Un appello dell’Ufficio di Informazione del Kurdistan in Italia – segnalazione di Gianni Sartori

Usa-Turchia/ Ricompensa Usa: fino a 5 mln dollari per notizie su leader Pkk

Appello urgente al pubblico democratico, al popolo americano e al Presidente, al Congresso e al Senato degli Stati Uniti d’America

Il 6 novembre l’appena nominato vice-assistente Segretario di Stato per gli affari europei ed euroasiatici, il sig. Matthew Palmer, ha annunciato durante un incontro con i funzionari del governo turco, che il programma del Dipartimento di Stato USA Ricompense per la giustizia sta colpendo tre membri di alto livello del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK) – Murat Karayilan, Cemil Bayik e Duran Kalkan – ed “ha autorizzato delle ricompense per informazioni che conducano alla loro identificazione e posizione.”

Condanniamo questa decisione palesemente ingiusta. È ovvio che si tratta di una decisione politica per dare alla Turchia più libertà d’azione per continuare le proprie atrocità contro il popolo curdo, spesso con le sofisticate armi e l’intelligence militare della NATO. Le radici dell’attuale conflitto hanno origine nelle conseguenze del Trattato di Losanna nel 29 ottobre 1923, con la fondazione dello stato turco che scatenò immediatamente una guerra contro il popolo curdo e altri popoli indigeni per imporre il proprio nazionalismo esclusivo.

I mezzi usati dallo stato turco spaziano dal terrorismo sponsorizzato dallo stato, alla negazione dei diritti politici, della libertà di associazione ed espressione e all’eliminazione culturale dell’identità curda. Durante tutti i decenni di oppressione, il Movimento di Liberazione Curdo ha usato solo le forme minime di resistenza per autodifesa, i modi pacifici di organizzazione politica, il reclamo dell’identità culturale e la rinuncia ad ogni atto di terrorismo.

Il sig. Murat Karayilan, il sig. Cemil Bayik e il sig. Duran Kalkan sono politici che hanno lottato contro il fascismo turco, l’ISIS e il totalitarismo di Erdogan. Il PKK non ha solo combattuto l’ISIS, ma avviato passi molto importanti nel creare un nuovo Medio Oriente basato sulla fratellanza di arabi, curdi, siriaci, armeni, circassi, persiani e turchi con l’idea di nazione democratica. Queste persone amanti della libertà si stanno volontariamente impegnando per conseguire pace e serenità tra turchi, curdi e altri gruppi etnici e stanno lavorando senza sosta per realizzare la democrazia a livello di base.

Il PKK ha sempre richiesto una soluzione pacifica e politica della questione curda attraverso la mediazione degli USA, dell’UE, dell’ONU per aprire un processo di dialogo costruttivo tra PKK e stato turco. Il sig. Ocalan, leader del Movimento di Liberazione Curdo, ha annunciato il processo di pace e la riconciliazione nel marzo 2013, cosa che ha messo fine alle ostilità e prometteva bene. Con rammarico, Erdogan mise bruscamente fine a questo processo nel giugno 2015, riprendendo le ostilità per trarne vantaggio politico.

Il programma Ricompense per la giustizia rende gli USA complici nelle atrocità della Turchia e nei genocidi contro curdi, armeni e altre minoranze come aleviti e yazidi. Ciò va contro i professati valori di libertà e democrazia promossi dagli Stati Uniti. Quali che siano i motivi geopolitici e finanziari dietro questo programma, esso non è difendibile il popolo degli Stati Uniti deve rendersi contro che il proprio governo sta sostenendo atrocità genocide.

Chiediamo al popolo americano, al Presidente, al governo federale, al Senato, al Congresso e a tutte le organizzazioni democratiche di rispettare i diritti politici del popolo del Kurdistan. I partiti politici curdi, gli intellettuali e ogni curda e curdo conoscono bene il barbarico sistema coloniale dello stato turco e combatteranno per i propri diritti democratici e nazionali a prescindere da chi sostenga la Turchia.

Gli americani devono sviluppare una visione indipendente della lotta per libertà curda piuttosto che quella fornita loro dallo stato turco e dal presidente turco Erdogan le cui politiche autoritarie e antidemoctratiche sono dimostrate quotidianamente.

Le forze democratiche del Medio Oriente stavano aspettando che il PKK fosse rimosso dalla lista delle organizzazioni terroristiche negli USA e in Europa, ma sembra che Erdogan possa influenzare i governi affinché continuino a tenere in lista nera il PKK così che lui possa scatenere guerre in nome della lotta al terrorismo.

Continueremo a lottare per una soluzione pacifica della questione curda in tutte le parti del Kurdistan, inclusa la Turchia, preservando l’intrinseco diritto all’autodifesa e chiedendo agli amici della democrazia e della giustizia di sostenerci in questi tempi difficili.

Ufficio di Informazione del Kurdistan in Italia

NESSUN “GIUSTO” PER SARA GESSES – di Gianni Sartori

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Ci sono storie che insegui inconsapevolmente per anni, o forse sono quelle storie che ti inseguono.

Una prima volta ne avevo sentito parlare circa trenta anni fa. Un giro in bici, una sosta nella piazzetta di un paese mai visto prima, un casuale incontro con un’anziana che aveva assistito ai fatti di persona. Mi parlò di un evento all’epoca poco conosciuto (“obliterato”), su cui poco pietosamente veniva steso un velo di silenzio: la deportazione in una antica villa padronale di Vò Vecchio (Villa Contarini-Venier) di un gruppo di ebrei rastrellati nel Ghetto di Padova (dicembre 1943). E mi accennò ad un episodio ancora più inquietante, il tentativo di una bambina (forse spinta dalla madre) di nascondersi in una barchessa per evitare la definitiva deportazione (luglio 1944).
Qualche anno dopo (sempre casualmente) raccolsi altri particolari da una parente, forse una nipote, dell’anziana ormai scomparsa. Per timore di rappresaglie, la bambina sarebbe stata riportata ai tedeschi il giorno dopo. Fatto sta che emerse nel racconto una precisa responsabilità delle Suore Elisabettiane (incaricate di occuparsi della cucina del campo di concentramento) nel “restituire” Sara agli aguzzini. Ricordo che il controllo del campo di Vò Vecchio, uno dei circa 30 istituiti dalla R.S.I. di Mussolini, era affidato a personale di polizia italiano (presenti anche alcuni carabinieri). Invece la lapide sulla facciata della villa in memoria di quanti non ritornarono (posta soltanto nel 2001) ne parla come di un evento avvenuto “durante l’occupazione tedesca” senza un accenno alle responsabilità del fascismo italiano (forse per la serie”Italiani brava gente”…). Il tragitto dei 43 ebrei da Vò Vecchio verso la soluzione finale è noto e ben documentato. La macchina burocratica funzionava alla perfezione e la pratica di ognuno dei deportati proseguì regolarmente grazie a decine di anonimi complici, esecutori senza volto. Fatti salire su due camion, vennero prima richiusi nelle carceri Padova e poi inviati a Trieste, nella Risiera di San Sabba. Tappa definitiva, Auschwitz.
Quanto alla bimba, si chiamava Sara Gesses (doveva avere sei o sette anni, ma alcune fonti parlano di dieci) e – questo l’ho saputo solo recentemente – venne riportata a Padova con la corriera (quella di linea) dal comandante del campo in persona, Lepore (quello che in alcuni scritti veniva definito “più umano” rispetto al suo predecessore). Anche al momento di salire sulla corriera Sara si sarebbe ribellata, avrebbe pianto, gridato, forse scalciato. Vien da chiedersi come il zelante funzionario abbia poi potuto convivere con il ricordo di questa creatura condotta al macello. Ma in fondo Lepore non era altro che una delle tante indispensabili rotelline dell’ingranaggio, un cane da guardia addomesticato, servo docile incapace di un gesto sia di ribellione che di compassione. Pare che un maldestro tentativo di giustificarsi sia poi venuto da parte delle suore che dissero di aver agito in quel modo “per riportarla insieme alla mamma”. L’ipocrisia a braccetto con la falsa coscienza.
In precedenza, insieme ai genitori, la bambina era stata catturata vicino al confine con la Svizzera durante un tentativo di fuga e quindi riportata nel padovano. Non solo. A Padova la madre era riuscita a farla scivolar fuori dal finestrino di un’altra corriera, quella che dal carcere di Padova stava portando i prigionieri a Trieste. Le aveva appuntato sul vestito un biglietto con l’indirizzo di alcuni familiari. Infatti qualcuno raccolse la bambina e la portò al recapito segnalato, dove pare sia rimasta qualche giorno, apparentemente salva e al sicuro. Ma poi – inesorabili – i tedeschi, accompagnati dalla manovalanza fascista (ricordo che all’epoca a Padova imperversava la criminale Banda Carità) arrivarono a riprendersela. Tornata nelle grinfie degli sgherri nazifascisti, Sara venne trasferita alla Risiera di San Sabba a Trieste dove già languivano i suoi familiari e gli altri ebrei patavini.
In Polonia la maggior parte dei deportati (47, tra cui Sara) venne immediatamente “selezionata” per le camere a gas. Solo una decina venne momentaneamente risparmiata e di questi solo tre sopravvissero.
Sara che non aveva incontrato nessun “giusto” sul suo cammino venne avviata alla camera a gas appena scesa dal convoglio 33T sulla rampa di Birkenau, nella notte tra il 3 e il 4 agosto agosto 1944. La sua “morte piccina” (come quella della bambina di Sidone cantata da De André) rimane un delitto senza possibile redenzione, ma di cui dobbiamo almeno conservare la memoria.

Gianni Sartori

Brasile, convegno dei diffusori del talian (veneto-brasiliano) – di Ettore Beggiato

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In questo fine settimana e precisamente nei giorni 9, 10 e 11 novembre si terrà nella cittadina brasiliana di Serafina Correa, Rio Grande do Sul, il ventiduesimo incontro nazionale dei diffusori del talian ( veneto-brasiliano).

La tre giorni, che viene organizzata ancora una volta da Paolo Massolini, medico chirurgo di lontane origini vicentine, straordinario protagonista della lotta per la tutela e la valorizzazione del talian, inizierà venerdì 9 e prevede “Filò con brodo, storie,frotole e busie”, nella giornata di sabato inizieranno i lavori con diversi gruppi di studio sui rapporti con le istituzioni e con le università e sullo “stato di salute” del talian con particolare riferimento alla presenza nei mass-media mentre domenega 11 alle ore 8 “Messa in talian del prete Alberto Tremea” alla quale seguirà l’assemblea generale con la nomina del nuovo direttivo.

L’iniziativa assume quest’anno un significato del tutto particolare vista la recente elezione a Presidente del Brasile di Jair Bolsonaro, la cui famiglia partì dal Veneto alla fine dell’ottocento.

Sono passati quattro anni dal riconoscimento ufficiale da parte del governo federale brasiliano del talian come “Patrimonio Culturale Immateriale del Brasile”;  prima lingua minoritaria brasiliana che ha ricevuto tale riconoscimento; il talian viene correntemente parlato da milioni di brasiliani soprattutto nei tre stati del Brasile del sud, Rio Grande so Sul, Santa Catarina e Paranà, ma anche negli stati di San Paolo e di Spirito Santo .

Ma come si può definire “el talian” ?  Gli studiosi definiscono el talian  (o veneto-brasiliano), l’ultima lingua neo-latina conosciuta, singolare koinè su base veneto-centrale nella quale si innestano termini brasiliani; una lingua “viva”, usata quotidianamente sul lavoro o all’università, per scrivere canzoni e poesie, in teatro, alla radio o alla TV.  Ecco come la descrive Darcy Loss Luzzatto autore di un vocabolario “Brasiliano – Talian” di oltre ottocento pagine:

 “I nostri vecii, co i ze rivadi, oriundi de i pi difarenti posti del Nord d’Italia, i se ga portadi adrio no solche la fameia e i pochi trapei che i gaveva de suo, ma anca la soa parlada, le soe abitudini, la soa fede, la so maniera de essar…. Qua, metesti tuti insieme, par farse capir un co l’altro, par forsa ghe ga tocà mescolar su i soi dialeti d’origine e, cossita, pianpian ghe ze nassesto sta nova lengua, pi veneta che altro, parchè i veneti i zera la magioranza, el talian o Veneto brasilian.”

 Nel vocabolario troviamo, per esempio,  un termine praticamente intraducibile in italiano, ma che i veneti conoscono benissimo “freschin”: in brasiliano diventa “odor desagradavel” e per spiegarlo meglio l’amico Darcy aggiunge un          ” Che bira zela questa? La sa de freschin!” che non ha bisogno di ulteriori spiegazioni…..

 E’ straordinario come i discendenti di quei veneti che partirono nel lontanissimo 1875 (in seguito alle disastrose condizioni nelle quali il Veneto si era venuto a trovare  dopo l’annessione  all’Italia) abbiano conservato un simile patrimonio d lingua, cultura, civiltà; ed è ancora più incredibile se pensiamo che, durante la seconda guerra mondiale il “talian” venne proibito dall’allora dittatore Getullio Vargas.

Il Brasile entrò in guerra a fianco degli alleati e proibì sia l’uso del talian che del tedesco; diversi emigranti finirono in carcere e la loro non fu una sfida politica ma l’impossibilità di parlare un’altra lingua che non fosse il “talian”; ma nonostante questo la lingua dei veneti del Brasile ne è uscita più forte e più viva che mai.

 Un altro pericolo per la lingua dei veneti “de là de l’oceano” è costituito da quei docenti che partono dall’Italia con l’obiettivo di portare la lingua italiana “grammaticale” come viene da loro chiamata.

 Ecco quanto denunciava  Padre Rovilio Costa, scomparso qualche anno fa, vero e proprio patriarca della cultura taliana in Brasile, in  un messaggio chiaro e senza fronzoli, diretto a chi arriva dall’Italia e dal Veneto: 

 “Prima de tuto, che i italiani, sia veneti o de altre region, i vegna in Brasil rispetando la nostra cultura taliana, la nostra lengua che la ze el talian, no par imporre el so modo de veder e de far”.

Lascio la conclusione a  Darcy Loss Luzzatto, a una sua poesia che dovrebbe essere diffusa nel nostro Veneto, dove scandalosamente c’è gente che si vergogna di parlare la lingua veneta, soprattutto nelle nostre scuole:

 “Com’e bela ‘a nostra lengua, com’è melodiosa. E poetica.  Basta parlada con   orgolio  e alegria, mai con paura o co la boca streta e vergognosa. E si con onor, con tanto tanto amor e simpatia”.  

 Ettore Beggiato

 Cittadino onorario

 Serafina Correa (Rio Grande do Sul)

ZURIGO: CURDI, TURCHI E SVIZZERI SCENDONO IN STRADA PER OCALAN – di Gianni Sartori

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Sabato 3 novembre  a Zurigo si è svolta una manifestazione di protesta contro l’isolamento a cui viene sottoposto Abdullah Ocalan, detenuto in Turchia da quasi venti anni. Come è noto, il 15 febbraio 1999 venne illegalmente sequestrato a Nairobi, in Kenya, in aperta violazione del Diritto internazionale. Nel settembre 1998, a causa delle pressioni di Ankara su Damasco,  il fondatore del PKK era stato costretto a lasciare la Siria.

Segregato nell’isola di Imrali, il “Mandela curdo” da sette anni non può godere di assistenza legale e anche ai familiari viene impedito di visitarlo.

L’ultimo permesso, concesso al fratello, risale al settembre 2016.

Inoltre, dall’aprile del 2015, si trova in isolamento totale.

All’iniziativa di Zurigo, partita da Helvetiaplatz, hanno partecipato sia curdi (in particolare le associazioni delle donne curde) che militanti di sinistra turchi e svizzeri, solidali con la causa di questo eroico popolo oppresso.

I manifestanti inalberavano cartelli e striscioni che chiedevano la fine dell’isolamento per “Apo” Ocalan, contro la tortura e contro i bombardamenti turchi su Kobane e Gire Spi (Rojava, nord della Siria).

Alcuni striscioni erano in lingua curda (“Biji Serok Apo”: Lunga vita per Ocalan), in altri invece si leggeva: L’isolamento è un crimine di lesa umanità”. 

Dal corteo è venuto un forte appello affinché i diritti del prigioniero Ocalan vengano rispettati.

Una richiesta rivolta sia all’opinione pubblica democratica che al CPT (Comitato contro la tortura del Consiglio d’Europa).

Come spesso avviene in queste manifestazioni, per breve tempo, i manifestanti si sono seduti a terra occupando i binari e bloccando la circolazione stradale.

Alla fine della manifestazione, sono intervenuti alcuni esponenti del Consiglio Democratico Curdo invitando gli organismi internazionali – e il CPT in particolare – a rompere il silenzio sui metodi (definiti “fascisti”) utilizzati dal governo turco contro dissidenti e prigionieri politici.

Rifiutandosi di investigare ulteriormente sulla situazione a Imrali e con il loro tacito assenso alla politica repressiva di Ankara se ne stanno rendendo – di fatto complici.

Un rimprovero rivolto anche agli Stati maggiormente responsabili dell’ingiusta sua detenzione. Ossia quelli che contribuirono in vario modo alla cattura di Ocalan: Stati Uniti, Italia, Grecia…forse, si sospetta, anche Israele.

Gianni Sartori

ATTACCO FINALE AL KURDISTAN SIRIANO? – di Gianni Sartori

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Anche quest’anno (come ormai da quattro anni – da quando le orde dello Stato islamico attaccarono Kobane) il 1° novembre si è celebrato il ‘World Kobanê Day’.

A Kobane, Isis & C. incontrarono la strenua resistenza di YPG e YPJ che almeno per un certo tempo godettero della simpatia (anche se non sempre disinteressata) di ampi settori dell’opinione pubblica internazionale democratica.

Già allora dietro ai tagliagole dell’Isis si intravedeva il volto neanche tanto mascherato di alcuni stati – la Turchia in primis – che fornirono armi, assistenza e finanziamenti.

Qualcuno si ricorda della visita di Erdogan al confine con Kobane per annunciare che “Kobane può cadere da un momento all’altro”?

Invece Kobane – la Stalingrado curda –  non era caduta. Aveva resistito seppellendo sotto le macerie l’assalto dei fascisti islamici.

Ma evidentemente Erdogan se l’era legata al dito e oggi vorrebbe far completare direttamente al suo esercito quello che Isis aveva maldestramente iniziato.

Il recente vertice di Istanbul (Turchia, Francia, Russia e Germania) sembra avergli fornito l’opportunità per nuove minacce al Nord della Siria. Sono ripresi i bombardamenti (impuniti,come sempre, alla faccia del Diritto internazionale) sul Rojava in generale e su Kobane in particolare. Nella completa indifferenza sia degli stati che hanno partecipato al vertice, sia della coalizione internazionale contro l’Isis.

Si finge di ignorare che chi ha difeso Kobane (YPG, YPJ e Forze democratiche siriane) ha poi contribuito – al prezzo di grandi sacrifici e di un gran numero di caduti – a liberare altre aree in mano all’ Isis.

Inoltre non si vuole stabilire un nesso evidente, ossia che la ripresa degli attacchi da parte di Ankara – di fatto – fornisce un valido supporto all’isis. Non è solo una coincidenza che l’Isis abbia approfittato dei bombardamenti turchi per effettuare nuovi attacchi contro il villaggio di Hejin nella zona di Dera Zor. Dato che questa zona rappresenta ormai uno degli ultimi suoi bastioni – se non proprio l’ultimo – è scontato affermare che la Turchia è intervenuta direttamente per soccorrere l’Isis.

A tale proposito la Resistenza curda aveva rivolto un appello alla coscienza democratica internazionale:

“Questo attacco dello stato turco contro il Rojava è anche un attacco contro il governo democratico e contro l’umanità.

Chiediamo alla coalizione internazionale di chiarire la propria posizione nei confronti della Turchia, che fornisce supporto ai terroristi dell’ISIS.

Gli attacchi dello stato turco sono contrari alle strategie della coalizione internazionale contro il terrorismo. La coalizione deve agire il più presto possibile e fermare il supporto della Turchia per l’ISIS.

Gli stati internazionali devono condannare gli attacchi turchi contro le aree sicure nel nord della Siria2.

Da giorni Ankara ha annunciato un attacco imminente e su vasta scala nel Kurdistan siriano, in particolare nell’area a est del fiume Eufrate.

Da Erdogan in persona è venuta questa inquietante dichiarazione:”Abbiamo finalizzato una strategia per una pulizia completa (il corsivo è mio nda) ed efficace dell’area a est del fiume Eufrate dove sono basate le milizie curde che minacciano la Turchia”.

La Turchia non sembra poi preoccuparsi più di tanto nemmeno della presenza in tale area di militari statunitensi (circa 5mila).

Va anche detto che in realtà l’attacco a est del fiume Eufrate era già iniziato. Con l’artiglieria turca impegnata da almeno due settimane a martellare le posizioni curde, mentre l’aviazione aveva ripetutamente colpito alcune basi.

Rimane aperta l’incognita statunitense. Gli Stati Uniti manterranno l’impegno con i curdi o lasceranno al loro alleato storico (la Turchia, per quanto ultimamente i rapporti appaiano piuttosto tesi) la possibilità di vendicarsi definitivamente di questi irriducibili combattenti?

Certo, vien da commentare, se le residue speranze per i curdi del Rojava sono riposte negli USA il mondo è messo proprio male.

Ovviamente gli Stati Uniti dei curdi sostanzialmente se ne fregano (come hanno già dimostrato in varie occasioni) e a Washington interessa soltanto strumentalizzarli per mantenere comunque una testa di ponte in Siria. D’altra parte il Rojava NON è il Kossovo e il progetto di Confederalismo Democratico non è certo altrettanto rassicurante per le forze imperialiste. Quanto ai russi, hanno già mostrato di voler privilegiare i buoni rapporti con la Turchia (anche se invade il Nord della Siria). E pazienza per i curdi che ancora una volta devono amaramente riconoscere di “non aver altri amici che le montagne”..

Gianni Sartori

ESPOSIZIONE DELLA CORORA DELLE SOFFERENZE SUDTIROLESI – Bolzano – 4 novembre 2018 – Comunicato stampa di Roland Lang – Obmann des Südtiroler Heimatbundes

Plakat 2018

Corona delle sofferenze

Sehr geehrte Medienvertreter

Am 3. November vor 100 Jahren wurde in der Villa Giusti in Padua der Waffenstillstand zwischen Österreich und Italien unterschrieben. Damit endete der erste Weltkrieg an der Italienfront, der Millionen von Toten gefordert hatte, tausende von Verwundeten sowie besonders Tirol und Oberitalien in Not und Elend gestürzt hatte.

Osterreich hielt sich an den Vertrag, der in Art. 1 die sofortige Einstellung der Feindseligkeiten zu Lande, Wasser und in der Luft vorsah. Der italienische General Armando Diaz unterschrieb ebenfalls am 3. November 1918, ließ das Abkommen aber erst am 4. November ab 15:00 Uhr in Kraft treten.

Mit dem Vorwärtsstürmen der italienischen Soldaten zwischen der unterschiedlichen Umsetzung des Waffenstillstandes und der Besetzung Tirols zwischen Borghetto und Brenner begann der Leidensweg des südlichen Tirols. Er begann mit der Verfolgung der Soldaten, die die österreichische Uniform getragen hatten und erreichte mit der Unterdrückung jeder Tiroler Identität unter dem Faschismus ihren traurigen Höhepunkt. Auch nach dem Untergang des Faschismus verfolgt Italien weiterhin das Ziel, Südtirol zu einer italienischen Provinz zu machen.

100 Jahre nach dem Waffenstillstand hat sich im italienischsprachigen Tirol die Gruppe „Noi Tirolesi/ Wir Tiroler“ gegründet mit der Absicht, auf das Leid der Menschen im südlichen Tirol seit der Teilung des Landes aufmerksam zu machen. Bildlich dargestellt wird dieses Leid mit einer Dornenkrone (Corona delle sofferenze), an der ein Stachel an jedes Jahr der Fremdherrschaft erinnert.

Auf Einladung des Südtiroler Heimatbundes wird zum 100-jährigen Jubiläum am Sonntag, den 4. November in Bozen auf dem Siegesplatz (Großer Parkplatz hinter dem Denkmal) um 10.30 Uhr der hundertste Stachel von Mitgliedern der Gruppe „Noi Tirolesi/ Wir Tiroler“ in die Krone eingeschlagen.

Nach der Begrüßung durch SHB-Obmann Roland Lang wird Altmandatarin Dr. Eva Klotz und der Präsident von „Noi Tirolesi/ Wir Tiroler“, Vittorino Matteotti, zur Aktion Stellung nehmen.

Über Ihre Teilnahme an der Veranstaltung würden wir uns sehr freuen.

Roland Lang

Obmann des Südtiroler Heimatbundes

20 ANNI SENZA SOLE – di Gianni Sartori

In questi giorni si è riacceso il dibattito relativo alle cosiddette Grandi Opere. In particolare è ripresa la discussione sulla TAV della ValdiSusa, opera molto contestata da cittadini della valle e da movimenti politici. A questo argomento si lega la figura di Soledad Rosas, giovane argentina che concluse la sua vita con un drammatico gesto. Ce la ricorda Gianni Sartori.

 

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«Ci vogliono morti, perché siamo i loro nemici. E non sanno che farsene di noi, perché non siamo i loro schiavi».

Non sanno che farsene di noi….” aveva lucidamente scritto Soledad Rosas dopo la morte del suo compagno  Edoardo Massari (28 marzo 1998) e poco prima di morire – nello stesso modo – a sua volta (11 luglio 1998).

Ma in un sistema capitalista efficiente niente si butta e nel frattempo si sono inventati qualcosa. Prima un libro (“Amor y anarquia. La vida urgente de Soledad Rosas 1974-1998” di Martin Caparros)*, adesso anche un film.

Il libro, pubblicato nel 2003, lo avevo già letto in castigliano e non ne ero rimasto molto convinto. Se non una mera operazione commerciale, sicuramente una manipolazione della tragica vicenda dei due romantici squatter morti suicidi (almeno ufficialmente, ma ci sono tanti modi per spingere qualcuno a togliersi la vita). Ricorrendo anche all’esibizione di vicende intime della ragazza, non pertinenti con gli avvenimenti – eminentemente sociali e politici, un preludio delle lotte contro la TAV.

Nel 2018 il libro è uscito in lingua italiana e nel frattempo ne era stato ricavato un film.

Regia – nientemeno –  di Agustina Macri, figlia di Mauricio Macri, il presidente argentino.

Le riprese, iniziate a Torino l’anno scorso, si erano dovute trasferire prima a Genova, poi a Montevideo per sfuggire alle contestazioni degli anarchici che non avevano gradito l’appropriazione indebita.

Qualcuno, polemicamente,  aveva anche chiesto alla figlia – milionaria – del neoliberista Macrì perché – già che c’era – non girava un film su Santiago Maldonado, il militante anarchico prima desaparecido, poi ritrovato cadavere in un fiume, presumibilmente assassinato per la sua partecipazione alle lotte del popolo mapuche**.

Inevitabile ritornare alle polemiche su altri film che raccontavano (o almeno pretesero di raccontare: a modo loro, spettacolarizzando e mercificando) le vicende di compagni vittime della repressione statale. Penso al film su Salvador Puig Antich, sostanzialmente accettato dai familiari – le sorelle – ma criticato duramente dai suoi compagni del MIL in quanto centrato su un  generico ribellismo che metteva in ombra la forte coscienza anticapitalista di Salvador.

O a quello su Lasa e Zabala, militanti baschi sequestrati, torturati e assassinati dalle squadre della morte parastatali del GAL. Anche in questo caso ci furono pareri opposti, soprattutto tra i membri dell’associazione Senideak.  Mentre per qualcuno dei familiari e degli amici ”serviva comunque a ricordarli, a parlare del terrore di stato” per altri si trattava di una mistificazione riduttiva che tradiva la militanza dei due abertzale.

Tornando a Soledad, ricordo che la criminalizzazione dei due romantici squatter (e di un terzo, Silvano Pellissero, l’unico sopravvissuto al carcere) fu principalmente opera dei Pubblici Ministeri Maurizio Laudi (nel frattempo deceduto) e Marcello Tatangelo. Accuse assurde, sproporzionate e destinate a cadere nel 2002 – a quattro anni dalla morte dei due compagni – che però trovarono a disposizione l’immediata grancassa dei media. Anche di quelli “democratici” e progressisti, gli stessi che oggi magari pubblicano recensioni benevole sul film, ma che all’epoca si impegnarono nel distorcere e denigrare. Si parva licet, vedi su “la Repubblica” il disprezzo vomitato sugli squatter dal solito Michele Serra.

Gianni Sartori

 

*nota 1: Ben altro libro invece quello scritto dal compagno  Tobia Imperato (“Le scarpe dei suicidi”),  un valido testo militante scritto e pubblicato rimanendo al di fuori dei circuiti commerciali.

http://www.notavtorino.org/documenti-05/le_scarpe_dei_suicidi.pdf

** nota 2: coincidenza, proprio Florencia Kirchner, figlia di Cristina Kirkner, altra (ex) presidente argentina, ha realizzato la sceneggiatura di un documentario su Maldonado (“El camino de Santiago”). Già meglio, comunque.

NUOVA CALEDONIA – “Selbstbestimmung keine Utopie” – “Autodeterminazione, nessuna utopia” – Comunicato stampa di ROLAND LANG – presidente del Südtiroler Heimatbund

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Selbstbestimmung keine Utopie

Neukaledonien stimmt am kommenden Sonntag ab

Neukaledonien, von den Unabhängigkeitsbefürwortern auch „Kanaky“ genannt, ist eine zu Frankreich gehörende Inselgruppe im pazifischen Ozean. Trotz weitreichend gewährter Autonomie durch Paris werden die Einwohner der Inselgruppe am kommenden Sonntag, den 4. November darüber entscheiden, ob sie ein eigener Staat werden wollen, stellt der Südtiroler Heimatbund fest.

Die größte Insel ist Grande Terre mit 16.372 km². Weiter gehören der Inselgruppe auch die Belep-Inseln, die Ile des Pins, die Loyalitätsinseln sowie die Chesterfield-Inseln an. Die Hauptstadt ist Nouméa mit knapp 100.000 Einwohnern. Hier befindet sich auch die Universität von Neukaledonien, außerdem ist sie auch Sitz des römisch- katholischen Erzbistum Nouméa.

Neukaledonien hat im Gegensatz zu Südtirol bereits jetzt eine viel weiter reichende Autonomie. Frankreich ist nur mehr für Finanzen, Verteidigung, Innere Sicherheit und Justiz zuständig, in den übrigen Bereichen genießt die neukaledonische Regierung weitgehende Selbstständigkeit und gibt unter anderem eigene Briefmarken heraus.Mit einem Wirtschaftswachstum von drei bis vier Prozent in den vergangenen 20 Jahren und einem Bruttoinlandsprodukt pro Einwohner das etwa auf dem Niveau von Dänemark liegt, ist die Inselgruppe wirtschaftlich stabil.

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 „Wollen Sie, dass Neukaledonien volle Souveränität erlangt und unabhängig wird?“ (“Voulez-vous que la Nouvelle-Calédonie accède à la pleine souveraineté et devienne indépendante?”)

so die Frage, über die am 4. November von den Bewohnern der Inselgruppe demokratisch abgestimmt wird.

Damit könnten die Vereinten Nationen noch dieses Jahr ein weiteres Mitglied bekommen. Die Ureinwohner der Inseln sind dabei mehrheitlich für die Unabhängigkeit, während die „zugezogenen“ Inselbewohner weiterhin bei Frankreich bleiben wollen.

Am 4. November 2018 wird ein Referendum über die Zukunft, der von knapp 275.000 Einwohnern beheimateten Inselgruppe im Südpazifik entscheiden. Es ist Frankreich hoch anzurechnen, dass es diese Abstimmung zulässt und deren Ergebnis akzeptieren will. Mag Neukaledonien auch weit von uns entfernt sein, Frankreich grenzt an Italien, schließt SHB- Obmann Roland Lang.

Roland Lang

Obmann des Südtiroler Heimatbundes