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#7NotePerUnaNuovaEuropa #Corsica #Catalunya
#Americhe #Venezuela – IN MORTE DI DOUGLAS BRAVO – di Gianni Sartori

Conosciuto (perlomeno da quelli della mia generazione, da chi aveva 15-16 anni nel 68) anche per essere stato citato da Che Guevara (vedi a pag. 24 di “Creare due, tre…molti Vietnam è la consegna dei popoli”, un opuscolo pubblicato dalla Lega della Gioventù Comunista (m-l) ancora nel 1967, poco prima della morte del CHE in Bolivia)*.
Si parva licet, anche da Saverio Tutino (come in “Mentre…La vera storia degli ultimi vent’anni”, un articolo del 1974 poi inserito in “Da Kennedy a Moro” edizioni Studio Tesi, vedi a pag. 10).
Douglas Bravo era nato nel 1932 a Cabure nello stato del Falcon e fin da giovanissimo si impegnò nelle lotte della sinistra e con il Partido Comunista de Venezuela (PCV). Nel marzo del 1962 (all’epoca della presidenza di Romulo Betancourt) aveva fondato il Frente Guerrillero José Leonardo Chirinos e fu alla guida del Partido de la Revolucion Venezolana (PRV) fin dalla separazione dal PCV.
Prese parte, inoltre, alla formazione delle Fuerzas Armadas de Liberacion Nacional (FALN) in cui confluirono sia militanti entrati in dissidio con il PCV sia la componente più di sinistra del partito socialdemocratico Accion Democratica (gli appartenenti al Movimento de Izquierda Revolucionaria).
Di fatto il FALN operava come braccio armato del PRV, scontrandosi con l’esercito all’epoca dei governi di destra degli anni sessanta e settanta. Non bisogna dimenticare che i militari dell’epoca – subalterni all’imperialismo statunitense e garanti dell’ingiusto ordine sociale vigente in Venezuela – si resero responsabili di molteplici violazioni dei diritti umani.
Douglas Bravo contribuì alla costituzione di Ruptura, un movimento politico diretto da Argelia Josefina Melet Martucci de Bravo (sua moglie) e da Angel j. Marquez.
Tra i documenti scritti di suo pugno, alcuni risultarono lungimiranti e fondamentali non solo per la storia del Venezuela, ma forse per l’intera America Latina: Documento de la Montaña, Carta al Comité Central, Insurrección Combinada, Amplio Teatro de Operaciones, Nueva Etapa Operativa, La Cuestión Continental, El Viraje Táctico, Una Nueva Experiencia, Problemas Militares, La otra crisis, La otra via, Tercer Camino…
* nota 1: ovviamente si trattava della traduzione dell’appello del CHE (“Crear dos, tres…muchos Vietnam – Mensaje a los pueblos del mundo a través de la Tricontinental” pubblicato nell’aprile del 1967 a Cuba
#7NotePerUnaNuovaEuropa #Països Catalans
#KURDS #REPRESSIONE – PER AMNESTY INTERNATIONAL IL TRATTAMENTO A CUI VIENE SOTTOPOSTA ZEYNAB JALALIAN EQUIVALE ALLA TORTURA – di Gianni Sartori

La denuncia è arrivata due giorni fa direttamente da Amnesty International.
Lo Stato iraniano starebbe applicando una subdola forma di tortura ai danni della prigioniera politica curda – militante per i diritti delle donne – Zeynab Jalalian. Infatti le vengono sistematicamente rifiutate quelle indispensabili cure che potrebbero contenere perlomeno i sintomi delle varie patologie croniche di cui è affetta. Ricattandola con la possibilità – peraltro ipotetica – di riceverle in cambio di una pubblica confessione (di quali colpe non è ben chiaro) alla televisione. In sostanza viene ulteriormente punita per essersi rifiutata di fare “autocritica”, esprimere pentimento per la sua passata militanza politica e di collaborare con i servizi segreti.
Arrestata nel 2008 per supposta appartenenza al PJAK (Partito per la vita libera in Kurdistan, gruppo curdo di opposizione armato) – accusa da lei sempre rigettata – Jalalian era stata duramente picchiata dai militari che l’avevano sequestrata sulla strada tra Kermanshah e Sanandaj.
In seguito veniva torturata come ritorsione per il suo rifiuto di autoaccusarsi pubblicamente di appartenenza al PJAK. Condannata a morte dal tribunale “rivoluzionario” (?!?) di Kermanshah per “inimicizia contro Dio”, la sua pena venne convertita in ergastolo dalla Corte d’appello.
E questa politica repressiva nei confronti di Zeynab si è mantenuta inalterata da tempo, anche dopo che ha contratto il coronavirus (in una prigione di Teheran) e che gli esami medici hanno documentato la presenza di inquietanti macchie scure nei suoi polmoni.
Inoltre le è stato rifiutato il trasferimento in una prigione più vicina al domicilio della famiglia (a sua volta sottoposta a ritorsioni e rappresaglie) nella provincia dell’Azerbaijan iraniano.
Inizialmente rinchiusa nel carcere di Khoy (nella sua provincia natale dell’Azerbaijan occidentale), nel 2020 veniva portata in quello di Shahre Rey, vicino a Teheran.
Dopo uno sciopero della fame veniva nuovamente trasferita in una prigione della provincia di Kerman, in completo isolamento per tre mesi e senza possibilità di contatti con i familiari.
Nel comunicato di A.I. si afferma che “questo rifiuto intenzionale delle cure mediche le sta causando forti dolori, in quanto già sofferente di gravi problemi di salute, tra cui difficoltà respiratorie come conseguenza del Covid 19”. Per cui l’organizzazione umanitaria ne chiede l’immediata scarcerazione.
Sul caso era intervenuto nel 2016 anche il Gruppo di lavoro delle Nazioni unite che si occupa delle detenzioni arbitrarie. Sostenendo che “anche qualora le attività di Zeynab Jalalian avessero goduto del sostegno del PJAK, non esiste alcuna prova che lei sia mai stata coinvolta, direttamente o indirettamente, nel braccio militare del PJAK”.
Gianni Sartori
#7NotePerUnaNuovaEuropa #Catalunya
#Contadini #Repressione – INDIA: morte di una prigioniera politica da sempre a fianco dei contadini – di Gianni Sartori

Conosciuta come “Bhoomi” (Maoista), la prigioniera politica Kanchan Narvaware è morta in carcere il 24 gennaio.
Forse, in questo momento di aspre lotte dei contadini contro le politiche di “liberalizzazione” (deregulation) dei mercati agricoli, non è solo una coincidenza.
Era stata tra i fondatori – e poi dirigente – di Deshbhakti Yuva Manch, un’organizzazione di Chandrapur contro cui il governo indiano ha operato sempre molto duramente. Considerandola, a torto o a ragione, come una “organizzazione del fronte”, ossia una vetrina politica del partito comunista maoista clandestino.
Non solo una coincidenza dicevo, visto e considerato che la militante morta all’età di 37 anni era nota soprattutto per avere, già dal 2004 analizzato e quantificato le ripetute ondate di suicidi, per disperazione, di contadini e agricoltori. Da allora, ancora giovane studentessa, era divenuta bersaglio privilegiato della repressione statale.
Una situazione, quella disagiata dei contadini indiani, nel frattempo ulteriormente peggiorata.
Anche la settimana scorsa si erano scontrati con le forze di polizia – mettendole in fuga – dopo aver letteralmente invaso il “Forte Rosso” (risalente al XVII secolo) a New Delhi durante l’ennesimo “raduno di trattori”.
Altri scontri (con lanci di granate lacrimogene e pesante uso dei manganelli da parte della polizia) erano avvenuti nel corso della giornata quando i manifestanti si stavano dirigendo verso il centro della città.
E non solo loro si rivoltano contro le politiche governative.
Alla fine di gennaio migliaia di insegnanti di Agartala rimasti disoccupati, accampati ormai da quasi due mesi davanti alla sede del governo dello Stato del Tripura, hanno reagito con forza al tentativo della polizia di devastarne le tende per allontanarli. Ne sono stati arrestati oltre 220 e un centinaio sono rimasti feriti. Così come una quindicina di poliziotti.
Gianni Sartori
