#Syria #Erdogan #Putin #Assad
by Hassan Bleibel©

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#Spain #OrtegaSmith #Vox #Fire #Crocodile
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L’anno scorso, il 13 aprile, oltre duemila persone – prima riunite davanti al palazzo di Giustizia di Bastia e poi in corteo lungo il boulevard Paoli – avevano risposto all’appello del collettivo “Patriotti” formato da ex prigionieri politici. Protestavano contro ogni forma di ulteriore persecuzione nei confronti di chi era stato imprigionato per reati legati alla lotta di liberazione. In particolare, contro la pratica abietta di inserirli nel Fijait (Fichier judiciaire automatisé des auteurs d’infraction terroristes) qualificandoli come automaticamente “terroristi”. Alla stregua di tagliagole jihadisti.
Chiedevano inoltre la liberazione di tutti i prigionieri politici corsi ancora reclusi e la realizzazione di un autentico dialogo – senza riserve o preclusioni – tra Corsica e Francia per una definitiva soluzione politica del conflitto. Due soltanto gli striscioni inalberati per l’occasione, ma comunque espliciti:
“A ripressione Basta” e “Liberta” (in corso, senza l’accento nda).
Della questione “Fijait” si è tornati a parlare in questi giorni, mercoledì 29 gennaio, quando tre militanti indipendentisti (Felix Benedetti, Jean-Marc Dominici e Stéphane Tomasini) dovevano essere processati per essersi rifiutati di sottostare all’obbligo di venir schedati nel Fijait. Il processo è stato tuttavia rinviato a settembre davanti alla Cour d’appel de Haute-Corse in seguito allo sciopero della fame degli avvocati del foro di Bastia contro il progetto di riforma delle pensioni. Alcune decine di persone – circondate da un numero superiore di agenti – erano venute a portare il loro sostegno ai tre militanti che – dal canto loro – si sono dichiarati solidali con lo sciopero degli avvocati e più in generale con il movimento contro la riforma pensionistica.
Gianni Sartori
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#Cartoonist #NoMoreWar #Freedom
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#JudiciTrapero #1Ottobre #Tacito #Mentides
by Paco Santero©


Quello che viene ricordato come il “pogrom di Sivas” risale al 2 luglio 1993.
A Sivas era stato organizzato un festival culturale per ricordare il poeta alauita Pir Sultan Abdal ucciso alla fine del XVI secolo all’epoca dell’Impero ottomano. Il 1 luglio numerosi artisti e intellettuali (scrittori, poeti, musicisti…in maggioranza di confessione alauita) si erano ritrovati nella città natale di Pir Sultan Abdal.
Il giorno successivo, dopo la preghiera del venerdì, migliaia di islamo-nazionalisti (si parla di circa 20mila) si radunarono davanti all’hotel Madimak dove si svolgeva l’incontro circondando l’edificio e dandolo poi alle fiamme. Risultato: 37 morti nel rogo. La maggior parte tra gli intellettuali qui riuniti. Due vittime erano impiegati dell’hotel e altri due facevano parte degli assalitori. Mentre le fiamme avvolgevano lo stabile, la folla applaudiva entusiasticamente. Tra le persone bruciate vive, il cantante curdo Hasret Gultekin di 22 anni, Metin Altiok, Edibe Sulari, Nesimi Cimen, Behcet Aysan, Muhlis Akarsu.
In questi giorni Erdogan ha concesso la grazia a uno dei principali organizzatori della strage, Ahmet Turan Kilic (il criminale la cui iniziale condanna a morte era stata poi commutata in ergastolo). Come giustificazione per tale iniziativa il leader di AKP ha invocato “lo stato di salute” dell’anziano stragista (86 anni). Proteste, oltre che dalla comunità alauita e dai parenti delle vittime, sono venute da varie associazioni di difesa dei Diritti umani. Inevitabile il confronto con gli oltre 1350 prigionieri – in larga parte politici – ammalati che invece rimangono in cella. Tra loro circa 500 versano in gravi condizioni, incompatibili con la carcerazione, ma non vengono rimessi in libertà e nemmeno agli arresti domiciliari. Appena una settimana fa in una prigione di Tekirdag – dopo 24 anni di detenzione – era deceduto il prigioniero politico Huseyin Polat. Nonostante diverse emorragie allo stomaco, non era stato né curato, né portato in ospedale. Alcuni parenti di detenuti gravemente ammalati hanno definito la decisione di Erdogan “immorale e disumana” annunciando proteste.
Gianni Sartori
#Europe #Virus #Democracy
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