpore fece decenni orsono. Come dimenticare anche interpretazioni musicali, vedi “Ho visto un re”, che raccontavano di un contado derubato e stravolto dai poteri forti di allora.
Gli stessi poteri forti che, dopo la Rivoluzione industriale, furono rappresentati in terra lombarda dallo Stato Italiano: tu che sei sempre stato attento ai diritti degli “ultimi” non ti sarai dimenticato, come hanno fatto tutti gli altri, degli operai e dei cittadini milanesi massacrati nel 1898 dai carabinieri e dalle cannonate di Bava Beccaris.
Avevano una sola colpa: chiedere pane e Liberta’ di espressione. La stessa che oggi, giustamente tu invochi per i Catalani.
Una stretta di mano, caro Dario, e un ringraziamento da chi sostiene il Diritto dei Popoli a decidere sul proprio futuro, nella certezza di trovarti anche al fianco del Popolo Lombardo, quando pensera’ sia venuto il momento di decidere.
“E quand l’è ch’el vegnarà el dì ?? “, come chiese un operaio milanese a Turati……… presto, speriamo…….nella certezza che oggi in Catalunya inizierà a crollare un altro Muro, quello creato dagli Stati centralisti per soffocare la voce dei Popoli sottomessi con guerre e invasioni.
Un caro saluto


Alberto A. Schiatti
pro Lombardia Indipendenza – Insubria