Autore: centrostudidialogo
#Kurdistan #Ambiente – LA POPOLAZIONE CURDA DI DERSIM DICE “NO!” ALLA MINIERA “ARVEN DOĞU YAPI” – di Gianni Sartori

Nei gloriosi tempi passati (e inesorabilmente trascorsi) della lotta di classe e per l’autodeterminazione-liberazione dei popoli era prevalsa la consapevolezza dell’oppressione e dello sfruttamento subiti dall’Umanità (o almeno della sua parte maggioritaria) da parte di ricchi, potenti e prevaricatori di diverso ordine e grado. A cui, se pur tardivamente si era aggiunta quella delle minoranze e – la più antica, ignobile e travisata – delle donne. In anni recenti è venuta prepotentemente di attualità un’altra contraddizione strutturale, quella con la Natura (in senso lato). Con il corollario, non ancora ben compreso e assimilato da parte della Sinistra (da sempre impigliata in un antropocentrismo confuso con l’umanesimo) degli Altri Animali.
Per cui se finora si parlava della regione di Dersim (provincia di Tuncell) soprattutto per la rivolta curdo-alevita del 1937-1937 (Serhildana Dêrsimê), da ora in poi bisognerà ricordarla anche per la resistenza messa in campo dagli abitanti contro la realizzazione (per ora solo prevista con una dichiarazione del governatore locale) di una miniera a cielo aperto di pietra pomice e sabbia denominata “Arven Doğu Yapı”.
Progetto devastante (in particolare per le risorse idriche, indispensabili alla sopravvivenza degli abitanti) di almeno 2200 ettari e che comprenderebbe quattro villaggi (Bargini, Zeve, Orcan e Desiman) nei distretti di Hozat e Pertek.
Stando alla dichiarazione del governatore del 28 aprile, il progetto non richiede nemmeno una misera EIA (Valutazione di impatto ambientale). E ovviamente nessuno ha consultato preventivamente la popolazione.
La mobilitazione ha già coinvolto, oltre naturalmente agli abitanti dei villaggi interessati, diverse organizzazioni della società civile e associazioni ambientaliste (come la piattaforma Hozat-Pertek-Sekasur) preoccupate per gli effetti deleteri. E’ facile intuire quali sarebbero le conseguenze della distruzione di un territorio come quello di Dersim. Per certi aspetti sacrale e comunque fondamentale per la memoria collettiva (storica, identitaria e anche spirituale) dei curdi. Meta di pellegrinaggi (sia religiosi che laici) ai monumenti commemorativi per le vittime del genocidio del 1937-38.
Con la miniera, hanno dichiarato gli abitanti di Bargini all’agenzia Mezopotamya “perderemo non solo il nostro ambiente, le terre agricole, preziosi ecosistemi, specie endemiche…ma anche il nostro futuro”.
Ricordando come qui la popolazione viva di agricoltura (rilevante poi il ruolo dell’apicoltura) e che la miniera porterebbe fatalmente alla “distruzione sia delle nostre fonti di sostentamento che della nostra storia”.
Per Songül Koyun, presidentessa del Sultan Hıdır Cemevi (luogo di culto alevita) il governo turco “sta tentando di realizzare con la distruzione ambientale ciò che non si era potuto compiere nel 1938 con la violenza e la repressione”.
Gianni Sartori
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#PaisValencià #EuskalHerria #Kurdistan – GIORNATA INTERNAZIONALISTA A VALENCIA – di Gianni Sartori

L’esempio curdo preso a modello anche dal Pais Valencià e da Euskal Herria
Non è certo per caso che sul manifesto spicca con evidenza il simbolo (rosso) delle Brigate Internazionali, quelle dei volontari antifascisti che da ogni angolo d’Europa ( e non solo) accorsero in difesa della Repubblica contro il franchismo.
Così come non è un caso che pur svolgendosi a Valencia, l’iniziativa sia ospitata da una realtà basca: l’ Euskal Etxea (il Centro Basco di Valencia).
In sostanza, una giornata di solidarietà internazionalista con una particolare attenzione per la lotta di liberazione del popolo curdo.
Tra i promotori, il Comitè valencià de Solidaritat amb el Kurdistan e il collettivo libertario Lêgerîn Azadî che con il loro intervento intendono focalizzare l’attenzione sull’esperienza del Confederalismo democratico in Rojava e Bakur.
E’ poi prevista una tavola rotonda (Tabla Redona amb els col-lectius; Valencia i els pobles en resistencia, internacionalisme d’anada i tornada)con varie associazioni internazionaliste locali (Asamblea de Solidaridad con Mexico Pais Valencià, l’associazione saharawi Zemmur, Perifories, BDS (Boicottaggio, Disinvestimento, Sanzioni a sostegno dei palestinesi nda) Pais Valencià…) per discutere delle diverse situazioni dei “popoli in resistenza” e creare reti solidali e di mutuo soccorso internazionale.
Oltre a concerti (con Tomas de Los Santos, cantautore valencià originario di Picassent e che si ispira a Victor Jara) e danze tradizionali curde e basche (“balls kurds i bascos”), è in cantiere la realizzazione collettiva di un grande murale ispirato a Gernika e dedicato all’odierno genocidio in atto a Gaza (“De Gernika a Gaza”).
Il Comité Valencià de Solidaritat amb el Kurdistan va segnalato per l’intensa solidarietà con il popolo curdo.
Con il 2025, dopo un periodo di relativa stasi, aveva ripreso le attività per denunciare come “il regime turco andava intensificando l’offensiva contro la Rivoluzione del Rojava e l’Amministrazione Autonoma del Nord e dell’Est della Siria” in quanto “riteniamo che i valori del movimento curdo siano validi e necessari anche per il Pais Valencià”.
Prendendo a modello (e condividendone i principi) l’esperienza curda della “lotta contro la modernità capitalista e per la liberazione della donna”.
Lo scorso 26 gennaio il Comité (sempre con Legerin Azadi) aveva organizzato una conferenza di aggiornamento sul Rojava presso il centro sociale Ca La Caixeta . Proseguendo poi in serata con una manifestazione (con lo slogan: “Seguim Defensant Kobanê”) che tentava di arrivare in Plaça dels Pinazos.
Gianni Sartori
#MemoriaStorica #Africa – 28 MAGGIO: FINALMENTE GIORNATA DI RICORDO NAZIONALE DEL GENOCIDIO DELLE POPOLAZIONI INDIGENE DELLA NAMIBIA – di Gianni Sartori

Su iniziativa della presidente della Namibia il 28 maggio è diventato Giornata del ricordo nazionale del genocidio di Herero e Nama.
Istituendo il 28 maggio come Giorno della memoria, per la prima volta nella sua travagliata storia la Namibia ha voluto commemorare ufficialmente il genocidio dei popoli Herero e Nama.
Due popoli autoctoni annientati circa 120 anni fa dall’esercito coloniale tedesco del Secondo Reich. Tra il 1904 e il 1908 in Namibia furono realizzati vari campi di concentramento (in realtà di sterminio) dove vennero segregati decine di migliaia di indigeni namibiani. Si calcola (ma probabilmente per difetto ) che vi persero la vita almeno 65mila Herero (l’80%) e 10mila Nama (il 50%). Sistematicamente uccisi, torturati e utilizzati per esperimenti pseudoscientifici (con 40 anni di anticipo sulle analoghe pratiche, al tempo dell’Olocausto, nei confronti di ebrei, “zingari”, disabili e prigionieri sovietici, come ricordava The Namibian).
Nel Paese da tempo si tenevano annualmente manifestazioni, marce e altre iniziative indette da varie organizzazioni. Ma quest’anno è intervenuta la presidente stessa Netumbo Nandi-Ndaitwah (eletta in quanto candidata della SWAPO, prima donna a ricoprire tale carica in Namibia) per decretare che il 28 maggio (il giorno in cui la Germania, sotto la pressione internazionale, aveva chiuso i campi) diventava giorno festivo nazionale. Accendendo una lampada nei giardini del Parlamento della capitale Windhoek, non lontano da dove sorgeva l’Alte Feste (Vecchia Fortezza), uno dei famigerati luoghi di detenzione degli indigeni.
Dopo un minuto di silenzio, osservando come ancora oggi la Namibia sia “un vasto paese, ma anche uno dei meno popolati (2,6 milioni nda)”, ha commentato: “Ma cos’altro dovevamo aspettarci visto che all’epoca abbiamo perso un così gran numero di nostri concittadini ?”.
Dietro la celebrazione, anni di complesse ricerche storiche e trattative (ancora in corso) con il paese responsabile dello sterminio, considerato il primo genocidio del XX secolo (e conosciuto come “il genocidio dimenticato della Germania”).
Solo nel 2021 la Germania aveva riconosciuto pubblicamente le proprie responsabilità, attraverso la dichiarazione del Ministro tedesco degli affari esteri Heiko Maas “Noi oggi qualifichiamo ufficialmente questi eventi per quello che sono, un genocidio”.
All’epoca potenza coloniale (dal 1884), fin dagli inizi del XX secolo la Germania aveva represso ferocemente le rivolte tribali delle popolazioni di quella che allora era denominata Africa tedesca del Sud-Ovest. Popolazioni a cui venivano sottratti terre e bestiame.
Nel 1904, con la rivolta degli Herero in corso da alcuni mesi, il generale Lothar von Trotha (degno antesignano del nostro Roatta, quello della circolare 3C in Jugoslavia) decretava che “ogni Herero con o senza armi, in battaglia o no, deve essere abbattuto”. Tanto che oggi rappresentano solo il 7% della popolazione namibiana, mentre agli inizi del XX secolo costituivano il 40%. Stesso trattamento venne poi inflitto ai Nama quando si ribellarono un anno dopo.
Per ulteriori informazioni vedi: https://centrostudidialogo.com/2018/12/31/popoli-e-genocidi-i-tedeschi-chiedono-scusa-per-il-genocidio-di-herero-e-nama-e-forse-litalia-dovrebbe-prendere-esempio-di-gianni-sartori/
Gianni Sartori
