#VENETO – Benedetto Crivelli condottiero della Serenissima – di Ettore Beggiato

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La prima parte della vita di Benedetto Crivelli è abbastanza misteriosa; nasce a Milano nel quindicesimo secolo,  è genero di Biagio (Biasino) Crivelli, altro capitano di ventura e nella guerra di Cambrai che vide contrapposta alla Serenissima quasi tutta l’Europa lo troviamo al servizio del  re di Francia Luigi XII; in particolare dal 1512  deve difendere la città di Crema passata  ai francesi dopo la disfatta dell’esercito veneto ad Agnadello (1509); nel giugno dello stesso anno Crema viene assediata dai veneziani e Crivelli  deve subire la diserzione di un centinaio di soldati. Inizia una serie di contatti sia con gli emissari della Serenissima che con quelli del Ducato di Milano; alla fine opta per Venezia e dopo la consegna della città alla Serenissima viene da questa aggregato alla nobiltà e ascritto al Maggior Consiglio;  al nostro  viene assegnato un palazzo nella città del Santo vicino agli eremitani, il feudo di Creola, lungo il Bacchiglione  nei pressi di Saccolongo,  una rendita annua di 1.000 ducati, il dazio del sale di Crema, il pagamento di una compagnia di 400 fanti e altre concessioni. Ha modo di segnalarsi in diversi assedi e battaglie della guerra di Cambrai: dall’assedio di Brescia, alle battaglie di Creazzo,  Rovigo (accanto al d’Alviano), Oderzo, Cavarzere, Badia Polesine e sempre si distingue per la sua determinazione; nell’inverno del 1515 si ammala gravemente.

Nel marzo del 1516 muore, secondo alcuni a Padova, secondo altri a Venezia nel Palazzo Pisani sul Canal Grande, secondo altri ancora proprio nella tenuta di Creola dove nel frattempo era stata costruita la Chiesa di S. Maria del Carmine.

La facciata esterna della chiesa è davvero singolare, perché costituita dal caratteristico frontone curvilineo, unico nel padovano e ricorrente invece in molte fabbriche veneziane. Come per le chiese antiche, l’abside è volto ad oriente che stava per indicare Cristo “Sole nascente”.

Il campanile alto 20 metri, non poggia sul terreno ma si eleva sopra l’abside pentagonale; soluzione questa interessante ed insolita: sono infatti le volte interne del catino dell’abside a  sostenere la non leggera struttura del campanile.

L’edificio presenta pianta rettangolare ad unica navata sormontata da possente lunetta che si chiude ad oriente con il presbiterio e l’abside pentagonale con volta ad ombrello tinteggiata di blu, sul quale è situato l’unico altare, in marmo bianco di Carrara. (1)

Una chiesetta che non sarebbe certo passata alla storia se Alvise Pisani erede testamentario del patrimonio del Crivelli non avesse fatto costruire un prezioso sarcofago, in marmo bianco di Carrara che recentemente è stato attribuito a Lorenzo Bregno, proprio per contenere le spoglie del condottiero lombardo.

Originario del comasco, assieme al fratello Giovan Battista, operò soprattutto nel Veneto: ai due fratelli sono attribuiti il monumento Brisighella nella Basilica  dei Santi Giovanni e Paolo a Venezia, il monumento equestre a Leonardo da Prato al Santo a Padova e la statua “Benedetto Pesaro in armi” nella chiesa dei Frari a Venezia.

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Il sarcofago, sorretto da quattro colonnine, ha scolpita nella copertura la figura del condottiero con l’armatura e la spada allacciata sul fianco sinistro.

L’opera, vero gioiello d’arte veneta, è reputata uno dei capolavori del primo Cinquecento e venne esposta al Palazzo della Ragione a Padova alla mostra “Dopo Mantegna” del 1976. Nel catalogo della mostra si legge:

“La testa del condottiero posa sul cuscino con i capelli ondulati … Il volto è molto composto e assorto, ma non è rigido; è piuttosto morbido per la delicatezza dei passaggi sfumati. Lo scultore possiede una eccezionale maestria nel trattare il marmo riducendolo a significare i diversi gradi di consistenza dei vari materiali raffigurati: la cassa, la corazza, il volto e i capelli. Nello stesso modo ha saputo creare una forte suggestione nella figura di questo guerriero morto, tanto che l’opera va senza dubbio considerata una delle più alte tra le sculture venete del primo Cinquecento veneto.”

Nel sarcofago è incisa la dedica in latino:

A BENEDETTO CRIVELLI

FORTISSIMO COMANDANTE DI FANTERIA

PER LE SUE PRESTAZIONI ECCELLENTI

IN FAVORE DELLA REPUBBLICA VENETA

RICOMPENSATO CON GRANDI DONI

E SIMULTANEAMENTE DAL SENATO VENETO

NELL’ORDINE PATRIZIO ACCOLTO

ALVISE PISANO ESSERE

DEL SIGNOR PROCURATORE DI SAN MARCO

SECONDO IL TESTAMENTO DEL BENIFICIO.

MORI’ NEL 1516

Curioso lo stemma gentilizio che troviamo nel monumento: un crivello esplicito riferimento al cognome …

La chiesa e il sarcofago sono stati restaurati una quindicina d’anni fa e, giusto per non far mancare quell’alone di mistero che ha sempre circondato la figura di Benedetto Crivelli,  all’interno dell’urna non è stato trovato alcun scheletro.

Ettore Beggiato

Note

  1. Pagano L. – Saccolongo e Creola: storia ed arte – Saccolongo 2008 

#SCOTLAND – LA DICHIARAZIONE DI ARBROATH È VIVA E VEGETA NELLA SCOZIA MODERNA – di Gerry Hassan

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LA DICHIARAZIONE DI ARBROATH È VIVA E VEGETA NELLA SCOZIA MODERNA

di Gerry Hassan

già pubblicato su Scottish Review, 28 gennaio 2020

Quest’anno ricorre il 700° anniversario della Dichiarazione di Arbroath. Questo punto fondamentale e cruciale della storia scozzese, nella realizzazione della nostra Nazione e dell’immaginario collettivo, può dire ancora qualcosa ad ognuno di noi anche ai giorni nostri. Ha echeggiato negli anni, insieme a William Wallace, Robert the Bruce, Bannockburn e le guerre di indipendenza. Tutte queste cose sono parte fondante delle storie e dei miti in merito a cosa sia la Scozia e cosa significhi.

La Dichiarazione aveva lo scopo di garantire il riconoscimento da parte di Papa Giovanni XXII, che risiedeva ad Avignone, dell’indipendenza scozzese dal vassallaggio inglese di Edoardo II, figlio di Edoardo I, il presunto “Martello degli scozzesi”. Vista l’importanza, le parole e la retorica del documento hanno risuonato nei dibattiti su come la Scozia vede se stessa attraverso gli anni e su temi quali la nostra autonomia, l’autogoverno e la nazionalità.

Il grande storico della Scozia T.C. Smout nel suo testo di riferimento “Una storia del popolo scozzese” ha dichiarato sulla Dichiarazione che essa “esprime tutto il feroce nazionalismo del 14° secolo”, mentre Geoffrey Barrow in “Robert Bruce and the Community of the Realm of Scotland” scrisse che non poteva offrire “una visione più chiara del nazionalismo scozzese e del patriottismo nel 14° secolo”. Ted Cowan, autore di un testo di storia sulla Dichiarazione, ha affermato che il documento rappresenta “la prima articolazione nazionale o governativa, in tutta Europa, del principio della teoria contrattuale della monarchia che sta al centro del costituzionalismo moderno”.

La Dichiarazione è importante, parla ancora a noi e agli storici e alle loro numerose interpretazioni della Scozia. Tuttavia, questo schiacciante consenso non è del tutto universale oggi e lo era ancora meno nel passato. Il significato della Dichiarazione è cresciuto e scemato nel corso degli anni, ed è stato a volte emarginato, poi riscoperto e reinterpretato.

Si possono infatti trovare diverse Dichiarazioni di Arbroath, dopo che il documento originale fu firmato da un’assemblea di nobili nell’Abbazia di Newbattle nel marzo 1320 e che il testo finale fu inviato da Bernardo di Linton, Cancelliere di Scozia e Abate di Arbroath, in data 6 aprile 1320.

Infatti, la Dichiarazione fu riscoperta e recuperata quando il testo latino originale fu pubblicato nel 1680. Il contesto del periodo era quello dei decenni precedenti il Trattato dell’ Unione del 1707, e in quegli anni diverse autorità inglesi stavano ancora cercando di contestare la posizione di indipendenza scozzese, con il Parlamento scozzese che rispondeva pubblicando e invocando la validità di vari documenti che indicavano la Scozia come una Nazione con un Governo proprio.

Nella storia della Scozia post-1707, la Dichiarazione è stata vista come uno dei pilastri che contribuiscono alle differenti visioni del modo in cui intendiamo la Scozia come Nazione e Comunità ed è letta come tale, ed utilizzata,  sia  dagli unionisti sia dai nazionalisti. Era tale il dominio dell’Unionismo fino agli ultimi decenni che i testi chiave come la Dichiarazione sono stati utilizzati come uno sfondo per la tradizione politica ed informativa dell’Unionismo scozzese.

Questo è il modo in cui i precedenti e significativi anniversari sono stati segnati, come ad esempio il 600° nel 1920 e il 650° nel 1970. Ma dopo quest’ultimo, iniziò ad apparire un certo  dissenso con la visione che trasformava Arbroath in una cosa tipicamente di basso livello, come indicava la posizione dall’allora Segretario di Stato Willie Ross, a cui piaceva vedersi come un moderno “Hammer of the Nats”. In questo contesto, l’attivista nazionalista Wendy Wood si alzò in piedi e, mentre Ross stava per iniziare il suo discorso, pronunciò una sola parola “Ipocrita” che echeggiò nell’abbazia silenziosa, fu ascoltata da tutti e interruppe il cerimoniale.

Questo anniversario – il 700° – assume un ruolo significativo data l’attualità costituzionale della Scozia, la sua natura controversa, e la realtà dell’Unione e della politica nel Regno Unito. Ha visto la gradita pubblicazione da parte della Saltire Society del libro “The Illustrated Declaration of Arbroath”, una edizione meravigliosamente prodotta e progettata, scritta e redatta da Andrew Redmond Barr. Inoltre, il classico di Ted Cowan “The Declaration of Arbroath 1320: For Freedom Alone” è stato ristampato in una nuova edizione.

Andrew Redmond Barr illustra il motivo per cui ha scritto il suo racconto, sostenendo che  “tutti i libri esistenti sulla Dichiarazione erano di natura accademica” e che ha intrapreso questo progetto “nella visione che la nostra Storia ha bisogno di spazio per uscire dal mondo accademico e che l’interpretazione artistica può aiutare la nostra comprensione del passato “.

Egli ritiene che il documento, e i molteplici miti e letture dello stesso, significano che “ha ha avuto influenza su persone diverse in momenti diversi, spesso per ragioni molto diverse”. Egli osserva che “la Dichiarazione proviene da un tempo e da un luogo specifici, ma parla anche di idee di libertà e umanità nel modo più ampio e universale, rendendola facilmente comprensibile, anche secoli dopo, ben oltre i confini della Scozia”.

Cosa ancora più importante, Barr ritiene che il documento sia ancora estremamente rilevante: “La Dichiarazione non è solo una delle pietre miliari principali dell’identità scozzese, ma è anche il documento originale del pensiero democratico scozzese, un cui filone che si è fatto strada attraverso secoli di cambiamento culturale e politico fino a questo momento”.

L’importanza di un documento del 1320 deve essere gestita con cura. La Scozia ovviamente non era allora una democrazia in alcun senso della parola. La Dichiarazione riguarda una disputa negli stretti confini delle classi dirigenti e delle élite di Scozia e Inghilterra – e quindi ha legami con Runnymede e la Magna Carta del 1215, il potere di baroni e monarchi, e la questione del vassallaggio e delle rivendicazioni del Re inglese nei confronti del trono scozzese. Parla anche di una tradizione di cittadinanza molto maschilista, come possono notare tutti e che fu criticata in analisi femministe come “The Sexual Contract” di Carole Pateman.

Tenendo conto del contesto del 1320 e che in quel momento questo non era un documento con parole o intenti che miravano ad invocare la nozione di sovranità popolare – perché era un concetto alieno per tutti gli interessati,  dai baroni scozzesi e dal re sino agli inglesi –  nessuna affermazione nel suo significato rimane fissa e statica nel tempo.

Piuttosto la Dichiarazione, come molti altri testi storici chiave nel mondo, ha  attraversato la Storia successiva; il potere delle parole al suo interno e la retorica politica che ha invocato ne hanno fatto un documento vivente e importante nel presente, citato sempre più: “Fino a quando un centinaio di noi rimarrà in vita, non saremo mai soggetti alla signoria degli inglesi. In verità non è per la gloria, né per le ricchezze, né per gli onori, che stiamo combattendo, ma per la libertà, solo per quello, cosa a cui nessun uomo onesto rinuncia, anche offrendo la vita stessa”. Queste parole all’epoca respingevano l’assolutismo dei tempi e il diritto divino dei re e proponevano una forma condizionale, contrattuale di costituzionalismo, monarchia e potere, rendendola un documento audace, radicale e persino rivoluzionario.

Non dovrebbe sorprendere che la Dichiarazione – che in realtà non riguardava concetti di vasta portata come la sovranità popolare – possa essere rivalutata e letta sotto questa luce. Ha contribuito al distinto sviluppo di una tradizione politica e regale scozzese, che ha costantemente rifiutato di essere assimilata anche nei tempi successivi all’interpretazione dell’unionismo.

Nonostante tutto ciò, la Dichiarazione ancora oggi – pur rimanendo fonte di ispirazione per molti ed un punto di riferimento centrale – produce un certo imbarazzo, il desiderio di girare pagina e di non essere citata come un documento di ispirazione nazionalista. Potresti pensare nella Scozia di oggi che i responsabili di ciò siano i soliti sospettati, i Tories e il Partito Laburista,  perpetuamente imbarazzato su tutto ciò che è scozzese; ma se si pensasse questo, si avrebbero delle sorprese.

I principali colpevoli sul silenzio sul 700° anniversario della Dichiarazione sono incredibilmente gli attuali dirigenti del SNP. Non è prevista, mentre scrivo alla fine di gennaio 2020, quando mancano alcuni giorni prima che il Regno Unito lasci l’UE e la Scozia venga trascinata fuori dall’UE contro la sua volontà democratica, nessuna grande commemorazione o celebrazione nazionale di questo importante avvenimento e documento, oltre l’annuale ricordo ad Arbroath.

Dal governo scozzese e dallo SNP, dal primo ministro Nicola Sturgeon e dal segretario alla Cultura Fiona Hyslop, non c’è altro che un silenzio assordante e imbarazzante. È come se avessero fatto una inversione di marcia ad U nella rabbia scozzese. Nel passato, abbiamo dovuto parlare di questa cosa e evidenziarla per sfondare il muro del silenzio della Scozia ufficiale e rivendicare questi punti chiave come appartenenti al popolo e ricordarli nel corso degli anni a tutti noi fino al presente. Ma dopo aver fatto ciò, il moderno SNP sembra avere un imbarazzo per cose che sono evidentemente troppo scozzesi, romantiche, sentimentali e kitsch. È quasi come se ci fossimo tutti agitati per uscire dalle nostre celle, ed ora vogliono che ritorniamo dentro e che diventiamo educati e rispettabili, per la paura che qualcuno possa rimpiangere “Braveheart”.

Questo assordante silenzio è stato notato in ambienti avversari. Magnus Linklater, certamente non un amico dello SNP, ha scritto in “The Times” un paio di settimane fa che: “Un documento pieno di cose emotive sulla libertà non si avvicina all’immagine dello SNP di oggi: potrebbero essere attirati dalle ricchezze , ma non tanto dalla gloria”.

Ha continuato dicendo con parole di penetrante accutezza che “un Paese che non si interessa alla sua storia non riesce a trarne gli insegnamenti. C’è una mancanza di curiosità intellettuale, e una preoccupante diluizione di cultura e identità”.  Il giornalista Hugh Andrew, che dirige Birlinn, lo ha espresso in modo conciso quando ha chiesto: “Sono l’unico a trovare straordinario che un governo nazionalista non riesca a riconoscersi, per celebrare uno dei grandi documenti del mondo intero su nazionalità e libertà?”

C’è una tensione evidente che attraversa il moderno SNP e che causa tutto ciò, e si evidenzia tra nazionalismo culturale e politico. Lo SNP come abbiamo imparato a conoscerlo nel  post-Hamilton è radicato nell’essere un partito con poco o niente a che vedere con il movimento precedente. In effetti, basta guardare il vuoto culturale nella politica della governance del partito per più di un decennio. Lo SNP si basa sulla rispettabilità, la competenza e il “qui ed ora”, senza notare che questo non è mai sufficiente in politica per parlare della causa dell’indipendenza.

La Dichiarazione riguarda tutti noi. Va oltre le affermazioni di politici e parlamenti. Stiamo giocando sul sicuro, citando le ultime parole d’ordine su “crescita sostenibile”, “benessere” e “giustizia sociale”, mentre facciamo poca azione sostanziosa sulle stesse. E siamo più che preoccupati di come siamo ritratti da persone all’interno o all’esterno della Scozia, che cercano di metterci in imbarazzo ed impedirci di avere un dibattito maturo su come gestiamo i nostri affari.

Abbiamo un patrimonio condiviso, dal quale possiamo attingere e del quale anche chi arriva da noi può far parte. Abbiamo tradizioni inclusive e punti di riferimento, indipendentemente dal panorama circostante, per sapere da dove veniamo ed avere un nostro punto di vista sull’attuale questione costituzionale.

L’importanza della Dichiarazione è che ci ricorda da dove veniamo, chi siamo ora e di cosa facciamo tutti parte. Siamo nella migliore delle ipotesi una Nazione in grado di porre questioni penetranti, di metter in campi solidi argomenti e principi che risuonano negli anni, parlando come  fece Wendy Wood tutti quegli anni fa nel silenzio dell’abbazia e dicendo ciò che doveva essere detto. .

Dobbiamo riaccendere e ripristinare quelle caratteristiche nel presente. Dobbiamo ricordare da dove veniamo, perché siamo qui e quali sono le nostre storie collettive, canzoni, poesie, miti e folklore. La Dichiarazione di Arbroath fa parte di ognuno di noi e dovremmo celebrarla e agire sulla base della sua eredità duratura. Facciamo tutti parte di qualcosa di più grande, più ricco e più nobile del presente.

L’AUTORE

prof. GERRY HASSAN

Gerry Hassan (nato nel 1964) è uno scrittore, commentatore e accademico scozzese. Attualmente è Senior Research Fellow in Storia Scozzese Contemporanea all’Università di Dundee; in precedenza è stato Senior Research Fellow presso l’Institute for Public Policy Research Scotland e Research Fellow in Politiche Culturali presso la University of the West of Scotland, dove ha completato il dottorato.  È associato a Demos dove ha diretto i programmi Scotland 2020 e Glasgow 2020 e a OpenDemocracy. Ha scritto ampiamente su organi della stampa scozzese e britannica, tra cui The Scotsman, The Herald, Holyrood, Sunday Mail e The Guardian, su argomenti e questioni relative al Regno Unito, in particolare alla Scozia.