Autore: centrostudidialogo
#Kurds #Repressione – ZARA LIBERA! – di Gianni Sartori

Non si può parlare sempre di catastrofe e disgrazie. Per quanto flebile e se pur per il tempo di un attimo, qualche raggio luminoso riscalda le tenebre di questa valle di lacrime.Come “una goccia di luce nel mare opaco e spettrale”.
Questa la buona notizia: l’insegnante curda Zara Mohammadi, se pur tardivamente, è tornata in libertà.
La sua colpa? Aver insegnato in curdo ai bambini. Tra le sue prime dichiarazioni fuori dal carcere, quella di aver tutte le intenzione di continuare a farlo.
Cofondatrice e direttrice dell’associazione culturale Nûjîn, da anni Zara era impegnata nel promuovere le attività sociali e solidali della cittadinanza, l’educazione e la cultura tradizionale nella città di Sine (Rojhilat, Kurdistan sotto amministrazione iraniana) e nei villaggi dei dintorni.
Arrestata nel 2019 dai Guardiani della Rivoluzione, veniva portata in una prigione sotto il controllo dei servizi segreti.
Nel 2020 era stata condannata a una pena spropositata (anche per i parametri di Teheran): ben dieci anni per aver “costituito un gruppo che tentava alla sicurezza nazionale”.
Successivamente si vedeva ridurre la pena a cinque anni e infine liberata su cauzione. Ma solo per essere nuovamente incarcerata l’anno scorso.
Ne avevamo già parlato qui: https://www.panoramakurdo.it/2022/01/05/sequestri-di-persona-in-bashur-e-condanne-in-rojhilat-non-piegano-la-resistenza-curda/
La sua finora imprevista liberazione anticipata rientra presumibilmente in una generale politica di ammorbidimento della repressione con cui il regime iraniano tenta di disinnescare le proteste e il rischio di una insurrezione. Proteste che comunque continuano sia nelle regioni curde che nel Belucistan.
Gianni Sartori
#7NotePerUnaNuovaEuropa #Catalunya #DedicadaALaMuriel
#Africa #Sahara – ACCORDI TRA UE E MAROCCO A SPESE DEI SAHARAWI? – di Gianni Sartori

Mentre il dibattito su quale sia o dovrebbe essere il rapporto corretto (?!?) con il Continente africano rimane sostanzialmente intriso o di volgare razzismo (più o meno malcelato) o di paternalismo buonista e mentre ci si interroga su chi sia più “colonialista” (i francesi, gli Usa…o le new entry cinesi, russe o saudite), da qualche parte un popolo oppresso e colonizzato (prima dalla Spagna, ora da Marocco) resiste.
E lo fa smascherando l’ipocrisia di chi sotto la foglia di fico di una “soluzione politica” fasulla e inconsistente contribuisce a prolungarne l’oppressione.
Un passo indietro. Nel dicembre 2022 il Qatar-gate e il suo corollario, il Marocco-gate, scombinavano ulteriormente le carte. Ma questo non impediva che ai primi di gennaio Josep Borrel (nell’incontro con il ministro degli esteri del Marocco, Naser Burita) proponesse l’ennesima “soluzione politica” calata dall’alto (in ambito onusiano) della questione Sahara Occidentale. Anche senza prendere esplicitamente posizione a favore di una delle due alternative in campo (quella del referéndum di autodeterminazione sostenuta dal Polisario o quella del “piano per l’autonomia” proposta dal Marocco) Borrel mostrava comunque apprezzamento per “la serietà e credibilità” dei negoziati tra Rabat e Staffan de Mistura. Per giungere ad un accordo “realista, pragmatico e accettabile da entrambe le parti”.
Nel frattempo, come è noto, Madrid aveva gettato alle ortiche la sua posizione tradizionale di neutralità nel conflitto tra l’ex colonia e lo Stato occupante. Schierandosi di fatto con il Marocco e definendone la proposta come “seria e credibile”.
Del Qatar-gate, magari non abbastanza, ma se ne è comunque parlato. Forse un po’ meno del Marocco-gate, chissà perché. Eppure la lista degli “insospettabili” coinvolti è lunga e variagata: dai think tank alle fondazioni, dai centri culturali (in genere finanziati o comunque promossi da qualche governo) agli ambasciatori e deputati europei…
Resta il fatto che la principale vittime del “network di Mohammed VI a Bruxelles”sembra proprio essere stato il popolo sahrawi.
E’ quanto si deduce anche da un recente comunicato del fronte Polisario (emesso proprio a Bruxelles) con cui viene contestato un rapporto della Commissione europea.
Rapporto che dava una valutazione alquanto positiva dell’accordo tra Unione Europea e Marocco per le “province meridionali”. Ossia per il Sahara Occidentale (l’ex Sahara spagnolo), territorio rivendicato dagli indipendentisti come Repubblica Araba Democratica dei Sahrawi.
Per il Polisario tale rapporto della Commissione europea sancisce “l’accelerazione del saccheggio delle ricchezze saharawi”.
Viene dato infatti particolare risalto al fatto che numerosi attori economici e rappresentanti della società civile, comprese alcune Ong che operano nel campo dei diritti umani (oddio! Non si starà mica parlando della Fight Impunity di Panzieri & C. ? O dell’Ituc, vedi Luca Visentini ? O magari di No Peace Without Justice ?) avevano valutato molto positivamente tali accordi. Per “il loro soddisfacente lavoro di attuazione e il loro impatto positivo sulla società e sviluppo economico del Sahara”.
Sostenendo (sempre nel rapporto Ue) che “l’attuazione degli accordi procede in modo equilibrato mentre i giusti meccanismi di attuazione sono ancora in atto e funzionano correttamente”.
E la Commissione europea proseguiva imperterrita affermando che “lo scambio di informazioni è stato effettuato su base regolare e in uno spirito di cooperazione. Il sistema di scambio fornisce mensilmente informazioni sull’esportazione dei prodotti, funziona bene e non ha creato difficoltà nella ricerca”.
Per concludere senza remore che “grazie alla crescita che stanno vivendo, le regioni del Sahara marocchino sono oggi diventate un vero e proprio centro di prosperità e investimenti nel quadro del partenariato vantaggioso per tutti, con l’Unione europea”.
In sostanza, una pietra tombale sulle aspirazione all’autodeterminazione dei sahrawi.
Nel suo comunicato il fronte Polisario ha denunciato con forza “l’assenza di consenso da parte del popolo sahrawi a tali accordi”.
Avvertendo che metterà in campo ogni sforzo possibile (anche davanti alla Corte europea) per “porre fine alle ingerenze europee nella realizzazione del diritto all’autodeterminazione e all’indipendenza”.
Gianni Sartori
#7NotePerUnaNuovaEuropa #Veneto
#7NotePerUnaNuovaEuropa #Ireland
#Kurds #War – NONOSTANTE IL TERREMOTO LA TURCHIA CONTINUA AD ATTACCARE I CURDI – di Gianni Sartori

Di fronte all’apocalisse umanitaria innescata dal terremoto del 6 febbraio e aggravata dalle condizioni atmosferiche (oltre che da incapacità: ancora a cinque giorni di distanza dal sisma in molte zone del Bakur non c’era traccia dei soccorsi), il primo istinto sarebbe quello di starsene rispettosamente zitti.
Ma poi riandando col pensiero a quanto accadeva in passato (prendiamo un anno a caso, il 2016, tanto uno vale l’altro)*** sorge il dubbio che in fondo questa sia ordinaria amministrazione, o quasi. Almeno per i Curdi. Il cui nemico principale rimane il colonialismo (rinviando a tempi migliori il dibattito se sia “colonialismo interno” o colonialismo tout court). Anche in tempi di terremoti e catastrofici cosiddette “naturali”.
LA TURCHIA? SCARSA NELLA PROTEZIONE CIVILE, MA EFFICACE NEI BOMBARDAMENTI
A ulteriore conferma la notizia che (mentre il PKK annunciava la temporanea sospensione delle attività in questi tragici frangenti) da parte sua Ankara proseguiva imperterrita con le operazioni militari oltre frontiera contro le posizioni delle Forze di Difesa del popolo (HPG, il braccio armato del PKK) nel Sud-Kurdistan (Basur, entro i confini dello Stato iracheno). Indifferente alla lista inesauribile delle vittime (al momento oltre 22mila, in gran parte curdi, ma a migliaia rimangono ancora sotto le macerie). Quasi che le lampanti carenze nel soccorrere le popolazioni disastrate (per non parlare della mancanza di misure di prevenzione o della serie infinita di condoni edilizi per costruzioni non a norma) andassero di pari passo con brillanti prestazioni belliche.
Il 9 febbraio – stando a quanto denunciavano le HPG – la Turchia avrebbe utilizzato almeno “due bombe non convenzionali (proibite dalla Convenzione di Ginevra nda) contro le posizioni della guerriglia a Çemço e nei pressi del villaggio di Sîda”.
Inoltre “le posizioni della resistenza situate a Sheladizê (regione di Zap) così come la zona di Girê” sarebbero state bombardate decine di volte con obici, armi pedanti e carri armati. Ossia con armi convenzionali.
Al contrario, consapevole della estrema gravità della situazione, il movimento curdo – tramite il copresidente del consiglio esecutivo del KCK (Unione delle Comunità del Kurdistan) Cemil Bayik – aveva prontamente comunicato la sospensione delle azioni militari in tutta la Turchia. Salvo, ovviamente, difendersi da eventuali attacchi da parte dello Stato turco.
Del resto cosa ci si poteva aspettare da Erdogan?
Già il 6 febbraio, a poche ore dal sisma, la regione di Tall Rifaat (Rojava, nord della Siria) veniva bombardata dai turchi.
Da parte loro, le Hêzên Rizgariya Afrinê (HRE, Forze di Liberazione di Afrin) smentivano ufficialmente quanto dichiarato dal ministero turco della Difesa. Ossia che “le YPG stanziate a Tall Rifaat avevano attaccato la base militare di Öncüpinar”. Per il semplice e incontestabile motivo che “le IPG non hanno unità a Tel Rifat”. Così come le HRE “non hanno attaccato le basi nemiche in questo momento in cui il nostro popolo è stato pesantemente colpito da violento terremoto”.
Va ricordato che l’AKP (il partito di Erdogan, attualmente al governo con MHP) è al potere ormai da 20 anni e – pur sapendo che il nord del Kurdistan e la Turchia, situate su linee di faglia, sono esposte ai terremoti- non aveva preso misure adeguate. Anche per questo si è assistito al crollo repentino di migliaia di abitazioni, alla distruzione di intere città, alla perdita di migliaia di vite umane.
Ad aggravare la situazione, la notizia che nel distretto di Jindires (cantone di Afrin, nord della Siria) attualmente sotto l’occupazione dell’esercito turco e delle bande jihadiste sue alleate, le popolazioni curde sopravvissute al sisma verrebbero ulteriormente penalizzate. Alcuni convogli umanitari (oltre 30 camion) inviati dall’amministrazione autonoma del Nord e dell’Est della Siria sono bloccati ormai da una settimana al posto di frontiera di Umm al-Julud (tra Manbij e Jarablus). Per mano appunto delle bande jihadiste che in compenso dirottano gli aiuti esclusivamente ai coloni arabi installati nel cantone di Afrin in un’operazione di vera e propria sostituzione etnica.
In un comunicato le FDS (Forze democratiche siriane) hanno denunciato il fatto dichiarando che “il rifiuto di accesso agli aiuti da parte delle persone bisognose è considerato un crimine contro l’umanità dal diritto internazionale”.
Del resto non mancano i precedenti se – come ricordano sempre le FDS “la Turchia e le sue gang armate impediscono da oltre un anno il rifornimento di acqua potabile a circa un milione e mezzo di persone che vivono ad al-Hasakah”.
Gianni Sartori
Note (anno 2016, uno a caso)***
https://www.rivistaetnie.com/inviare-osservatori-a-nusaybin-58388/
#7NotePerUnaNuovaEuropa #Corsica
#IncontriSulWeb – EUSKARA, scopriamo la Lingua Basca
Un incontro con il prof. Iñaki Alfaro Vergarachea, docente all’Università Cà Foscari di Venezia e all’Università degli Studi di Bologna, per approfondire il tema della Lingua e del mondo culturale Basco.
#Catalunya #Repressione – PAISOS CATALANS ANCORA IN AGITAZIONE – di Gianni Sartori

Sicuramente in quest’ultimo periodo (in particolare con gli scioperi di fine di gennaio) i giovani indipendentisti catalani non si erano risparmiati quando si trattava di scendere in strada.
Partecipando a scioperi e manifestazioni che avevano agitato febbrilmente la società civile catalana. Sia per quanto riguardava la questione sanitaria che per quella educativa. E presenti anche alle proteste indette dai tassisti contro UBER e Cabify.
Non da ieri negli ambiti dell’educazione e della sanità si lamenta, oltre alla cronica scarsità di personale, il progressivo peggioramento delle condizioni lavorative sempre più afflitte da incertezza e precarietà. A cui si va sommando la questione della saturazione di pazienti negli ospedali, il deterioramento delle strutture e infrastrutture e – a livello generale – l’incremento della disoccupazione. Situazioni aggravatisi con il Covid-19 ovviamente. Il tutto incorniciato nel livido contesto della crisi economica.
Inoltre la gioventù indipendentista lamenta il fatto che anche il governo autonomo opererebbe sostanzialmente a favore delle grandi imprese e a scapito del settore pubblico.
Tra le organizzazioni più attive: Arran (indipendentista, socialista e femminista), Endavant (Organizzazione socialista di liberazione nazionale), SEPC (Sindicat d’Estudiants dels Paisos catalans), COS (Coordinadora obrera sindical), Alerta solidaria…Oltre naturalmente alla CUP (Candidatura d’Unitat Popular).
E già sul piede di guerra in vista del prossimo sciopero generale (previsto per l’8 marzo, data scelta non proprio a caso).
Ma intanto chi di dovere non è rimasto con le mani in mano.
L’8 febbraio, di primo mattino, sei giovani indipendentisti (tutte e tutti militanti di Arran e – alcuni – anche di SEPC) venivano arrestati. Con accuse inizialmente alquanto pesanti (anche se poi ridimensionate).
Oggetto d’indagine da oltre una anno, il loro arresto era stato ordinato dal tribunale del 4° distretto di Lleida. In un primo momento venivano accusati di incendio, danneggiamenti continui, oltraggio alla bandiera spagnola, delitti contro l’integrità fisica e morale, furto e reati ambientali.
Alla notizia degli arresti decine di manifestanti indipendentisti si sono radunati davanti al commissariato provinciale della Polizia Nazionale di Lleida.
Finché, dopo qualche ora, i sei giovani sono stati rimessi in libertà (per quanto provvisoria) in quanto le accuse venivano ridimensionate a danneggiamento, disordine pubblico e minacce. Rimangono invece sotto sequestro i loro telefoni e computer.
Gianni Sartori
