Capisco che possa lasciare, non dico “basiti” (si è visto ben altro), ma perlomeno perplessi. “Ma come – sento dire – viene adottata per quanto tardivamente una legge di amnistia (richiesta e concepita a favore degli indipendentisti catalani nda) e poi a usufruirne sono le forze dell’ordine, quelle che hanno picchiato i refrattari alla monarchia spagnola? Ma si può?”.
Tranquilli: si può, si può… Del resto basterebbe guardarsi indietro. per esempio all’amnistia del dopo apartheid. A conti fatti, a trarne beneficio sono stati forse più i vigilantes al servizio del regime sudafricano, i torturatori…più ancora dei dissidenti di ANC e PAC. Così in Irlanda, dove – sempre a spanne – probabilmente ne sono usciti meglio quelli delle milizie lealiste (UVF, UFF..) piuttosto che i repubblicani.
Per non parlare della Colombia! Per certi aspetti una farsa. Non solo per le centinaia di esponenti della società civile, sindacalisti, indigeni ed ex guerriglieri eliminati nel corso del processo di pace. Ma soprattutto pensando a quanti membri degli squadroni della morte (statali o parastatali) sono rientrati in società con la fedina penale intonsa (magari per riprendere i loro traffici).
E non voglio nemmeno ricordare, per carità di patria, l’amnistia di Togliatti che rimise in circolazione una caterva di fascisti mentre sotto processo finivano i partigiani.
Ricapitolando. Ai primi di giugno i deputati spagnoli, dopo un’ultima sessione a dir poco incandescente (condita di reciproci insulti) avevano approvato (177 a favore, 172 contro) una legge di amnistia. Senza peraltro fornire il numero preciso dei potenziali beneficiari. Mentre per il Governo si trattava di circa 400 persone, per gli indipendentisti la cifra si aggirava sui 1400.
Tra loro, l’ex presidente del governo autonomo catalano, Carles Puigdemont, l’ex vicepresidente ed esponente di ERC Oriol Junqueras, l’altro leader di ERC Josep Maria Jové.
Oltre a sindaci, consiglieri comunali, direttori televisivi e radiofonici, funzionari che in qualche modo avevano partecipato all’organizzazione del referendum sull’indipendenza del 2017. Ma anche responsabili delle manifestazioni di protesta del 2019 (una risposta alle condanne per sedizione inflitte a esponenti indipendentisti).
Un’amnistia comunque anomala (nata zoppa ?) in quanto prevede che siano i tribunali a giudicare caso per caso (con il timore legittimo che le sentenze siano alquanto varie). Quanto agli esponenti politici indagati per “appropriazione indebita” o addirittura per “terrorismo”, potrebbero esserne esclusi. In quanto, secondo qualche procuratore, si tratterebbe di reati “non passibili di amnistia”.
Come avvenne in luglio quando la Corte Suprema di Spagna negava all’ex presidente catalano Carles Puigdemont la possibilità di rientrare in Catalunya dall’esilio (proprio in quanto accusato di “appropriazione indebita”).
Attualmente, fine ottobre 2024, ne hanno usufruito 154 persone.
Tra cui ben 95 agenti delle forze dell’ordine (Cuerpo Nacional de Policia, Guardia Civil, mossos d’Esquadra…). Una settimana fa, in un colpo solo sono stati amnistiati 45 membri della G.C. sottoposti a inchiesta per il loro operato all’epoca del referendum. In precedenza ne avevano usufruito 46 membri della Polizia nazionale, indagati per aver agito con violenza nei seggi elettorali di Barcellona. Amnistiati anche quattro membri della polizia autonoma catalana (Mossos d’Esquadra).
Degli altri 59 amnistiati, 24 sono funzionari che avevano collaborato al referendum (giudicato illegale da Madrid) e 35 manifestanti già condannati (su migliaia).
Nel marzo di quest’anno, mentre era in sciopero della fame da oltre venti giorni (prima in una piazza di Leh, poi all’ospedale per l’aggravarsi delle sue condizioni), Sonam Wangchuk veniva intervistato da Le Monde. Tra i fondatori nel 1988 di The Students’ Educational and Cultural Movement of Ladakh (SECMOL), l’ingegnere e militante ambientalista aveva osservato che “ventun giorni erano la durata del più lungo sciopero della fame del Mahatma Gandhi durante la lotta per la libertà”. Questo non era certo il suo primo sciopero. Come vedremo non sarebbe stato nemmeno l’ultimo. Un aggiornamento. Il 21 ottobre, il ministero degli Esteri indiano (poco prima dell’arrivo del primo ministro Narendra Modi a Kazan, sede dal 22 al 24 ottobre del vertice dei Brics) aveva diffuso un comunicato destinato a sviluppi successivi alquanto rilevanti. Non solamente per i rapporti tra India e Cina, ma anche per il futuro dei tribali autoctoni del Ladakh. Successivamente Xi Jinping e Narendra Modi confermavano di aver raggiunto un accordo sul pattugliamento del confine nella regione del Ladakh. Quasi contemporaneamente Sonam Wangchuk poneva termine al suo – ennesimo – sciopero della fame. Da anni questo militante si batte per ottenere da Delhi un governo autonomo per il Ladakh. Per dare la possibilità alle popolazioni locali di autogovernarsi e difendere il delicato ambiente in cui vivono. In passato il Ladakh faceva parte della regione autonoma del Kashmir. Ma quando questa nel 2019 venne privata del suo status speciale e divisa tra Jammu e Kashmir, rimase sotto il controllo del governo centrale. Da anni Sonam Wangchuk e i suoi seguaci chiedono l’applicazione del sesto allegato della Costituzione indiana. Consentendo al Ladakh, in quanto “area tribale” di diventare un “distretto autonomo”. Istituendo Consigli regionali per esercitare in modo indipendente scelte legislative, giudiziarie e finanziarie in determinati ambiti. Tale provvedimento è già in vigore negli Stati nord-orientali dell’India, abitati da varie etnie autoctone tribali. Così come nel Ladakh dove il 97% della popolazione fa parte di tribù ufficialmente riconosciute. Come ha più volte ricordato Wangchuk “il sesto allegato dà alla popolazione locale non solo il diritto, ma anche la responsabilità di preservare il clima, le foreste, i fiumi e i ghiacciai”. A tale scopo ai primi di settembre l’energico sessantenne e circa 150 sostenitori avevano iniziato una marcia verso New Delhi percorrendo centinaia di chilometri. Ai primi di ottobre, ormai prossimi alla meta, venivano arrestati. Iniziavano quindi uno sciopero della fame sospeso soltanto quando veniva loro assicurata la ripresa dei colloqui con emissari del governo. Tuttavia i nuovi accordi India-Cina potrebbero costituire fonte di ulteriori preoccupazioni per le popolazioni locali, in gran parte dedite alla pastorizia. Se negli ultimi anni il contenzioso tra Pechino e Delhi, le tensioni militari, avevano pesantemente limitato i loro spostamenti, ora si teme per la prevista realizzazione di progetti (dighe, centrali elettriche…) per la produzione di energia. Con effetti devastanti sul delicato habitat himalayano. Altra preoccupazione, per quanto mi riguarda, l’eventuale rientro in massa di turisti d’alta quota, alpinisti e affini alla ricerca di “cime inviolate” (in stile Hindu Kush per capirci).
Un incontro con Alessandro Sgambati, presidente del Club Touristi Triestini, per ripercorrere la Storia dell’associazione e del Territorio in cui opera. Sarà l’occasione per sottolineare l’iniziativa “1914-1918: Assente! Odsoten! Assent! Odsutan! Abwesend!” che vuole contribuire al ricordo dei caduti del Litorale nel corso della Prima Guerra Mondiale. In contemporanea sui social e sul nostro Blog.
Dieci anni fa, il 26 ottobre 2014, a Lisle-sur-Tarn moriva tragicamente, a soli 21 anni, il giovane botanico di Tolosa Rémi Fraisse. A ucciderlo l’esplosione di una granata OF-F1 sparata dalla gendarmeria.
Rémi partecipava a una manifestazione contro la diga (barrage) di Sivens (dal nome della foresta circostante) in Occitania ed era il primo ambientalista a essere ucciso dalle forze dell’ordine in Francia dal 1977.
Quando, il 31 luglio, l’insegnante e militante antinucleare Vital Michalon perse la vita (ugualmente per una granata) a Creys-Malville durante una manifestazione contro il Superphénix.
Con la morte di Rémi, nel giro di qualche ora il cantiere dello sbarramento di Sivens venne provvisoriamente chiuso. Anche se ormai la zona umida di Testet era irreparabilmente distrutta.
Ancora nel 2009, il consiglio dipartimentale del Tarn aveva deciso per la realizzazione di un bacino artificiale di 1,5 milioni di metri cubi d’acqua (costo previsto di nove milioni di euro).
Per quanto devastante dal punto di vista ambientale, il progetto era stato presentato e inaugurato come “d’utilité publique”. In realtà doveva costituire una consistente riserva di acqua per l’irrigazione delle coltivazioni di cereali (principalmente mais) utilizzati per l’alimentazione degli animali da allevamento. Secondo un rapporto di esperti, avrebbe rifornito solamente una trentina di aziende dato che la maggioranza delle imprese agricole e degli allevamenti in zona erano già autosufficienti. Inoltre, segnalavano sempre gli esperti, non si era nemmeno tentato di cercare soluzioni alternative.
Purtroppo sui 36 ettari sottoposti al progetto si trovava una zona umida boscosa in cui erano state identificate 94 specie protette. Per ben due volte il Conseil supérieur de protection de la nature (CNPN) aveva espresso la propria contrarietà, giudicando le previste misure di compensazione “irrealizzabili, inadeguate o troppo ipotetiche”.
Le prime contestazioni da parte di ambientalisti, associazioni e parte dei contadini locali (riuniti nel “collectif pour la sauvegarde de la zone humide du Testet”) risalivano al 2012. Esprimendosi con petizioni, manifestazioni, catene-umane. Ma invano, dato che nel 2013 la préfecture del Tarn autorizzava il progetto.
Mentre prendeva il via l’azione di disboscamento, una parte degli oppositori arrivava all’occupazione de La Métairie Neuve, una antica fattoria a circa tre chilometri dalla diga prevista.
Nonostante la sospensione del progetto nel 2015 (per intervento di Ségoléne Royal, ministro dell’Ecologia) il danno risultava irreparabile e gran parte delle specie rare precedentemente qui identificate ormai irreperibili. Veniva comunque mantenuta una occupazione permanente (sostanzialmente una ZAD), se pur da un esiguo numero di militanti riuniti nel collettivo “Tant qu’il y aura des bouilles” (in riferimento alle “bolle”, le risorgive). Come a Notre-Dame-des-Landes, anche qui gli zadistes si arrampicavano sugli alberi o scavavano nel sottosuolo per proteggere la foresta.
Ma l’intervento delle forze dell’ordine andava via via inasprendosi prefigurando quanto in epoca successiva sarebbe avvenuto con la A69. Si arrivava a una serie di espulsioni “muscolari” e alla distruzione degli accampamenti (con vari casi di trauma cranico, punti di sutura, ferite da flashball o da lacrimogeni sparati ad altezza d’uomo).
A questo si aggiungevano le azioni squadristiche delle “milices pro-barrage” (almeno in parte allevatori di bestiame, presumibilmente) con taglio di pneumatici, parabrezza sfondati, accampamenti saccheggiati, materiale rubato, azioni intimidatorie…
Determinato a “débloquer ce pays” (come aveva dichiarato di fronte a una platea di allevatori), il primo ministro Manuel Valls ammetteva apertamente che il governo non poteva permettersi un altro cedimento come si andava profilando a Notre-Dame-des-Landes.
Per salvare il salvabile, il 25 e il 26 ottobre 2024 circa tremila persone tornavano a manifestare pacificamente. Tuttavia, vuoi per la presenza massiccia dei reparti mobili, vuoi per l’esasperazione, nella notte scoppiavano i primi incidenti. Tra le una e le due del mattino i gendarmi lanciavano le prime “granate offensive”. Una esplodeva sulla schiena del giovane Rémi Fraisse che moriva sul colpo. Collaboratore di France Nature Environnement, nella sua città, Tolosa, si era occupato sia di protezione ambientale che di studio della biodiversità urbana.
In conclusione, l’8 gennaio 2018 i giudici istruttori del tribunale di Tolosa hanno emesso un verdetto di non luogo a procedere nei confronti del gendarme responsabile.
Anche se gran parte dei media sembrano essersene accorti solo ora (interpretandoli come una risposta all’attentato del 23 ottobre), gli attacchi militari dello Stato turco contro i curdi, sia in Rojava che in Bashur (Kurdistan del Sud, entro i confini iracheni) non sono iniziati da ieri. In questi giorni si sono solo intensificati. Causando comunque altre perdite di vite umane e gravi danni alle infrastrutture essenziali.
E’ del 25 ottobre la notizia della morte di un altra bambina, Ferha Alberho (11 anni), nel nord della Siria. E’ stata uccisa a Manbij (villaggio di Bineye) mentre altri due minori sono rimasti feriti. Si tratta di suo fratello Semir Alberho (8 anni) e del cugino Ebdulrehman Alberho (13 anni).
Contemporaneamente l’aviazione di Ankara bombardava con i droni un magazzino per il grano nel villaggio di Rovî, a Kobanê. Causando il ferimento di diversi lavoratori, alcuni in maniera grave.
Stessa marcia funebre nel nord dell’Iraq (Bashur). Secondo fonti locali, nella notte tra il 24 e il 25 ottobre sono stati colpiti una decina di obiettivi, utilizzando aerei da caccia e droni. Per un totale di oltre una quindicina di attacchi. In mancanza di dati precisi sul numero delle vittime, sono invece già pervenuti i nomi di alcune delle località bersagliate: Çil Mêra e Amûd, Xeta Ereban, Girê Şehîd Şengal, Sîba Şêx Xidir, Quartiere di Hey Nasir, Valle di Şilo.
Anche se gli attacchi turchi non erano mai cessati, le ultime operazioni sono state interpretate come una ritorsione, una rappresaglia, per quanto era accaduto a Kahramankazan. Località turca (distretto di Ankara), dal nome spesso abbreviato semplicemente in Kazan. Coincidenza, forse non casuale: proprio mentre Erdogan si incontrava in un’altra Kazan (la capitale del Tatarstan) con Putin e una trentina di altri capi di Stato per il 16° vertice dei BRICS.
Riepiloghiamo.
Il 23 ottobre un commando composto da due militanti curdi, una donna e un uomo (poi abbattuti dalle forze dell’ordine) avevano attaccato con granate e fucili d’assalto la sede di Turkish Aerospace Industries (TUSAŞ) a Kahramankazan (circa 40chilometri a nord di Ankara). Causando cinque vittime e oltre una ventina di feriti tra il personale dell’azienda, nota per la produzione di droni (compresi, stando alle denunce dei curdi) quelli “utilizzati dall’aviazione turca per bombardare quotidianamente il Kurdistan”.
Episodio assai inquietante. Sia per la perdita di vite umane, sia per la possibile conclusione negativa (ancor prima dell’inizio) dei colloqui per eventuali accordi di pace. Non sono poi mancate ipotesi un tantino azzardate. Come quella di un possibile coinvolgimento del Mossad.
L’attacco veniva poi rivendicato – tramite l’agenzia Firat – dal Comando del Quartier Generale del Centro di Difesa Popolare (HSM).
Sempre stando al comunicato di HSM, l’operazione (di fatto suicida) era opera di un gruppo autonomo del “Battaglione degli Immortali” formato da Asya Alî (Mine Sevjin Alçiçek) e Rojger Hêlîn (Ali Örek). Pianificato da tempo, non avrebbe avuto “alcun legame con l’agenda politica discussa in Turchia nell’ultimo mese”. Ossia, lo scopo non era quello di sabotare le eventuali trattative tra Ocalan e governo turco.
Obiettivo dei due militanti era la Turkish Aerospace Industries in quanto “centro produttore delle armi che hanno massacrato migliaia di civili, compresi donne e bambini, in Kurdistan”.
Qui in febbraio veniva realizzato il prototipo del super-caccia Kaan (variante dei Lockheed F35) in grado di operare sia con pilota che come drone.
Stando a quanto riporta la Repubblica, la Turkish Aerospace Industries collabora con l’Italia (in particolare con Leonardo) nella produzione dell’addestratore Huriet (in versione caccia-bombardiere), dell’elicottero da combattimento T129 Atak (derivato dal Mangusta italico e, pare, fornito anche al Pakistan) e delle fusoliere per gli elicotteri AW139 di Leonardo (ex-AgustaWestland).
Nel comunicato di HSM si definiva la TUSAŞ un “obiettivo militare” e di “non voler attaccare i civili” (ma le vittime sarebbero tutte tecnici, dipendenti dell’azienda). Inoltre veniva fatta “autocritica per altre azioni” compiute in precedenza e si esprimeva rammarico per la “vittima civile del 23 ottobre” (in riferimento al tassista). Con la stessa sigla (“Battaglione degli Immortali”) nel 2023 era stato rivendicato un attentato contro il Direttorato della Sicurezza di Ankara.
Immediata, si diceva, la ritorsione turca che già nella notte tra il 23 e il 24 ottobre compiva decine di raid aerei sia nel nord dell’Iraq che in Rojava. Colpendo stazioni di servizio, centrali per la fornitura di elettricità e dell’acqua, forni per il pane, officine, ospedali, scuole, raffinerie, check- point… e uccidendo numerosi civili tra cui alcuni bambini (decine i feriti).
Secondo fonti curde, in data 26 ottobre gli attacchi turchi sarebbero già stati ben 685 (99 con aerei da ricognizione, 13 con aerei da caccia e 573 con colpi di artiglieria). Alla stessa data le vittime accertate (in maggioranza civili) sarebbero 17 (di cui 14 civili e 3 delle forze di sicurezza). Una cinquantina i feriti (39 civili e 9 delle forze di sicurezza).
Per Hesen Koçer, co-presidente aggiunto del Consiglio Esecutivo dell’Amministrazione Autonoma Democratica del Nord e dell’Est della Siria, questi attacchi andrebbero classificati come “genocidio”.
L’autentico obiettivo sarebbe quello di “costringere gli abitanti a emigrare realizzando una vera e propria sostituzione etnica nella regione.
Non ci sarebbero “altre ragioni per tali aggressioni che tuttavia esprime esattamente quale sia la mentalità dello Stato turco nei confronti dei curdi”.
Tutti indistintamente classificati come “terroristi da eliminare”.
Ritenendo evidentemente che “ogni curdo in qualsiasi parte del Kurdistan costituisce un pericolo oggettivo per la Turchia”.
In sintesi “lo Stato turco insiste nel voler distruggere il popolo curdo. Prima avevano parlato di pace e di soluzione politica, poi hanno ripreso ad attaccare”.
E’ ormai ben percepibile e diffusa la sensazione che in Medio Oriente si stanno producendo cambiamenti significativi. E questo potrebbe indurre Ankara sia a più miti consigli (mostrandosi fautrice di pace e accettando di dialogare con il movimento curdo), sia a inasprire l’opera di repressione- liquidazione (al limite dell’etnocidio). Proprio per impedire che i Curdi ne possano beneficiare.
Il recente incremento degli attacchi nel nord e nell’est della Siria e nel nord dell’Iraq sembra una conferma più della seconda che della prima ipotesi. Massacrare donne, anziani e bambini, annichilire abitazioni e villaggi, potrebbe configurarsi come crimine di guerra. In più occasioni il movimento curdo ha chiesto all’Unione Europea, agli Stati Uniti e alla Russia di “rompere il silenzio” su quanto avviene nel Kurdistan. Così come si è domandato “perché le potenze internazionali non chiudono gli spazi aerei all’aviazione turca e invece ne tollerano la politica genocida consentendo gli attacchi contro i curdi”.
OCALAN COME MANDELA
Oltre un anno fa, il 10 ottobre 2023, veniva lanciata una campagna internazionale e globale denominata “Libertà per Abdullah Öcalan e una soluzione politica alla questione curda”. Inevitabile paragonarla a quella degli anni settanta e ottanta per la liberazione di Nelson Mandela. Sappiamo che Mandela aveva consumato ben 27 anni della sua vita in carcere, in gran parte a Robben Island.
Così Öcalan, ancora imprigionato (dalla sua cattura in Kenia del 1999) nell’isola-prigione di Imrali. Dove per circa 35 mesi non ha avuto contatti con il mondo esterno.
Intellettuali, scrittori, esponenti della società civile e militanti di 75 paesi (in circa 120 città) hanno organizzato conferenze stampa e seminari per chiederne la liberazione insieme a una “soluzione politica” per la questione curda. Inoltre sono stati organizzati eventi per leggere i libri di Öcalan a cui sono state spedite centinaia di migliaia di cartoline (anche se non sappiamo se siano pervenute).
Sul recente incontro tra il leader curdo prigioniero e un membro della sua famiglia, il deputato del partito DEM e nipote di Abdullah Öcalan, Ömer Öcalan (da cui sarebbe scaturita una proposta per la soluzione del conflitto) è intervenuta anche Leyla Zana.
Definendolo “un raggio di speranza per tutti coloro che denunciano i conflitti e le guerre”.
“Tutti noi – ha dichiarato – ci troviamo di fronte alla responsabilità storica di por fine a questa guerra che dura ormai almeno da un secolo”.
Aggiungendo: “Noi che abbiamo sete di pace, saremo al fianco di coloro che tentano di trasformare questa evoluzione positiva della situazione (la visita a Ocalan nda) in una soluzione democratica sul piano giuridico e politico. Quelli che gettano i semi della pace in Medio Oriente devono sapere che noi continueremo a innaffiarli”. Ben sapendo comunque quanto “il problema è profondo, pesante.
Ma intanto (trattative in corso o meno), per Ankara rimangono una priorità la corsa al riarmo e gli investimenti nell’industria della difesa.
Infatti la Turchia ha già previsto per il 2025 un aumento del 165% (rispetto al 2024) delle spese militari. A tal scopo l’Akp (il partito di Recep Tayyip Erdogan) ha lanciato la proposta di tassare le carte di credito. Già in avanzato stadio di elaborazione un disegno di legge che prevede una tassa di 750 sterline turche (circa 20 euro) da applicare alle carte con una linea di credito massima fino a 100mila Try (circa 2.700 euro).
Un incontro con la dr.ssa Nurgül Çokgezici, psicologa, docente, traduttrice, mediatrice linguistico culturale e componente attiva della Comunità curda di Milano, per offrire una testimonianza di prima mano sul Popolo Curdo, sulla sua Cultura e sulla sua Lingua.