#Veneto – Dal Brasile trofeo “Merito Talian 2019” a Ettore Beggiato

merito talian 2019

Importante riconoscimento per Ettore Beggiato, già assessore regionale ai rapporti con i Veneti nel mondo e cittadino onorario di Serafina Correa, da parte delle Associazioni dei diffusori del talian (veneto-brasilian) riunitesi a Nova Erechim nello stato di Santa Catarina che gli hanno consegnato il trofeo “Merito Talian 2019” come “ricognossimento del rilevante contributo ne la fondassion, promossion e divulgassion del Talian”.

L’associazione è il punto di riferimento di numerosi operatori dell’informazione, in particolare giornalisti radiofonici, che trasmettono quotidianamente in talian dalle emittenti situate soprattutto nei tre stati meridionali del Brasile, Rio Grande do Sul, Santa Catarina e Paranà, ma anche negli stati di San Paolo e di Spirito Santo.  

Sono passati cinque anni dal riconoscimento ufficiale da parte del governo federale brasiliano del talian come “Patrimonio Culturale Immateriale del Brasile”;  prima lingua minoritaria brasiliana che ha ricevuto tale riconoscimento; il talian viene correntemente parlato da milioni di brasiliani.

Il tutto era nato a Serafina Correa (Rio Grande do Sul) quando nel 1988 el talian venne dichiarato lingua ufficiale durante la festa del paese che dura per una settimana; da allora Serafina Correa è diventata la capitale del talian e, soprattutto per opera di Paulo Massolini, medico chirurgo di lontane origini vicentine, si è arrivati al fondamentale riconoscimento del governo federale di Brasilia.

Ma come si può definire “el talian” ?  Gli studiosi definiscono el talian  (o veneto-brasiliano), l’ultima lingua neo-latina conosciuta, singolare koinè su base veneto-centrale nella quale si innestano termini brasiliani; una lingua “viva”, usata quotidianamente sul lavoro o all’università, per scrivere canzoni e poesie, in  teatro, alla radio o alla TV.  Ecco come la descrive Darcy Loss Luzzatto autore di un vocabolario “Brasiliano – Talian” di oltre ottocento pagine:

“I nostri vecii, co i ze rivadi, oriundi de i pi difarenti posti del Nord d’Italia, i se ga portadi adrio no solche la fameia e i pochi trapei che i gaveva de suo, ma anca la soa parlada, le soe abitudini, la soa fede, la so maniera de essar…. Qua, metesti tuti insieme, par farse capir un co l’altro, par forsa ghe ga tocà mescolar su i soi dialeti d’origine e, cossita, pianpian ghe ze nassesto sta nova lengua, pi veneta che altro, parchè i veneti i zera la magioranza, el talian o Veneto brasilian.”

Nel vocabolario troviamo, per esempio,  un termine praticamente intraducibile in italiano, ma che i veneti conoscono benissimo “freschin”: in brasiliano diventa “odor desagradavel” e per spiegarlo meglio l’amico Darcy aggiunge un ” Che bira zela questa? La sa de freschin!” che non ha bisogno di ulteriori spiegazioni…..

E’ straordinario come i discendenti di quei veneti che partirono nel lontanissimo 1875 (in seguito alle disastrose condizioni nelle quali il Veneto si era venuto a trovare  dopo l’annessione  all’Italia) abbiano conservato un simile patrimonio d lingua, cultura, civiltà; ed è ancora più incredibile se pensiamo che, durante la seconda guerra mondiale il “talian” venne proibito dall’allora dittatore Getullio Vargas.

Il Brasile entrò in guerra a fianco degli alleati e proibì sia l’uso del talian che del tedesco; diversi emigranti finirono in carcere e la loro non fu una sfida politica ma l’impossibilità di parlare un’altra lingua che non fosse il “talian”; ma nonostante questo la lingua dei veneti del Brasile ne è uscita più forte e più viva che mai.

Un altro pericolo per la lingua dei veneti “de là de l’oceano” è costituito da quei docenti che partono dall’Italia con l’obiettivo di portare la lingua italiana “grammaticale” come viene da loro chiamata.

Ecco quanto denunciava  Padre Rovilio Costa, scomparso qualche anno fa, vero e proprio patriarca della cultura taliana in Brasile, in  un messaggio chiaro e senza fronzoli, diretto a chi arriva dall’Italia e dal Veneto:  “Prima de tuto, che i italiani, sia veneti o de altre region, i vegna in Brasil rispetando la nostra cultura taliana, la nostra lengua che la ze el talian, no par imporre el so modo de veder e de far”.

Lascio la conclusione a  Darcy Loss Luzzatto, a una sua poesia che dovrebbe essere diffusa nel nostro Veneto, dove scandalosamente c’è gente che si vergogna di parlare la lingua veneta, soprattutto nelle nostre scuole:

“Com’e bela ‘a nostra lengua, com’è melodiosa. E poetica.  Basta parlada con   

 orgolio  e alegria, mai con paura o co la boca streta e vergognosa.

 E si con onor, con tanto tanto amor e simpatia”.  

Marco Dal Bon

PIOVANO PIETRE…PIOVANO SCARPE…PIOVANO… – di Gianni Sartori

shoes

E’ passato solo un mese dalla brutale uccisione di Havrin Khalaf, co-presidente del partito Futuro della Siria, e già sembra che lei sia stata dimenticata. L’indignazione per questo delitto  riempì le cronache solo per qualche giorno, poi è stata fatalmente oscurata da ulteriori brutalità commesse dalle truppe turco-jihadiste.
Ma chi non potrà dimenticarla è sua madre a cui era pervenuta un’ultima telefonata. Subendo l’estrema violenza di dover ascoltare e comprendere quanto stava accadendo sull’autostrada M4, nei pressi del villaggio di Tirwazi. Qui, tra Suluk e Tall Tamer, il 12 ottobre Havrin era stata catturata dai lanzichenecchi di Ankara e quindi violentata e lapidata.
L’8 novembre la mamma della trentacinquenne assassinata era in prima fila per protestare contro le pattuglie turco-russe che percorrono, rastrellano la regione di Derik e di Girke Lege, nel cantone di Qamishlo. Portava nelle mani alcune pietre e una scarpa della figlia torturata e assassinata.
Ovviamente ha scagliato sia le pietre che la scarpa (in Medio oriente un gesto universalmente inteso come espressione di massimo disprezzo per chi lo subisce; ricordate quelle lanciate contro Bush…?) contro i blindati.
“Sembrava quasi – ha commentato una compagna curda presente – una versione tragica della favola di Cenerentola…”.
Manifestazioni analoghe si sono svolte in altre località del Rojava e a Derik un giovane curdo, Serxwebun Ali, è morto dopo essere stato investito da un blindato delle pattuglie congiunte.
O almeno questo era emerso in un primo momento. E’ invece possibile – come sostengono altre fonti – che i soldati della pattuglia mista abbiano sparato intenzionalmente sulla folla. E stando alle medesime fonti il cadavere di un altro manifestante ucciso dai soldati sarebbe stato portato all’obitorio di Derik.
In precedenza una decina di persone che protestavano contro i pattugliamenti erano rimaste seriamente ferite per il lancio di lacrimogeni non a parabola ma direttamente sulla folla.
Gianni Sartori

Un appello del Tribunale permanente dei popoli (TPP) in difesa del popolo curdo e dei diritti dei popoli – segnalazione di Gianni Sartori

TPP

Mentre le forze turco-jihadiste perseverano nel loro attacco contro il Rojava, il Tribunale permanente dei popoli (TPP) ha lanciato un appello in difesa del popolo curdo e dei diritti dei popoli.
L’appello è firmato dal presidente del TPP, Philippe Texier, e dai vicepresidenti Luiza Erundina, Helen Jarvis, Javier Giraldo Moreno e Nello Rossi.
« Les événements tragiques en cours en Syrie, où l’attaque violente d’Erdogan contre le peuple kurde de Syrie s’est traduite par des massacres directs, des expulsions massives et des migrations de populations civiles, coïncident dramatiquement avec l’absence (qui ne peut être considérée que comme une complicité substantielle) de la communauté des États et de ses organisations suprêmes de représentation.
 
Face aux faits et à l’extrême gravité de ce qui se passe – qui correspond aux crimes les plus graves reconnus en droit international (crimes de guerre, crimes contre l’humanité et génocide en cours) – les mesures adoptées et recommandées ne sont rien d’autre que des déclarations d’impuissance de la fameuse « communauté internationale ». La responsabilité de ce qui se passe doit donc être imputée non seulement aux acteurs directs eux-mêmes, mais à l’ensemble du système des pouvoirs politico-militaires, qui sont les protagonistes à long terme de stratégies basées uniquement sur le chantage réciproque.
 
Dans la continuité de sa 46ème session tenue à Paris en 2018 et en stricte cohérence avec son Statut, dont les termes de référence sont la reconnaissance concrète et la défense des droits des peuples, en particulier et principalement lorsqu’ils sont systématiquement violés, le Tribunal permanent des peuples (TPP), partage et soutient pleinement toutes les initiatives visant à dénoncer, résister et affronter la logique brutale et exclusive du pouvoir et de la violence, qui domine actuellement au Moyen-Orient.
 
Il est toutefois au moins aussi important, de l’avis du PPT, de souligner comment la tragédie en cours apparaît comme une véritable démonstration en laboratoire d’un système mondial qui a décidé d’éliminer les droits de l’homme et des peuples de son programme de valeurs et pratiques. Le peuple kurde, comme les dizaines de millions de personnes déplacées dans le monde, sont annulées et ignorées en tant que sujets de droits, pour n’être considérées que comme des objets, pour être rejetées et échangées, pour ne pas dire activement disparues. Le Moyen-Orient, où les frontières sont le produit irresponsable et désastreux des politiques coloniales européennes, est chaque fois plus clairement le lieu d’une expérience où les puissances et les intérêts stratégiques et économiques nient l’identité, et donc la vie même des peuples, des enfants, des femmes, des hommes, qui sont censés être les sujets du nouveau droit international proclamé par les Nations unies.
 
Il n’est que trop facile de dire que rien n’est nouveau dans le drame syrien d’aujourd’hui, qui vise le peuple kurde en particulier. La liste des peuples réduits à l’état d’objets d’échange s’allonge sans cesse : Palestiniens, Rohingyas, Yéménites…. Il est d’autant plus clair que cette absence de nouveauté coïncide avec une aggravation de l’inertie connivente de la « communauté internationale » et des Etats protagonistes individuels, dans la logique et le marché de la guerre.
 
L’Équipe spéciale est bien consciente des difficultés qu’il y a à définir les responsabilités systémiques en fonction du cadre, du mandat et du temps qu’il faut pour parvenir à un jugement pénal comme le prévoient le droit international et l’application des Statuts de la Cour pénale internationale et de la Cour internationale de Justice.
 
Mais cela ne doit pas nous empêcher de qualifier en termes appropriés ce qui se passe sous nos yeux, car cela signifierait commettre le « crime fondamental du silence » : d’autant plus inacceptable et intolérable face à la destruction des structures sociales que le peuple kurde développe, notamment avec l’apport décisif et novateur des femmes, à Afrin, Kobanê, au Rojava…
 
Il s’agissait là de l’expression concrète de la possibilité d’une société où la reconnaissance et la pratique de tous les droits de l’homme indivisibles sont considérées comme les seules barrières efficaces contre leur déni, contre la violence des intérêts militaires et économiques et contre les nombreuses langues, qui font des êtres humains des ennemis à éliminer.
 
La Présidence du TPP, au nom également de tous les peuples dont les luttes pour une vie dans la dignité et l’autodétermination ont été portées devant elle pour jugement au cours de ses 40 ans d’audition, est confiante que cette déclaration contribuera à renforcer la plate-forme mondiale de tous ceux qui ne sont pas prêts à accepter l’impuissance du droit contre le pouvoir. Les peuples doivent retrouver leur visibilité, leur voix, leur rôle en tant que juges des auteurs de violations de leurs droits et protagonistes d’une histoire pour l’humanité avec un avenir. »

CHIAMIAMO LE COSE CON IL LORO NOME: QUESTO E’ SIA GENOCIDIO CHE GINECIDIO – di Gianni Sartori

ceren gunes

 

Qualche giorno fa, il 3 novembre, Ceren Gunes era caduta in combattimento contro l’invasione turca del Rojava. Membro del comitato centrale del DKP/BIRLIK (Partito Comunardo Rivoluzionario/Unità), Ceren era anche comandante del Battaglione Internazionale di liberazione (IFB) e coordinatrice dei volontari internazionali. La giovane comunista lottava in Rojava da ormai quattro anni.
E’ invece del 7 novembre la notizia della morte in combattimento di altri due esponenti del DKP/BOG (Partito Rivoluzionario dei Comunardi/Forze Unite di Liberazione). Una dirigente del partito, Goze Altuniz (nome di battaglia: Aynur Ada) e il miliziano Yasin Aydin (nome di battaglia Imran Firtina). Entrambi lottavano nelle fila del Battaglione Internazionale di Liberazione.
Significativo che, sia tra le vittime civili che tra quelle dei combattenti, il numero delle donne uccise dai turchi e dai loro alleati jiadisti sia così alto. Tra le possibile ragioni, (oltre alla protervia maschilista-patriarcale degli invasori) anche la determinazione delle guerrigliere per non cadere vive nelle mani di questi fascisti, stupratori e assassini di donne.
Oltre che di genocidio, si dovrebbe quindi parlare anche – o soprattutto ? – di ginecidio.

Per restare invece sulle generali, va sottolineato che l’operato genocida della Turchia nei confronti del popolo curdo non risale né a oggi, né a ieri.

Ma sicuramente dalla metà del 2015 si è avuta un’impennata. Oggi l’opinione pubblica sembra accorgersi di quanto avviene in Rojava (nel Nord della Siria), ma aveva ignorato quasi del tutto gli analoghi massacri in Bakur e Bashur (rispettivamente il Kurdistan “turco” e quello “iracheno”) iniziati – o meglio ripresi – appunto nel luglio 2015.
Quella che potevamo considerare una sorta di “tregua” (o almeno un attimo di respiro) concessa alla popolazione curda sotto amministrazione turca nei primi anni del XXI sec. sfumò da un giorno all’altro quando – nel giugno 2015 – i curdi si rifiutarono di votare Erdogan e il suo progetto autoritario. Votarono invece per il partito HDP che promuoveva alcuni diritti basilari: un sistema scolastico in lingua curda, l’autogoverno a livello locale, rivitalizzare la cultura curda…

Dal luglio 2015, come ritorsione, le forze armata turche posero sotto assedio molte città curde e rasero al suolo interi quartieri (come il centro storico di Dijarbakir, la Guernika curda). Oltre a centinaia di vittime civili, la guerra di Ankara causò la partenza di un milione e mezzo di sfollati. Si calcola che soltanto a Cizre circa 140 curdi siano stati bruciati vivi nelle cantine (febbraio 2016).

E non solo in Bakur. Nella regione di Qandil (Bashur, Kurdistan “iracheno”) dove la Turchia occupa illegalmente una ventina di basi militari sia i civili sia i guerriglieri del PKK vengono sistematicamente bombardati, sia da terra che dall’aria. Nelle mire di Ankara soprattutto la regione di Shengal, abitata da yazidi e quella petrolifera di Mosul-Kirkuk. Regioni su cui rivendica inesistenti diritti in quanto nel passato erano state occupate dall’impero ottomano.

Mentre nel 2018 era toccato al cantone curdo di Afrin di venir invaso, adesso è la volta del Rojava. Qui Ankara sembra voler completare (con il benevolo sostegno di Washington e Mosca e – si ritiene – la muta soddisfazione di Teheran) l’operato criminale di Daesh: esecuzioni extragiudiziali, stupri, torture..

Non per niente da quando, in ottobre, è stata invasa e occupata la regioni di Tal Abyad, altri 300mila curdi hanno dovuto lasciare le loro case.

La prossima sarà Kobane? Per ora sono state le donne del vicino villaggio di Jinwar (“Il villaggio delle donne libere”) a scegliere di allontanarsi prima dell’arrivo delle milizie jiadiste al servizio di Ankara.

Gianni Sartori