#Asia #Popoli – INDIA: STRUMENTALIZZAZIONI DELLE POPOLAZIONI TRIBALI DA PARTE DEL BJP? – di Gianni Sartori

elaborazione su immagine @ The Wire/PTI

Mentre generalmente in India le popolazioni originarie (adivasi) subiscono l’oppressione e le deportazioni governative, in Assam – pare – si vorrebbe armarle in una prospettiva settaria (divide et impera)

Ancora nel 2010 la Corte suprema dell’India emetteva un ordine di espulsione nei confronti di circa 8 milioni di persone. Mentre il governo di Narendra Modi (Bharatiya Janata Party – Bjp) tentava di far adottare emendamenti e leggi per consentire ai rangers (in pratica, eufemismi a parte) di aprire il fuoco contro gli indigeni (adivasi) nelle aree forestali. Svuotando a livello legislativo il Forest Rights Act. Mentre la creazione di un registro nazionale dei cittadini e una legislazione discriminatoria (sempre in pratica) in campo religioso, rischiava di trasformare gli Adivasi in “apolidi” in casa loro.

Qualche anno fa alcune Ong attive in difesa dei popoli indigeni paventavano che dalla vicinanza politico- economica tra India e Brasile (entrambi esponenti di spicco dei Brics) e dalla sostanziale affinità ideologica tra Bolsonaro e Modi (in particolare sulla questione “nativi”) potessero sortire conseguenze disastrose per i popoli indigeni. Ora, grazie a Dio, Bolsonaro non governa più e – anche se non priva di ombre e contraddizioni – la politica di Lula in materia di Indios è perlomeno il “meno peggio” rispetto al suo predecessore. Invece per l’India, con Modi ancora in sella, non sembra essere cambiato niente. Anzi. Perfino la sacrosanta difesa delle ultime tigri può diventare il pretesto per deportare le popolazione autoctone.

Ma – come per l’indipendentismo (v. https://centrostudidialogo.com/2024/10/03/asia-popoli-salvare-le-tigri-o-gli-adivasi-possibilmente-entrambi-altrimenti-non-se-ne-esce-di-gianni-sartori/ ) anche qui talvolta si applica la “geometria variabile.

Sembrerebbe questo il caso dell’Assam (stato nord-orientale dell’India) dove il governo locale (e in particolare il ministro dell’interno Himanta Biswa Sarma, del Bjp) ha ventilato la possibilità di concedere solo ai nativi il porto d’armi (“licenze per armi da fuoco alle popolazioni indigene in aree vulnerabili”). Ufficialmente per autodifesa, per ragioni di sicurezza.

Per l’opposizione invece si tratterebbe di una misura settaria su base etnicache porterebbe alla formazione di vere e proprie milizie settarie. Esasperando ulteriormente le tensioni già esistenti con la popolazione musulmana. Come sta già avvenendo nello stato confinante di Manipur dove periodicamente esplodono conflitti armati tra Kuki e Meitei.

Anche perché (come denunciava The Wire) Sarma non sarebbe nuovo a queste operazioni. Già quando era un esponente dell’opposizione con il Congress) aveva tentato di utilizzare i conflitti etnici tra autoctoni assamesi e coloro che – talvolta impropriamente – vengono definiti “migranti bengalesi” (provenienti dal Bangladesh e in gran parte di religione islamica).

Ma pensando alla propria carriera politica, per ottenere i voti delle comunità indigene.

Oggi evidentemente ci riprova, utilizzando la medesima retorica, da membro del Bjp. Non tanto – si presume – per rispetto della cultura e identità tribale, ma prosaicamente in vista delle elezioni del 2026.

Giustificando tale “concessione selettiva” in quanto “la gente si sente indifesa, e spesso i centri di polizia più vicini sono troppo lontani”.

Non casualmente i cinque specifici distretti in cui la misura verrà applicata sono zone a prevalenza musulmana.

Gianni Sartori

#Kurdistan #Ambiente – LA POPOLAZIONE CURDA DI DERSIM DICE “NO!” ALLA MINIERA “ARVEN DOĞU YAPI” – di Gianni Sartori

immagine fonte @ ANF

Nei gloriosi tempi passati (e inesorabilmente trascorsi) della lotta di classe e per l’autodeterminazione-liberazione dei popoli era prevalsa la consapevolezza dell’oppressione e dello sfruttamento subiti dall’Umanità (o almeno della sua parte maggioritaria) da parte di ricchi, potenti e prevaricatori di diverso ordine e grado. A cui, se pur tardivamente si era aggiunta quella delle minoranze e – la più antica, ignobile e travisata – delle donne. In anni recenti è venuta prepotentemente di attualità un’altra contraddizione strutturale, quella con la Natura (in senso lato). Con il corollario, non ancora ben compreso e assimilato da parte della Sinistra (da sempre impigliata in un antropocentrismo confuso con l’umanesimo) degli Altri Animali.

Per cui se finora si parlava della regione di Dersim (provincia di Tuncell) soprattutto per la rivolta curdo-alevita del 1937-1937 (Serhildana Dêrsimê), da ora in poi bisognerà ricordarla anche per la resistenza messa in campo dagli abitanti contro la realizzazione (per ora solo prevista con una dichiarazione del governatore locale) di una miniera a cielo aperto di pietra pomice e sabbia denominata “Arven Doğu Yapı”.

Progetto devastante (in particolare per le risorse idriche, indispensabili alla sopravvivenza degli abitanti) di almeno 2200 ettari e che comprenderebbe quattro villaggi (Bargini, Zeve, Orcan e Desiman) nei distretti di Hozat e Pertek.

Stando alla dichiarazione del governatore del 28 aprile, il progetto non richiede nemmeno una misera EIA (Valutazione di impatto ambientale). E ovviamente nessuno ha consultato preventivamente la popolazione.

La mobilitazione ha già coinvolto, oltre naturalmente agli abitanti dei villaggi interessati, diverse organizzazioni della società civile e associazioni ambientaliste (come la piattaforma Hozat-Pertek-Sekasur) preoccupate per gli effetti deleteri. E’ facile intuire quali sarebbero le conseguenze della distruzione di un territorio come quello di Dersim. Per certi aspetti sacrale e comunque fondamentale per la memoria collettiva (storica, identitaria e anche spirituale) dei curdi. Meta di pellegrinaggi (sia religiosi che laici) ai monumenti commemorativi per le vittime del genocidio del 1937-38.

Con la miniera, hanno dichiarato gli abitanti di Bargini all’agenzia Mezopotamya “perderemo non solo il nostro ambiente, le terre agricole, preziosi ecosistemi, specie endemiche…ma anche il nostro futuro”.

Ricordando come qui la popolazione viva di agricoltura (rilevante poi il ruolo dell’apicoltura) e che la miniera porterebbe fatalmente alla “distruzione sia delle nostre fonti di sostentamento che della nostra storia”.

Per Songül Koyun, presidentessa del Sultan Hıdır Cemevi (luogo di culto alevita) il governo turco “sta tentando di realizzare con la distruzione ambientale ciò che non si era potuto compiere nel 1938 con la violenza e la repressione”.

Gianni Sartori