#Veneto #Ambiente – VICENZA: ALTRO CHE LE NUTRIE! NUOVA BASE AMERICANA E ALLUVIONI (2011) – di Gianni Sartori

Ho ripescato – quasi letteralmente –  questo articolo di circa 15 anni fa sulla criminalizzazione delle nutrie. Dopo le recenti dichiarazioni del “governatore” veneto (settembre 2024, stile fotocopia) direi che – periodicamente – ci risiamo… Tra l’altro fu l’unico – che io sappia – esponente politico veneto a presenziare all’inaugurazione della nuova, ennesima base statunitense  (lui li chiama “i nostri amici americani”…) in territorio vicentino – GS

Con una tecnica del “capro espiatorio” da manuale, sindaci e assessori leghisti (sostenuti dalle associazioni dei cacciatori) hanno elaborato una versione moderna del “gatto nero” medioevale (o di altre povere bestie criminalizzate e sterminate nel corso dei secoli: lupi, salamandre, rapaci notturni…). Stavolta è toccato alla pacifica e vegetariana nutria, cugina del castoro, accusata di aver provocato con le sue tane il crollo degli argini (in particolare quelli del del Timonchio e del Bacchiglione un paio di anni fa e più recentemente quelli del Retrone).
Altri presunti colpevoli, i tassi (praticamente scomparsi nelle campagne, sopravvivono solo sui Colli Euganei e Berici!) e le volpi. Per il momento nessuno ha ancora tirato in ballo le tane del martin pescatore. Tra le soluzioni proposte, rifornire di “buoni -benzina” (sarebbero già stati stanziati 13mila euro dalla Provincia) un migliaio di cacciatori vicentini (a cui finora venivano date solo munizioni) che potranno agire indisturbati contro i poveri roditori.
Se “la domesticazione degli animali ha posto le basi del pensiero gerarchico e fornito un modello e l’ispirazione per lo schiavismo” (“Un’eterna Treblinka. Il massacro degli animali e l’Olocausto” Charles Patterson, Editori Riuniti – 2003), questo atteggiamento spietatamente specista evoca i metodi delle pulizie etniche.
Quella delle nutrie è una balla. Gli argini si trovano a parecchi metri dalle rive e le poche nutrie rimaste in circolazione (quelle sfuggite alla campagna di sterminio iniziata già da qualche anno) preferiscono avere una tana sulle sponde, con facile e immediato accesso all’acqua.
Il Coordinamento protezionista vicentino aveva condotto una propria indagine nelle zone colpite dall’alluvione verificando come “l’acqua abbia rotto esclusivamente in zone dove di recente erano stati effettuati interventi”. Per esempio il Timonchio (un torrente a fondo sassoso dove non si segnalano nutrie) “ha trascinato a valle imponenti lavori di consolidamento e imbrigliamento realizzati a Molina di Malo da pochi mesi”. Questo per quanto riguarda Caldogno e Cresole. In altre zone l’acqua ha semplicemente esondato, superando le barriere a muro esistenti (a Vicenza, Debba, Montegalda…).
Sicuramente una delle cause principali delle devastanti alluvioni è la quasi totale cementificazione di una provincia dove il terreno non è più in grado di assorbire. Ormai si vorrebbe costruire zone artigianali e villette a schiera anche nel greto dei torrenti. In pochi anni il colore del territorio vicentino è passato decisamente dal verde dei campi al grigio dei capannoni. Chi in questi anni ha espresso allarme per il rischio inondazioni è stato, nella migliore delle ipotesi, tacciato di essere una “Cassandra” (dimenticando che, purtroppo per i Troiani, Cassandra aveva visto giusto). La situazione rischia di diventare ulteriormente drammatica nel Basso Vicentino, un’area a sud di Vicenza appena sopra il livello del mare, ricca d’acqua e destinata a diventare, grazie alla nuova autostrada in costruzione, un’immensa teoria di capannoni e depositi (nuove zone industriali tra Longare e Noventa, momentaneamente sospeso il progetto della Despar che avrebbe ricoperto un’area corrispondente a duecento campi, il nuovo poligono di tiro ad Albettone, oltre ad una infinità di caselli, raccordi, strade di collegamento, rotatorie, distributori…). Lo spettacolo lacustre di Montegalda, Montegaldella e Cervarese in seguito alla penultima alluvione dovrebbe aver mostrato cosa ci riserva il futuro se si continua a cementificare.
Per Vicenza e Caldogno (uno dei paesi più devastati a nord della città), dove l’acqua aveva toccato livelli mai raggiunti, appariva evidente che un elemento decisivo era rappresentato dalla nuova base americana Dal Molin. Per chi non conosce la zona, va ricordato che alcuni fiumi a carattere torrentizio scendono dalle alte montagne (Carega, Sengio Alto, Pasubio, Novegno, Pria Forà. Summano…) al confine tra la provincia di Vicenza e quella di Trento raccogliendo acque copiose provenienti dalle piogge e dalle nevi. Tra questi il Leogra, l’Orolo, il Timonchio e l’Astico (quello che poi confluisce nel Tesina). Le acque scorrono anche in profondità, attraverso i depositi di ghiaia, tornando in superficie nelle risorgive come il Bacchiglioncello che sgorga a Novoledo. Diventa poi Bacchiglione prima di entrare a Vicenza dove riceve l’Astichello e, dopo Porta Monte, il Retrone e la roggia Riello. Dopo pochi chilometri, a San Piero Intrigogna, incontra il Tesina dove è appena confluita la roggia Caveggiara. Insomma. un ambiente dove l’acqua non manca, anche per la presenza di una falda acquifera tra le più grandi d’Europa. Forse non è stato un caso che gli Usa abbiano tanto insistito (come confermano documenti divulgati da Wiki Leaks) per appropriarsi del Dal Molin che “poggia” (galleggia?) sulla falda stessa.
I lavori al Dal Molin (attorno a cui scorre il Bacchiglione alimentando, insieme alle piogge, la falda) hanno comportato, oltre alla cementificazione di una vasta area, uno spostamento del fiume, l’ampliamento dell’argine sul lato della base e l’inserimento nel suolo di un enorme quantità di pali in cemento (vere e proprie palafitte, stile Venezia) che, molto probabilmente, hanno funzionato come una “diga” sotterranea costringendo l’acqua a fuoriuscire. Con i risultati che sappiamo.
In origine i pali (mezzo metro di diametro) dovevano essere solo ottocento, ma alla fine ne sono stati utilizzati circa tremila. Piantati fino a18 metri di profondità.
Sembra che inizialmente i pali non reggessero proprio per la presenza della falda acquifera. Sarebbe interessante scoprire in che modo siano riusciti poi a piantarli.
Un’altra considerazione sulla nuova autostrada a sud di Vicenza (A31, Valdastico Sud), costruita in quattro e quattro-otto, dopo anni di polemiche e contenziosi, nonostante i vincoli paesaggistici. Osservando una carta topografica salta agli occhi come sia destinata a diventare un ottimo raccordo tra le varie basi statunitensi. Se la Ederle era già prossima al casello di Vicenza Est, la nuova base Dal Molin è comodissima alla Valdastico Nord. Restava defilata solo la base Pluto, a Longare, ma qui ora sorgerà un casello. Un altro casello verrà costruito ad Albettone, dove è previsto un poligono di tiro che utilizzeranno soprattutto i militari.
Altra ipotesi. Si sa che l’autostrada finisce in provincia di Rovigo, praticamente nel nulla. Però in quel “nulla” c’è una vecchia base militare abbandonata. Scommettiamo che non resterà tale per molto? Tra cementificazione, militarizzazione, sterminio di animali…tutto si tiene.
Parafrando quanto viene attribuito a Seattle “quando avrete ammazzato l’ultima nutria, sradicato l’ultima siesa (siepe, in veneto), ricoperto di cemento l’ultima prato, vi accorgerete di non poter mangiare il denaro e affogherete (profetico! ndr) nei vostri rifiuti”.

Gianni Sartori (2011)

#Asia #Pilipinas – IL PRIGIONIERO POLITICO PIU’ ANZIANO DELLE FILIPPINE E’ TORNATO IN LIBERTA’ – di Gianni Sartori

Intanto ricordiamo che a Mactan, una delle 7641 isole del sovrappopolato arcipelago delle Filippine, il 27 aprile del 1521 avvenne uno dei più noti episodi di resistenza indigena al colonialismo. Per mano del capo guerriero Lapu-Lapu (Cilapulapu).

Resistenza che – se pur tra mille contraddizioni e deviazioni – si è mantenuta costantemente attiva, adeguandosi ai nuovi contesti geopolitici, fino ai nostri giorni. Dall’occupazione spagnola (fino al 1898) a quella statunitense, dalla parentesi giapponese (1942-1945) nuovamente a quella degli USA (fino al 1946). Dal colonialismo classico alla globalizzazione, opponendosi sia agli imperialisti stranieri che alle milizie paramilitari al servizio dei proprietari terrieri. Oltre che addestrate dagli Stati Uniti che qui mantenevano varie basi militari (tra le maggiori, Subic Bay e Henderson Field, poi ufficialmente chiuse). Con l’accordo del 2014,, le forze statunitensi venivano autorizzate a stazionare – a rotazione – nelle basi militari filippine. Inoltre potevano costruire alloggi, strutture di addestramento, magazzini per armamenti vari (escludendo solo le armi nucleari). Di fatto si avviava la realizzazione di almeno cinque campi militari.

Qualche altro centinaio di militari statunitensi sarebbero inoltre presenti tra la città di Zamboanga e le province meridionali.

Inoltre, stando a recenti dichiarazioni, Washington avrebbe in progetto di costruire altre basi nelle province di Cagayan, Palawan e Zambales. Ovviamente in funzione anti-cinese.

In tale contesto, la vicenda umana e politica di Gerardo Dela Peña (Tatay Guerry) appare emblematica.

L’ultimo appello per la sua scarcerazione (o almeno quello di cui avevo conoscenza) risaliva al marzo di quest’anno: https://www.karapatan.org/urgent_appeal/urgent-appeal-for-action-for-the-release-of-gerardo-dela-pena/

In seguito, se pur troppo tardivamente e all’età di 85 anni, il 30 giugno 2024 riacquistava la libertà.

Per quanto sia già trascorso del tempo, ritengo utile parlarne.

Anche per evidenziare come il rispetto per i diritti umani – a quasi 40 anni dalla cacciata del dittatore Marcos – non sia ancora una conquista completamente acquisita.

Contadino povero di Bicol e sindacalista, in gioventù Dela Peña era già stato arrestato e torturato – sia dalla polizia che dai militari – nel 1982 (durante la dittatura di Marcos). Tornato in libertà si era impegnato con un movimento di sostegno agli ex prigionieri politici della provincia di Camarines Norte (regione di Bicol): SELDA (Camarines Norte du Samahan ng mga Ex-Detainees Laban sa Detensiyon at Aresto).

Collaborando inoltre, nonostante le continue minacce e provocazioni, con altre organizzazioni popolari di base,

Veniva nuovamente arrestato nel 2013, all’età di 75 anni, con l’accusa di aver assassinato un suo nipote. Uccisione che in realtà era stata rivendicata dal NPA (New People’s Army – Bagong Hukbong Bayan) braccio armato del Partito Comunista delle Filippine (Partido Komunista ng Pilipinas).

Rimasto in carcere per altri dodici anni, soffre di varie patologie, ovviamente aggravate dalla detenzione. Oltre a una grave forma di sordità, diabete, problemi alla vista e ipertensione. Inoltre ha subito un ictus.

All’uscita dal carcere è stato accolto dal suo avvocato Fides Lim e dal figlio Melchor. Ai presenti è apparso “alquanto fragile, magro. Con in mano una piccola sacca contente i poveri oggetti in suo possesso”.

In una dichiarazione Fides Lim ha ribadito che “il percorso di Tatay Guerry verso la libertà è stato difficile per gli ostacoli sistematicamente posti e per ragioni burocratiche. Nonostante la sua età avanzata e il cattivo stato di salute giustificassero ampiamente una liberazione per ragioni umanitarie”.

Rimarcando come il Board of Pardons and Parole (BPP) non avesse applicato le sue stesse risoluzioni che dovrebbero garantire una “clemenza esecutiva” per i prigionieri oltre i settanta anni quando abbiano già scontato dieci anni della condanna.

Anche senza contare l’indennità per buona condotta, Dela Peña avrebbe trascorso almeno due anni in più dietro le sbarre.

Per Ephraim Cortez, presidente dell’Unione Nazionale degli Avvocati del Popolo (UNAP) “l’arresto, la condanna e la carcerazione di Dela Peña sono stati la conseguenza di un sistema giudiziario inadempiente e malfunzionante”.

In una riunione di qualche giorno successiva alla sua scarcerazione, Dela Peña dichiarava di essere “impaziente di rivedere mia moglie Pilar, darle un bacio e tornare al lavoro con la mia famiglia nella nostra fattoria”.

Gianni Sartori

#Società #Opinioni – IN ONORE DI PAUL VARRY (C’est ce contre quoi il se battait qui l’a tué…) – di Gianni Sartori

Esistono molteplici contraddizioni. Innumerevoli forme di oppressione e sfruttamento. Galassie di ingiustizie.

Pretendere anche solo di comprenderle tutte (di risolverle neanche parlarne) sarebbe solo presunzione.

Tuttavia di alcune possiamo cogliere – qui e ora – tutta l’evidenza. Ragionarci sopra, valutarle, “criticarle kantianamente”…poi si vedrà…

Citando alla rinfusa: tra padroni e servi, capitale e lavoro, maschi e donne, colonizzatori e indigeni, imperialisti e popoli oppressi, britannici e irlandesi, franchisti e repubblicani…

Ma anche, si parva licet (parva ?), tra cacciatori e animalisti, tra chi si pavoneggia con il pitbull (senza colpa del pitbull, ovvio) e chi porta a spasso il bastardino adottato al canile, tra chi sgomma col SUV e chi pedala…

Ecco, questo è il nostro caso.

Il 15 ottobre, a Parigi, a seguito di un alterco ai margini di una pista ciclabile, un automobilista avrebbe investito volontariamente un ciclista, Paul Varry (27 anni).

Sabato 19 ottobre, in memoria del giovane brutalmente ucciso, molte associazioni di ciclisti si son date appuntamento in oltre 230 rendez-vous (in genere davanti ai municipi delle città francesi, alle ore 17,45). Per onorarlo e per dire “stop aux violences motorisées”.

Conosciuto per il suo impegno nella difesa della mobilità dolce, Paul era originario di Saint-Ouen (Seine-Saint-Denis) e membro attivo dell’associazione Paris en selle. Responsabile di tale associazione per Saint-Ouen e Saint-Denis, recentemente aveva partecipato alla redazione di un “libro bianco” per pedoni e ciclisti di questi due comuni di Île-de-France. Un lavoro che aveva largamente influenzato l’operato della municipalità nello sviluppo della mobilità dolce.

Ricordandolo, un amico ha voluto sottolineare che “è stato ucciso da quello contro cui si batteva. Una lotta la sua – aveva concluso amaramente – che alla fine gli è costata la vita”.

L’appello per le manifestazioni in sua memoria (“Pour Paul, disons stop à la violence motorisée”) era partito venerdì 18 ottobre dalla Fédération française des usagers de la bicyclette (Fub). Immediatamente ripreso e rilanciato da molteplici associazioni locali.

“Questa iniziativa – ha spiegato un portavoce della Fub – è un messaggio per i nostri dirigenti politici: basta con la violenza motorizzata. E’ venuto il tempo di comprendere quale sia la realtà del nostro vivere quotidiano e di prendere le misure necessarie per evirare altri drammi come questo!”

Già nel giorno successivo al tragico episodio (un crimine, comunque la si veda), la Fub aveva organizzato un primo rassemblement nell’8° arrondissement di Parigi a cui, nonostante il breve preavviso, avevano partecipato centinaia di persone. Presente all’iniziativa, suo fratello Antoine lo ha descritto come “una persona dolce, sensibile, sempre disponibile per gli altri”. Assicurando che porterà avanti le stesse battaglie: “Pour la mémoire de mon frère, on se battra, le temps qu’il faudra”.

Il drammatico episodio non ha lasciato indifferente nemmeno il sindaco di Parigi, Anne Hidalgo. Esprimendo il desiderio che “un luogo di Parigi porti il nome del giovane ciclista” brutalmente ucciso. In suo onore verrà osservato un minuto di silenzio all’apertura del prossimo Consiglio di Parigi, il 19 novembre.

Gianni Sartori

#Asia #Popoli – QUALCUNO VUOLE INCASTRARE GLI ECO-GUERRIERI BISHNOI? – di Gianni Sartori

elaborazione su immagine @ Shriya Mohan

I Bishnoi considerano sacri tutti gli animali, ma con un occhio di riguardo per l’antilope cervicapra in cui ritengono di doversi reincarnare. Ancora oggi seppelliscono gli esemplari rinvenuti morti segnalando il luogo, la tomba, con delle pietre. Si narrava poi che le donne allattassero personalmente i cuccioli rimasti orfani. Conosciuti e rispettati come “eco-guerrieri”, i Bishnoi negli ultimi tempi sono rimasti coinvolti, a ragione o a torto, in inchieste su gravi fatti di criminalità (politica o comune, non è dato di sapere).

Ricapitoliamo i più recenti.

Il 12 ottobre veniva ammazzato a colpi di pistola l’uomo politico Baba Siddique. Stava uscendo dall’ufficio del figlio Zeeshan, deputato dell’Indian National Congress nello Stato del Maharashtra e candidato alle elezioni suppletive del 20 novembre. Da subito le indagini si erano indirizzate su una cosiddetta “gang Bishnoi”. Per l’occasione veniva anche riesumata una oscura vicenda avvenuta in Canada quando, giugno 2023, era stato assassinato un attivista sikh, Hardeep Singh Nijjar. Anche in quel caso si sospettava, da parte delle autorità di Ottawa, della stessa gang che però potrebbe aver agito in combutta con funzionari (uomini dell’intelligence) del governo indiano. Inoltre sono tornate alla ribalta le minacce mosse dalla comunità Bishnoi a ricchi bracconieri (tra cui qualche star di Bollywood) sospettati di aver ucciso alcune antilopi sacre.

Va detto che la maggioranza dei personaggi coinvolti (sia le vittime che i presunti assassini) non sono dei più limpidi.

Lawrence Bishnoi, il principale sospettato (come mandante) si trova in carcere dal 2015, ma viene considerato ancora in grado di dirigere una sua organizzazione criminale. Per ora la polizia di Munbai ha arrestato quattro persone. I due presunti esecutori dell’omicidio (Gurmail Baljit Singh e Dharmaraj Rajesh Kashyap che ne avrebbero ricavato 50mila rupie) e due possibili complici (Harishkumar Balakram Nisad e Pravin Lonkar). Qualche sospetto anche su Shubham Lonkar (fratello di Pravin Lonkar), già arrestato per possesso di armi (e scomparso dopo essere uscito dal carcere pagando una cauzione) e in contatto con Anmol Bishnoi, fratello di Lawrence.

Buio assoluto, almeno ufficialmente, sulle ragioni di questa brutale esecuzione. Baba Siddique, nato nel Bihar, aveva iniziato a occuparsi di politica negli anni ’80. Inizialmente come militante dell’organizzazione giovanile del partito Indian National Congress (INC, abitualmente Congress). Arrivando nel 2004 a conquistare la carica di ministro nello Stato del Maharashtra.

Ma recentemente si era staccato dal Congress per legarsi a una fazione del Nationalist Congress Party (NCP, fondato nel 1999 da fuoriusciti dal Congress in contrasto con Sonia Gandhi). Confluendo quindi nella coalizione formata dal Bharatiya Janata Party (BJP, il partito dell’attuale primo ministro Narendra Modi) e da una parte del partito di destra Shiv Sena (o Bandar Sena).

Successivamente il quadro è andato complicandosi ulteriormente. Per cui è lecito domandarsi se dietro al delitto non vi siano anche questioni essenzialmente politiche.

Alimentate dagli scontri tra l’alleanza Mahayuti e il blocco elettorale Maha Vikas Aghadi (costituito dal Congress e dalle componenti di Shiv Sena e NCP che non si erano alleate con il BJP).

Ancora un passo indietro. Nel 2019 il BJP aveva ottenuto 105 seggi. Subito dietro di lui l’alleato Shiv Sena (ancora unitario) con 56 seggi. Al Congress solo 44. Vista la situazione, Shiv Sena abbandonava il BJP per costituire un governo di coalizione (Maha Vikas Aghadi) con le altre organizzazioni politiche. Coalizione andata poi in frantumi nel 2022 (per le divisioni interne he abbiamo visto), ma brillantemente “risorta” in occasione delle elezioni federali quando ha conquistato 30 seggi su 48.

Questo per quanto riguarda il “groviglio politico”. Ma Siddique, di religione islamica, era conosciuto anche per le sfarzose feste che organizzava alla rottura del digiuno nel mese di Ramadan. Feste a cui partecipavano noti personaggi di Bollywood. In particolare l’attore Salman Khan di cui era noto il “contenzioso” con la comunità Bishnoi. Avrebbe infatti ucciso, ancora nel 1998, alcune antilopi cervicapra, sacre per i Bishnoi.

Condannato a cinque anni di prigione (sacre o meno, si tratta comunque di animali protetti, da “lista rossa” a rischio estinzione), dopo oltre un quarto di secolo – tra ricorsi e burocrazia – è ancora in libertà (ufficialmente “vigilata”, ma sostanzialmente da impunito).

Potrebbe forse l’amicizia con Salman Khan essere stata la causa (una causa) della morte di Baba Siddique? Resta il fatto che il noto attore è stato ripetutamente fatto oggetto di minacce di morte e che vive sotto scorta. Così come era stato minacciato più volte Siddique.

E quindi?

Da un lato non si deve dimenticare che gli eco-guerrieri Bishnoi (visnuiti) si attengono almeno in parte agli insegnamenti di Maharaj Jambaji (Jambeshwar), un guru indù a cui si deve la stesura, nel 1485, di 29 precetti (bish, sta per “venti”; noi sta per “nove”) fondati sulla protezione della Natura. In un periodo di terribile siccità raccontò di aver fatto un sogno rivelatore: la mancanza d’acqua era una conseguenza dell’insensato operare degli umani. Da qui i suoi comandamenti, in particolare il divieto di uccidere gli animali e di abbattere gli alberi. Tanto che per non usare la legna per le pire funerarie, i Bishnoi iniziarono a seppellire i morti. Sua la massima: “Se mostri il tuo potere sugli animali, la tua fine sarà dolorosa”.

Ma è anche vero che il gruppo di Lawrence Bishnoi (composto – pare – da centinaia di aderenti) viene sospettato di svolgere attività di stampo mafioso. In particolare estorsioni ai danni di milionari e celebrità di Bollywood, contrabbando, traffici di droga e armi.

Rimanendo comunque un mistero come Lawrence Bishnoi possa coordinare tutte queste attività da una cella (in Canada ne farebbe le veci Goldy Brar di cui l’India ha chiesto l’estradizione).

Gianni Sartori

#Kurds #Iran – ROJHILAT: SCIOPERO DELLA FAME DELLE DONNE DI SINE IN SOLIDARIETÀ CON UNA PRIGIONIERA CURDA – di Gianni Sartori

Il 17 ottobre, nella città di Sanandaj (Sine in curdo, capoluogo del Kurdistan orientale-Rojhilat, entro i confini iraniani), il collettivo delle “Madri della Pace” ha dato inizio a uno sciopero della fame di tre giorni a sostegno di Warisha Moradi (Ciwana Sine), esponente di KJAR (“Comunità delle Donne Libere del Kurdistan”) detenuta nel carcere di Evin a Teheran.

Il 10 ottobre (Giornata Mondiale contro la Pena di Morte) l’attivista curda aveva iniziato uno sciopero della fame indefinito contro l’utilizzo della pena capitale in Iran e per protestare contro l’arbitrario prolungamento della sua permanenza in prigione. In precedenza, il 4 agosto, si era rifiutata di assistere a una delle sue udienze in tribunale sempre per protesta contro le condanne a morte emesse contro le sue compagne di prigionia Pakshan Azizi e Sharifeh Mohammadi.

Le donne di Sine si sono riunite ai piedi del monte Abid dando fuoco ad alcune corde (simbolo delle impiccagioni) e scandendo slogan come “No alla pena di morte, sì alla vita libera”. Inviando un appello alle organizzazioni internazionali affinché si mobilitino ulteriormente contro la pena capitale.

Arrestata nell’agosto 2023, accusata di “inimicizia contro Dio” e “ribellione armata contro lo Stato”, Warisha Moradi è stata condannata per la sua partecipazione alle attività di KJAR. Organizzazione ritenuta dalle autorità iraniane una emanazione del PJAK (“Partito per una Vita Libera nel Kurdistan”) catalogato come “organizzazione terrorista separatista”.

In questi giorni, la vicinanza a Warisha Moradi è stato espressa con un comunicato anche da KONGRA STAR, il Movimento delle Donne del Rojava. Rivolgendosi a tutte le donne affinché esprimano solidarietà a questa militante curda “tenuta in ostaggio dal regime iraniano”.

Denunciando come “nel 2024, 20 condanne a morte contro delle donne sono già state eseguite in Iran”.

E ricordando nel contempo di “aver ricevuto recentemente una piccola buona notizia quando abbiamo appreso che la Corte suprema iraniana ha annullato la condanna a morte della sindacalista Sharifeh Mohammadi, rinviata davanti a un altro tribunale per il riesame”.

Ugualmente detenuta a Evin, Sharifeh era stata arrestata nel dicembre 2023. Accusata di “ribellione”, torturata fisicamente e psicologicamente, veniva condannata al massimo della pena.

Così si concludeva l’appello di KONGRA STAR: “Per noi tutte che abbiamo lottato a livello internazionale per la sua liberazione e per quella delle altre donne, questa è la dimostrazione che la lotta comune dà i suoi frutti! No all’esecuzione. Sì alla vita libera! Jin Jiyan Azadî !”

Gianni Sartori