CORSICA NON SOTTOMESSA – di Gianni Sartori

patriotti

 

L’anno scorso, il 13 aprile, oltre duemila persone – prima riunite davanti al palazzo di Giustizia di Bastia e poi in corteo lungo il boulevard Paoli – avevano risposto all’appello del collettivo “Patriotti” formato da ex prigionieri politici. Protestavano contro ogni forma di ulteriore persecuzione nei confronti di chi era stato imprigionato per reati legati alla lotta di liberazione. In particolare, contro la pratica abietta di inserirli nel Fijait (Fichier judiciaire automatisé des auteurs d’infraction terroristes) qualificandoli come automaticamente “terroristi”. Alla stregua di tagliagole jihadisti.

Chiedevano inoltre la liberazione di tutti i prigionieri politici corsi ancora reclusi e la realizzazione di un autentico dialogo – senza riserve o preclusioni – tra Corsica e Francia per una definitiva soluzione politica del conflitto. Due soltanto gli striscioni inalberati per l’occasione, ma comunque espliciti:
A ripressione Basta” e “Liberta” (in corso, senza l’accento nda).

Della questione “Fijait” si è tornati a parlare in questi giorni, mercoledì 29 gennaio, quando tre militanti indipendentisti (Felix Benedetti, Jean-Marc Dominici e Stéphane Tomasini) dovevano essere processati per essersi rifiutati di sottostare all’obbligo di venir schedati nel Fijait. Il processo è stato tuttavia rinviato a settembre davanti alla Cour d’appel de Haute-Corse in seguito allo sciopero della fame degli avvocati del foro di Bastia contro il progetto di riforma delle pensioni. Alcune decine di persone – circondate da un numero superiore di agenti – erano venute a portare il loro sostegno ai tre militanti che – dal canto loro – si sono dichiarati solidali con lo sciopero degli avvocati e più in generale con il movimento contro la riforma pensionistica.

Gianni Sartori

#INDIA – GUERRIGLIERI MAOISTI CONTRO LO SFRUTTAMENTO TURISTICO-SESSUALE DEGLI INDIGENI ADIVASI – di Gianni Sartori

from the series 'Centralia' by Poulomi Basu

Il 15 gennaio combattenti dell’Esercito guerrigliero di liberazione popolare (PLGA) hanno attaccato un hotel ad Attamala, nel distretto di Wayanad, in Kerala. La struttura, un resort di recente realizzazione, veniva utilizzata per lo sfruttamento sessuale di donne Adivasi da parte dei turisti in vacanza.
Dopo aver distrutto porte e finestre e incendiato mobili e altro, i guerriglieri hanno appeso cartelli e manifesti alle pareti. Nel testo si leggeva: “
L’attacco è contro la rappresentazione degli Adivasi come una merce da esporre e mettere a disposizione dei turisti. Tutti i proprietari di resort che rappresentano una minaccia all’esistenza pacifica degli Adivasi saranno sloggiati con la forza ”. E’ probabilmente superfluo osservare che per la guerriglia maoista la difesa dell’identità indigena non viene vista automaticamente come una semplice contrapposizione tra quanto viene universalmente percepito come il “nuovo” (l’ulteriore espandersi del capitalismo anche in aree rimaste finora relativamente non contaminate) e un cosiddetto “vecchio”, ossia l’economia e la cultura tradizionali dei tribali (il “pittoresco” che piace ai turisti). Piuttosto viene interpretata come una componente fondamentale della Resistenza di ampi settori popolari (oltre agli Adivasi, i Dalit, i contadini poveri, le classi subalterne…) nei riguardi dei distruttivi meccanismi neoliberisti che devastano, annichiliscono territori e ambiente (oltre alle popolazioni).
Arrivando, i maoisti indiani, a mettere in discussione, pur nell’ambito della teoria marxista, gli stessi paradigmi del pensiero positivista (e produttivista) che ha contraddistinto l’Occidente e la colonizzazione. Privilegiando quindi un’elaborazione autoctona del pensiero critico e dell’azione politica (partendo dalla “periferia” e non dal “centro”). Volendo azzardare qualche analogia, si potrebbe pensare alla riscoperta in America latina del pensiero di José Carlos Mariategui da parte dei movimenti indigenisti e in Kurdistan dell’ecologia sociale e del comunalismo libertario rivisitati da Ocalan.
Questa azione diretta del 15 gennaio non è la prima tra quelle intraprese dal PLGA, soprattutto nel distretto di Wayanad, contro hotel in cui si pratica turismo sessuale. Nel 2014 era stato attaccato l’Agraham Resort di Thirunelli e un altro, di proprietà statale, veniva reso inagibile nel 2015. Più recentemente, l’anno scorso, veniva assalito il resort Upavan di Vythiri.
Qualche giorno dopo, all’alba del 27 gennaio, si è avuta notizia di uno scontro a fuoco tra un gruppo di maoisti (presunti almeno) e la polizia nel distretto di Rayagada.
La CRPF (Forza di polizia centrale di riserva) stava svolgendo un’operazione di rastrellamento avviata nelle aree di Muniguda e Kalyansinghpur (Rayagada) e di Bijapur (Kalahandi). I guerriglieri avrebbero aperto per primi il fuoco, ma poi incalzati dalla polizia si erano ritirati nella foresta. Stando a quanto riferiscono gli addetti ai lavori, i guerriglieri del PLGA avrebbero in dotazione un discreto armamento moderno da guerra. Esiste poi una “seconda linea” costituita da forze ausiliarie con armi più rudimentali (archi e frecce principalmente), ma comunque efficaci.
Gianni Sartori