#Syria #News – L’ONU DENUNCIA IL MASSACRO DELLA POPOLAZIONE ALAWITA (mentre la Turchia continua a perseguitare i curdi) – di Gianni Sartori

elaborazione su immagine @ Moawia Atrash/Dpa/AP

Dato che evidentemente “grande è la confusione sotto il cielo”, nei giorni immediatamente successivi al recente massacro di civili alawiti operato in Siria da bande jihadiste filogovernative, qualcuno (in polemica con le proteste anti-israeliane per le stragi genocide operate a Gaza da Tsvá haHaganá leYisraél) aveva così commentato le immagini delle vittime alawite (civili, famiglie intere): “Il tutto senza reazioni furenti da parte dell’ONU o manifestazioni di protesta nelle nostre piazze contro il genocidio”. E invece l’ONU ora sappiamo che stava già raccogliendo prove e testimonianze. L’Alto Commissariato dell’ONU ai diritti umani (HCDH) ha infatti denunciato che “intere famiglie sono state assassinate nella zona costiera siriana nel corso di una operazione di pulizia etnica contro la popolazione alawita e le altre minoranze del paese”. La Commissione onusiana ha potuto documentare la morte di almeno 111 civili (90 uomini, 18 donne, tre bambini), ma le verifiche sono ancora in corso e sicuramente il conto finale sarà ben più alto (nell’ordine delle migliaia).

Tanto che l’Osservatorio siriano dei diritti dell’uomo (OSDH/SOHR) ha già documentato almeno 1093 casi di civili assassinati nel corso di una quarantina di attacchi.

Come ha sottolineato in conferenza stampa il porta-voce di HCDH a Ginevra Thameen Al-Khaita, in diverse occasioni sono state sterminate “intere famiglie, bambini e persone estranee ai combattimenti, colpendo soprattutto i villaggi a maggioranza alawita”.

E spesso si trattava di “esecuzioni sommarie perpetrate su base settaria”. Inoltre molte persone, stando alle testimonianze raccolte, sono state abbattute davanti ai familiari.

L’Alto Commissariato ha poi denunciato anche i saccheggi successivi alle stragi. Mettendo in guardia dai messaggi di odio diffusi in rete e dalla sistematica opera di disinformazione che – entrambi – contribuiscono ad alimentare le tensioni minando la coesione sociale siriana.

Intravedendo (forse troppo ottimisticamente) una soluzione, un superamento nella rapida integrazione delle milizie nell’esercito siriano. Ovviamente un richiamo severo andrebbe rivolto anche alla Turchia che continua a colpire indiscriminatamente la popolazione del Rojava. Nella notte tra il 16 e il 17 marzo un drone turco ha ucciso nove persone: padre, madre (Osman Barkal Abdo e Ghazala Osman Abdo) e sette dei loro figli (Ahin, Dijla, Delovan, Yasser, Aziza, Saleha e Avesta Osman Abdo).

Altri due bambini (Ronaida e Narin Osman Abdo) sono rimasti gravemente feriti.

Gli attacchi erano rivolti contro i villaggi curdi di Qomji e di Barkh Butan a sud di Kobane.

Del resto, nonostante l’importante appello di Abdullah Öcalan alla “pace per una società democratica” e il gran parlare di una possibile “soluzione politica” della questione curda, Ankara non demorde nemmeno “in casa”. Soprattutto – come è ovvio – nei confronti dei prigionieri curdi.

Come confermano le recenti rivelazioni in materia di violazione dei diritti umani nella prigione di Silivri n° 5 di Istanbul. Stando alle testimonianze rese dai detenuti stessi (tramite i loro avvocati) all’Agenzia di Mesopotamia (MA) sarebbero oggetto di “attacchi diretti (specialità questa del Team Ready Force – Forza di intervento rapida nda), insulti, intimidazioni, violazioni e pressioni da parte degli agenti penitenziari”. Tra continue perquisizioni nelle celle operate da gruppi numerosi di agenti (da 30 a 40) e confische di tutto ciò che arbitrariamente viene classificato come “di uso non previsto”. Stando a quanto dichiarano i prigionieri, molti interrogatori verrebbero falsificati e i detenuti sottoposti a inchieste disciplinari per impedir loro di esercitare il diritto alla difesa. Allo scopo evidentemente di tenerli in cella anche in mancanza di prove (in qualità di ostaggi?).

Gianni Sartori

#Veneto #Ambiente – ENNESIMO ABBATTIMENTO DI GRANDI ALBERI NEL BASSO VICENTINO – di Gianni Sartori

E ora “finalmente” lo sguardo può scorrere liberamente anche in questo tratto di residua, desolata campagna veneta (ultimi brandelli di suolo non totalmente cementificato dell’hinterland vicentino) tra Montruglio e il Bisatto. Senza interferenze da parte dell’incongrua (stando ai parametri dominanti) siepe che per dimensioni e composizione evocava quelle del “bocage” bretone. Dove alcune maestose querce (presumibilmente secolari, ognuna un ecosistema a sé) convivevano con ontani e platani. Lasciando il desolante spettacolo di una fascia di terreno nudo e dilavato dove, tra le cataste dei rami e dei tronchi, spiccano i moncherini delle querce mozzate.

Scorrere liberamente, dicevo, tra capannoni, villette, allevamenti intensivi (polli) e campi di soia. Terreni da cui è scomparsa quasi ogni traccia di biodiversità (sia per la cementificazione-impermeabilizzazione che per i trattamenti chimici). Con sullo sfondo le cave di Albettone a completare il quadro desolante.

Piante abbattute, decapitate, rase al suolo. Non si capisce se in coincidenza con il restauro di un’abitazione o per aver voluto estendere alla pianura l’opera di “energica pulitura” degli “scaranti” (che però sfociano a valle a circa due chilometri di debita distanza). Optando per l’abbattimento invece della semplice potatura.

Eppure anche recentemente (con un bando pubblico del febbraio 2025) si dichiarava di voler “promuovere la gestione attiva delle “infrastrutture verdi”, ovvero formazioni lineari arboreo-arbustive quali fasce tampone e siepi con connessa fascia erbacea di rispetto”.

Tanto che sorge un dubbio (visti alcuni precedenti come qualche anno fa sul tratto iniziale del Tesina, prima disboscato e cementificato e poi rinaturalizzato con contributi europei). Non è che poi verrà finanziato con denaro pubblico il ripristino ambientale?

Con la definizione di “fasce tampone”, specificava il Bando, ci si riferisce ad ”impianti polispecifici arborei e arbustivi monofilari o plurifilari, caratterizzati, per ciascun filare dalla presenza di una fascia erbacea costantemente inerbita di rispetto. Tali formazioni lineari devono risultare interposte tra l’area destinata ad utilizzo agricolo e la rete idraulica aziendale e/o interaziendale (corpi idrici, corsi d’acqua, fossi o scoline)”.

Spiegando – caso mai ce ne fosse bisogno – che “queste infrastrutture ecologiche concorrono al disinquinamento delle acque superficiali, grazie all’importante azione di fitodepurazione che sono in grado di svolgere, e parallelamente alla mitigazione degli impatti collegati alle attività agro-zootecniche sui terreni coltivati”.

Siepi che rappresentano l’indispensabile corridoio ecologico per il riparo e gli spostamenti della fauna di questi habitat (insetti, rettili, anfibi, uccelli, mammiferi…) alcuni dei quali protetti dalla Direttiva Habitat. Contribuendo inoltre al mantenimento del paesaggio tradizionale.

Risaliva invece al 2023 un intervento per la “gestione attiva formazioni arboreo arbustive” che prevedeva “pagamenti per ettaro di superficie, per cinque anni, per la gestione attiva di infrastrutture ecologiche allo scopo di migliorare la qualità delle acque superficiali e sotterranee, potenziare le connessioni ecologiche, sostenere la biodiversità in aree agricole, riqualificare i paesaggi agrari semplificati ed aumentare la capacità di fissazione della CO2 atmosferica”.

Ma evidentemente qualcosa non ha funzionato. Perlomeno dove il ripristino ambientale era già avvenuto spontaneamente (scampando alle bronzee leggi del mercato e della monocultura) come nel nostro caso.

Ovviamente, conoscendo il basso vicentino, è inutile sperare in una per quanto simbolica sollevata di scudi, in una se pur minima indignata protesta. Come avvenne giusto un anno fa (febbraio 2024) nel trevigiano.

Quando, dopo i precedenti di via Centole a San Sisto, Lipu Treviso, WWF Terre del Piave Treviso Belluno, i circoli di Legambiente Treviso e Piavenire presentarono formale segnalazione agli enti pubblici sull’abbattimento della siepe in vicolo De Biasi a Carbonera (in prossimità del Rio Boeto).

Gli ambientalisti lo definirono un “vero e proprio sterminio delle siepi” (forse un riferimento al controverso filosofo tedesco Martin Heidegger che parlava di “sterminio dei campi dopo i campi di sterminio”).

Ribadendo che “preservare le siepi è cosa di interesse pubblico, non solo dell’ambiente ma anche della comunità umana”. Ma dovendo comunque assistere loro malgrado all’ennesimo ecocidio: l’abbattimento delle residue siepi riparie la cui integrità garantiva l’indispensabile continuità nel formare corridoi ecologici di cui flora, fauna e umani hanno bisogno (ne siano, gli abitanti, consapevoli o meno).

Dopo i precedenti dei cedri di Villabalzana e del bosco planiziale cresciuto spontaneamente lungo la ex ferrovia Treviso-Ostiglia (ugualmente rasi al suolo nel 2024) anche il 2025 si preannuncia come un anno di abbattimenti arborei nel vicentino. Quousque tandem?

 Gianni Sartori

#Kurds #News – NONOSTANTE LA POSITIVA ACCOGLIENZA INTERNAZIONALE DELL’APPELLO ALLA PACE, LA CJUE RESPINGE IL RICORSO DEGLI AVVOCATI DEI KURDI – di Gianni Sartori

Va continuamente allungandosi l’elenco di quanti hanno salutato con favore l’appello di Abdullah Öcalan alla pace e a una società democratica (27 febbraio 2025).

Per dirne solo un paio quasi agli antipodi: dalla sinistra basca abertzale (EH Bildu, il sindacato LAB…) a Massimo d’Alema.

E non solo tra gli amici dei curdi, ma anche tra chi finora esprimeva grande ostilità nei loro confronti. Per esempio sarebbe stato valutato positivamente (“è andato oltre le nostre aspettative”) dal leader della destra nazionalista (Mhp) Devlet Bahceli, alleato di Erdogan.

Chi invece sembra non aver colto che forse ancora una volta “i tempi stanno cambiando” (“The Times They Are A-Changin” – Bob Dylan – 1964) è la Corte di Giustizia dell’Unione Europea (CJUE).

Infatti il 13 marzo ha nuovamente rigettato (per la quinta volta) il ricorso, basato su cinque obiezioni, degli avvocati del PKK contro la decisione del Consiglio d’Europa di mantenerne l’inserimento nella lista delle organizzazioni terroristiche.

Per i legali che avevano fatto ricorso contro tale decisione, vi sarebbero infatti sia errori in materia di diritto, sia motivazioni ormai obsolete (dato il nuovo corso intrapreso – e non da ora – dal PKK con l’adesione ai principi del Confederalismo democratico). Inoltre le misure adottate contro il movimento curdo sarebbero quantomeno sproporzionate.

Ma niente da fare. La CJUE non ha sentito ragioni e il PKK rimane nella lista nera. Almeno per l’Unione europea.

Nel frattempo nel nord della Siria la situazione rimane “calda”.

L’Ufficio stampa delle FDS (Forze Democratiche Siriane) ha diffuso un comunicato denunciando come la Turchia perseveri, anzi vada intensificando, gli attacchi. In particolare contro la diga Tishrin e il ponte di Qarqozaq.

Mentre gli scontri andrebbero attenuandosi (condizionale d’obbligo dopo i recenti massacri di civili alauiti) in altre zone della Siria, nel nord e nell’est da oltre tre mesi Ankara e i suoi ascari non demordono.

Continuando ad attaccare e bombardare (con aerei, droni armati e “suicidi”, artiglieria…). E incontrando comunque la ferma e fiera resistenza delle FDS.

In questi giorni l’artiglieria turca ha colpito duramente nell’area rurale di Manbij, danneggiando seriamente gli insediamenti civili. Numerosi attacchi aerei anche contro alcuni villaggi (al-Tina, Ja’dah, Dekan, Bir Hissou, Melha, al-Sana’, Ghasq…) e sulle colline di Saifi e Qarqozaq Ovviamente si contano morti e feriti sia tra i combattenti che tra la popolazione. Alcune persone inoltre sarebbero rimaste intossicate da gas esplosivi tossici.

Da parte delle SDF si è risposto con attacchi contro le fortificazioni degli invasori fin sulla riva ovest dell’Eufrate.

 Gianni Sartori

#Kurds #Europe – GERMANIA: INASPRIMENTO REPRESSIVO NEI CONFRONTI DEI CURDI – di Gianni Sartori

elaborazione su immagine fonte @ ANF

Il 12 marzo la polizia tedesca ha arrestato diversi attivisti curdi nel corso di perquisizioni nella sede di un centro comunitario curdo e di alcune abitazioni a Kiel e a Lübeck. Alle 5,30 del mattino con ampio spiegamento di forze e con l’ausilio dei cani. “Sfondando le porte, saccheggiando gli appartamenti, sequestrando telefoni e documenti”. Stando almeno ai comunicati di Defend Kurdistan Kiel (diffuso pubblicamente da Annette Tunde) e di Rote Hilfe Kiel (diffuso da Anja Sommerfeld), due organizzazioni che hanno espresso solidarietà agli arrestati. Mostrando inoltre (sempre stando ai comunicati) “poco riguardo per i familiari non accusati, tra cui bambini e persone malate”.

Gli arrestati sono accusati in base agli articoli 129a e 129b del codice penale tedesco di aver agito a favore del PKK. Ma per le associazioni curde si tratterebbe di attività del tutto legali, quali manifestazioni, eventi culturali e raccolta di fondi: “in difesa dei diritti dei curdi e e per la democratizzazione della società”.

Perlomeno strano che questo avvenga in coincidenza con il cessate-il-fuoco dichiarato dal PKK e con l’avvio di un processo di pace tra movimento curdo e Stato turco.

Il giorno successivo due richiedenti asilo curdi (Adnan Kaplan e Engin Alkan) venivano consegnati dalla Germania alla Turchia in quanto secondo i giudici “le condizioni nelle prigioni turche sono migliorate e la Turchia è un paese prospero e sicuro”. Buono a sapersi, anche se qualche dubbio in proposito è legittimo.

Adnan Kaplan e Engin Alkan (richiedenti asilo in Baviera che erano stati portati nel centro per il rimpatrio di Monaco il 5 marzo) sono stati estradati il 13 marzo.

Arrestato ancora minorenne a Istanbul nel corso di una manifestazione, Adnan Kaplan aveva trascorso diversi mesi nel carcere minorile di Maltepe nel 2011.

Uscito dal carcere era rimasto paralizzato alla gamba e alla mano sinistra per una emorragia cerebrale (non si esclude a causa dei maltrattamenti subiti). Era giunto in Germania nel 2023 sia per ragioni di salute che per sfuggire alla repressione (rischia una condanna a 22 anni di carcere), ma la sua domanda veniva respinta.

Invece Engin Alkan aveva lasciato la Turchia ancora nel 2019. Accusato di appartenenza al PKK, ha già subito una condanna a otto anni e verrebbe sottoposto ad almeno altri quattro processi.

Gianni Sartori