#Asia #Philippines – Filippine: possibile “soluzione politica” di un conflitto lungo più di mezzo secolo? – di Gianni Sartori

Luis G. Jalandoni – fonte immagine https://ndfp.info

Già se ne parlava poco. Figurarsi se ai media mainstream  (si dice così?) interessa evidenziare una strana coincidenza (solo ipotetica, un sospetto diciamo..) con quanto avvenuto, per esempio, in Colombia (vedi il lento stillicidio degli ex esponenti delle Farc, oltre che di militanti della società civile, femministe, sindacalisti, ambientalisti…).

Certo, potrebbe non essere del tutto casuale  l’eliminazione, gli “annientamenti” più o meno mirati contro militanti storici di una lotta che – nel caso delle Filippine – dura da 50. Propedeutici a un processo di “pacificazione” intrapreso dal governo con la guerriglia maoista ? Forse.

Una situazione, almeno in parte, assimilabile alle modalità, allo stile con cui si stanno consumando le soluzioni di altri conflitti. Probabilmente nel caso delle Filippine non dovremo assistere a quanto era toccato ai tamil. Diversa anche la situazione birmana (che pur presenta qualche analogia) dove le comunità alleate (temporaneamente?)  sembrano aver qualche buona possibilità di successo.

Ricapitoliamo.

Tra le tante guerre a (relativa) “bassa intensità” quella che da circa mezzo secolo si svolge nelle Filippine non è certo tra le più conosciute o documentate. Fermo restando che sia le lotte per l’autodeterminazione (indipendentiste o meno) che le  eventuali “soluzioni politiche” (dal Sudafrica all’Irlanda, dalla Colombia ai Paesi Baschi etc), per quanto frutto di ragioni intrinseche (almeno quelle autentiche, non create ad hoc) dipendono anche – o soprattutto – da ben altro. In particolare dal contesto geopolitico: Per chi preferisce: il “campo” in cui schierarsi, volenti o nolenti.

Dalle Filippine, anche nell’anno in corso, sono arrivate notizie soprattutto di scontri tra militari e guerriglieri (in genere comunisti). Scontri che solitamente – stando almeno a quanto si conosce – si concludono a sfavore dei secondi.

Da segnalare poi come sempre più spesso vengano uccisi elementi di spicco (comandanti etc.). Un segnale di perfezionamento delle operazioni di intelligence? Un modo  per “favorire”  – ma al ribasso – il processo di soluzione politica? Potrebbe anche essere.

Tra gli episodi più recenti (inizi novembre 2023), la cattura a Barangay Buhisan (San Agustin) di Cristitoto Tejero, comandante in capo del Fronte di guerriglia 19 della New People’s Army – Comitato regionale del nord-est di Mindanao. Il militante maoista (57 anni) era da tempo ricercato per la sua attività guerrigliera e in particolare per l’uccisione di un militare.

Pochi giorni prima, il 26 di ottobre, un altro esponente della Bagong Hukbong Bayan (NPA) da tempo ricercato, Michael Cabayag (Ka Teddy, comandante del Fronte di guerriglia Sendong) era stato ucciso dai soldati del 10° battaglione di fanteria nel villaggio di Carmen (Misamis Occidentale). Nella stessa circostanza veniva catturato un altro militante, Armida Nabicis (Ka Yumi). Tra le armi trovate in loro possesso: un fucile M-16 Armalite, un CZ (AK-47), una carabina M653 e un lanciagranate M-203.

Un altro esponente di spicco della guerriglia maoista, Ray Masot Zambrano, era stato precedentemente abbattuto a Barangay Obial (Kalamansig) il 10 ottobre.

L’operazione veniva condotta dai militari della 603° brigata di fanteria. Quasi contemporaneamente un altro membro della NPA (di cui al momento non si era potuto accertare l’identità) soccombeva sulle montagne di Buneg (Lacub, Abra).

Ancora più tragico il bilancio del 29 settembre quando almeno cinque esponenti della NPA perdevano la vita nella città di Leon, provincia di Lloilo.

Tra loro la comandante Azucena Churesca Rivera (Rebecca Alifaro, conosciuta anche come Jing).

Nella guerriglia dal 1980, svolgeva funzioni di Segretaria del Fronte sud della NPA -Komiteng Rehiyon-Panay.

Altri due guerriglieri venivano uccisi da un pattuglia di polizia nei pressi dell’aeroporto di Bicol (tra i villaggi di Bascaran e Alobo).

L’ennesimo  guerrigliero era deceduto qualche giorno prima a Esperanza (Agusan del Sur) e almeno sei il 21 settembre nel villaggio di Taburgon (Negros occidentale)

Rispettivamente dal 26° battaglione di fanteria e dal 47° battaglione.

I sei maoisti facevano parte del Fronte sud-ovest della NPA. Tra di loro, Alejo “Peter/Bravo” de los Reyes; Mélissa “Diana” de la Peña ; Marjon “Kenneth” Alvio ; Bobby “Recoy” Pedro e il medico Mario “Reco/Goring” Fajardo Mullon.

Quanto al sesto guerrigliero, all’epoca non era stato ancora identificato

Oltre ad alcune armi i militari avevano recuperato molto materiale propagandistico e politico.

Ancora sei maoisti (altri sei) erano caduti in combattimento il 7 settembre nel corso di una serie di scontri a fuoco con i militari nella zona di Sitio Ilaya (provincia di Bohol) mentre, intercettati a un  posto di blocco, tentavano di sganciarsi.

Invece il 20 marzo era stato un sottufficiale dell’esercito filippino a venir ucciso in un conflitto con una decina di guerriglieri della NPA nell’isola di Masbate.

Comunque un doloroso stillicidio, oltretutto senza apparente via d’uscita e che – stando ai dati ufficiali – avrebbe causato oltre 40mila morti (in maggioranza civili) in circa mezzo secolo.

Ma recentemente, dopo che precedenti trattative si erano insabbiate, è apparso qualche segnale di possibile soluzione del conflitto. Innanzitutto l’amnistia per i ribelli in carcere e poi una dichiarazione congiunta tra il governo filippino e il National Democratic Front of the Philippines (Pambansang Demokratikong Hanay ng Pilipinas).

Con cui entrambi intendevano ricucire il dialogo bruscamente interrotto sei anni fa dall’allora presidente Rodrigo Duterte.

Buona parte del merito dell’iniziativa andrebbe al presidente Ferdinand Romuáldez Marcos Jr (eletto nel 2022 e che presumibilmente vuole riscattarsi dalle colpe del padre) il cui Assistente speciale Antonio Ernesto Lagdameo è stato nominato Negoziatore governativo.

Il Fronte, coalizione di una ventina organizzazioni (tra cui, oltre alla NPA, il Communist Party of the Philippines), ne costituisce la “vetrina politica” e attualmente è guidato da Luis Jalandoni, un ex sacerdote (tra i membri anche la Christians for National Liberation da lui fondata).

Altre organizzazioni che ne fanno parte:

Moro Resistance and Liberation Organization (MRLO), Katipunan ng Gurong Makabayan (KAGUMA), Liga ng Agham para sa Bayan (LAB), Lupon ng Manananggol para sa Bayan (LUMABAN), Malayang Kilusan ng Bagong Kababaihan (femministe), Revolutionary Council of Trade Unions (RCTU),Pambansang Katipunan ng Mambubukid (PKM), Katipunan ng mga Samahang Manggagawa (KASAMA), Cordillera People’s Democratic Front (CPDF)…

Un eterogeneo raggruppamento tattico di partiti, associazioni della società civile, sindacati e gruppi armati di sinistra, milizie etniche, tribali e altro (ca va sans dire: niente a che vedere con altre milizie di natura integralista-islamica)  che per certi aspetti può ricordare l’attuale coalizione antigovernativa del Myanmar. Se non addirittura -almeno in prospettiva, potenzialmente – la situazione del Rojava. ma forse qui mi sto allargando troppo.

Il 23 novembre 2023 Jalandoni e Lagdameo hanno firmato a Oslo una dichiarazione con cui si impegnano “per una soluzione pacifica ed equa del conflitto armato” e per una “pace giusta e duratura”.

Sottolineando “la necessità di unità come nazione per fare fronte alle minacce esterne alla sicurezza” a auspicando indispensabili riforme socio-economiche atte a superare l’attuale situazione alquanto disastrata (anche sotto il profilo ambientale).

Forse ha indirettamente contribuito all’accelerazione del nuovo corso la recente scomparsa in esilio  (per cause naturali, nel dicembre 2022) del dirigente comunista maoista Jose Maria Sison. Questa sì casuale, non certo “pianificata”.

E proprio per il Communist Party of the Philippines e per il suo “braccio armato (NPA) è prevista una trasformazione in organizzazione politica (analogamente al processo che ha interessato le FARC colombiane).

Gianni Sartori

#IncontriSulWeb – Dialogo Euroregionalista, un cambio di passo verso il futuro – Venerdì 8 dicembre alle ore 18

Un incontro con Alberto A. Schiatti , vicepresidente di Centro Studi Dialogo e responsabile alla redazione di “Dialogo Euroregionalista” per informarvi sulle novità che riguarderanno la pubblicazione trimestrale edita dalla nostra associazione a partire dal 1° gennaio 2024. In contemporanea su #Facebook , #Twitter , #YouTube e sul nostro Blog.

#Turchia #Iran – DUE PESI, DUE MISURE. O NO? – di Gianni Sartori

Hrant Dink – fonte immagine https://massispost.com

Non si capisce perché la notizia dovrebbe suscitare particolare “sconcerto”. In fondo è normale amministrazione. Ogün Samast, l’assassino di Hrant Dink (intellettuale cristiano armeno, processato nel 2005 per alcuni articoli sul genocidio armeno del 1915) ha semplicemente goduto di ciò che la Turchia non concede nemmeno ai detenuti malati terminali (l’uscita anticipata per “buona condotta” o per gravi motivi di salute).

Uscito dal carcere dopo sedici anni (era rinchiuso nel carcere di tipo F di Bolu), il responsabile dell’uccisione del giornalista direttore di Agos (autore materiale, ma sui mandanti si rimane all’oscuro) non avrebbe usufruito di particolari favoritismi. Anche se, a quanto sostiene Gazeta Duvar  “in carcere avrebbe commesso altri crimini” (non specificati). Il fatto comunque suscita qualche dubbio. Intanto non ha dovuto confrontarsi con l’aggravante, scontata in casi analoghi, dell’accusa di terrorismo. Un elemento che avrebbe sicuramente allungato la sua permanenza dietro le sbarre.

Va ricordato che al momento dell’arresto venne salutato come un “eroe” e che alcuni poliziotti vollero farsi fotografare accanto a lui esponendo una bandiera turca.

L’omicidio (una probabile operazione di “guerra sporca” eseguita con quattro colpi di pistola sparati bruciapelo) risaliva al 19 gennaio 2007 e Ogün Samast era stato condannato a 23 anni..

Per alcuni osservatori la sua prematura rimessa in libertà avrebbe tutte le caratteristiche di una “amnistia segreta”

Una chiara condanna è venuta da Eren Keskin (co-presidente dell’Associazione per i diritti umani) in quanto “Gültan Kışanak, Selahattin Demirtaş, Osman Kavala, Can Atalay sono in carcere solo per i loro pensieri, ma un assassino può tornare in libertà”.

Nel frattempo – il 24 novembre – in Iran un minorenne, Hamidreza Azari (17 anni, originario di Sabzevar – provincia di Razavi-Jorasán) saliva sul patibolo.

La sua condanna deriverebbe dall’applicazione della “qesas”, ossia del principio per cui un omicidio viene “risarcito” con la condanna a morte e l’esecuzione.

Hamidreza Azari era ritenuto il principale responsabile della morte (per una pugnalata durante una rissa) di Hamidreza Al-Daghi (definito “martire” da alcuni media iraniani).

Amnesty International ha ricordato che sono in vigore trattati internazionali per cui l’esecuzione di “minori all’epoca del crimine” dovrebbe essere interdetta.

Ma tale principio evidentemente non fa testo in Iran dove si ripetono le esecuzioni di persone minorenni all’epoca del delitto di cui sono accusate.

Dal principio dell’anno le condanne a morte eseguite nella repubblica islamica sarebbero almeno 684 (un record anche per Teheran).

Recentemente era stato giustiziato Milad Zohrevand, un ventiduenne arrestato nel corso delle proteste “Jin, Jiyan, Azadî “ dopo l’assassinio di Jina Mahsa Amini.

Gianni Sartori

#Americhe #Mapuches – CONDANNE LIEVI PER CHI AMMAZZA UN MAPUCHE, CARCERE DURO ED ESTRADIZIONI PER I MILITANTI – di Gianni Sartori

Facundo Jones Huala – fonte immagine NA

In questi giorni è stata emessa la sentenza dei Tribunali Federali di Fiske Menuco (General Roca) con cui venivano condannati a pene dai quattro ai cinque anni i membri delle forze dell’ordine argentine responsabili dell’uccisione nel novembre 2017 di un giovane indio mapuche di 22 anni, Rafael Nahuel.

I suo familiari, indignati per l’inconsistenza della condanna rispetto alla gravità del fatto, insieme a esponenti della società civile (associazioni partiti…) hanno tentato di superare le transenne, protette da uno schieramento di polizia, per entrare nel tribunale.

Rafael Nahuel era stato ucciso da colpi di arma da fuoco (altri due mapuche rimanevano feriti) nel corso di una operazione di sgombero degli indigeni (leggi: evacuazione forzata dalle terre ancestrali) nella regione del lago Mascardi, a 35 km. da Bariloche. Località turistica ben conosciuta come buen retiro di vecchi arnesi del nazismo (Erik Priebke, Adolf Eichmann, vi sarebbe transitato anche Josef Mengele…), ustascia croati (temporaneamente anche Pavelić) e fascisti italici.

L’istituzione di un Parco Nazionale diventava il pretesto per l’ulteriore espulsione delle comunità indigene e le truppe della Marina (viene in mente l’ammiraglio golpista e piduista Emilio Eduardo Massera…) si scontravano duramente con i manifestanti organizzati nella RAM (Resistenza Ancestrale Mapuche), sorta nel 2013 per recuperare le terre espropriate ai mapuche da privati e stati (Argentina e Cile) nel sud del continente.

Il 15 novembre veniva confermata dalla Corte Suprema argentina l’estradizione in Cile del militante mapuche Facundo Jones Huala (37 anni) attualmente rinchiuso nel carcere di Esquel.

Dopo aver già scontato la maggior parte di una condanna a nove anni (per “incendio e porto illegale di arma da fuoco di costruzione artigianale”, fatti avvenuti nel 2013 nella regione cilena di Los Ríos), nel 2022 aveva ottenuto la libertà condizionale, ma per non essere nuovamente incarcerato aveva valicato la cordillera.

Nonostante la sorte dell’esponente della RAM, non sia ancora stabilita definitivamente (sono in atto i ricorsi), per i suoi sostenitori si tratterebbe comunque di una “persecuzione illegittima”. Anche in Argentina Huala si era impegnato nelle lotte del suo popolo partecipando all’occupazione di 500 ettari delle immense proprietà di Benetton (oltre 900mila ettari) in Patagonia. Sebbene dal 1994 sia in vigore un riconoscimento formale della “preexistencia étnica y cultural de los pueblos indígenas argentinos” e anche della “posesión y propiedad comunitarias de las tierras que tradicionalmente ocupan”, la questione rimane aperta (ovviamente a sfavore dei mapuche).

Jones Huala era stato fermato nel 2017 e la sua comunità – Pu Lof Resistencia Cushamen – si mobilitava chiedendone la scarcerazione.

Una manifestazione che si svolgeva a Bariloche era stata repressa duramente (con parecchi arresti e manifestanti feriti) e successivamente ( agosto 2017), si scatenò la famosa “caccia al mapuche” che porterà alla scomparsa e alla morte di Santiago Maldonado. Inviato in Cile nel 2018, venne condannato con un processo che molti osservatori definirono “pieno di irregolarità, contraddizioni e con prove deboli”. Tra l’altro non si potè nemmeno dimostrare che fosse effettivamente presente sul luogo dei fatti contestati.

Dopo tre anni di detenzione nel Centro di Compimento Penitenziario di Temuco (dove avrebbe subito maltrattamenti), nel gennaio del 2022 gli fu concessa la scarcerazione. Quasi immediatamente revocata (ma nel frattempo era oltre confine in Argentina). Fermato casualmente in gennaio, finiva rinchiuso nel carcere di Esquel.

In ogni caso val la pena di ricordare alcuni recenti episodi di repressione da parte delle autorità argentine nei confronti degli indigeni. Proprio un anno fa, nell’ottobre 2022, veniva brutalmente sgomberata la comunità mapuche Lafken Winkul Mapu di Villa Mascardi (sempre nei pressi di Bariloche). Qui le truppe federali si gettarono anche contro donne e bambini, rompendo tutto quello che trovavano e arrestando molti membri della comunità.

Le denunce per le violazioni dei Diritti Umani e dei diritti dei popoli originari commesse in quella circostanza ebbero risonanza internazionale risultando inconfutabili.

Perfino l’avvocata Elizabeth Góme Alcorta, all’epoca ministra delle Donne, Generi e Diversità, non riuscì a trovare giustificazioni finendo con il rinunciare al suo incarico.

Il cerchio si chiude. Alla comunità Lafken Wincul Mapu apparteneva Rafael Nahuel, il giovane assassinato – alla schiena – il 25 novembre 2017 da agenti della Prefettura Navale.

Sia la morte di Nahuel così come quella di Maldonado e la persecuzione contro Jones Huala rientrano nella storia di sistematica repressione di criminalizzazione dei popoli originari operata dall’Argentina. Un Paese – e diciamolo ! – di colonizzatori (anche italici), con spiccate propensioni al razzismo e al fascismo, come ha dimostrato anche recentemente con l’elezione di Javier Milei.

E ovviamente il Cile segue a ruota. Soltanto qualche settimana fa sono stati condannati a oltre quindici anni quattro comuneros mapuche del Coordinamento Arauco Malleco (CAM). Tra di loro, il figlio del dirigente Héctor Llaitul.

Qualche mese prima era stato condannato a 47 anni Joaquín Millanao, un ventenne mapuche, cugino di Camilo Catrillanca.

Previsto per il marzo 2024 il processo contro Héctor. Per lui sia la in cui Procura che le imprese forestali, il latifondo e il Governo chiedono una condanna esemplare (si parla di 26 anni). A breve invece la sentenza per Luis Tranamil (richiesti 20 anni di carcere) in merito al caso Nain Retamal. Mijael Carbone Werken dell’Alleanza Territoriale Mapuche rimane in prigione preventiva nel carcere di Temuco, dove è in sciopero della fame.

I difensori dei Diritti umani denunciano il sistematico prolungamento dei processi giudiziari, con detenzioni di anni mediante montature o senza prove consistenti. Di conseguenza molti mapuche subiscono anni e anni di carcerazione preventiva, senza sentenza. Grazie al mantenimento della legge antiterrorismo, promulgata il 17 maggio 1984 da Augusto Pinochet e solo parzialmente modificata nelle disposizioni processuali dalla legge 19.047 del 14 febbraio 1991.

Nel frattempo, tra il 13 e il 18 novembre, in Cile cinque prigionieri politici mapuche (tra cui i quattro comuneros del CAM) sono entrati in sciopero della fame (e – pare – successivamente anche della sete) per protestare contro la condanna a quindici anni di prigione. In quanto, denunciano i loro avvocati, i processi non avrebbero rispettato il “minimo sindacale” di garanzie giuridiche. Tra le accuse nei loro confronti, aver danneggiato gli interessi di alcune grandi compagnie capitaliste che stanno saccheggiando il paese.

Gianni Sartori