#IncontriSulWeb – UN VIAGGIO IN ROMAGNA – venerdì 21 novembre – ore 18

Abbiamo incontrato Carla Fabbri che ricopre la carica di Presidente dell’Istituto Friedrich Schürr, un’associazione con alle spalle quasi tre decenni di attività, che opera per la promozione dell’utilizzo del Romagnolo e per la conservazione della cultura tradizionale, attraverso pubblicazioni, interventi sul territorio e attività on-line.
In contemporanea sui nostri canali social e sul nostro Blog.

“TRA PRESTIGIO E DIMENTICANZA – LE LINGUE DELL’ITALIA SETTENTRIONALE VISTE DAI GIOVANI” – di Gerard Janssen Bigas

Pubblichiamo la tesi di laurea redatta da Gerard Janssen Bigas, un giovane catalano, che abbiamo intervistato in una puntata di #IncontriSulWeb. E’ stata preparata durante un soggiorno a Milano per un Erasmus e presentata all’Università Pompeu Fabra di Barcelona, l’ateneo frequentato da Gerard. E’ scaricabile gratuitamente da questa pagina. Complimenti per il lavoro al nostro giovane amico e buona lettura a tutti.

#MedioOriente #Opinioni – MILIZIE TRIBALI A GAZA E IN SIRIA: OGGETTO DI STRUMENTALIZZAZIONE, NUOVI ASCARI O CHE ALTRO? – di Gianni Sartori

Dopo aver dovuto assistere – esterrefatti e impotenti – alla strumentalizzazione delle lotte per l’autodeterminazione (v. “l’indipendentismo a geometria variabile”, usa e getta), pare vada profilandosi una strumentalizzazione anche delle realtà tribali. Manipolate e foraggiate per mantenere lo stato di cose presente fondato su sfruttamento e dominio.

Recentemente si era parlato della possibilità di “dare potere alle strutture classiche di Gaza” (ossia i clan tribali) in alternativa alla gestione della sicurezza temporaneamente affidata ad Hamas dagli USA (il 13 ottobre).

Una via d’uscita realistica o direttamente dalla padella alla brace?

A Gaza i clan costituirebbero circa il 70% dei 2,3 milioni di residenti (dati approssimativi, forse “gonfiati”) con oltre 600 mukhtar (capi di villaggio, esponenti del comando tribale) in rappresentanza di sei confederazioni beduine.

Da segnalare (nella generale situazione di vuoto amministrativo e politico) che sempre al 13 ottobre risaliva l’offerta di amnistia da parte di Hamas (?!?) per i membri delle bande tribali che si fossero arruolati nelle sue forze di sicurezza. Le cose andavano complicandosi ulteriormente con gli scontri tra le milizie di Hamas e alcuni gruppi – definiti “indipendenti” – nei quartieri di Sabra e Shuja’iyya.

L’alternativa, per alcuni osservatori statunitensi, sarebbe quella di affidare la sicurezza alle realtà tribali. In tal senso aveva agito Israele fin dall’inizio del 2024 proponendo di svolgere tale compito a una dozzina di clan ritenuti “più affidabili”. Raccogliendo però il rifiuto di una decina di questi (non certo per “simpatia” nei confronti di Hamas, ma presumibilmente per opportunità, per non ritrovarsi poi “con il cerino in mano” se Israele li avesse scaricati).

Alla proposta israeliana avevano invece aderito le soidisant Forze Popolari di Yasser Abu Shabab (costituite da circa 400 miliziani).

Sul loro operato i pareri sono quantomeno controversi. Se per alcuni avrebbero “assicurato con successo corridoi umanitari per sei mesi consecutivi” (v. i convogli del discusso World Food Programme), per altri si sarebbero appropriati degli aiuti a spese degli sfollati.

Tra le altre realtà tribali che avevano accettato di collaborare, spiccava una fino ad allora sconosciuta “Forza d’Attacco Antiterrorismo” di Hossam al-Astal. In collaborazione con le milizie del clan al-Mujaida avrebbe (condizionale sempre d’obbligo data la “fluidità” della situazione) respinto le operazioni di Hamas in varie occasioni (fondamentale comunque il supporto aereo israeliano).

Dando comunque per scontato che alcuni clan (gli addetti ai lavori citano il clan Tayaha nelle zone orientali e il clan Barbakh) siano ancora in grado di esercitare una forma – magari parziale – di controllo sull’economia grazie una rete di attività agricole e commerciali in parte transfrontaliere (tra Gaza, Egitto e Giordania).

Del resto la stessa Hamas (tra il 2007 e il 2011 attraverso l’Amministrazione Generale per gli Affari dei Clan) aveva integrato tali strutture tradizionali coinvolgendo centinaia di mukhtar e istituendo una quarantina di “comitati di riconciliazione”.

Inoltre – nonostante le numerose perdite a causa dei bombardamenti israeliani – alcune famiglie di Gaza (gli Abd al-Shafi, i Rayyes…) avrebbero ancora al proprio interno numerosi professionisti (medici, insegnanti, avvocati, ingegneri…) in grado di svolgere funzioni tecniche indispensabili per la ricostruzione.

Esiste tuttavia il fondato sospetto che questo percorso( in parte ricalcato sulla fallimentare esperienza delle Leghe di Villaggio negli anni ’80, promossa da Israele per contrastare l’Intifada) finisca per alimentare l’ulteriore frammentazione-disgregazione della residua società civile di Gaza. Con la nascita di “feudi” controllati dalle milizie di questi minuscoli “signori della guerra”. Supervisionati dall’esercito israeliano che fornirebbe armamenti, veicoli, intelligence…oltre a garantire adeguati stipendi.

In ogni caso, al di là dei futuri sviluppi, appare evidente come anche in Palestina le realtà tribali vengano utilizzate, strumentalizzate per le finalità geopolitiche degli Stati (in gran parte estranee ai loro reali interessi).

E qualcosa del genere (utilizzo dei medesimi protocolli?) potrebbe essere già operativo in Siria.

Se a Gaza era lecito sospettare un intervento del Mossad, in Siria pare accertato che il MIT (l’intelligence turca) e le HTS (Hayat Tahrir al-Sham) stiano organizzando varie milizie sotto l’inedita denominazione di “esercito tribale”. Non sarebbero altro che residuati bellici delle  bande integraliste legate all’Isis. Sempre in prima linea nell’attaccare le forze arabo-curde (FDS) a Deir ez-Zor, Raqqa e Tapka (nord e est della Siria). Ne farebbero parte anche alcune “cellule (finora) dormienti”, ridestate e in un certo senso “istituzionalizzate”. Ancora in luglio (v. sito lekolin.org) si parlava di una “Brigata di Liberazione di Cizîrê”, legata alla tribù El Eşraf (ma infiltrata da capi di bande integraliste), frutto degli incontri a Damasco tra MIT e intelligence di HTS.

Per cui è possibile che sotto la “maschera tribale” si nasconda la pura e semplice riesumazione dello Stato islamico di antica memoria.

Allo scopo di seminare morte, distruzione e instabilità nei territori in parte ancora autogovernati del nord e dell’est della Siria.

Utilizzando sia i sabotaggi che gli omicidi mirati di esponenti dell’Amministrazione autonoma e delle FDS.

Così come – con lo stesso obiettivo – la Turchia mantiene da tempo le milizie dell’Esercito Siriano Libero nelle zone rurali di Aleppo e di Hesekê. Per alimentare le divisione settarie tra arabi e curdi e per guastare le conquiste del Rojava.

Risale al 10 ottobre l’apparizione un nuovo gruppo tribale autodenominato “Vulcano dell’Eufrate” (forse una creatura del MIT) di cui fanno parte anche ex (ex ?) membri dell’Isis. Si è fatto conoscere per aver incendiato la sede di un gruppo di donne (Zenobiya) nella città diAbu Hamam, à Deir ez-Zor.

Fermo restando che l’analogia (se esiste) riguarda l’utilizzo strumentale delle comunità tribali da parte di chi detiene potere e armamenti. Qui non si vuole assolutamente stabilire parallelismi tra la situazione di Gaza (dove opera una frazione dell’integralismo islamico come Hamas) e il Rojava (con quanto rimane dell’utopia “dal basso” del Confederalismo democratico).

Sempre sulla articolata questione curda, un’ultima ora dell’agenzia Reuters apre qualche inaspettato spiraglio.

Il governo turco starebbe preparando una legge speciale (l’approvazione è prevista verso la fine di novembre, dopo essere stata sottoposta al Parlamento) per consentire il rientro di migliaia di militanti curdi (ex PKK) attualmente rifugiati nel nord dell’Iraq.

Un passaggio ritenuto indispensabile per il processo di pace.

Non è però chiaro quanto il testo legislativo, elaborato dal partito di Erdogan (Adalet ve Kalkınma Partisi -AKP), consentirà – e in quale misura – di sospendere le inchieste e i procedimenti giudiziari nei confronti dei combattenti che depongono le armi.

Per cominciare, dovrebbe rientrare in Turchia un primo scaglione di circa mille militanti che non hanno preso parte direttamente al conflitto armato. Di seguito altri ottomila (sempre esponenti “civili”, non guerriglieri). Sarebbe inoltre prevista la possibilità per un migliaio di comandanti dell’ex PKK “di alto grado” di raggiungere paesi terzi.

Un portavoce del partito DEM (Tayyip Temel) aveva confermato la  notizia precisando che “stiamo lavorando all’elaborazione di una legge speciale per il PKK allo scopo di garantire la reintegrazione dei suoi membri nella vita sociale democratica dopo la dissoluzione”.

Per una soluzione politica “globale” del conflitto che dovrebbe riguardare “sia i civili che i membri delle milizie armate”.

Ma, par di capire, senza che ciò implichi per ora un’amnistia generale. Quella che consentirebbe a migliaia di prigionieri politici (curdi e non) di tornare nelle proprie case. Si prevede piuttosto l’utilizzo di procedure diverse, differenziate, sia nei confronti dei militanti curdi che rientreranno in Turchia (senza quindi escludere procedimenti giudiziari), sia dei detenuti.

Staremo a vedere

Gianni Sartori

#IncontriSulWeb – “LE NOSTRE LINGUE LOCALI VISTE DA UN GIOVANE CATALANO – venerdì 14 novembre – ore 18

Un incontro con Gerard Janssen Bigas, un giovane catalano che ha redatto una tesi di laurea, presentata all’Università Pompeu Fabra di Barcelona, dal titolo: “Tra prestigio e dimenticanza. Le Lingue dell’Italia settentrionale viste dai giovani”.
In contemporanea sulle piattaforme social della nostra Associazione.

#Africa #Masai – TANZANIA: “DIFESA DELLA NATURA” MA È SOLTANTO TURISMO COLONIALISTA – di Gianni Sartori

Il 29 ottobre, mentre andava intensificandosi l’operazione per estirpare i Masai dalle loro terre ancestrali, in Tanzania si svolgevano le presidenziali. Ma con il capo dell’opposizione (Tundu Lissu) in carcere per “tradimento” e quindi di fatto esclusa dalla consultazione.

Elezioni segnate da forti contestazioni per la grave situazione sociale in cui versa il paese, con manifestazioni a cui il governo (confermando l’attuale deriva autoritaria) ha risposto con una durissima repressione. Lasciando sul terreno un centinaio di vittime civili e imponendo il coprifuoco a Dar es Salaam (oltre al blocco della rete mobile 4G). Nei giorni successivi la situazione si è aggravata coinvolgendo anche Arusha, Songwe, Kigoma e Mwanza.

Tornando ai Masai, sacrificati sull’altare di una fasulla “difesa della natura” (in realtà su quella dei profitti derivati dal turismo), ancora nel febbraio dell’anno scorso Bruna Sironi su Nigrizia denunciava “gli abusi sui popoli nativi per estendere le riserve naturali a scopo turistico, anche grazie ai finanziamenti della Banca Mondiale”.

Risaliva infatti agli inizi del 2024 la notizia che “circa 100mila masai dovranno lasciare le loro terre, 20mila entro la fine di marzo. Intanto nel parco Ruaha un progetto di ampliamento delle aree protette prevede il trasferimento forzato di altre migliaia di persone”. Corollario scontato, gli abusi e le violenze per costringere le comunità ad andarsene diventavano pane quotidiano.

Stando alle testimonianze raccolte dal centro studi statunitense Oakland Institute (v. Tanzanian Government on a Rampage Against Indigenous People) i ranger della TANAPA (Tanzania National Park Authority) si sarebbero resi responsabili di omicidi e violenze sessuali (oltre che di sequestri di bestiame) per costringere gli abitanti dei villaggi a traslocare.

Allargando e intensificando gli “sfratti” (alla soglia della deportazione) delle comunità rurali presenti nella zona di Ngorongoro (circa 100mila Masai, in gran parte pastori, mai consultati in merito al loro destino). Il Ruaha National Park (RUNAPA, nella parte centrale del paese) è uno dei quattro parchi per cui la Banca Mondiale ha messo a disposizione 150 milioni di dollari per finanziare il progetto “Gestione resiliente delle risorse naturali per il turismo e la crescita”.

Nel gennaio di quest’anno il governo aveva nuovamente inviato i ranger della TANAPA contro un villaggio nei pressi del parco di Tarangire. Aprendo il fuoco contro gli abitanti, arrestandone una decina e sequestrando un migliaio di capi di bestiame. Come era già avvenuto nel 20024 con il sequestro di oltre tremila capi poi venduti all’asta.

Prevista poi l’estensione dell’area protetta, da un milione a due milioni di ettari (altro progetto, approvato dalla Banca Mondiale nel dicembre 2017).

Per il governo, i provvedimenti sarebbero dovuti alla crescita demografica e allo “stile di vita” (essenzialmente pastorale) dei Masai, ormai incompatibili con la sopravvivenza della fauna selvatica qui presente.

Intendiamoci. Qui non si tratta di “superamento dell’antropocentrismo”, di restituzione dell’habitat a piante e animali selvatici. Ma semplicemente della riproposizione di un modello già sperimentato (per esempio in Sudafrica) di “conservazione neocoloniale”. Mettendo queste aree a disposizione dei turisti benestanti, cacciatori compresi. Del resto i safari rappresentano un fattore alquanto significativo nell’aumento del Pil e anche per questo il governo intende creare 15 nuove riserve di caccia entro il 2026. Vietando in queste aree la presenza umana (quella degli indigeni ovviamente) anche se, come ricordava Bram Büscher “il sistema delle riserve favorisce solo la protezione di specie iconiche, come gli elefanti. Molti insetti, anfibi e piccoli mammiferi stanno scomparendo, ma non rientrano nelle priorità economiche del modello attuale”.

Ufficialmente per “migliorarne la gestione”, è prevista la realizzazione di infrastrutture per favorire i flussi turistici.

Così, mentre aumentano i tagli a istruzione e sanità, si intensifica la costruzione di alloggi per turisti “inseriti nella natura” e di hotel.

Provvedimenti simili erano già stati adottati dal governo in precedenza. Sempre l’Oakland Institute, nel maggio 2022 (dopo un’approfondita ricerca sul campo) aveva pubblicato un documento in cui definiva le nuove aree consegnate ai Masai (in sostituzione di quelle ancestrali) come “non adeguate ai bisogni: terreno di pascolo assolutamente insufficiente, acqua scarsa”.

Inoltre le promesse di migliorare i servizi risultavano “gravemente insufficienti, vaghe e inconsistenti”.

Un esempio da manuale di land grabbing (accaparramento di terre) in aperta violazione dell’articolo 10 della Dichiarazione delle Nazioni Unite sui Diritti dei popoli Indigeni.

In risposta a tale arbitrio, il 18 agosto 2024 circa 40mila Masai (qui giunti percorrendo strade secondarie) avevano bloccato decine e decine di land cruisers carichi di turisti lungo la strada che unisce l’Area di Ngorongoro con il Parco Nazionale di Serengeti.

I manifestanti inalberavano cartelli e striscioni che accusavano la presidente Samia Syluhu di aver “soppresso i diritti sociali a Ngorongoro”. In riferimento sia alle drastiche limitazioni in materia di istruzione e sanità, sia all’intensificarsi delle restrizioni sulla mobilità (limitazioni nell’accesso ai pascoli, all’acqua…). Oltre naturalmente agli attacchi dei ranger che avvengono in totale impunità.

Chiedendo “Una vita sostenibile e un futuro sostenibile”.

Iniziativa a cui ha fatto eco un documento del MISA (Alleanza Internazionale di Solidarietà Masai). Elaborato da anziani, donne e giovani di 26 villaggi con l’intenzione di “sviluppare e promuovere una alternativa al modello di conservazione coloniale, potenziato, violento e capitalista che viene imposto alla nostra comunità”.

Ovviamente le legittime richieste degli indigeni si scontrano con il fatto incontestabile che ormai il turismo supera il 17% del PIL nazionale. Con quasi due milioni di visitatori stranieri per un valore di 3.100 milioni di euro.

Gianni Sartori