#Iran #Opinioni – NEL 1979 LA RIVOLUZIONE DEL POPOLO IRANIANO VENNE SCIPPATA DA KHOMEINY & C., POTREBBE RIPETERSI CON QUELLA IN CORSO? – di Gianni Sartori

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Recentemente una militante iraniana anti-regime (di cui riporto solo le iniziali, D.Z., per ovvie ragioni) ha dichiarato che “nel 1979, in nome dell’anti-imperialismo, molti intellettuali francesi avevano dato il loro sostegno a Khomeiny (all’epoca rifugiato in Francia nda).  Attualmente gli stessi (intesi come categoria, ma in qualche caso si tratta veramente delle stesse persone nda) appoggiano il neofascismo iraniano (presumo si riferisca ai nostalgici della dinastia di Mohammad Reza Pahlavi, quella asservita all’Occidente, quella che reprimeva il popolo iraniano e con particolare brutalità le minoranze etniche e religiose, quella della Savak (*)…nda) in nome della difesa dei diritti delle donne d’Iran”.

In effetti stiamo già assistendo non a una, ma a una doppia espropriazione. A una sorta di confisca nei confronti della rivolta scoppiata dopo la morte della giovane Jina Amini (Masha era il nome imposto dai funzionari persiani, Jina quello curdo) nella città curda di Zaqqez. Almeno in Europa, talvolta i manifestanti con bandiere curde e ritratti di Ocalan, sono stati fatti allontanare (o almeno ci hanno provato) dalle iniziative di solidarietà con gli insorti del Rojhilat (il Kurdistan sottoposto all’amministrazione di Teheran)e dell’Iran.

Non solo. L’utilizzo pressoché generalizzato dello slogan “Donna, vita, libertà” lo ha di fatto banalizzato. Riducendolo ad una generica richiesta di emancipazione, di “pari opportunità” etc e svuotandolo del suo significato profondo, frutto di una elaborazione più che ventennale. Ossia la messa in discussione del patriarcato, del capitalismo, del Potere comunque inteso e anche della forma-Stato. 

Una elaborazione che vede nella subalternità imposta alle donne, coeva alla nascita dell’agricoltura e dell’allevamento, un evento le cui origini risalgono almeno a cinque-seimila anni fa (se non addirittura a diecimila).

Qualcosa insomma di assai profondo e radicato. Per il cui superamento è richiesto un livello di consapevolezza – e di militanza, ca va sans dire -che vada ben oltre una generica presa di posizione in materia di abbigliamento o di accesso ai social.

Ovviamente ora come ora non è facile prevedere quali saranno gli sbocchi dell’estesa ribellione.

Sarebbe comunque paradossale che – qualora risultasse vittoriosa – anche l’odierna rivoluzionevenisse svuotata della sua valenza progressista (come avvenne nel 1979 a favore della teocrazia).

In questi ultimi giorni del 2022 sono le componenti filo monarchiche (notoriamente reazionarie, se non apertamente fasciste), rifugiate nei paesi occidentali, quelle che corteggiano con maggiore insistenza i governi europei e statunitense per ottenerne il sostegno.

Quelle che maggiormente scalpitano, spacciandosi per difensori del popolo oppresso iraniano (senza che il popolo stesso li abbia mai delegati a ciò). Intravedendo forse una concreta possibilità di riprendersi il potere a Teheran.

Ma sono gli stessi dissidenti iraniani, sia quelli che si battono nelle strade, sia quelli rifugiati in Europa come molti curdi, a mettere in guardia l’opinione pubblica da questo equivoco.

L’eventualità cioè di un “secondo Khomeiny, stavolta in giacca e cravatta”spedito in Iran dall’Occidente. Magari in nome “dell’unità contro i mullah, per non dividere il movimento popolare” (lo slogan preferito in questa fase dai monarchici), ma in realtàper spogliare l’odierna rivoluzione dei suoi contenuti progressisti.

L’opposizione monarchica in Iran viene considerata dagli altri oppositori al regime come “di destra e di estrema destra”.

Impregnata di una mentalità ultranazionalista, sessista, neoliberista. E sicuramente poco tollerante nei confronti dei popoli minorizzati (curdi, beluci…) che vivono entro i confini iraniani. Popoli in prima linea – e non certo da oggi – nella lotta contro il regime.

Gianni Sartori

*Nota 1: Sāzemān-e Eṭṭelāʿāt va Amniyat-e Keshvar – (Organizzazione nazionale per la sicurezza e l’informazione)era la denominazione ufficiale dei servizi segreti imperiali attivi in Persia (Iran) dal 1957 al 1979.

#Kurds #Solidarietà – SEGNALI DI SOLIDARIETA’ INTERNAZIONALE VERSO IL POPOLO CURDO DALLA FRANCIA E DAI PAESI BASCHI – di Gianni Sartori

Nudem Durak

Il 2 dicembre, dalla sala municipale dedicata all’illustre concittadino Romain Rolland (scrittore premio Nobel 1915) il consiglio comunale di Clamecy (dipartimento della Nièvre, regione di Bourgogne-Franche-Comté) ha inviato un chiaro messaggio di solidarietà ad un popolo oppresso e perseguitato .

Conferendo la cittadinanza onoraria alla musicista curda Nudem Durak, in carcere ormai da otto anni (condannata a 19, dovrebbe rimanervi fino al 1934) per aver cantato e insegnato nella propria lingua materna.

Non potendo – ovviamente – l’interessata ritirare l’onoreficenza di persona, questa è stata simbolicamente consegnata a Sylvie Jan (presidente diFrance-Kurdistan) il 10 dicembre nel corso di una pubblica manifestazione.

Originaria di Cizre, nel 2015 Nûdem Durak veniva arrestata e condannata a dieci anni e sei mesi per “promozione di propaganda curda”. L’anno successivo, senza altre accuse supplementari, la pena veniva prolungata a 19 anni.

Per far scomparire un popolo dalla faccia della terra non sempre è necessario ricorrere al genocidio. A volte può bastare l’assimilazione forzata, la distruzione delle tradizioni, della cultura tradizionale…

E questo sembra essere il caso del popolo curdo, oppresso e calpestato, ma anche sottoposto appunto a questa forma subdola di etnocidio. In Turchia fino al 1990 anche soltanto le parole “curdo” e “Kurdistan” erano proibite. Si preferiva apostrofarli come “turchi di montagna”. Parlare in curdo era proibito etale interdizione colpiva anche la musica, le canzoni.

Attualmente viene concesso di parlare curdo in ambito privato. A meno che non si affrontino argomenti delicati come la colonizzazione, l’assimilazione forzata, il saccheggio delle risorse naturali, la deportazione…

In alternativa si può sempre usare la lingua curda per approvare, elogiare l’opera di civilizzazione della Turchia nei confronti dei curdi.

Per analogia è inevitabile qui ricordare un’altra militante curda ugualmente incarcerata per aver difeso e divulgato la lingua materna. Mozhgan Kavosi si trova dal 30 ottobre nel carcere iraniano di Tonekabon dopo aver trascorso in isolamento 35 giorni in una cella dell’IRGC (i servizi segreti) presso il Centro di detenzione di Nowshahr. Era stata prelevata dall’IRGC nella sua abitazione seguito alle proteste del 22 settembre.

Stando a quanto diffuso da Hengaw (Organizzazione per i Diritti Umani), questa prigioniera politica sarebbe già da qualche giorno in sciopero della fame per protestare contro le indegne condizioni di detenzione. La cella, tra l’altro, sarebbe priva di riscaldamento.

EUSKAL HERRIA A FIANCO POPOLO CURDO

Nei giorni immediatamente successivi all’ennesima operazione militare di Ankara del 19 novembre,il movimento basco ASKAPENA, con un comunicato, esprimeva la sua vicinanza solidale ai curdi del Bashur (Kurdistan del Sud, posto entro i confini iracheni) e del Rojava. Popolazioni martoriate dai ripetuti attacchi dell’esercito e dell’aviazione turchi. Condannando sia le evidenti intenzioni di Ankara di prendere il controllo dell’intera regione, sia l’impiego di gas asfissianti.

Per Askapena, l’obiettivo della Turchia sarebbe quello di “prendere il controllo del Medio Oriente diventandone la maggiore potenza regionale”. Anche per mascherare la propria debolezza di fronte a una profonda crisi interna, sia economica che politica. 

Inoltre Askapena denuncia una – perlomeno presunta – complicità europea in quanto “gran parte delle capitali europee utilizza la Turchia per mantenere i propri scambi commerciali con la Russia malgrado le sanzioni”.

Da segnalare le numerose manifestazioni organizzate in questi ultimi giorni dagli internazionalisti baschi (la vecchia “sinistra abertzale”) a sostegno del popolo curdo.

Gianni Sartori

#Americhe – DIRITTI UMANI VIOLATI IN AMERICA LATINA: non ci resta che piangere – di Gianni Sartori

da un dipinto di Fernando Botero

Quando si parla di diritti umani, democrazia o – magari alquanto genericamente – di libertà in America Latina prevale sui media la messa in discussione di regimi, veri o presunti, come Venezuela, Cuba e magari Nicaragua.

In realtà, lo hanno imparato a proprie spese attivisti per i diritti umani, sindacalisti, giornalisti non asserviti, donne, indigeni, migranti, ambientalisti…sono altri i Paesi maggiormente pericolosi. E guarda caso alcuni gravitano nell’orbita del Grande Fratello a stelle e strisce.

Fermo restando che – a parere di un gran numero di Ong – sarebbe proprio l’America Latina (condizionale d’obbligo, sempre) nel suo insieme il continente dove che denuncia la violazione dei diritti umani o difende l’ambiente corre più rischi.

Risale ai primi di giugno la pubblicazione dei dati sul 2021 raccolti dalla Commissione Interamericanadei Diritti Umani (CIDH, inserita nell’ Organización de Estados Americanos).

Documentando l’assassinio nel 2021 di circa 170 attivisti (quelli in qualche modo “certificati” beninteso, ma il numero di desaparecidos o non identificati rimane ben più consistente). Di questi 145 solo in Colombia che si aggiudica il primo posto, poco invidiabile.

Una situazione che il governo colombiano non cerca più di mascherare o minimizzare. Tanto da aver voluto rassicurare (per quanto possibile) la CIDH di mantenere attualmente sotto protezione  3.749 esponenti della società civile considerati a rischio.

Al secondo posto si collocava il Messico (dieci assassinati, in maggioranza leader indigeni e ambientalisti).

Particolarmente drammatico il caso recentemente denunciato di una madre, Ceci Flores, a cui era già stato fatto scomparire un figlio. Non aveva ancora superato il trauma, quando ad altri due suoi figli capitava la medesima sorte.

Aggiungendosi alla cifra incommensurabile di oltre centomila persone di cui non si conosce la sorte, scomparse nel nulla, presumibilmente in qualche fossa comune. Per questo si è integrata nel collettivo Madres Buscadoras de Sonora y de México, madri e sorelle dei desaparecidos che armate di pala e piccone scavano in cerca dei resti dei loro cari.

Sempre in base ai dati della CIDH,al terzo posto troviamo il Perù con cinque assassinati, seguito dall’Honduras con quattro e dal Guatemala con due.

Un Paese, il Guatemala, dove in passato si assisteva a un vero e proprio genocidio nei confronti delle etnie indigene (un totale di 25 etnie, di cui 22 di origine maya).

Come era prevedibile, la maggioranza delle vittime agiva in difesa della Terra, dell’ambiente o faceva parte di comunità indigene. Confermando che non rischia la pelle soltanto chi si espone denunciando gli abusi delle forze di polizia e dell’esercito (o delle squadre della morte, talvolta parastatali), ma anche chi semplicemente vorrebbe continuare a vivere pacificamente nella terre ancestrali in base alle proprie tradizioni e stile di vita. In questo appare evidente l’analogia con altre popolazioni indigene come gli adivasi in India o i nativi (gli “indiani”) negli USA e in Canada.

Ancor più grave il fatto che le minacce e le aggressioni non si limitano al soggetto dissidente ma coinvolgono spesso anche i suoi familiari (in perfetto stile mafioso).

E il 2022 non si annunciava migliore se già nei primi quattro mesi erano ben 89 gli attivisti ammazzati.

In attesa del documento della CIDH con i dati complessivi per il 2022 non possiamo che rattristarci per questa deriva apparentemente senza fine.

Gianni Sartori

#Kurds – Ieri Halabja, oggi (dicembre 2022) Çemço: nel Kurdistan iracheno (e nell’indifferenza universale) ancora guerra chimica contro i curdi – di Gianni Sartori

Passato alla storia come il “massacro di Halabja”, l’attacco con armi chimiche proibite dalla Convenzione di Ginevra avvenne tra il 16 e il 19 marzo 1988. Halabja (città della provincia di as-Sulaymaniya) era caduta il giorno prima, 15 marzo 1988, in mano alla formazione curda dell’UPK (Unione Patriottica Curda) guidata da Jalal Talabani.

Eravamo in piena guerra Iran-Iraq (avviata nel 1980) e, come è noto (vedi l’abbattimento da parte dell’Incrociatore USS Vincennes dell’Airbus A300 iraniano – 290 vittime tra cui 66 bambini – solo qualche mese dopo, inluglio) l’Occidente (o meglio: gli Stati Uniti) era all’epoca sostanzialmente schierato con Bagdad.

Il massacro di Halabja fu il risultato dell’impiego di gas chimici (gas mostarda) per ordine di Ali Hassan al-Majid (conosciuto come “Ali il Chimico”, poi condannato a morte e giustiziato). Per l’operazione genocida (inserita nella più vasta operazione Anfal, dal febbraio al settembre 1988) l’aviazione irachena si servì di caccia-bombardieri MiG-31 e Mirage. I morti accertati (tutti curdi) furono oltre cinquemila.

Una prima serie di attacchi aerei contro Halbja era già avvenuta dal 23 febbraio al 19 marzo 1988, quando la città era caduta in mano all’esercito iraniano.

Complessivamente l’operazione Anfal, ideata esplicitamente contro la popolazione curda, provocò la morte di circa 180mila persona e la distruzione del 90% dei villaggi curdi del Bashur (il Kurdistan posto all’interno dei confini iracheni). Oltre alla deportazione di gran parte dei curdi sopravvissuti.

Quindi, niente di nuovo sotto il sole iracheno, per quanto opacizzato dalle nubi dei gas. Anche recentemente (nei giorni 7,8 e 9 dicembre 2022 per la cronaca) si torna a parlare di gas chimici impiegati contro la Resistenza curda. Stavolta per mano della Turchia.

Ankara prosegue imperterrita nella brutale operazione di occupazione militare e rastrellamento (ai limiti della pulizia etnica) lanciata il 15 aprile.

Anche se, va detto, sembra incontrare non poche difficoltà come starebbero a dimostrare i video diffusi dalla guerriglia curda che appare in grado non solo di resistere, ma anche di infliggere duri colpi alle truppe di occupazione. In questo momento i combattimenti più aspri si starebbero svolgendo nella regione di Medya. Qui l’esercito turco cercherebbe di stanare la resistenza curda dalla vasta rete di grotte, anfratti e tunnel in cui trova rifugio tra i combattimenti. In particolare la zona di Çemço (dove la residenza è più consolidata) sarebbero stati colpiti con armi chimiche decine di volte nei giorni già citati (7, 8 e 9 dicembre ).

Gianni Sartori

#Palestine #Opinioni – USQUE TANDEM, PALESTINA? – di Gianni Sartori

fonte immagine AFP

Si calcola che siano 216 i palestinesi uccisi dall’inizio del 2022. Tra questi 164 in Cisgiordania.

E l’anno sembra doversi concludersi con ulteriori lutti.

Il 29 novembre a Beit Ommar (nei pressi di Hébron in Cisgiordania) veniva ucciso dai militari israeliani Mufid Mahmud Khalil di 44 anni.

Nel corso della stessa giornata nella località di Kafr Ein perdevano la vita due fratelli ventenni, Jawad e Dhafer Abdul Rahman Rimawi, mentre partecipavano ad una manifestazione contro la colonizzazione.

Sempre martedì 29 novembre, un altro palestinese rimaneva ucciso nell’attacco a una colonia denominata Kokhav Yaakov (sempre in Cisgiordania). 

L’ultima vittima palestinese nel mese di novembre, il giorno 30.  

Le forze di sicurezza israeliane, nel corso di un’operazione a Yabed (località non lontana da Jenin) per arrestare Abdul Ghani Herzallah, avevano aperto il fuoco contro alcuni palestinesi che protestavano. Colpito al petto da una pallottola, perdeva la vitaMuhammad Tawfiq Badarneh.

Stesso copione il 6 dicembre quando, per arrestare tre presunti membri del FPLP, gli israeliani entravano nel campo profughi di Dheisheh (nei pressi di Betlemme). Anche in questo caso scoppiava la protesta dei rifugiati e negli scontri veniva ucciso il ventenne Omar Manna. Altri sei palestinesi venivano feriti dai colpi esplosi dai militari.

Due giorni dopo – l’8 dicembre -tre giovani venivano ammazzati a Jenin. Stando alle dichiarazioni di alcuni palestinesi, I soldati israeliani avrebbero (condizionale d’obbligo) sparato anche sulle ambulanze che trasportavano i feriti. Inoltre si contavano una quindicina di arresti.

Considerata la sede più consistente della resistenza palestinese, nel 2022 Jenin ha subito raid quasi quotidiani da parte dei militari israeliani. Degli oltre 200 palestinesi uccisi quest’anno, una quarantina vanno registrati nella regione di Jenin. Sia militanti che civili. Compresi bambini di dodici anni e una giornalista (Shireen Abu Akleh).

Come per Nablus, sottoposta a raid continui e insistenti, sembra di assistere ad una sorta di punizione collettiva contro la popolazione locale.

Gianni Sartori