#Americhe #Brasile – LA LCP ANCORA SOTTO TIRO – di Gianni Sartori

Come in passato, gli accampamenti dei contadini poveri vengono attaccati e distrutti, mentre le famiglie sono deportate.

La Lega dei Contadini Poveri (LCP) è un movimento popolare del Brasile ben radicato negli stati occidentali di Rondônia e Amazonas.

Già finita, suo malgrado, sotto i riflettori dei media nell’ottobre 2020 quando l’Accampamento di Tiago Campin dos Santos (con circa seicento famiglie di contadini e oltre un centinaio di bambini) veniva attaccato dal BOPE (polizia militare) e dalla Forza Tattica con impiego di elicotteri e granate lacrimogene.

Eravamo in piena era-Bolsonaro e lo scopo evidente era quello di sfrattare i contadini per consegnare le terre occupate ai latifondisti.

Oltre a distruggere le cucine collettive e depredarli dei loro miseri averi (attrezzi da lavoro, telefoni, documenti, un po’ di denaro..), i militari avrebbero costretto i contadini ad assistere alla proiezione di un video in cui Bolsonaro stesso li minacciava “di morte” se non avessero consegnato i loro leader. 

Infine i contadini con i loro familiari sono stati caricati a forza sui camion forniti dai latifondisti per deportarli lontano, a Vila Penha.

Alcune persone dell’accampamento in seguito risultarono desaparecidas.

Le cose non erano tanto cambiate un anno dopo quando, il 29 ottobre 2021, due membri della LCP (Gedeon José Duque e Rafael Gasparini Tedesco) venivano assassinati nel corso di un episodio simile: lo sgombero con la forza di oltre 700 famiglie nella zona di Nova Mutum.

In questa circostanza decine di pistoleros sul libro paga dei latifondisti avevano dato man forte al Battaglione delle Operazioni Speciali.

Le famiglie le cui abitazioni erano state distrutte rimanevano poi a lungo in situazione precaria, senza acqua e cibo, sottoposte a minacce e violenze. Nello stesso periodo altri sette contadini legati alla LCP erano stati assassinati nella regione di Nova Mutum.

In questi giorni le cose sembrano doversi ripetere con l’operazione “Godos” avviata nello stato di Rondônia (nella parte nord-occidentale del Brasile, confinante con la Bolivia) contro la LCP.

Per l’occasione sono stati mobilitati circa 500 poliziotti, sia civili che militari.

Al momento le persone arrestate sono una ventina, una cinquantina quelle ricercate e almeno una vittima, un contadino, ancora nella zona di Tiago Campin dos Santos.

Il 12 novembre, a Ji-Paraná, veniva arrestata anche l’avvocato Lenir Correia, membro dell’ABRAPO (gli “avvocati del popolo”), da tempo in prima linea nella difesa dei contadini diseredati.

Appare evidente che anche con la presidenza di Luiz Inácio Lula da Silva (in ogni caso assolutamente non paragonabile a quella di Bolsonaro) le contraddizioni emergono prepotentemente.

Come l’11 novembre quando decine di indigeni (respinti dalle forze dell’ordine) avevano tentato di superare le barriere alla “zona blu” (quella dei dibattiti) della COP30 a Belem. Denunciando l’incremento della deforestazione e le trivellazioni.

Alle proteste il governo aveva risposto positivamente annunciando il riconoscimento come proprietà indigena di altri dieci territori ancestrali in diverse aree del paese. Un procedimento tecnicamente noto come “demarcazione” che dovrebbe garantire agli indigeni il diritto di consentire o meno attività di sfruttamento minerario o agricolo del territorio (ben sapendo che in genere tali attività vengono proibite dai nativi). D’accordo, siamo al minimo sindacale, ma comunque sempre meglio che all’epoca di Jair Bolsonaro. Se infatti con Lula sono già stati riconosciuti una ventina di territori indigeni, con il governo precedente nemmeno uno.

E anche per la ministra dei Popoli indigeni del Brasile Sonia Guajajara “il riconoscimento dei diritti territoriali deve essere uno degli obiettivi principali della COP30”.

Un’ultima considerazione poi sui recenti massacri di fine ottobre, quando il Battaglione delle operazioni speciali di polizia (2500 uomini del BOPE) ha causato la morte di circa 150 persone (in maggioranza pretos e pardos) nelle favelas dei quartiere Alemão e Penha di Rio de Janeiro. Un’operazione organizzata, senza autorizzazione del governo federale, dal governatore di Rio Claudio Castro (di estrema destra, vicino a Bolsonaro) che ufficialmente era di contrasto al narcotraffico, ma con evidenti riflessi propagandistici e anche elettoralistici.

O forse, come suggeriva qualche osservatore, un preludio, un esperimento di “strategia della tensione” in salsa brasiliana. Per screditare il governo di Lula e creare un clima favorevole al ritorno di Bolsonaro & C.

Vedi anche, si parva licet, i dubbi sull’origine dell’incendio del 20 novembre in un padiglione all’interno della sede dei negoziati sul clima delle Nazioni Unite alla COP30.

Gianni Sartori

#Kurds #Iraq – ANCORA UNA MANO TESA DELL’EX PKK AL REGIME TURCO (NELLA SPERANZA DI UNA DEFINITIVA SOLUZIONE POLITICA DEL CONFLITTO – di Gianni Sartori

Il 17 novembre l’ormai ex Partîya Karkerén Kurdîstan (PKK, Partito dei Lavoratori del Kurdistan) ha confermato di aver completato nel giorno precedente il ritiro dei combattenti da alcune zone frontaliere del nord dell’Iraq (regione di Zap).

Una misura che si inserisce nella nuova strategia per “contribuire alla pace e alla democratizzazione in Turchia”. In questi ultimi otto mesi l’ex PKK ha compiuto vari gesti di pacificazione e riconciliazione: dal cessate il fuoco unilaterale del marzo 2025 all’auto-dissoluzione  in maggio, fino alla cerimonia di distruzione delle armi in luglio.

Per continuare con l’evacuazione dei guerriglieri dalla Turchia in ottobre.

Anche se, va detto, con risposte per ora insoddisfacenti dalla controparte turca.

Nella regione di Zap, pesantemente colpita fin dal 2008 dalle operazioni militari di Ankara e dai bombardamenti, esistevano alcune basi storiche (di valore anche simbolico) della guerriglia curda. Qui si era insediato il suo primo quartier generale prima del trasferimento a est, sui monti Qandil.

Sempre in Iraq, il 19 novembre alcuni esponenti dell’amministrazione arabo-curda del Rojava hanno partecipato al Forum sulla Pace e sulla Sicurezza nel Medio-Oriente (MEPS) in corso presso l’Università americana di Duhoki (Kurdistan del Sud, in territorio iracheno).

Si tratta di Mazloum Abdi (comandante in capo delle Forze Democratiche Siriane) e di Ilham Ahmed (copresidente del dipartimento delle relazioni estere dell’Amministrazione autonoma del Nord e dell’est della Siria).

Al Forum (siamo alla quinta conferenza annuale organizzata dall’Università americana del Kurdistan) partecipano numerosi esponenti politici, universitari, ricercatori e scrittori statunitensi, europei e medio-orientali.

Gianni Sartori

#Matinik #StopColonialism – IL RILASCIO DEI MILITANTI ACCUSATI DI AVER ABBATTUTO ALCUNE STATUE IN MARTINICA NEL 2020 – di Gianni Sartori

elaborazione su immagine @ Mélissa Grutus

Matinik (Martinique, Martinica): il 17 novembre sono stati rilasciati undici giovani militanti (sei uomini e cinque donne), accusati di aver danneggiato (“déchoukées”, letteralmente “sbullonate”) alcune statue il 22 maggio 2020 (giornata dell’abolizione della schiavitù) e poi il 26 luglio. Due di Victor Schœlcher (colonizzatore del XVII° sec., fondatore delle prime colonie nelle Antille), una – già decapitata nel 1991 – di Joséphine Beauharnais (associata al ripristino della schiavitù da parte del marito, Napoleone, nel 1802) e un’altra di Pierre Belain d’Esnambuc, rivendicando il loro gesto come “un atto legittimo di anticolonialismo”. 

Nel maggio 2022 l’isola (dipartimento d’oltre mare francese) era stata letteralmente rastrellata per identificare e interrogare una decina di sospetti. Ammanettati e arrestati in attesa del processo che si è svolto in questi giorni nella capitale Fort-de-France.

Mentre risultano assolti quelli accusati di aver danneggiato le statue di Pierre Belain d’Esnambuc e di Joséphine de Beauharnais, sono stati ritenuti colpevoli ( ma comunque non condannati, anche il pubblico ministero aveva riconosciuto il “valore simbolico del gesto” ) coloro che avevano colpito le statue di Victor Schoelcher.

Forse perché in realtà Schoelcher non era un volgare colonizzatore, ma un addirittura un abolizionista. Messo comunque in discussione da una parte dei militanti in quanto la sua immagine paternalistica di “sauveur blanc” offuscherebbe, renderebbe “invisibile” la resistenza degli schiavi stessi.

Il processo è stata seguito da un folto pubblico (composto da insegnanti, artisti, esponenti del mondo culturale… ), la maggior parte a sostegno degli imputati (numerosi gli applausi). In quanto “è la storia stessa della Martinica, con i suoi simboli e le sue ferite, a venir portata in tribunale”.

Ossia, come ha commentato un altro militante: “Quello che stanno giudicando non è tanto la questione delle statue, ma il modo in cui si vuole raccontare la storia della Martinica”.

Aggiungendo che “da Bristol alla Guadalupa, dal Mississippi alla Martinica, i popoli si riappropriano della loro storia. Distruggere una statua significa aprire uno spazio per il dibattito”.

All’epoca i video delle spettacolari azioni dirette denominate “déchoukaj” (un termine creolo originario di Haiti per indicare la vendetta contro gli oppressori, i colonizzatori) avevano avuto vasta diffusione. 

All’esterno del tribunale, nella vicina place Bertin, venivano intanto lette poesie e opere di artisti locali. Inalberando striscioni come “Giudicare la gioventù significa condannare la memoria vivente”.

Appare evidente che anche a ormai quasi venti anni dalle rivolte del 2009, la popolazione della Martinica (Matinik in creolo) non ha smesso di interrogarsi su quale sia il suo posto nella storia francese. 

Gianni Sartori

#IncontriSulWeb – UN VIAGGIO IN ROMAGNA – venerdì 21 novembre – ore 18

Abbiamo incontrato Carla Fabbri che ricopre la carica di Presidente dell’Istituto Friedrich Schürr, un’associazione con alle spalle quasi tre decenni di attività, che opera per la promozione dell’utilizzo del Romagnolo e per la conservazione della cultura tradizionale, attraverso pubblicazioni, interventi sul territorio e attività on-line.
In contemporanea sui nostri canali social e sul nostro Blog.

“TRA PRESTIGIO E DIMENTICANZA – LE LINGUE DELL’ITALIA SETTENTRIONALE VISTE DAI GIOVANI” – di Gerard Janssen Bigas

Pubblichiamo la tesi di laurea redatta da Gerard Janssen Bigas, un giovane catalano, che abbiamo intervistato in una puntata di #IncontriSulWeb. E’ stata preparata durante un soggiorno a Milano per un Erasmus e presentata all’Università Pompeu Fabra di Barcelona, l’ateneo frequentato da Gerard. E’ scaricabile gratuitamente da questa pagina. Complimenti per il lavoro al nostro giovane amico e buona lettura a tutti.

#MedioOriente #Opinioni – MILIZIE TRIBALI A GAZA E IN SIRIA: OGGETTO DI STRUMENTALIZZAZIONE, NUOVI ASCARI O CHE ALTRO? – di Gianni Sartori

Dopo aver dovuto assistere – esterrefatti e impotenti – alla strumentalizzazione delle lotte per l’autodeterminazione (v. “l’indipendentismo a geometria variabile”, usa e getta), pare vada profilandosi una strumentalizzazione anche delle realtà tribali. Manipolate e foraggiate per mantenere lo stato di cose presente fondato su sfruttamento e dominio.

Recentemente si era parlato della possibilità di “dare potere alle strutture classiche di Gaza” (ossia i clan tribali) in alternativa alla gestione della sicurezza temporaneamente affidata ad Hamas dagli USA (il 13 ottobre).

Una via d’uscita realistica o direttamente dalla padella alla brace?

A Gaza i clan costituirebbero circa il 70% dei 2,3 milioni di residenti (dati approssimativi, forse “gonfiati”) con oltre 600 mukhtar (capi di villaggio, esponenti del comando tribale) in rappresentanza di sei confederazioni beduine.

Da segnalare (nella generale situazione di vuoto amministrativo e politico) che sempre al 13 ottobre risaliva l’offerta di amnistia da parte di Hamas (?!?) per i membri delle bande tribali che si fossero arruolati nelle sue forze di sicurezza. Le cose andavano complicandosi ulteriormente con gli scontri tra le milizie di Hamas e alcuni gruppi – definiti “indipendenti” – nei quartieri di Sabra e Shuja’iyya.

L’alternativa, per alcuni osservatori statunitensi, sarebbe quella di affidare la sicurezza alle realtà tribali. In tal senso aveva agito Israele fin dall’inizio del 2024 proponendo di svolgere tale compito a una dozzina di clan ritenuti “più affidabili”. Raccogliendo però il rifiuto di una decina di questi (non certo per “simpatia” nei confronti di Hamas, ma presumibilmente per opportunità, per non ritrovarsi poi “con il cerino in mano” se Israele li avesse scaricati).

Alla proposta israeliana avevano invece aderito le soidisant Forze Popolari di Yasser Abu Shabab (costituite da circa 400 miliziani).

Sul loro operato i pareri sono quantomeno controversi. Se per alcuni avrebbero “assicurato con successo corridoi umanitari per sei mesi consecutivi” (v. i convogli del discusso World Food Programme), per altri si sarebbero appropriati degli aiuti a spese degli sfollati.

Tra le altre realtà tribali che avevano accettato di collaborare, spiccava una fino ad allora sconosciuta “Forza d’Attacco Antiterrorismo” di Hossam al-Astal. In collaborazione con le milizie del clan al-Mujaida avrebbe (condizionale sempre d’obbligo data la “fluidità” della situazione) respinto le operazioni di Hamas in varie occasioni (fondamentale comunque il supporto aereo israeliano).

Dando comunque per scontato che alcuni clan (gli addetti ai lavori citano il clan Tayaha nelle zone orientali e il clan Barbakh) siano ancora in grado di esercitare una forma – magari parziale – di controllo sull’economia grazie una rete di attività agricole e commerciali in parte transfrontaliere (tra Gaza, Egitto e Giordania).

Del resto la stessa Hamas (tra il 2007 e il 2011 attraverso l’Amministrazione Generale per gli Affari dei Clan) aveva integrato tali strutture tradizionali coinvolgendo centinaia di mukhtar e istituendo una quarantina di “comitati di riconciliazione”.

Inoltre – nonostante le numerose perdite a causa dei bombardamenti israeliani – alcune famiglie di Gaza (gli Abd al-Shafi, i Rayyes…) avrebbero ancora al proprio interno numerosi professionisti (medici, insegnanti, avvocati, ingegneri…) in grado di svolgere funzioni tecniche indispensabili per la ricostruzione.

Esiste tuttavia il fondato sospetto che questo percorso( in parte ricalcato sulla fallimentare esperienza delle Leghe di Villaggio negli anni ’80, promossa da Israele per contrastare l’Intifada) finisca per alimentare l’ulteriore frammentazione-disgregazione della residua società civile di Gaza. Con la nascita di “feudi” controllati dalle milizie di questi minuscoli “signori della guerra”. Supervisionati dall’esercito israeliano che fornirebbe armamenti, veicoli, intelligence…oltre a garantire adeguati stipendi.

In ogni caso, al di là dei futuri sviluppi, appare evidente come anche in Palestina le realtà tribali vengano utilizzate, strumentalizzate per le finalità geopolitiche degli Stati (in gran parte estranee ai loro reali interessi).

E qualcosa del genere (utilizzo dei medesimi protocolli?) potrebbe essere già operativo in Siria.

Se a Gaza era lecito sospettare un intervento del Mossad, in Siria pare accertato che il MIT (l’intelligence turca) e le HTS (Hayat Tahrir al-Sham) stiano organizzando varie milizie sotto l’inedita denominazione di “esercito tribale”. Non sarebbero altro che residuati bellici delle  bande integraliste legate all’Isis. Sempre in prima linea nell’attaccare le forze arabo-curde (FDS) a Deir ez-Zor, Raqqa e Tapka (nord e est della Siria). Ne farebbero parte anche alcune “cellule (finora) dormienti”, ridestate e in un certo senso “istituzionalizzate”. Ancora in luglio (v. sito lekolin.org) si parlava di una “Brigata di Liberazione di Cizîrê”, legata alla tribù El Eşraf (ma infiltrata da capi di bande integraliste), frutto degli incontri a Damasco tra MIT e intelligence di HTS.

Per cui è possibile che sotto la “maschera tribale” si nasconda la pura e semplice riesumazione dello Stato islamico di antica memoria.

Allo scopo di seminare morte, distruzione e instabilità nei territori in parte ancora autogovernati del nord e dell’est della Siria.

Utilizzando sia i sabotaggi che gli omicidi mirati di esponenti dell’Amministrazione autonoma e delle FDS.

Così come – con lo stesso obiettivo – la Turchia mantiene da tempo le milizie dell’Esercito Siriano Libero nelle zone rurali di Aleppo e di Hesekê. Per alimentare le divisione settarie tra arabi e curdi e per guastare le conquiste del Rojava.

Risale al 10 ottobre l’apparizione un nuovo gruppo tribale autodenominato “Vulcano dell’Eufrate” (forse una creatura del MIT) di cui fanno parte anche ex (ex ?) membri dell’Isis. Si è fatto conoscere per aver incendiato la sede di un gruppo di donne (Zenobiya) nella città diAbu Hamam, à Deir ez-Zor.

Fermo restando che l’analogia (se esiste) riguarda l’utilizzo strumentale delle comunità tribali da parte di chi detiene potere e armamenti. Qui non si vuole assolutamente stabilire parallelismi tra la situazione di Gaza (dove opera una frazione dell’integralismo islamico come Hamas) e il Rojava (con quanto rimane dell’utopia “dal basso” del Confederalismo democratico).

Sempre sulla articolata questione curda, un’ultima ora dell’agenzia Reuters apre qualche inaspettato spiraglio.

Il governo turco starebbe preparando una legge speciale (l’approvazione è prevista verso la fine di novembre, dopo essere stata sottoposta al Parlamento) per consentire il rientro di migliaia di militanti curdi (ex PKK) attualmente rifugiati nel nord dell’Iraq.

Un passaggio ritenuto indispensabile per il processo di pace.

Non è però chiaro quanto il testo legislativo, elaborato dal partito di Erdogan (Adalet ve Kalkınma Partisi -AKP), consentirà – e in quale misura – di sospendere le inchieste e i procedimenti giudiziari nei confronti dei combattenti che depongono le armi.

Per cominciare, dovrebbe rientrare in Turchia un primo scaglione di circa mille militanti che non hanno preso parte direttamente al conflitto armato. Di seguito altri ottomila (sempre esponenti “civili”, non guerriglieri). Sarebbe inoltre prevista la possibilità per un migliaio di comandanti dell’ex PKK “di alto grado” di raggiungere paesi terzi.

Un portavoce del partito DEM (Tayyip Temel) aveva confermato la  notizia precisando che “stiamo lavorando all’elaborazione di una legge speciale per il PKK allo scopo di garantire la reintegrazione dei suoi membri nella vita sociale democratica dopo la dissoluzione”.

Per una soluzione politica “globale” del conflitto che dovrebbe riguardare “sia i civili che i membri delle milizie armate”.

Ma, par di capire, senza che ciò implichi per ora un’amnistia generale. Quella che consentirebbe a migliaia di prigionieri politici (curdi e non) di tornare nelle proprie case. Si prevede piuttosto l’utilizzo di procedure diverse, differenziate, sia nei confronti dei militanti curdi che rientreranno in Turchia (senza quindi escludere procedimenti giudiziari), sia dei detenuti.

Staremo a vedere

Gianni Sartori

#IncontriSulWeb – “LE NOSTRE LINGUE LOCALI VISTE DA UN GIOVANE CATALANO – venerdì 14 novembre – ore 18

Un incontro con Gerard Janssen Bigas, un giovane catalano che ha redatto una tesi di laurea, presentata all’Università Pompeu Fabra di Barcelona, dal titolo: “Tra prestigio e dimenticanza. Le Lingue dell’Italia settentrionale viste dai giovani”.
In contemporanea sulle piattaforme social della nostra Associazione.

#Africa #Masai – TANZANIA: “DIFESA DELLA NATURA” MA È SOLTANTO TURISMO COLONIALISTA – di Gianni Sartori

Il 29 ottobre, mentre andava intensificandosi l’operazione per estirpare i Masai dalle loro terre ancestrali, in Tanzania si svolgevano le presidenziali. Ma con il capo dell’opposizione (Tundu Lissu) in carcere per “tradimento” e quindi di fatto esclusa dalla consultazione.

Elezioni segnate da forti contestazioni per la grave situazione sociale in cui versa il paese, con manifestazioni a cui il governo (confermando l’attuale deriva autoritaria) ha risposto con una durissima repressione. Lasciando sul terreno un centinaio di vittime civili e imponendo il coprifuoco a Dar es Salaam (oltre al blocco della rete mobile 4G). Nei giorni successivi la situazione si è aggravata coinvolgendo anche Arusha, Songwe, Kigoma e Mwanza.

Tornando ai Masai, sacrificati sull’altare di una fasulla “difesa della natura” (in realtà su quella dei profitti derivati dal turismo), ancora nel febbraio dell’anno scorso Bruna Sironi su Nigrizia denunciava “gli abusi sui popoli nativi per estendere le riserve naturali a scopo turistico, anche grazie ai finanziamenti della Banca Mondiale”.

Risaliva infatti agli inizi del 2024 la notizia che “circa 100mila masai dovranno lasciare le loro terre, 20mila entro la fine di marzo. Intanto nel parco Ruaha un progetto di ampliamento delle aree protette prevede il trasferimento forzato di altre migliaia di persone”. Corollario scontato, gli abusi e le violenze per costringere le comunità ad andarsene diventavano pane quotidiano.

Stando alle testimonianze raccolte dal centro studi statunitense Oakland Institute (v. Tanzanian Government on a Rampage Against Indigenous People) i ranger della TANAPA (Tanzania National Park Authority) si sarebbero resi responsabili di omicidi e violenze sessuali (oltre che di sequestri di bestiame) per costringere gli abitanti dei villaggi a traslocare.

Allargando e intensificando gli “sfratti” (alla soglia della deportazione) delle comunità rurali presenti nella zona di Ngorongoro (circa 100mila Masai, in gran parte pastori, mai consultati in merito al loro destino). Il Ruaha National Park (RUNAPA, nella parte centrale del paese) è uno dei quattro parchi per cui la Banca Mondiale ha messo a disposizione 150 milioni di dollari per finanziare il progetto “Gestione resiliente delle risorse naturali per il turismo e la crescita”.

Nel gennaio di quest’anno il governo aveva nuovamente inviato i ranger della TANAPA contro un villaggio nei pressi del parco di Tarangire. Aprendo il fuoco contro gli abitanti, arrestandone una decina e sequestrando un migliaio di capi di bestiame. Come era già avvenuto nel 20024 con il sequestro di oltre tremila capi poi venduti all’asta.

Prevista poi l’estensione dell’area protetta, da un milione a due milioni di ettari (altro progetto, approvato dalla Banca Mondiale nel dicembre 2017).

Per il governo, i provvedimenti sarebbero dovuti alla crescita demografica e allo “stile di vita” (essenzialmente pastorale) dei Masai, ormai incompatibili con la sopravvivenza della fauna selvatica qui presente.

Intendiamoci. Qui non si tratta di “superamento dell’antropocentrismo”, di restituzione dell’habitat a piante e animali selvatici. Ma semplicemente della riproposizione di un modello già sperimentato (per esempio in Sudafrica) di “conservazione neocoloniale”. Mettendo queste aree a disposizione dei turisti benestanti, cacciatori compresi. Del resto i safari rappresentano un fattore alquanto significativo nell’aumento del Pil e anche per questo il governo intende creare 15 nuove riserve di caccia entro il 2026. Vietando in queste aree la presenza umana (quella degli indigeni ovviamente) anche se, come ricordava Bram Büscher “il sistema delle riserve favorisce solo la protezione di specie iconiche, come gli elefanti. Molti insetti, anfibi e piccoli mammiferi stanno scomparendo, ma non rientrano nelle priorità economiche del modello attuale”.

Ufficialmente per “migliorarne la gestione”, è prevista la realizzazione di infrastrutture per favorire i flussi turistici.

Così, mentre aumentano i tagli a istruzione e sanità, si intensifica la costruzione di alloggi per turisti “inseriti nella natura” e di hotel.

Provvedimenti simili erano già stati adottati dal governo in precedenza. Sempre l’Oakland Institute, nel maggio 2022 (dopo un’approfondita ricerca sul campo) aveva pubblicato un documento in cui definiva le nuove aree consegnate ai Masai (in sostituzione di quelle ancestrali) come “non adeguate ai bisogni: terreno di pascolo assolutamente insufficiente, acqua scarsa”.

Inoltre le promesse di migliorare i servizi risultavano “gravemente insufficienti, vaghe e inconsistenti”.

Un esempio da manuale di land grabbing (accaparramento di terre) in aperta violazione dell’articolo 10 della Dichiarazione delle Nazioni Unite sui Diritti dei popoli Indigeni.

In risposta a tale arbitrio, il 18 agosto 2024 circa 40mila Masai (qui giunti percorrendo strade secondarie) avevano bloccato decine e decine di land cruisers carichi di turisti lungo la strada che unisce l’Area di Ngorongoro con il Parco Nazionale di Serengeti.

I manifestanti inalberavano cartelli e striscioni che accusavano la presidente Samia Syluhu di aver “soppresso i diritti sociali a Ngorongoro”. In riferimento sia alle drastiche limitazioni in materia di istruzione e sanità, sia all’intensificarsi delle restrizioni sulla mobilità (limitazioni nell’accesso ai pascoli, all’acqua…). Oltre naturalmente agli attacchi dei ranger che avvengono in totale impunità.

Chiedendo “Una vita sostenibile e un futuro sostenibile”.

Iniziativa a cui ha fatto eco un documento del MISA (Alleanza Internazionale di Solidarietà Masai). Elaborato da anziani, donne e giovani di 26 villaggi con l’intenzione di “sviluppare e promuovere una alternativa al modello di conservazione coloniale, potenziato, violento e capitalista che viene imposto alla nostra comunità”.

Ovviamente le legittime richieste degli indigeni si scontrano con il fatto incontestabile che ormai il turismo supera il 17% del PIL nazionale. Con quasi due milioni di visitatori stranieri per un valore di 3.100 milioni di euro.

Gianni Sartori

#Asia #Opinioni – DISCRIMINAZIONI RELIGIOSE E SOCIALI, PROTESTE AMBIENTALISTE, REPRESSIONE, INSORGENZE FORSE FUORI TEMPO MASSIMO… A COSA PORTERA’ L’ATTUALE TRAVAGLIO DELL’ INDIA? – di Gianni Sartori

Nel 2019 il Ladak si ritrovò separato dallo Stato indiano di Jammu e Kashmir, passando sotto il controllo amministrativo diretto dell’India. Anche se all’epoca quella sembrava una buona notizia per un buon numero di abitanti (Ladaki e Ciangpà), hanno poi avuto tutto il tempo per ricredersi. Di fatto, si perdeva gran parte dell’autonomia di cui prima godevano, la disoccupazione aumentava e – non ultimo – gli ecosistemi risultavano gravemente intaccati.

Da parte sua il governo indiano apparve intenzionato a sviluppare soprattutto il turismo (una forma di colonialismo interno) e gli impianti fotovoltaici-industriali a spese di migliaia di ettari di terreno.

Per protesta un gruppo di militanti ambientalisti, il più noto è Soman Wangchuk, iniziava in settembre uno sciopero della fame. Una lotta rimasta sostanzialmente pacifica per circa due settimane finché, il 24 settembre, centinaia di giovani sono scesi in strada innescando scontri con le forze dell’ordine (con lanci di pietre) e assaltando la sede locale del partito della destra nazionalista indù BJP (Bharatiya Janata Party, Partito del Popolo Indiano), poi data alle fiamme.

Almeno quattro manifestanti rimanevano uccisi quando la polizia ha aperto il fuoco e i feriti si contavano a decine.

Accusato di aver provocato i disordini con la sua protesta, Soman Wangchuk veniva quindi arrestato (insieme a diversi suoi sostenitori) in base alla legge sulla sicurezza nazionale. Ma, dato che le manifestazioni non si fermavano, in ottobre il governo ha rimesso in libertà una trentina di manifestanti (ma non Sonam Wangchuk che rimane dietro le sbarre).

Sempre rovente poi la questione innescata ancora nel 2021 dalla legge che colpisce con pene fino a 10 anni coloro che cambiano religione per vantaggi economici o per (spesso solo presunta) coercizione.

Ancora nel nord-ovest del Paese, nel distretto di Kathua (Stato di Jammu e Kashmir), una decina di agenti sono stati sospesi in quanto non erano intervenuti quando un gruppo di estremisti indù, guidati da Ravinder Singh Thela (dirigente locale del BJP) e muniti di spranghe di ferro, ha attaccato una quindicina di predicatori cristiani che viaggiavano su un furgone. L’episodio, di cui le immagini eloquenti sono state diffuse nei social, risale alla notte del 24 ottobre.

Altro discorso complicato – e tutto da decifrare – quello della per ora ipotetica (ma comunque possibile viste le circostanze, sia locali che internazionali) scomparsa di uno dei più antichi movimenti di opposizione in India: i naxaliti (dal villaggio di Naxalbari, Bengala Occidentale). Comunisti di tendenza maoista, attivi fin dal 1967 in numerosi distretti dell’India, in particolare in quelli del cosiddetto “Corridoio Rosso” (circa 225, i più poveri del Paese). Coprendo i territori di una ventina di Stati tra cui Chhattisgarh, Bihar, Jharkhand, Odisha, Madhya Pradesh, Andhra Pradesh, Uttar Pradesh…

A fianco soprattutto di dalit (“paria”), adivasi (popolazioni indigene), contadini poveri, diseredati delle bidonville, soggetti marginali sottoposti al lavoro forzato (vethi). Intervenendo con particolare determinazione in difesa delle donne tribali sottoposte a ogni genere di angherie da soldati, milizie e – anche – operatori turistici.

Si ritiene che l’eventuale scomparsa della guerriglia maoista, potrebbe verificarsi – più che per sconfitta sul campo -per la resa o diserzione in gran numero sia di quadri che di militanti di base. Anche per un nuovo atteggiamento assunto dalle popolazioni. Verso cui il governo sta da tempo operando per conquistarne “le menti e cuori” costruendo strade, ripetitori e altre opere di modernizzazione.

Emblematica la capitolazione degli esponenti dell’Ufficio Politico del Comitato Centrale Naxal del Maharashtra (con la consegna delle armi dell’Esercito Guerrigliero Popolare di Liberazione). Tra coloro che si sono arresi direttamente al Governatore Devendra Fadnavis, anche il noto comandante Mallujola Venugopal Rao (Bhupathi, militante della guerriglia fin dal 1980) il quale avrebbe dichiarato di essere “ormai stanco del movimento”.

Non mancava qualche precedente, anche se non di tale portata. Nel 2015, dopo che suo fratello era caduto in combattimento, si era arreso il comandante Gajarala Ashok.

Diversa la sorte toccata a un’altra nota esponente naxalita, Narmada Akka. Arrestata nel 2019 a Hyderabad dove cercava le cure per un tumore e deceduta tre anni dopo in carcere.

Non poche perplessità aveva poi suscitato un comunicato, ufficialmente del Partito Comunista dell’India (Maoista), con cui si annunciava la sospensione della lotta armata in considerazione del “cambiamento dell’ordine mondiale e della situazione nazionale”. Un riferimento, presumibilmente, al miglioramento delle relazioni tra New Delhi e Pechino dopo i recenti incontri tra Narendra Modi e Xi Jinping in occasione della riunione a Tianjin (fine agosto, primi di settembre) del Consiglio dei capi di Stato dell’OCS.

Verso la fine di ottobre tale comunicato veniva smentito da un altro del Comitato Centrale in cui si ribadiva che il partito intendeva resistere sia alla politica governativa per favorire (dando non solo garanzie, ma anche denaro in cambio delle armi) la resa dei militanti, sia alla “linea reazionaria e repressiva del governo”. E definendo il primo comunicato un’operazione di intossicazione dei servizi. In pratica, “guerra psicologica” (ricordate quella teorizzata e praticata da Delle Chiaie in Bolivia?) che si coniuga con le operazioni di “guerra sucia” e i rastrellamenti.

Gianni Sartori

PS Ultima ora: l’articolo era già stato scritto (e spedito) quando è arrivata la notizia che altri dirigenti naxaliti si erano arresi il 28 ottobre.

Si tratta di Pulluri Prasad Rao (Shankaranna, membro del Comitato centrale, 62 anni) e di Bandi Prakash (Prakash, 43 anni) del Comitato di Telangana. Con questi ultimi due sarebbero almeno otto i membri del Comitato centrale che si sono arresi dall’inizio del 2024. Altri otto dirigenti invece sono stati uccisi in combattimento o assassinati.

Altri sette esponenti del Comitato centrale sarebbero invece ancora attivi nella clandestinità.

In ogni caso appare evidente che ormai la situazione sta diventando sempre più difficile, forse insostenibile, per i dissidenti maoisti.