Originario di Cavan (Eire) il militante repubblicano Jim Donegan di 67 anni è accusato – oltre che di possesso di un’arma da fuoco – per l’uccisione di un membro della RUC (Royal Ulster Constabulary) nel giugno 1979.
Il 2 aprile l’ex esponente dell’IRA provisional (negli anni settanta) è stato consegnato alle forze britanniche (PSNI, Servizio di polizia dell’Irlanda del Nord) alla frontiera della contea di Armagh. Subito dopo è comparso davanti al tribunale di Newry. Nonostante un parente fosse disposto a versare la cauzione, gli è stata negata la libertà provvisoria in quanto esisterebbe un concreto “pericolo di fuga” dell’imputato.
Arrestato all’aeroporto di Dublino nel 2024, in un primo momento Donegan era stato rimesso in libertà su cauzione in attesa dell’eventuale estradizione. Se condannato, stando all’attuale ordinamento in merito ai “troubles” del secolo scorso rischierebbe (condizionale d’obbligo) una pena relativamente mite. Al massimo due anni.
Il nuovo numero di Dialogo Euroregionalista che sarà disponibile in versione digitale e download gratuito su questo Blog a partire dal 5 aprile 2025 alle ore 8.
Sappiamo che per i beluci (Baloch) le cose non vanno tanto bene in Pakistan. Per quelli che vivono in Iran forse ancora peggio.
Anche se ovviamente per le minoranze e per gli oppositori in genere (e per le donne in particolare) si tratta di un “mal comune”. Andiamo con ordine. Secondo l’organizzazione “Baloch Activists Campaign” (BAC, citata dall’agenzia curda Mezopotamya) nei primi tre mesi del 2025 la repressione del regime di Teheran avrebbe causato direttamente la morte di almeno trenta beluci, tra cui 4 donne e due minorenni (oltre a una sessantina di feriti). Stando alle cifre ufficiali (presumibilmente per difetto) sarebbero 218 i beluci arrestati (tra loro cinque bambini).
Inoltre 24 beluci sono stati giustiziati (altri tre sono in attesa dell’esecuzione) e due sono deceduti a causa delle mine anti-persona posizionate dai Guardiani della rivoluzione nelle zone di frontiera (causando la morte di almeno altre sette persone; presumibilmente kolbar o migranti).
Sempre dal rapporto della BAC si apprende che almeno tre donne baloch sono state assassinate da uomini appartenenti alla loro famiglia e tre hanno perso la vita in circostanze sospette. Altre due, incinte, sarebbero morte a causa della negligenza dei medici.
Per concludere sostenendo che “l’uccisione di civili, le esecuzioni di massa, la repressione, gli arresti arbitrari, la violenza contro le donne e le morti dovute a negligenza ospedaliera indicano che il governo non solo non ha cercato di migliorare le condizioni di vita dei beluci, ma ha intensificato la repressione mettendo in pericolo la sicurezza e la vita dei cittadini”.
Per cui si rivolgono alle istituzioni internazionali dei diritti umani e alle organizzazioni che difendono i diritti delle donne e dei bambini affinché “prestino attenzione a questa situazione esercitando pressione sulla Repubblica islamica d’Iran per porre fine a questo processo”.
Ovviamente i problemi non riguardano solo i beluci. Secondo l’Ong di difesa dei diritti umani HENGAW, solo nel mese di marzo il regime iraniano ha eseguito complessivamente 58 condanne a morte. Sia di beluci che di curdi, turchi, afgani…
Un incremento non da poco pensando che nel marzo 2024 le esecuzioni erano state “solo” 18.
In alcuni casi le condanne sono state eseguite segretamente, senza informare i familiari e senza permettere loro un ultimo incontro.
Sempre in base alla documentazione di HENGAW, tra le persone inviate alla forca nel marzo 2025 vi erano quattro donne (due a Ourmia, una a Machhad e una a Ispahan). Si tratta di Asieh Ghavicheshm, Nasrin Barani, Kosar Baghernejad e Mozhgan Azarpisheh.
Tre di loro erano accusate di omicidio e una di traffico di sostanze stupefacenti. Non risulterebbero invece esecuzioni recenti di minorenni.
HENGAW è stata in grado di fornire anche statistiche e percentuali. 18 dei condannati a morte (31%) erano persiani e 14 quelli turchi (24%).
Quanto alle altre minoranze, sarebbero 6 i condannati a morte appartenenti all’etnia Luri; 4 tra Gilaki e Mazanderanii; 3 i beluci, 2 i curdi e uno rispettivamente per Tat, Arabi e Turcomanni. A cui vanno aggiunti 4 espatriati afgani e altri 4 di origine sconosciuta.
Circa il 50% era stato condannato per reati legati al traffico di stupefacenti, il 28% per omicidio.
La maggior parte delle esecuzioni è avvenuta nelle prigioni delle province di Khorasan-e Razavi (9), dell’Azerbaïdjan orientale (6) e di Lorestan (5).Sempre nel mese di marzo, in Iran sono state arrestate dalle forze di sicurezza almeno 17 attiviste (13,5 % del totale delle persone arrestate). Tra loro nove militanti curde legate al movimento Jin, Jiyan, Azadi.
Altre sei militanti venivano intanto condannate e incarcerate: Narges Nasri (condannata a 10 anni), Fereshteh Souri (un anno), Mandana Sadeghi (4 anni, 2 mesi e 7 giorni), Farzaneh Yahyaabadi (3 mesi), Hamideh Zarei (un anno e sei mesi), Kobra Taherkhani (tre anni). Nello stesso periodo si sono verificati almeno otto femminicidi (per mano di mariti, fidanzati, fratelli…). Sia gli arresti che le condanne al carcere e i femminicidi sono la conseguenza delle leggi segregazioniste che nel regime iraniano impongono un vero e proprio apartheid di genere. Alimentando l’oppressione delle donne e una sorta di misoginia istituzionalizzata. Nel 2024 i femminicidi documentati in Iran erano stati 191 (cifre fornita da HENGAW).
Il 1° aprile due persone sono state ferite alla testa da alcuni colpi d’ascia durante le celebrazioni per il nuovo anno (Akitu) della comunità assiro-cristiana nel Kurdistan autonomo nel nord dell’Iraq. Al momento le due vittime (un giovane e una donna anziana che versa in gravi condizioni) sono ancora ricoverate all’ospedale in osservazione.
L’Akitu, festa di primavera le cui origini risalgono all’antica Mesopotamia, viene da sempre celebrato dalla comunità assiro-cristiana come inizio del nuovo anno (equivalente del Newroz curdo, in marzo).
Mentre la polizia locale (Assayech) sta indagando per stabilire se l’episodio (inusuale per il Kurdistan autonomo) rientri effettivamente nelle azioni terroristiche di natura islamista, per Ali Tatar, governatore di Dohouk, il grave episodio “non dovrà comunque intaccare la coesistenza pacifica nel Kurdistan”.
Attualmente la comunità cristiana dell’Iraq non supera i 400mila individui (all’epoca di Saddam si aggirava intorno al milione e mezzo). In passato molti sono espatriati per paura delle violenze settarie. Soprattutto nel 2014 con la conquista di Mosul da parte delle milizie dello Stato islamico.
Stando alle agenzie, alcune cellule jihadiste sarebbero ancora operative (più o meno in clandestinità) in diverse aree isolate dell’Iraq.
Intanto in Siria – per non essere da meno – le bande turco-jihadiste si dedicano al vandalismo, distruggendo le tombe dei combattenti delle forze arabo-curde (FDS, YPJ, YPG). Già in altre occasioni il cimitero dei martiri della città di Manbij veniva sistematicamente devastato dalle truppe di occupazione turco-jihadiste. E ora la cosa si è ripetuta. Come hanno dovuto amaramente constatare i parenti dei caduti al momento dell’ultima visita di Aïd el-Fitr (30 marzo, fine del Ramadan). Il Consiglio delle famiglie dei martiri di Manbij ha denunciato che “mentre in città fervevano le celebrazioni, le tombe dei nostri cari venivano dissacrate”, causando una profonda sofferenza tra i familiari di quanti si erano sacrificati combattendo contro gli invasori.
Decimati dalla controguerriglia e dalle defezioni, i maoisti indiani – dopo oltre mezzo secolo – sembrano – se non a rischio estinzione – comunque in grande difficoltà. Sempre pessima poi la situazione per gli adivasi. Indifesi, il classico “vaso di coccio”, esposti a discriminazioni e strumentalizzazioni da ogni lato.
Risale al 1967 la nascita nel villaggio di Naxalbari (distretto di Darjeeling, Bengala occidentale) del movimento naxalita ( maoista). Sopravvissuto per oltre mezzo secolo, attualmente sembra essere in grandi difficoltà. Forse è ancora prematuro decretarne la fine, ma gli ultimi eventi sembrano andare in tale direzione.
Il 30 marzo una cinquantina di maoisti, compresi quadri superiori della guerriglia, si sono arresi alle forze di sicurezza (polizia di Stato, Guardia di riserva di distretto-DRG, Forze speciali- STF, unità d’élite COBRA del CRPF) nel distretto di Bijapur .
Determinante il fatto che negli ultimi tre mesi ben 134 militanti, di cui 118 appartenenti alla divisione Bastar, siano stati uccisi in Chhattisgarh. Inoltre sembra funzionare l’istituzione di taglie cospicue e di premi (“buonuscita” ?) per chi abbandona le armi e diserta.
Nel frattempo le forze di sicurezza continuano a braccare i superstiti. Anche il giorno prima, 29 marzo, altri 18 guerriglieri (compreso il comandante Jagdish – Budhra) erano stati abbattuti nei distretti di Sukma e di Bijapur (Chhattisgarh) dai paramilitari della Guardia di riserva del distretto (DRG che ha avuto due feriti) e dalla Forza di polizia centrale di riserva (CRPF). Tra i caduti 11 donne.
Jagdish (su cui pendeva una taglia di 2,5 milioni di rupie) era considerato ideatore e responsabile dell’attacco nella valle di Jhiram del 2013 in cui avevano perso la vita 25 appartenenti alle forze di sicurezza e alcuni esponenti politici del Congresso (come Nand Kumar Patel).
Sempre alla fine di marzo nel Chhattisgarh era stato ucciso dalla DRG un altro comandante maoista, Sudhir (conosciuto anche come Sudhakar, Murli, Ankesarapu…). Dirigente del Comitato di zona di Dandakaranya del PCI(M), originario dell’Andhra Pradesh e in attività dalla fine del secolo scorso. Era anche responsabile di una MOPOS (Scuola politica mobile) incaricata della formazione dei quadri. Nella stessa circostanza venivano uccisi Mannu Barsa e Pandru Atra, originari di Bhairamgarh (nel Bijapur).
Era andata ancora peggio qualche giorno prima quando una trentina di maoisti riuniti nelle foreste del distretto di Bijapur venivano eliminati, dopo essere stati circondati, dalle Forze di sicurezza delle frontiere (BSF) e dalla DRG.
Ovviamente non è detto che tutti i morti ammazzati in quanto “maoisti” lo siano poi veramente.
La guerra – va detto – è anche (o soprattutto) contro i tribali.
Vedi il caso del 9 marzo quando le Forze di sicurezza dello Stato del Madhya Pradesh annunciavano l’uccisione di un “naxalita” nel distretto di Mandlaet. In realtà Hiran Singh Partha (38 anni, padre di cinque figli) apparteneva alla comunità tribale Baiga e non aveva nessun coinvolgimento nella guerriglia.
Ma forse per il movimento naxalita è molto più preoccupante il diffondersi delle defezioni.
Stando alle cifre fornite dal governo indiano, nel 2024 sarebbero almeno 792 i maoisti che si sono arresi nella sola regione del Bastar.
Tra le misure risultate più efficaci, le ricompense introdotte nel Chhattisgarh per i disertori (50mila rupie, una casa, un pezzo di terra e in molti casi la cancellazione dei reati di cui sono accusati). Oltre al prezzo delle armi eventualmente consegnate: ben 25mila rupie per un rudimentale EEI (dispositivo esplosivo improvvisato).
Oltre ai cospicui indennizzi previsti per i congiunti dei collaborazionisti (informatori, infiltrati…) che perdono la vita nello svolgimento di tale attività. Recentemente raddoppiati (per incoraggiare le delazioni) a oltre un milione di rupie per famiglia.
Fermo restando che alla fine, a conti fatti, a rimetterci ulteriormente saranno sempre e comunque gli indifesi adivasi.
“Tirati per la giacca” da una parte e dall’altra. Talvolta convertirsi al cristianesimo forse più per ragioni di sopravvivenza (per sfuggire alle discriminazioni, alla logica delle caste) che per convinzione.
Se mi passate l’analogia, come i bogomili bosniaci che – accusati di eresia – migrarono in blocco nell’islam (XVI sec.). Sfangandosela, diversamente dai catari (poracci!).
E comunque destinati – gli adivasi – a subire angherie e prepotenze dai gruppi maggioritari e dominanti
Come in questi giorni (31 marzo) quando i fondamentalisti indù di Bajrang Dal, (ala giovanile del Vishva Hindu Parishad) hanno attaccato un gruppo di pellegrini, in maggioranza tribali (adivasi) convertiti, nei pressi della Holy Trinity Church di Jabalpur.
Mentre con la fine della tregua riprende la conta dei morti palestinesi nella striscia di Gaza (sia per i bombardamenti sull’enclave che per le operazioni terrestri) si ha quasi l’impressione che i 50mila precedenti (cifra presumibilmente per difetto) vengano “rimossi”, dimenticati.
Chi si è preso la briga di controllare i grafici ha potuto constatare come nei primi mesi la conta dei morti ammazzati fosse di centinaia al giorno. In seguito si osservava una flessione con impennate improvvise in coincidenza con attacchi particolarmente letali. In ogni caso non c’è stato giorno che non abbia registrato vittime (anche durante le due tregue del novembre 2023 e di quest’anno). Farebbe eccezione soltanto il 12 febbraio 2025. Giornata in cui nessuno, stando almeno ai dati ufficiali, avrebbe perso la vita sotto le bombe.
Con la ripresa delle operazioni militari sono stati colpiti anche altri centri sanitari (v. il reparto di chirurgia dell’ospedale Nasser di Khan Yunis, attacco in cui hanno perso la vita diversi bambini) e il numero delle vittime è aumentato di un migliaio. Così come hanno perso la vita altri giornalisti (due il 24 marzo) per un totale di oltre 200 secondo fonti palestinesi.
Sulla questione delle vittime civili (e dei bambini in particolare) è intervenuta recentemente l’UNICEF (Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia) denunciando che con la rottura dell’alto-al-fuoco (dal 19 gennaio al 18 marzo) “sono stati uccisi almeno 322 bambini e feriti 609. Con una media di più di dieci bambini al giorno negli ultimi dieci giorni”.
Gran parte di questi bambini erano sfollati e vivevano in condizioni precarie nelle tende improvvisate o in case pesantemente danneggiate. Stando a quanto dichiarato dal Ministero della Sanità palestinese sarebbero oltre mille le persone decedute dalla ripresa delle ostilità.
Vittime che – come si diceva – vanno ad aggiungersi alle 50.357 (quelle accertate) precedenti. Tra loro – sempre secondo l’UNICEF – oltre 15mila sono bambini.
Complessivamente si calcola che dall’ottobre 2023 la popolazione della Striscia si sia ridotta almeno del 6% (circa 16mila persone).