Autore: centrostudidialogo
#7NotePerUnaNuovaEuropa #Ireland #PatsyOHara
#DialoghiSulWeb – i #Podcast di Centro Studi Dialogo – #Comunità – I siciliani di Tunisia – reg. 28.10.2022
Nel nostro viaggio attraverso le comunità che ancora oggi hanno mantenuto lingua e tradizioni della Terra di origine, attraversiamo il Mediterraneo per incontrare il prof. Alfonso Campisi, docente all’Università La Manouba.
#Ireland #Belfast – IRLANDA DEL NORD: CONDANNATA UNA MILITANTE REPUBBLICANA – di Gianni Sartori

Tra questioni irrisolte e repressione del dissenso, come procede in Irlanda del Nord? In mancanza di chiarimenti da parte degli “addetti ai lavori”, cerchiamo di orientarci.
Per un certo numero di “addetti ai lavori” il dramma irlandese (soprattutto lo sciopero della fame del 1981) ha rappresentato se non proprio il fondamento di una carriera (libri, articoli, consulenze, partecipazione a convegni, dibattiti, trasmissioni radiofoniche…), perlomeno un buon trampolino di lancio. Giornalisti e scrittori soprattutto, ma anche operatori turistici “alternativi”, quelli che vi portano a vedere i murales.
Sia di Destra (vedi i soi-disant “terceristi” nostrani) che di Sinistra (qui andiamo già meglio, in genere c’è stata buonafede, perlomeno inizialmente). Oltre a una vasta schiera di non classificabili (in genere provenienti da Destra, ma talvolta – saggiamente e proficuamente – approdati a generiche posizioni progressiste, magari impregnate di cattolicesimo che per l’Irlanda non guasta mai). Salvo poi commentare in maniera vergognosa (schizofrenica ?) altre lotte di liberazione (come tutte, quella irlandese compresa, non certo prive di ombre e contraddizioni). Vedi per es. le lodi sproporzionate a un’opera discutibile come “Patria” sulla questione basca.
Grazie anche al contributo di tali personaggi, a Bobby Sands e compagni era toccato in sorte (loro malgrado presumo, erano tutti giovani proletari, gente comune) il ruolo di icona (di “santino”).
Invece su coloro che, magari sbagliando, a Belfast e a Derry hanno creduto di dover procedere su quella stessa strada (per la riunificazione dell’Isola, per l’autodeterminazione e magari, se non è chiedere troppo, per il socialismo) anche dopo gli accordi del Venerdì Santo (firmati nel 1998 da Tony Blair e Bertie Ahern), è calato il velo impietoso dell’oblio (o peggio). Nella più benevola delle ipotesi, abbandonati al loro destino di sconfitti della (o dalla ?) Storia.
Riepiloghiamo. Recentemente (febbraio 2023) l’Unione europea e il governo di Londra avevano messo a punto un accordo sulle modalità di applicazione del protocollo per l’Irlanda del Nord (teoricamente in vigore dal 2020). Con la dichiarata intenzione di evitare che – dopo la Brexit – si ricostituisse una frontiera fisica per la libera circolazione delle merci in Irlanda.
Accordo poi approvato ufficialmente dagli Stati membri della Ue il 21 marzo 2023. E di questo ne siamo tutti contenti, ma forse qualche contenzioso è destinato a rimanere ancora aperto.
Come sembrerebbero indicare alcuni segnali, qualcuno di bassa intensità (ordinaria amministrazione). Come in questi giorni la rimozione forzata parte della polizia nordirlandese (la PSNI, erede della RUC) dei cartelli a sostegno dell’Ira (posti – si ritiene – da militanti di Saoradh) nelle aree repubblicane di Derry (in particolare a Creggan, il quartiere di Patsy e Peggy O’Hara). Mentre questo avveniva, gruppi di giovani esprimevano il loro dissenso lanciando pietre sui mezzi della PSNI. A cui viene anche rinfacciato di non aver agito con la stessa determinazione quando si trattava di rimuovere i simboli unionisti, compresi quelli inneggianti alle bande lealiste UVF e UFF.
Altro segnale (un messaggio agli “irriducibili”?) l’arresto avvenuto il 18 maggio di una militante repubblicana, la sessantacinquenne di West-Belfast (principale enclave del proletariato cattolico-repubblicano) Perry Fionnghuala Perry, conosciuta anche come Nuala.
Già condannata in giovanissima età per la sua militanza, ora Perry viene accusata di aver raccolto informazioni e di averle messe a disposizione dei dissidenti della Real IRA. Il processo, senza giuria, a suo carico si era svolto in marzo per concludersi con la condanna. Per l’accusa avrebbe ricopiato (fotocopiato?) alcuni documenti di un rapporto in merito al recupero di armi da fuoco da parte della polizia. Documenti rinvenuti nella sua abitazione nel febbraio di cinque anni fa durante una perquisizione.
Certo in fondo si tratta di piccole cose. Ben più rilevante (e a mio avviso preoccupante ) la recente dichiarazione del portavoce per gli affari esteri del Sinn Fein con cui si ribaltava una presa di posizione storica. Di fatto, la rinuncia (temporanea? Definitiva?) all’impegno (più volte ribadito in passato, anche come promessa elettorale) di ritirarsi dall’accordo di difesa comune dell’UE (Pesco) e dal progetto Partnership for Peace (PIP) della NATO.
Ancora un segno dei tempi?
Gianni Sartori
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#Europa #Americhe #Opinioni – RITORNA LA LOTTA DI CLASSE? A DIRE IL VERO NON SI ERA MAI ASSENTATA – di Gianni Sartori

Confesso che il dubbio mi era venuto. Ossia che – mentre il capitalismo in tutte le sue molteplici e svariate varianti proliferava ricoprendo il pianeta di immondizie e cadaveri – la vecchia cara “classe operaia”, se non proprio in via di estinzione, ultimamente appariva alquanto malmessa, in disarmo. Tanto da farmi dire che se ai “miei tempi” si discuteva di “proletariato in sé” e di “proletariato per sé” ormai si doveva parlare di “proletariato completamente fuori di sé” (ossia definitivamente assorbito, sussunto alla società della merce e dello spettacolo).
Ma evidentemente peccavo di pessimismo. Smentito (mi auguro almeno) da qualche recente segnale odierno di mobilitazione sindacale.
Cominciamo dalla Francia (sempre in prima fila, almeno dal 1789).
Il 15 maggio circa 200 persone hanno tentato di penetrare nel Circuito del Grand Prix di Pau per protestare contro la nuova legge sulle pensioni. Poco dopo iniziavano gli scontri con la polizia che cercava di impedirlo facendo ampio uso di lacrimogeni. Colpendo sia manifestanti che spettatori dell’evento sportivo. Una cinquantina di manifestanti intanto si era radunata davanti all’altro ingresso, ma anche questi venivano bloccati dallo schieramento delle forze dell’ordine. Solo alcuni, utilizzando le scale, raggiungevano un recinto dove un paio di poliziotti sarebbero stati momentaneamente “circondati”. Al momento non si registrano fermi o arresti.
A Zellik, in Belgio (sempre lunedì 15 maggio, ma nel pomeriggio) alcuni sindacalisti avevano realizzato un simbolico “posto di blocco” davanti al centro di distribuzione dei supermercati Delhaize. La direzione ha immediatamente convocato un ufficiale giudiziario e la polizia si è presentata in forze. La protesta nasceva dalla dichiarata intenzione di Delhaize di liberalizzare, concedendola ad altri (“franchiser”) la gestione dei suoi circa 130 magazzini, attualmente ancora gestiti in proprio. Deplorando il sostanziale impedimento di ogni manifestazione di dissenso, i sindacati hanno posto in essere decine di iniziative.
Da Drogenbos a Ixelles (in due diverse occasioni), da Bruxelles a Gand, da Saint-Gilles a Liegi.
Ricoprendo gli edifici e le vetrine di scritte, sgonfiando i pneumatici dei camion dell’azienda, bloccando le serrature e ricoprendo di olio industriale i carrelli.
Dall’altro lato dell’Atlantico, in Paraguay (anche se il paese non ha sbocchi sull’Oceano), nella giornata di venerdì 12 maggio i lavoratori in sciopero di Añá Cuá (Ayolas, dipartimento di Misiones) si sono riuniti davanti all’entrata di EBY (Entità Binazionale di Yacyretá). Qui si sono registrati scontri con le forze della polizia nazionale dopo che i manifestanti avevano bloccato la strada. Numerosi feriti tra i lavoratori in sciopero contro cui la polizia ha utilizzato fucili da caccia caricati con pallettoni di plastica.
Dagli Stati Uniti la novità che Starbucks rischia di venir condannato per “politica antisindacale”.
Risale al dicembre 2021 la costituzione di un primo sindacato, rappresentativo di diverse centinaia di lavoratori, in alcune succursali di Starbucks a Buffalo. Presto seguito da almeno altre 300 succursali coinvolgendo circa 7mila dipendenti dell’azienda. In marzo un giudice amministrativo ha riconosciuto la nota catena di caffè (una multinazionale con sede principale a Seattle) colpevole di molteplici violazioni della legislazione del lavoro. In particolare per aver impedito la sindacalizzazione dei suoi dipendenti. Licenziandone parecchi dopo che si erano impegnati nella propaganda sindacale e minacciandone altri. Non solo. Avrebbe garantito vantaggi e promozioni a coloro che votavano contro la costituzione di un sindacato. Nei giorni scorsi, convocato dalla commissione per gli Affari Sociali, un responsabile della catena ha dichiarato di non accettare questa decisione in quanto, a suo avviso “Starbucks non ha violato la legge”. Parlava della“sua” evidentemente.
Gianni Sartori
