#Ireland #Kurdistan – GERRY ADAMS ESPRIME SOSTEGNO ALLA PROPOSTA DI PACE DI OCALAN – di Gianni Sartori

elaborazione su immagine @ PressEye

Alla lunga lista di esponenti politici e organizzazioni che hanno salutato positivamente la proposta di pace di Öcalan (dal sindacato basco LAB a Massimo d’Alema) si è aggiunto anche l’ex presidente del Sinn Fein Gerry Adams. Già firmatario con oltre 200 accademici, difensori dei diritti umani, giornalisti e intellettuali di una dichiarazione pubblica con cui si invitavano entrambi i contendenti a “compiere passi decisivi verso una pace duratura”.

In questi giorni poi Adams ha firmato un articolo su AndersonstownNews ( Andersonstown, ricordo, è uno dei principali quartieri cattolico-repubblicani di Belfast) in cui definisce Öcalan “una voce per la pace, un leader disposto a offrire la mano dell’amicizia ai nemici”.

Nonostante i decenni trascorsi in carcere, Öcalan ha saputo definire un percorso verso la pace che “impegna il popolo curdo con la democrazia, la libertà, la tolleranza”. Sostenendo che ormai “è tempo di mettere a tacere le armi e far parlare le idee e la politica”.

Sarebbe questa, secondo lo storico esponente repubblicano “un’opportunità unica per la stabilità del Medio Oriente, per garantire i diritti umani e favorire la riconciliazione”.

Citando gli accordi del Venerdì Santo (negli anni novanta del secolo scorso un passaggio fondamentale per il processo di pace in Irlanda del Nord) ha sottolineato l’importanza del coinvolgimento di tutti i rappresentanti politici alle trattative e quanto il dialogo sia fondamentale. Con un riferimento a processi analoghi (oltre all’Irlanda, il Sudafrica e i Paesi Baschi) Adams ha sottolineato che “la comunità internazionale può svolgere un ruolo molto costruttivo nel sostenere un accordo politico e una soluzione pacifica”. Per concludere elogiando Abdullah Öcalan “per la sua visione” e chiedere al governo turco di liberarlo.

Senza peraltro dimenticare che non sempre le cose andarono per il verso giusto. Sia in Irlanda (dove, in disaccordo con gli accordi del Venerdì Santo, alcune fazioni repubblicane continuarono a combattere, talvolta con esiti devastanti) che in Euskal Herria (dove, nonostante l’ETA avesse deposto le armi, molti prigionieri sono rimasti in carcere). Per non parlare della Colombia dove la strage (“guerra sporca”) di militanti, ambientalisti, indigeni, esponenti della società civile ed ex guerriglieri era andata intensificandosi proprio con la fine del conflitto (sottoscritto solo da parte delle FARC, ma non dell’ELN).

E’ lecito inoltre temere che una affrettata dissoluzione del PKK (come sembrerebbe nelle intenzioni di Öcalan) vada innescando la fuoriuscita di fazioni irriducibili. Di cui si è già avuto un assaggio il 23 ottobre 2024 con l’assalto di un commando curdo “autonomo” alla sede della Turkish Aerospace Industries (TUSAŞ). In quella circostanza lo stato-maggiore del PKK si era dichiarato estraneo lasciando intendere che il commando aveva operato indipendentemente. Non appare quindi inverosimile che altre unità indipendenti (v. i “Falchi della Libertà, TAK) possano decidere di continuare a combattere.

Pur nell’incertezza di quanto ci riserva il futuro, rimane incontestabile che la proposta di Öcalan ha comunque assunto una valenza epocale. Un’occasione forse unica – sia per i curdi che per il governo turco – per non perdere definitivamente il treno della soluzione politica del conflitto.

Gianni Sartori

#Ireland #Repressione – IRLANDA: ESTRADIZIONE DI UN MILITANTE REPUBBLICANO – di Gianni Sartori

Originario di Cavan (Eire) il militante repubblicano Jim Donegan di 67 anni è accusato – oltre che di possesso di un’arma da fuoco – per l’uccisione di un membro della RUC (Royal Ulster Constabulary) nel giugno 1979.

Il 2 aprile l’ex esponente dell’IRA provisional (negli anni settanta) è stato consegnato alle forze britanniche (PSNI, Servizio di polizia dell’Irlanda del Nord) alla frontiera della contea di Armagh. Subito dopo è comparso davanti al tribunale di Newry. Nonostante un parente fosse disposto a versare la cauzione, gli è stata negata la libertà provvisoria in quanto esisterebbe un concreto “pericolo di fuga” dell’imputato.

Arrestato all’aeroporto di Dublino nel 2024, in un primo momento Donegan era stato rimesso in libertà su cauzione in attesa dell’eventuale estradizione. Se condannato, stando all’attuale ordinamento in merito ai “troubles” del secolo scorso rischierebbe (condizionale d’obbligo) una pena relativamente mite. Al massimo due anni.

Gianni Sartori

#Iran #Repressione – CONDANNE A MORTE IN AUMENTO PER LE MINORANZE (ma non solo), DONNE VITTIME DI APARTHEID ISTITUZIONALIZZATO – di Gianni Sartori

elaborazione su immagine fonte @ Hengaw.net

Sappiamo che per i beluci (Baloch) le cose non vanno tanto bene in Pakistan. Per quelli che vivono in Iran forse ancora peggio.

Anche se ovviamente per le minoranze e per gli oppositori in genere (e per le donne in particolare) si tratta di un “mal comune”. Andiamo con ordine. Secondo l’organizzazione “Baloch Activists Campaign” (BAC, citata dall’agenzia curda Mezopotamya) nei primi tre mesi del 2025 la repressione del regime di Teheran avrebbe causato direttamente la morte di almeno trenta beluci, tra cui 4 donne e due minorenni (oltre a una sessantina di feriti). Stando alle cifre ufficiali (presumibilmente per difetto) sarebbero 218 i beluci arrestati (tra loro cinque bambini).

Inoltre 24 beluci sono stati giustiziati (altri tre sono in attesa dell’esecuzione) e due sono deceduti a causa delle mine anti-persona posizionate dai Guardiani della rivoluzione nelle zone di frontiera (causando la morte di almeno altre sette persone; presumibilmente kolbar o migranti).

Sempre dal rapporto della BAC si apprende che almeno tre donne baloch sono state assassinate da uomini appartenenti alla loro famiglia e tre hanno perso la vita in circostanze sospette. Altre due, incinte, sarebbero morte a causa della negligenza dei medici.

Per concludere sostenendo che “l’uccisione di civili, le esecuzioni di massa, la repressione, gli arresti arbitrari, la violenza contro le donne e le morti dovute a negligenza ospedaliera indicano che il governo non solo non ha cercato di migliorare le condizioni di vita dei beluci, ma ha intensificato la repressione mettendo in pericolo la sicurezza e la vita dei cittadini”.

Per cui si rivolgono alle istituzioni internazionali dei diritti umani e alle organizzazioni che difendono i diritti delle donne e dei bambini affinché “prestino attenzione a questa situazione esercitando pressione sulla Repubblica islamica d’Iran per porre fine a questo processo”.

Ovviamente i problemi non riguardano solo i beluci. Secondo l’Ong di difesa dei diritti umani HENGAW, solo nel mese di marzo il regime iraniano ha eseguito complessivamente 58 condanne a morte. Sia di beluci che di curdi, turchi, afgani…

Un incremento non da poco pensando che nel marzo 2024 le esecuzioni erano state “solo” 18.

In alcuni casi le condanne sono state eseguite segretamente, senza informare i familiari e senza permettere loro un ultimo incontro.

Sempre in base alla documentazione di HENGAW, tra le persone inviate alla forca nel marzo 2025 vi erano quattro donne (due a Ourmia, una a Machhad e una a Ispahan). Si tratta di Asieh Ghavicheshm, Nasrin Barani, Kosar Baghernejad e Mozhgan Azarpisheh.

Tre di loro erano accusate di omicidio e una di traffico di sostanze stupefacenti. Non risulterebbero invece esecuzioni recenti di minorenni.

HENGAW è stata in grado di fornire anche statistiche e percentuali. 18 dei condannati a morte (31%) erano persiani e 14 quelli turchi (24%).

Quanto alle altre minoranze, sarebbero 6 i condannati a morte appartenenti all’etnia Luri; 4 tra Gilaki e Mazanderanii; 3 i beluci, 2 i curdi e uno rispettivamente per Tat, Arabi e Turcomanni. A cui vanno aggiunti 4 espatriati afgani e altri 4 di origine sconosciuta.

Circa il 50% era stato condannato per reati legati al traffico di stupefacenti, il 28% per omicidio.

La maggior parte delle esecuzioni è avvenuta nelle prigioni delle province di Khorasan-e Razavi (9), dell’Azerbaïdjan orientale (6) e di Lorestan (5).Sempre nel mese di marzo, in Iran sono state arrestate dalle forze di sicurezza almeno 17 attiviste (13,5 % del totale delle persone arrestate). Tra loro nove militanti curde legate al movimento Jin, Jiyan, Azadi.

Si tratta di: Sedigheh Noorbala, Fatemeh Atashi Khiavi, Marziyeh Ghafari Zadeh,, Rojbin Afsoon, Avin Ahmadi, Sarya Ahmadi, Leila Pashaei, Baran Saeidi, Soma Mohammadzadeh, Shno Mohammadi, Sedigheh Noorbala, Fatemeh Atashi Khiavi, Marziyeh Ghafari Zadeh, Leila Qolikhani Ganjeh, Rojbin Afsoon, Avin Ahmadi, Sarya Ahmadi, Sima Alipour, Mehregan Namavar, Soheila Motaei, Nina Golestani, Anisa Fanaeian e Arezoo Jalilzadeh.

Altre sei militanti venivano intanto condannate e incarcerate: Narges Nasri (condannata a 10 anni), Fereshteh Souri (un anno), Mandana Sadeghi (4 anni, 2 mesi e 7 giorni), Farzaneh Yahyaabadi (3 mesi), Hamideh Zarei (un anno e sei mesi), Kobra Taherkhani (tre anni). Nello stesso periodo si sono verificati almeno otto femminicidi (per mano di mariti, fidanzati, fratelli…). Sia gli arresti che le condanne al carcere e i femminicidi sono la conseguenza delle leggi segregazioniste che nel regime iraniano impongono un vero e proprio apartheid di genere. Alimentando l’oppressione delle donne e una sorta di misoginia istituzionalizzata. Nel 2024 i femminicidi documentati in Iran erano stati 191 (cifre fornita da HENGAW).

Gianni Sartori

#Kurds #Iraq – JIHADISTI “DI RITORNO” ANCHE IN BASHUR? – di Gianni Sartori

Il 1° aprile due persone sono state ferite alla testa da alcuni colpi d’ascia durante le celebrazioni per il nuovo anno (Akitu) della comunità assiro-cristiana nel Kurdistan autonomo nel nord dell’Iraq. Al momento le due vittime (un giovane e una donna anziana che versa in gravi condizioni) sono ancora ricoverate all’ospedale in osservazione.

L’Akitu, festa di primavera le cui origini risalgono all’antica Mesopotamia, viene da sempre celebrato dalla comunità assiro-cristiana come inizio del nuovo anno (equivalente del Newroz curdo, in marzo).

Mentre la polizia locale (Assayech) sta indagando per stabilire se l’episodio (inusuale per il Kurdistan autonomo) rientri effettivamente nelle azioni terroristiche di natura islamista, per Ali Tatar, governatore di Dohouk, il grave episodio “non dovrà comunque intaccare la coesistenza pacifica nel Kurdistan”.

Attualmente la comunità cristiana dell’Iraq non supera i 400mila individui (all’epoca di Saddam si aggirava intorno al milione e mezzo). In passato molti sono espatriati per paura delle violenze settarie. Soprattutto nel 2014 con la conquista di Mosul da parte delle milizie dello Stato islamico.

Stando alle agenzie, alcune cellule jihadiste sarebbero ancora operative (più o meno in clandestinità) in diverse aree isolate dell’Iraq.

Intanto in Siria – per non essere da meno – le bande turco-jihadiste si dedicano al vandalismo, distruggendo le tombe dei combattenti delle forze arabo-curde (FDS, YPJ, YPG). Già in altre occasioni il cimitero dei martiri della città di Manbij veniva sistematicamente devastato dalle truppe di occupazione turco-jihadiste. E ora la cosa si è ripetuta. Come hanno dovuto amaramente constatare i parenti dei caduti al momento dell’ultima visita di Aïd el-Fitr (30 marzo, fine del Ramadan). Il Consiglio delle famiglie dei martiri di Manbij ha denunciato che “mentre in città fervevano le celebrazioni, le tombe dei nostri cari venivano dissacrate”, causando una profonda sofferenza tra i familiari di quanti si erano sacrificati combattendo contro gli invasori.

 Gianni Sartori