#Migranti #Sfruttamento – ETIOPIA-ARABIA SAUDITA: MIGRANTI USA E GETTA – di Gianni Sartori

Il ruolo dell’Etiopia? Anche quello di serbatoio di mano d’opera docile e a buon mercato, disciplinata e addomesticata, per la borghesia saudita

Curioso. Solo un anno fa veniva siglato un accordo tra governo etiopico e Arabia Saudita per cui oltre centomila migranti etiopi dovevano venir espulsi dall’Arabia Saudita per essere riportati in patria (come poi sostanzialmente era avvenuto in questi ultimi mesi).

La notizia coincideva con l’arrivo (30 marzo 2022) nell’aeroporto di Addis-Abeba del primo migliaio (900 per la precisione, tra cui molte donne con figli), accolti e rifocillati dagli operatori dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (OIM).

Per l’occasione un accorato appello veniva ricolto dal governo di Addis-Abeba alle Nazioni Unite e alle varie agenzie umanitarie affinché intervenissero per far fronte alle impellenti necessità.

Negli ultimi quattro anni l’Arabia Saudita ne aveva già rimandati in Etiopia oltre 350mila. Soprattutto persone con problemi di salute o comunque vulnerabili, in difficoltà: donne incinte, anziani, malati sia a livello fisico che mentale (applicando quindi una sorta di selezione poco “naturale”, ma funzionale al mercato del lavoro-sfruttamento).

Durante l’ultimo anno i programmi di rimpatrio si sono mantenuti, se non addirittura rinforzati per “garantire un rientro ordinato dei cittadini etiopi emigrati” (leggi: non più funzionali alle esigenze delle classi dominanti saudite).

Per la cronaca, si calcola (presumibilmente per difetto) che attualmente siano almeno 750mila i migranti etiopi presenti nel Reame (di cui circa 450mila vi sarebbero giunti in maniera irregolare). 

Così come previsto dal Piano regionale di sostegno ai migranti in situazioni di vulnerabilità e alle comunità di accoglienza nei Paesi del Corno d’Africa sulle rotte migratorie verso l’est (in genere con destinazione Arabia Saudita attraverso Gibuti e Yemen), erano intervenuti finanziariamente l’Ufficio dei rifugiati e delle migrazioni del Dipartimento di Stato americano (leggi: statunitense), l’Agenzia svedese  di cooperazione internazionale allo sviluppo e per le operazioni europee di protezione civile e di aiuto umanitario.

In controtendenza (ma solo apparente, se pensiamo che in realtà lo scopo è il medesimo: controllare i flussi migratori,  “addomesticarli” per renderli funzionali al sistema economico imperante) in questi giorni il governo regionale dell’Amhara* ha annunciato un programma di reclutamento e formazione professionale (come donne di servizio nelle magioni dei benestanti sauditi) per migliaia di cittadine della regione. Garantendo che i loro salari in moneta straniera verranno depositato come moneta nazionale (birr) al tasso attuale del ”mercato nero” e non a quello, sfavorevole, ufficiale.

Anche se questo sembra non turbare più di tanto le autorità etiopi (sia a livello regionale che nazionale), non si contano i casi di abusi sessuali subiti dalle donne di servizio di origine africana nei paesi del Golfo (ben sapendo che quelli denunciati o di cui comunque si viene a conoscenza, costituiscono solo la punta dell’iceberg). Per non parlare delle ricorrenti accuse di “trattamenti disumani” (torture, uccisioni…) nei centri di detenzione per migranti.

Come aveva denunciato Human Rights Wath “per anni l’Arabia Saudita ha arrestato e detenuto arbitrariamente migliaia di migranti etiopici in condizioni spaventose, incluse torture, pestaggi a morte e condizioni degradanti, deportandone a migliaia”.

Stando a quanto riportava Al Jazeera, sarebbero almeno mezzo milione le donne (età compresa tra i 18 e i 40 anni) di cui si va pianificando il reclutamento per inviarle in Arabia Saudita come lavoratrici domestiche. Con una vera e propria campagna promozionale anche con cartelloni pubblicitari nelle maggiori città che invitano a registrarsi presso gli uffici governativi. Le donne verrano poi trasportate in aereo nel Golfo a spese del governo di Addis-Abeba

Tutto questo, ripeto, mentre le organizzazioni umanitarie denunciavano il ritorno forzato in Etiopia di migliaia di donne e uomini vittime di abusi fisici e sessuali da parte dei loro datori di lavoro sauditi.

Questo il comunicato ufficiale dell’amministrazione dell’Amhara:

“In ragione dei forti legami diplomatici del nostro paese con l’Arabia Saudita, sono state rese disponibili opportunità di lavoro per 500mila etiopiche, tra cui 150mila dalla regione Amhara”.

Niente di nuovo sotto il sole naturalmente. Ricorda per certi aspetti quanto avveniva in Namibia quando era occupata dal Sudafrica (e sottoposta all’apartheid) con i lavoratori delle miniere di uranio rispediti a casa loro, nei villaggi, quando manifestavano i sintomi della malattia. O i migranti dai bantustan reclusi nei dormitori-prigioni (“ostelli” eufemisticamente), lontano dalle famiglie, forza lavoro a basso costo in condizioni di semi-schiavitù.

Volendo anche i nostri minatori in Belgio (previo accordo tra i governi dell’epoca) all’epoca di Marcinelle.

Coincidenza. Mentre avviava queste operazioni di ferreo controllo dei flussi migratori, il governo etiope procedeva allo smantellamento delle milizie regionali. Stando a un comunicato del 6 aprile, si ripromette di “integrare le forze speciali regionali all’interno delle forze dell’esercito federale (ENDF) e delle forze di polizia federale”.

Allo scopo evidente di centralizzare il controllo sui gruppi armati e sminuire la relativa autonomia delle singole regioni.

La cosa non è risultata gradita proprio nello Stato-regione dell’Amhara dove sono già scoppiate proteste e rivolte.

Quindi, per il governo centrale, “sì” alla fornitura di forza-lavoro subalterna, ma “no” all’autodeterminazione regionale.

Gianni Sartori

#Kurds #Yazidi – COSI’ GLI EZIDI PRESERVANO LE PROPRIE TRADIZIONI E IL DIRITTO IRRINUNCIABILE ALL’AUTODETERMINAZIONE – di Gianni Sartori

fonte immagine @Reuters/Ari Jalal

Nonostante il persistente rischio di genocidio e le continue persecuzioni provenienti da vari fronti ostili (oltre a Daesh, Ankara…) anche quest’anno i curdi ezidi celebrano il “Mercoledì Rosso”. Fieri di una identità che non si è mai omologata o fatta omologare.

I Curdi ezidi attualmente non sarebbero più di milione (per altre fonti solo 700mila).

Vivono principalmente nel Kurdistan del Sud (Bashur) oltre che in Siria, Turchia, Armenia, Russia Georgia e – nella diaspora – in Europa (soprattutto in Germania).

Come è noto nel 2014 hanno subito un autentico genocidio da parte dello Stato islamico (Daesh) a Shengal (Irak). E qui, come ricordava in uno dei suoi ultimi lavori Zero Calcare “si è stabilita dal 2017 l’autonomia basata sui principi della rivoluzione curda”. Ossia quelli di “una società che mette al centro la parità tra uomo e donna, la ridistribuzione delle ricchezze, la convivenza pacifica fra tutte le religioni ed etnie”. Il Confederalismo Democratico in sostanza.

Per concludere, forse con un eccesso di ottimismo che “dovremmo imparare anche noi qui”.

Ma intanto, nonostante tutto (oltre alle “pulizie etniche” ricordiamo pure i recenti attacchi con i droni e i bombardamenti da parte della Turchia…) anche quest’anno gli ezidi (i sopravvissuti almeno) di Shengal celebrano il loro nuovo anno, il Mercoledì Rosso (Çarşema Serê Nîsanê; in curdo: Çarşema Sor).

La ricorrenza viene celebrata il primo mercoledì di aprile. Per l’occasione gli ezidi raggiungono il tempio di Lalesh (Laleş, Lalish: luogo santo a Bahdinan/Behdînan), nella provincia di Ninive (35 chilometri a nord di Mosul, Iraq settentrionale) dove si trova la tomba di shaykh Adi (Adi bin Musafir al-Hakkari). Deceduto nel 1162 è  qui sepolto insieme al successore shaykh Hasan. Accendendo 365 candele per festeggiare la creazione dell’Universo e celebrare la natura e la fertilità.

Ma perché proprio di mercoledì?

Con riferimento alla Genesi, i curdi ezidi ritengono che “Nostro Signore ha cominciato a creare l’universo il venerdì” e avrebbe “terminato il suo lavoro mercoledì”.

Festa sostanzialmente primaverile, coincide con un momento di grande fioritura, in particolare di rose rosse e di anemoni.

Per la mitologia ezida l’Universo sarebbe avvolto dalle ombre e dalla nebbia, mentre la Terra era ricoperta di ghiaccio.

Dio avrebbe inviato, sempre di mercoledì, “il Re Ta’wes” in forma di uccello nella regione di Sheikhan (Sud Kurdistan) facendo sciogliere il ghiaccio e fiorire a migliaia fiori rossi, gialli e verdi (da cui i colori della bandiera curda a cui spesso si aggiunge il bianco – il ghiaccio? – mentre il giallo viene talvolta rappresentato da un sole).

Si ritiene che fino al 612 avanti Cristo tale ricorrenza venisse celebrata dai Curdi esclusivamente come festa religiosa mentre in seguito divenne una vera e propria ricorrenza nazionale.

Ricoperti dai loro abiti migliori, ezidi provenienti da ogni parte si riuniscono nel luogo santo sacrificando montoni e vitelli. E su questo ovviamente, per quanto solidale con questa minoranza oppressa e perseguitata, chi scrive non può che dissentire apertamente (anche se non si può escludere che si tratti di un rituale acquisito successivamente, per “contaminazione” cristiana o islamica).

Comunque, nella circostanza le giovani e i giovani dipingono dodici uova (simbolo della Terra gelata, ma anche della sua sfericità di cui evidentemente gli ezidi erano a conoscenza da tempi immemorabili) con i tre colori canonici della primavera portata da re Ta’wes. Per poi deporli in un piatto al centro della casa.

Nel giorno della vigilia vengono visitate le tombe dei defunti e distribuiti uova e dolciumi. Inoltre nel mese di aprile, per tradizione, non si dovrebbe scavare, zappare la terra e in genere lavorare. Non solo. Nello stesso periodo non avvengono matrimoni per non contrapporsi a quello che viene considerato il matrimonio tra aprile (la “sposa”) e l’anno nuovo.

Fondamentale per chi visita il mausoleo di shaykh Adi (turisti compresi, non solo i pellegrini) è ricordarsi di camminare scalzi. In quanto “gli angeli risiedono sulla soglia di ogni entrata, per questo è importante non calpestare gli scalini d’ingresso”.

Molte abitazioni degli ezidi portano sul cancello l’effige di Melek Taus, raffigurato come un pavone. Stando alla tradizione (con evidenti influenze dello zoroastrismo), dopo aver creato il mondo, Dio ne aveva affidato la tutela a sette angeli, tra cui appunto Melek Taus (conosciuto anche come “l’angelo pavone”). Chiedendo loro di inchinarsi davanti ad Abramo. Essendosi rifiutato di farlo, da quel momento Melek Taus venne emarginato, rifiutato dall’umanità. Tranne che dagli ezidi.

In qualche modo la sua figura si sovrappose a quella di Lucifero (oltre che alla vicenda analoga di Iblis, raccontata nel Corano). Questo antecedente mitico nei secoli successivi fornì il pretesto per le persecuzioni subite dagli ezidi in quanto presunti “adoratori del diavolo”. Soprattutto da parte degli islamici.

In realtà è probabile che l’attuale religione praticata dagli ezidi abbia origini più recenti, ossia dalla predicazione di shaykh Adi (XII secolo).

Gianni Sartori