#Turkey #Società – “KADIN CINAYETLERI POLITIKTIR” (I FEMMINICIDI SONO POLITICI) – di Gianni Sartori

In Turchia l’uccisione di cinque donne in quattro giorni ha riportato nelle piazze il movimento delle donne contro i femminicidi.

“I femminicidi sono politici”, hanno ribadito ad alta voce e a più riprese le donne turche e curde scese in strada per chiedere l’applicazione della Convenzione di Istanbul. Un trattato del Consiglio d’Europa per prevenire la violenza sulle donne (e quella domestica in particolare), ma da cui la Turchia si è ritirata nel 2021.

Ricordando che il concetto non vale – ovviamente – solo per la Turchia.

Se ne parliamo è per sottolineare come l’esempio delle femministe curde (sia del Rojava, sia con l’insorgenza avviata nel Rojhilat “Jin, Jiyan, Azadî”) abbia saputo influenzare parte della società civile turca e mediorientale.

Uno sguardo ai fatti recenti. Sono ben sei (quelle accertate) le donne assassinate dagli uomini in Turchia (Bakur compreso) dal 4 all’8 ottobre.

A far esplodere le prime proteste il duplice, sordido femminicidio del 4 ottobre per mano di Semih Çelik. Le sue vittime, entrambe di 19 anni, sono İkbal Uzuner (che perseguitava da tempo e a cui avrebbe tagliato la gola) e solo mezz’ora Ayşenur Çelik (una compagna di scuola, ugualmente decapitata). Il barbarico episodio è avvenuto a Istanbul, nel quartiere di Edirnekapı. Successivamente il giovane assassino si sarebbe suicidato.

Alle quattro vittime considerate si deve aggiungere (fa male anche solo parlarne) l’atroce vicenda di Sila, una bambina di due anni vittima di stupro e morta dopo un mese di agonia il 7 ottobre.

Una tragedia che ne ricorda un’altra recente. Quella di Narin Güran (8 anni) il cui cadavere era stato ritrovato l’8 settembre, dopo 19 giorni di ricerche, dentro un sacco nascosto tra le pietre di un corso d’acqua nei pressi del suo villaggio (Tavşantepe, nel distretto di Bağlar, provincia di Diyarbakir).

Nomi che vanno ad allungare una lista che (anche considerando solo l’anno in corso) va crescendo paurosamente.

Per l’associazione Kadin Cinayetlerini Durduracagiz (Stop Femminicidi) da gennaio le vittime sarebbero almeno 292 (166 nei primi sei mesi) .

Mentre per la We Will Stop Feminicides Platform le donne uccise nel 2024 sarebbero ben 315. Oltre a 248 casi di donne ritrovate morte in circostanze sospette.

Le femministe ritengono (e lo dichiarano a gran voce) che “il governo turco è direttamente responsabile dell’attuale politica di impunità” (colpevole quantomeno di “attendismo”) e pretendono che la legge sulla violenza alle donne venga applicata seriamente.

Sempre il 4 ottobre circolavano in rete le immagini di due uomini che molestavano sfacciatamente e impunemente una donna nel quartiere turistico di Beyoğlu. Momentaneamente fermati dalla polizia, i due erano tornati subito in libertà e solo dopo le accese proteste delle donne venivano nuovamente arrestati.

Il 5 ottobre molte manifestazioni venivano indette dai gruppi di difesa dei diritti delle donne in tutta la Turchia contro la “politica dell’impunità alla radice dell’incremento delle violenze sulle donne”. Oltre alla richiesta al governo di tornare a sottoscrivere la Convenzione di Istanbul, le manifestanti esigevano l’effettiva applicazione della legge 6284 (di fatto anche questa esautorata, mal applicata dopo il ritiro della Turchia dalla Convenzione)

Con le donne che a centinaia si erano riunite in piazza Tünel (quartiere Beyoğlu di Instanbul) anche due deputati del partito per l’uguaglianza dei popoli e la democrazia (DEM), Özgül Saki e Kezban Konukçu.

Tra gli slogan scanditi e sugli striscioni: “Arrestate gli assassini, non le donne”; “Lo Stato protegge, gli uomini ammazzano”; “La giustizia siamo noi, non staremo zitte” e naturalmente “Kadın cinayetleri politiktir”.

Inizialmente la polizia aveva cercato di impedire il corteo che intendeva sfilare nel viale Istiklal, consentendo poi, di fronte alla determinazione delle donne, di raggiungere piazza Şişhane. Qui è stata letta una pubblica dichiarazione di condanna per l’incapacità mostrata dallo Stato nel proteggere le donne, criticando “l’eccessiva clemenza nei confronti di stupratori, stalker e assassini”.

Confermando quando era già emerso ampiamente. Ossia che le donne diffidano dell’autorità costituita per ottenere giustizia, preferendo rivolgersi alle reti sociali di mutuo sostegno.

Infatti, secondo le femministe turche “lo Stato, a causa dei pregiudizi insiti nel sistema giudiziario e diffusi nei commissariati e tra le forze dell’ordine, non prende in considerazione le testimonianze delle donne”.

“Noi – proseguivano – abbiamo sperimentato il vostro tentativo di rendere le strade pericolose per le donne. Con domande come “Cosa facevate in giro a quell’ora?”. Per promuovere ulteriormente la politica di un “solido nucleo familiare” con cui vorreste segregarci in casa. Il vostro linguaggio sessista, con cui vorreste stabilire quanti figli deve avere e a quale ora deve rientrare una donna, di fatto incoraggia la violenza maschile. Voi pretendete di trasformare le donne in docili membri di un sistema familiare oppressivo e sfruttatore. Ma noi tutto questo lo rifiutiamo”.

Tra i numerosi casi di femminicidio che hanno insanguinato la storia recente del Paese, molti ricordano ancora con forte disagio quello di Emine Bulut, 38 anni. Assassinata a coltellate dall’ex marito Fedai Baran il 18 agosto 2019 mentre si trovava in un locale pubblico di Kırıkkale con la figlioletta di 10 anni. L’hasthag #EmineBulut veniva condiviso nelle reti sociali migliaia di volte in poche ore.

Il nuovo sindaco di Istanbul, Ekrem İmamoğlu, riprendeva pubblicamente le ultime, estreme parole della donna: “Io non voglio morire”. Spiegando che questo era un grido per tutte le donne assassinate; così come “mamma, non morire” era quello di tutti i figli e di tutte le figlie rimasti orfani per la violenza dei maschi”.

Tra il 2010 e il 2017, secondo l’organizzazione kadincinayetleri.org, in Turchia erano 1964 le donne assassinate (quelle accertate beninteso) da un uomo: marito, ex marito, fidanzato, conoscente…

Per un confronto nel 2016, i femminicidi documentati dal 2010 erano 1638.

La morte orrenda di Emine Bulut aveva scatenato grande indignazione (anche per lo choc provocato dal tremendo video del crimine, poi messo in rete) spingendo a manifestare migliaia di persone. Ma solo due anni dopo la Turchia si ritirava ufficialmente dalla Convenzione di Istanbul.

Gianni Sartori

#EuskalHerria #Repressione – A VOLTE CORRERE RENDE LIBERI – di Gianni Sartori

A sette mesi dai fatti contestati, la mattina del 2 ottobre sette militanti baschi venivano convocati presso il commissariato di Bayonne (Ipar Euskal Herria, Paese Basco sotto amministrazione francese). Ne uscivano soltanto dopo molte ore, nel tardo pomeriggio e dovranno presentarsi in tribunale per essere processati il 25 gennaio 2025.

Le accuse? Aver fornito “aiuto per entrare e per soggiornare in Francia a persone in situazione irregolare” e per aver agito come una “banda organizzata”(un’associazione a delinquere in pratica).

Tale azione umanitaria, definita dai responsabili di “azione civile”, costituisce un reato a tutti gli effetti per la legge francese, in base al CESEDA (il codice per l’entrata e il soggiorno degli stranieri e il diritto d’asilo).

Era stata concordata tra una dozzina di organizzazioni per consentire il passaggio di 36 “esuli” (migranti) confusi tra i partecipanti alla tradizionale corsa podistica basca di marzo, la Korrika (da Irun – Hego Euskal Herria, in territorio spagnolo – a Hendaye – Ipar Euskal Herria, in territorio francese).

Nel comunicato di rivendicazione (in data 28 marzo 2024) veniva stigmatizzata “la politica migratoria repressiva dell’Europa-fortezza che colpisce gli esiliati spingendoli verso le reti criminali di sfruttamento e della tratta di esseri umani”. Richiedendo “l’apertura delle frontiere e in particolare dei ponti come quello tra Irun e Hendaye (il Ponte Santiago nda) per garantire la libera circolazione”.

I sette baschi inquisiti (identificati grazie a un video) provengono da varie organizzazioni della sinistra basca abertzale. Tra cui il sindacato LAB (Langile Abertzaleen Batzordeak), Bidasoa Etorkinekin (un’associazione di aiuto ai migranti), il partito basco EH Bai e La France Insoumise. Mentre una ventina di organizzazioni si erano “autodenunciate” per aver collaborato all’azione di solidarietà, oltre 80 avevano espresso il loro sostegno e indetto una manifestazione davanti al commissariato di Bayonne.

Uno dei sette accusati, Eñaut Aramendi del sindacato LAB, ha spiegato che tutte le domande poste dagli inquirenti si basavano sul video della corsa, diffuso pubblicamente. Aggiungendo che “non sono soltanto sette persone che verranno giudicate, ma sette militanti di una ventina di organizzazioni”. E quindi, attraversodi loro “sono migliaia di persone aderenti a queste strutture che verranno incriminate. In quanto società dobbiamo interrogarci: siamo d’accordo con quello a cui assistiamo quotidianamente? Se per portare queste tematiche nel dibattito pubblico dobbiamo andare in tribunale, ebbene ci andremo”.

“E comunque – aveva concluso – io quel giorno ho visto solamente gente che correva”.

Amaia Fontang, portavoce di Etorkinekin (una federazione di associazioni di volontariato) ricordava che “qui, nel Paese basco i nostri militanti non nascondono di aiutare i migranti. Quando vediamo persone sperdute al margine della strada, li portiamo al centro Pausa (un centro d’urgenza per l’accoglienza a Bayonne nda). Rammaricandosi comunque che questa vicenda venga a cadere “in un momento politico assai inquietante (al ministero degli Interni è stato nominato Bruno Retailleau nda) per i difensori dei diritti fondamentali dei migranti. La politica di estrema destra portata avanti dal governo sulla questione migratoria ci preoccupa”.

Fatalmente l’episodio ha rinfrescato il dibattito in merito al cosiddetto “reato di solidarietà” aperto in Francia ancora nel 2017 dalle azioni umanitarie di aiuto ai migranti dell’agricoltore Cédric Herrou.

Gianni Sartori

 

#Kurds #Repressione – CONTINUA LA PERENNE TRAGEDIA DEL POPOLO CURDO – di Gianni Sartori

MENTRE D’ALEMA “RIVELA” CHE CLINTON GLI AVEVA CHIESTO DI CONSEGNARE OCALAN DIRETTAMENTE AI TURCHI, UN’ALTRA PRIGIONIERA CURDA RISCHIA DI PERDERE LA VITA.

Quel giorno del novembre 1998 l’allora leader di Rifondazione comunista Fausto Bertinotti, sul palco installato in Piazza dei Signori (Vicenza), aveva al fianco (forse a sua insaputa) un compagno del Collettivo Spartakus (il gruppo di giovani comunisti vicentini destinati a una certa notorietà all’epoca dell’affaire “Turban-Italia”). Molto distintamente, Mauro lo intese parlare al telefono di Abdullah Ocalan e del suo arrivo in Italia. Per porre fine al penoso peregrinare da un aeroporto all’altro (dopo l’espulsione dalla Siria) e con l’auspicio che gli venisse concesso l’asilo politico. Terminata la telefonata, Fausto, sorridente ed evidentemente soddisfatto, si era rivolto ai presenti informandoli che “ero al telefono con Massimo, stiamo portando Ocalan in Italia” . Ovviamente parlava dell’allora Primo ministro Massimo D’Alema. Non so se in quel momento Ocalan fosse già sull’aereo per Roma insieme a Ramon Mantovani di Rifondazione e con Ahmet Yaman, portavoce dell’Eniya Rizgariya Netewa Kurdistan (Fronte di Liberazione Nazionale del Kurdistan). In ogni modo la notizia venne accolta con soddisfazione.

Sappiamo infatti che poi Ocalan era effettivamente sbarcato in Italia, ma purtroppo conosciamo anche il seguito. Ossia come venne scacciato e – dopo altre peregrinazioni – catturato dagli agenti del MIT a Nairobi nel febbraio 1999, mentre dall’ambasciata greca si recava in aeroporto per raggiungere il Sudafrica. Forse venduto da Atene che pure in passato aveva sostenuto, magari sotto banco, il PKK (o almeno così si dice). In questi giorni, durante un’intervista concessa a Medya Haber TV, D’Alema ha “rivelato” quanto era facile intuire già da allora. Ossia che il presidente statunitense Bill Clinton lo aveva contattato personalmente chiedendogli (ordinandogli ?) di estradare il leader curdo direttamente in Turchia.

Ma…Clinton chi ? Forse lo stesso che in Sudafrica si esibiva danzando con Hillary al compleanno di Mandela (unico leader di Stato disposto ad accogliere Ocalan)? Quello che in seguito avrebbe partecipato a Derry ai funerali dell’ex membro dell’IRA Martin McGuinness…?? Vien proprio da dire, citando chi so io : “Certa gente, la faccia come il culo…”.

Un inciso. Sono ormai 43 mesi che non si hanno notizie su Abdullah Öcalan, rinchiuso a Imrali (la Robben Island turca) da oltre 25 anni. Inoltre gli viene impedito di incontrare sia gli avvocati che i familiari (visti per l’ultima volta, rispettivamente, nel 2019 e nel 2020; più un brevissima telefonata con il fratello nel 2021). 

Tornando a D’Alema, la tardiva “confessione” conferma quante e quali siano state le pressioni esercitate dagli USA sul governo italiano. E in fondo per Massimo – forse – c’è anche una modesta attenuante. Almeno non aveva eseguito supinamente gli ordini di Washington, “limitandosi” a far allontanare il leader curdo senza consegnarlo mani e piedi legati alla Turchia.

Questo il D’Alema ci tiene a sottolinearlo. “Quando il presidente Clinton mi ha chiamato e mi ha detto “dovete consegnare Öcalan alla Turchia” ci siamo rifiutati. Credetemi, non è facile dire “no” agli Stati Uniti, soprattutto se siete un alleato in seno alla Nato della Turchia”. Pur riconoscendo l’indiscutibile impegno del “Mandela curdo” per una soluzione politica del conflitto, ha precisato che a suo avviso la proposta di Öcalan di “una conferenza internazionale per una soluzione democratica della questione curda, all’epoca non aveva speranza di riuscita”. Principalmente per il sostegno assoluto degli Stati Uniti alla Turchia.

E comunque ha definito “disumano e inaccettabile, sia sul piano dei diritti umani che su quello politico” l’isolamento assoluto subito dal leader curdo.

Associandosi alla richiesta di una immediata liberazione in quanto potrebbe “avere un ruolo chiave nella soluzione pacifica del conflitto tra curdi e Turchia”.

Ovviamente il caso di Ocalan rimane emblematico. L’altamente auspicabile liberazione (così come  la sua stessa sopravvivenza) rimane un punto fermo, irrinunciabile per il popolo curdo. Tuttavia – e credo che “Apo” sarebbe sostanzialmente d’accordo – questo non deve farci dimenticare le migliaia di altri prigionieri politici curdi che quotidianamente nelle carceri di Ankara soffrono e spesso muoiono in condizioni disumane.

E’ del giorno 8 ottobre la notizia di un serio aggravamento delle condizioni di salute della prigioniera politica curda Mizgin Acar. Stando alla versione ufficiale, nella notte del 1 di ottobre avrebbe tentato il suicidio nel carcere di massima sicurezza di tipo E di Mardin.

Nonostante venisse trasportata all’ospedale di Mardin e sottoposta a terapia intensiva, le sue condizioni continuano a peggiorare.

Condannata all’ergastolo per una sua presunta “partecipazione a scontri”, Acar era stata per cinque mesi in una prigione del distretto di Mîdyad (Midyat) per poi raggiungere il carcere di massima sicurezza di Elazığ.

Gianni Sartori

#Indipendenze #Opinioni – ARCIPELAGO DELLE CHAGOS: SARA’ VERA INDIPENDENZA O SOLO UN’OPERAZIONE DI FACCIATA? – di Gianni Sartori

Ufficialmente dichiarato indipendente, nell’arcipelago delle Chagos rimane però attiva la base militare britannico-statunitense di Diego Garcia.

Come si apprende da un comunicato co-firmato dal primo ministro britannico Keir Starmer e dal suo omologo mauriziano Pravind Jugnauth, dopo oltre mezzo secolo di dispute, polemiche e contenziosi legali e due anni di negoziati, il 3 ottobre Gran Bretagna e Repubblica di Mauritius si sarebbero finalmente accordati (non esiste ancora un trattato ufficiale) per la cessione a quest’ultima della sovranità dell’arcipelago delle Chagos. Tra gli anni sessanta e settanta del secolo scorso i circa duemila abitanti di questa sessantina di atolli (per Londra “disabitati”) vennero deportati, letteralmente, per potervi installare una base militare britannica e statunitense (assai operativa all’epoca delle guerre in Iraq e Afghanistan). Operazione di sradicamento qualificato dall’ONG Human Rights Watch come un “crimine contro l’umanità”. Né più né meno. Ora le Chagos (spesso definite “l’ultima colonia d’Africa della Gran Bretagna”) sono ufficialmente mauriziane. Come stabilito dalle Nazioni Unite in un “parere consultivo della Corte di Giustizia internazionale” e in una “Risoluzione non vincolante dell’Assemblea generale” (entrambi del 2019).

Ma non mancano “zone d’ombra”. Piuttosto fitta.

In primis, la famosa base militare sull’isola Diego Garcia, per quanto formalmente soggetta a Mauritius, rimarrà sotto il controllo di Londra almeno per un altro secolo (99 anni per la precisione). Poi si vedrà (sempre che per allora non sia stata sommersa dall’oceano).

E poi – ma questo ora come ora appare di secondaria importanza – il mancato coinvolgimento nella trattative della “diaspora”, ossia degli esuli chagossiani e dei loro discendenti (circa diecimila persone, gran parte dei quali vive attualmente nel Sussex e a Manchester).

La storia relativamente recente inizia nel 1814 quando la Francia le cedeva, insieme a Mauritius, alla Gran Bretagna. Diventando poi “Territorio britannico dell’Oceano Indiano” (BIOT) al momento dell’indipendenza di Mauritius nel 1968. Dietro pagamento (imposto col ricatto) di tre milioni di dollari all’ex colonia.

“E ora?”, si van chiedendo gli addetti ai lavori. Che sia la volta di Gibilterra, delle Malvinas ….magari dell’Irlanda del Nord?

Staremo a vedere. Certo che parlare di “decolonizzazione” e “indipendenza” appare un po’ azzardato (anche se dirlo da Vicenza, con l’ingombrante presenza di almeno cinque siti militari statunitensi – per quanto formalmente riuniti sotto la denominazione di base Ederle – lo è almeno altrettanto).

Da segnalare comunque che il portavoce del Chagos Refugees Group (GRC), Olivier Bancoult deportato all’età di quattro anni, ha dichiarato di “essersi sentito molto felice“ alla notizia.

Gianni Sartori

#Asia #Popoli – CRONACHE DALL’INDIA IN SOFFERENZA – di Gianni Sartori

Sono quasi duecento i guerriglieri maoisti (veri o presunti) uccisi dall’inizio dell’anno in India. Ben 36 soltanto con l’ultima operazione delle forze di sicurezza nello Stato di Chhattisgarh. Tra “cacciatori di taglie” e operazioni speciali, rastrellamenti e perquisizioni, la “guerra a bassa intensità” non sembra doversi arrestare.

Quella del 4 settembre nei distretti di Narayanpur e Dantewada (Stato di Chhattisgarh), risulta essere una delle maggiori operazioni anti-guerriglia degli ultimi tempi.

I maoisti sono stati colpiti da una coalizione di forze di sicurezza composta da DRG (Guardia di riserva di distretto), STF (Forze speciali) e polizia di Stato. Sul terreno sono rimasti 36 naxaliti (31 secondo AL JAZEERA), definizione complessiva di varie sigle della sinistra rivoluzionaria indiana (in riferimento alla rivolta del marzo 1967 nel villaggio di Naxalbari nel Bengala Occidentale, quando un centinaio di contadini armati di archi e frecce avevano scacciato i latifondisti).

Iniziato verso le ore 13, lo scontro a fuoco del 4 settembre tra i militari e un gruppo di circa 50 guerriglieri si è svolto nella foresta di Abhujmaad, tra i villaggi di Thulthuli e Nendur. Nella prima fase sarebbero morti una trentina di maoisti, altri corpi venivano poi ritrovati nella mattinata del 5 ottobre. Si ritiene che le vittime appartenessero al PLGA (People’s Liberation Guerrilla Army). Oltre a un deposito di armi, sono stai recuperati alcuni AK- 47 e un fucile a caricamento automatico SLR.

Risalivano al 1 ottobre le numerose perquisizioni effettuate dalla NIA (Agenzia investigativa nazionale) e dalla Special Task Force (STF) in dodici località del Bengala occidentale (tra cui la capitale Kolkata- Calcutta) nel quadro di un’indagine per presunti finanziamenti al Partito Comunista d’India (maoista), organizzazione in clandestinità. Perquisite le abitazioni di presunti maoisti a Netaji Nagar (Kolkata), Panihati, Barrackpore, Sodepur, Asansol etc. Perquisita anche la casa di Sudipta Paul nel quartiere Dishergarh di Asansol (distretto di Bardhaman). Tra le persone inquisite, due donne che in precedenza collaboravano con alcune ONG.

D’altra parte era evidente che la situazione nel subcontinente indiano rimaneva incandescente. Per quanto “a bassa intensità” quella che si svolge da decenni nel “corridoio rosso” è pur sempre una guerra.

Tra gli eventi degli ultimi mesi, uno dei più eclatanti probabilmente riguarda l’attacco portato dai maoisti il 23 settembre contro un campo dell’anti-guerriglia a Pusuguppa, un villaggio che sorge nei pressi della foresta nel Cherla mandal (Stato del Telangana). I maoisti avevano impiegato fucili artigianali in grado, se pur rudimentalmente, di sparare granate (ma in parte queste non sarebbero esplose). Come conseguenza si assisteva all’intensificarsi dei rastrellamenti operati da polizia e paramilitari della CRPF nelle aree forestali di frontiera tra Telangana e Chhattisgarh.

Sempre il 23 settembre, altri tre presunti guerriglieri perdevano la vita nelle foreste di Abujhmarh (distretto di Narayanpur, alla frontiera tra Chhattisgarh Maharashtra), una giungla fitta di seimila chilometri quadrati rimasta, se pur relativamente, incontaminata. Uno dei maoisti uccisi sarebbe stato identificato come “Rupesh”, esponente del comitato speciale della zona di Dandakaranya (DKSZC) oltre che comandante delle attività maoiste nel distretto di Gadchiroli (Stato del Maharashtra). Sulla sua testa pendeva una taglia di 25 milioni di euro. Un altro dei caduti veniva poi identificato come “Jagdish” (taglia da 16 milioni di euro).

Due giorni dopo, il 25 settembre, un presunto informatore della polizia, Soyam Pandu, veniva giustiziato dai maoisti nel villaggio di Bhandarpadar (distretto di Sukmas, Stato del Bastar).

All’inizio del mese, l’8 settembre (sempre nel Chhattisgarh) la Central Reserve Police Force (CRPF, specializzata nella lotta all’insurrezione naxalita) annunciava di disporre di quattro battaglioni (159, 218, 214 e 22°, ciascuno corrisponde a un migliaio di agenti) sul piede di guerra per l’ennesima operazione anti-guerriglia. Parte delle milizie impiegate provengono da altre zone dell’India ritenute meno esposte al conflitto. Come confermerebbe il recente ritiro di parte delle forze di sicurezza dal Jharkhand (tre battaglioni ritirati) e dal Bihar (un battaglione)

In precedenza, il 3 settembre, erano stati uccisi dalla polizia altri nove maoisti. Così come era già accaduto verso la metà di luglio quando una dozzina di guerriglieri erano  caduti in combattimento nella regione di Gadchiroli. Uno stillicidio infinito.

Alla fine di agosto, il 31, veniva arrestato Ajay Singhal (Aman), abitante a Sahibzada Ajit Singh Nagar (SAS Nagar, già Mohali), accusato di essere implicato sia nel reclutamento di combattenti, sia nella raccolta fondi per il PCI (maoista). Sospettato anche in quanto membro del comitato organizzativo del PCI (maoista) di Haryana. Oltre che responsabile delle attività clandestine negli Stati di Punjab, Haryana, Delhi, Uttar Pradesh, Uttarakhand e Himachal Pradesh. Recentemente Ajay Singhal, stando alle accuse della NIA (Agenzia Investigativa Nazionale), si sarebbe recato in Jharkhand e in Bihar per recuperare i fondi raccolti da Pramod Mishra (Vanbihari, membro del comitato centrale del partito) e da Sandeep Yadav (segretario del Bihar-Jharkhand Special Area Committee). Due settimane prima, a Thevakkal (Stato del Kerala) la NIA aveva perquisito l’abitazione (dopo averne forzato la porta alle sei del mattino) di Konnath Muralidharan (Ajith).

Frutto della perquisizione: un computer, un telefono, alcune chiavette USB e un gran numero di documenti e vecchi giornali (descritti come “stampa illegale”, ma in realtà pubblicati e distribuiti alla luce del sole). Già imprigionato nel 1967 per due anni, Konnath Muralidharan tornava in carcere per altri quattro nel 2015. Sempre  per presunti legami con la guerriglia naxalita.

Complessivamente si calcola dall’inizio dell’anno sono stati uccisi almeno 185 maoisti.

Gianni Sartori

#IncontriSulWeb – FOCUS SULLA CATALUNYA – Venerdì 11 ottobre alle ore 18

Un incontro con il prof. Xavier Diez, storico, docente universitario ed opinionista, nonchè apprezzatissimo collaboratore di Dialogo Euroregionalista, per approfondire l’attuale situazione politico/sociale in Catalunya. L’incontro sarà sottotitolato in lingua italiana per una maggiore comprensione.

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