#Memoria #GraphicNovel – IN MEMORIA DI DUE RIVOLUZIONARI DEL FUMETTO: MAX CAPA E ALESSANDRO STAFFA – di Gianni Sartori

Max Capa e Alessandro Staffa

Contravvenendo al sano proposito di non scrivere più necrologi, ci ricasco. D’altra parte la coincidenza è singolare. Ho saputo – molto tardivamente – della dipartita di Max Capa (al secolo Nino Armando Ceretti, 1944-2023, di origine friulana) quasi contemporaneamente a quella più recente del fumettista (nato a Verona, ma vicentino d’adozione) Alessandro Staffa. Forse non per caso. Entrambi in qualche modo li avevo incrociati, complice la mia giovanile propensione al fumetto (presto trascurata sul piano operativo, ma comunque saltuariamente coltivata).

Con Max Capa ero entrato in contatto nel 1974 spedendogli alcuni miei disegni (a matita e usati poi, mi pare, per un paio di volantini) e testi di ispirazione vagamente “situazionista” per la sua fanzine a distribuzione militante “Puzz” . Mi aveva anche risposto (per lettera, all’epoca si usava così) incoraggiando ulteriori collaborazioni (“fatti vivo”), ma precisando che Puzz si stampava in xerigrafia. Per cui avrei dovuto inviare disegni a china (o anche a penna biro).

Non so come, ma lasciai perdere. Forse perché la matita mi era (ed è) sempre stata più congeniale o forse – più probabilmente – perché tra la fine del ’74 e l’inizio del ’75 entrai in una fase di “disimpegno” (tra lavoro e vicende personali). Interrotto soltanto da qualche manifestazione. Come nell’aprile 1975 per Varalli, Zibecchi, Micciché e in settembre per il Txiki e gli altri quattro antifascisti fucilati da franchismo ormai morente.

Mi era poi capitato nel tempo di averne vaghe notizie sia nella redazione di Frigidaire (da Sparagna e da Scozzari), sia da qualche compagno che lo aveva incontrato a Parigi dove frequentava l’ambiente dei fuoriusciti. Di Puzz ci fu anche una riedizione in anni successivi (un numero unico mi pare) dove si leggeva una lapidaria, disperata e definitiva sentenza: “Per questa umanità non val la pena di combattere; né a favore, né contro”. E poi più nulla. Se n’era andato senza clamore il 20 novembre 2023 (lo stesso giorno della morte di Buenaventura Durruti nel 1936…mah?!).

Nei primissimi anni settanta aveva frequentato una Comune di Milano (il Guado) e qui aveva realizzato appunto la fanzine di ispirazione anarco-situazionista Puzz (“la sua gloria e la sua condanna”). Dove imperversava un personaggio chiamato Folaga (ma l’aspetto era quello di un corvo antropizzato) a cui si ispirerà, dichiarandolo e rivendicandolo, nei tardi anni ottanta Staffa per un suo personaggio dichiaratamente ostile alla società dello merce e dello spettacolo.

A Puzz (negli anni settanta in tutto 21 numeri, seguiti in anni successivi da un numero unico, forse apocrifo?) collaborarono direttamente Renzo Angolani, Claudio Mellana, Matteo Guarnaccia, Graziano Origa, Vincenzo Jannuzzi, Giorgio Cesarano, Gianni-Emilio Simonetti, Riccardo d’Este, Poppi Ranchetti, il Collettivo Situazione Creativa, il Gruppo Art beton…

Oltre a Puzz (e svariate collaborazioni, v. un numero-raccolta di Eureka) va ricordato per l’avventuristica, provocatoria pubblicazione “Il morto in tavola” (ed. La Salamandra) del 1977. Firmata con uno pseudonimo, Luca Catilina.

Nella presentazione veniva deturnata la nota immagine di Cicerone che apostrofa Catilina con “Quo usque tandem abutēre, Catilina, patientia nostra?”. A cui l’interpellato qui risponde con “Usque tandem, Cicero?” (forse non filologicamente corretto)

Mentre non ci sono dubbi sull’identità del disegnatore (a un certo punto in mano a uno dei soggetti appare anche Puzz), all’epoca si ipotizzava che la sceneggiatura, i testi fossero di Gianni-Emilio Simonetti.

Nel fumetto si suggerisce che la nascente lotta armata di sinistra venisse in qualche modo telediretta, manipolata da vari servizi segreti stranieri e non. Non solo dalla solita Stasi, ma anche da quelli della Germania occidentale. Una tesi relativamente simile a quella formulata da un altro situazionista-enologo Gianfranco Sanguinetti* in “Del terrorismo e dello Stato” (1979). Un testo rifiutato da Mondadori a contratto già firmato per le tesi qui espresse; sostanzialmente sul coinvolgimento della lotta armata di sinistra nella “strategia della tensione” (per infiltrazione e strumentalizzazione da parte dei servizi segreti).

Sempre negli anni settanta fonda le Edizioni Iguana (Flashback, Apocalisse, Provocazione, Il Passator Cortese…) collaborando contemporaneamente con numerose riviste (politiche e non): Re Nudo, Fallo (un richiamo al Do IT ! di Jerry Rubin), Contro,Comics & Quiz, Ploff, Humor, Horror, Urania, Pianeta, le Edizioni Ottaviano e Pi Kappa (il mensile di Peter Kolosimo).

Finché nel 1980 si era trasferito in Francia, dedicandosi prevalentemente alla pittura e ai murales (oltre che, sulla scia di Debord e Sanguinetti, al vino), dove è deceduto all’ospedale di Parigi.

A darne la notizia (ma solo nel marzo 2023) un altro del “giro” di Frigidaire, il fumettista Hurricane Ivan. In genere gli viene riconosciuto il ruolo di padre nobile del fumetto underground italico (diciamo pure il nostro Robert Crumb), ma per Hurricane si tratta di una definizione riduttiva: “Max Capa era un situazionista, un “negazionista” dadaista, un provocatore, uno scrittore visionario di Favole Grottesche, e soprattutto un creatore di riviste improbabili e tutte geniali…”.

E intanto nel febbraio 2025 se n’è andato (assai prematuramente, a 65 anni) anche Alessandro Staffa, conosciuto nell’ambiente come AlePOP. Vicentino d’adozione, da molti anni si era trasferito a Bassano. Trovandovi evidentemente un ambiente più “aperto”, meno asfittico della bigotta sacrestia d’Italia. Dove i suoi prestigiosi corsi creativi per giovani aspiranti fumettisti e illustratori (il Garage Visivo) avevano talvolta suscitato polemiche. Troppo all’avanguardia, evidentemente.

Degno erede con la sua Sgorbio Art (“idee zeero, conteenuti meeno” ironizzava) della dissacrante matita di Max Capa (un suo “papero” anarcoide era ispirato dalla “Folaga”). Tra l’altro a Bassano aveva potuto incrociare uno storico collaboratore di Puzz, Riccardo d’Este che negli ultimi anni della sua vita frenetica frequentava assiduamente (come avevo verificato di persona in occasione di un incontro con esponenti del Move su Abu Jamal) il Centro sociale “Stella Rossa”, poi demolito dalle ruspe.

Oltre che con l’immancabile Frigidaire (sulle cui pagine ci eravamo ritrovati, aveva apprezzato molto un mio articolo su Salvador Puig Antich), aveva collaborato con AlterAlter, Il Manifesto, La Repubblica XL, Il Male (quello di seconda generazione, di Vauro e Vincino), Katzyvari, TuttoMusica, Rumore, Schizzo (pubblicazione del Centro Fumetto Pazienza), con il collettivo Valvoline (Igort, Brolli,Jori, Kramsky…), Interzona, MondoMongo (con Palumbo)…

Per non parlare delle produzioni locali (come gli ormai introvabili inserti del Corriere vicentino) e delle autoproduzioni. Nel contempo aveva curato l’organizzazione di mostre e rassegne dedicate all’arte newpop, collaborando sia con le istituzioni che con i “movimenti”. In particolare per l’organizzazione di HIU (Happening Internazionale Underground), il festival di controcultura del Leoncavallo.

Tristemente non ha potuto, solo per pochi giorni, essere presente all’ultima mostra da lui organizzata: “3 Ex Ragazzi Visionari”. Una collettiva nella Chiesa di S. Giovanni a Bassano inaugurata il 21 febbraio dove, oltre alle sue opere, venivano esposte quelle realizzate da Enrico Minato e Joseph Rossi.

Gianni Sartori

Nota 1: il ben noto Censor di “Rapporto veridico sulle ultime opportunità di salvare il capitalismo in Italia” (ed Mursia), figlio di Teresa Mattei (partigiana combattente) e nipote del gappista Gianfranco Mattei che si tolse la vita in via Tasso per non rivelare i nomi dei compagni sotto tortura.

#Asia #Popoli – INDIA: TRA INCIDENTI SUL LAVORO E DEFEZIONI DALLA GUERRIGLIA MAOISTA, ALLA FINE CHI CI RIMETTE SONO SEMPRE ADIVASI E DALIT – di Gianni Sartori

Mentre il governo indiano esulta per i risultati ottenuti nel contrastare il movimento naxalita (la guerriglia di ispirazione maoista sorta nel 1967, recentemente decimata da uccisioni e defezioni), non va certo migliorando – anzi – la condizione di dalit e adivasi. Oppressi, sfruttati, discriminati, umiliati e offesi.

Come conferma un recente “incidente” sul lavoro di otto membri delle caste inferiori.

La tragica morte di questi lavoratori (di età compresa tra i 22 e i 55 anni) è avvenuta il 3 aprile nel villaggio di Kondavat, nel distretto di Khandwa (Madhya Pradesh).

Cinque di loro erano scesi – per ripulirlo – in un profondo pozzo dove, a scopo rituale, era prevista l’immersione dei fedeli per ammirare le immagini delle divinità indù Isar e Gauri. Morti asfissiati a causa delle esalazioni velenose emanate dall’acqua (dato che il pozzo era rimasto a lungo inattivo). I primi cinque (Mohan, Anil Patel, Sharan Sukhram, Arjun, Gajanand) erano scesi per compiere il lavoro di ripulitura rimanendo intossicati e non più in grado di risalire. Altre tre lavoranti (Baliram, Rakesh e Ajay) erano allora generosamente scesi nel pozzo restando a loro volta intrappolati.

Stando alle prime dichiarazioni dell’amministrazione locale, ai familiari delle vittime dovrebbe venir corrisposto un risarcimento di 400mila rupie (l’equivalente di circa 4200 euro). Non molto per una vita umana (anche se si tratta di membri delle caste inferiori), ma comunque molto di più di quanto avviene in genere.

Alcune organizzazioni sindacali hanno denunciato la scarsa mancanza di rispetto per gli standard minimi di sicurezza. Ulteriormente ignorati nel caso di lavoratori dalit.

Intanto – come già ricordato (ma repetita iuvant) – il movimento naxalita, sopravvissuto per oltre mezzo secolo, appare in grave difficoltà. La resa di una cinquantina di maoisti alle forze di sicurezza del 30 marzo nel distretto di Bijapur suonava come una conferma dell’efficacia della nuova strategia basata sull’istituzione di taglie cospicue e di premi per chi abbandona le armi e diserta.

Oltre al fatto che negli ultimi tre mesi almeno 134 guerriglieri sono stati abbattuti nel Chhattisgarh. Sicuramente eventi poco incoraggianti per gli insorti.

Il 29 marzo altri 18 maoisti (tra cui 11 donne e il comandante Jagdish) erano stati uccisi nei distretti di Sukma e di Bijapur (Chhattisgarh) dalla Guardia di riserva del distretto (DRG) e dalla Forza di polizia centrale di riserva (CRPF).

E qualche giorno prima una trentina di maoisti erano stati eliminati nelle foreste del Bijapur dalle Forze di sicurezza delle frontiere (BSF) e dalla DRG.

Dato che quella del governo è anche (o soprattutto) una guerra contro i tribali in quanto tali, non si può certo escludere che alcuni dei presunti “combattenti maoisti” uccisi dalle forze paramilitari governative fossero in realtà inermi contadini poveri o adivasi (indigeni).

Ma probabilmente è soprattutto l’incremento delle defezioni il fattore che rischia di dissanguare il movimento naxalita.

Tra le ricompense per i disertori (50mila rupie, una casa, un pezzo di terra e la cancellazione dei reati) e le ulteriori ricompense per le armi consegnate, l’anno scorso nella sola regione del Bastar ben 792 maoisti (cifre ufficiali) si sono arresi.

Gianni Sartori

#Kurds #Syria – SIRIA SOTTO PRESSIONE TRA SEDIMENTI JIHADISTI E TENTATIVI DI CONVIVENZA DEMOCRATICA – di Gianni Sartori

Mentre il nuovo governo di Damasco appare alquanto tiepido nel riconoscimento delle minoranze, nel nord-est le SDF stabiliscono rapporti di reciproco riconoscimento con la comunità armena. Smobilitando nel contempo le milizie curde da Aleppo e procedendo allo scambio di prigionieri con l’SNA.

Anche se “Dio solo sa come andrà a finire” l’evoluzione della situazione in Siria appare emblematica di quanto potrebbe in futuro accadere in tutto il Medio oriente.

Risale alla fine del mese scorso l’annuncio del presidente al-Sharaa del nuovo governo ad interim. Dovrebbe restare in carica cinque anni e traghettare il Paese verso la nuova Costituzione e le prime elezioni politiche post-Assad.

Un esecutivo composto da 23 ministri, tra cui anche una donna, la cristiana Hind Kabawat a cui è stato affidato il dicastero del Lavoro e degli Affari sociali.

Com’era prevedibile la maggioranza dei ministri (in particolare nelle “posizioni-chiave”) appartiene alla comunità sunnita. In buona parte sono ex membri del “governo di salvezza” di Idlib tra il 2011 e il 2024. Come Asaad al-Shaibani ( nuovamente a capo della diplomazia) e Mourhaf Abou Qasra (confermato alla Difesa).

Ad un altro ex jihadista, Anas Khattab (già dirigente dell’Intelligence a Idlib), è stato affidato il ministero degli Interni mentre Mouzhar al-Waiss dovrà occuparsi della Giustizia. In sostituzione di Shadi Mohammad al-Waisi, allontanato dopo la diffusione di alcuni video in cui presenziava all’esecuzione di due donne accusate di prostituzione a Idlib. Tra gli appartenenti alle minoranze, l’alawita Yarub Badr (ministro dei Trasporti) e il druso Amgad Badr (dicastero dell’Agricoltura).

Oltre alla già citata cristiana cattolica Hind Kabawat che in un’intervista ha detto di ispirarsi al pensiero e all’opera del gesuita padre Paolo dall’Oglio, ai suoi ideali di “giustizia, inclusione e diversità”.

Tuttavia il nuovo governo è stato comunque messo in discussione – diciamo pure “bocciato” – dai curdi per una “evidente mancanza di reale coinvolgimento delle minoranze”.

Intanto nel nord-est siriano, il 2 aprile il comandante delle SDF (Forze Democratiche Siriane) Mazloum Abdi ha ricevuto sua Eminenza il vescovo aggiunto Levon Yeghiayan, pastore dell’Arcidiocesi Ortodossa Armena di Al Jazeera e una delegazione della comunità armena. Levon Yeghiayan ha trasmesso al comandante delle SDF le felicitazioni e le benedizioni dell’arcivescovo armeno ortodosso di Aleppo, Makar Ashkarian, per Newroz e per Eid al-Fitr. Elogiando le SDF per quanto stanno facendo a tutela della sicurezza, del dialogo, del rispetto e della convivenza tra le diverse comunità etniche, politiche e religiose.

Da parte sua Abdi ha ricordato il ruolo storico assunto dalla comunità armena nell’arricchimento del tessuto sociale e culturale del nord e dell’est della Siria, così come nell’intero Paese. Ricordando come sia “responsabilità collettiva dei siriani superare le divisioni e collaborare per l’unità e un futuro stabile per tutti”.

Successivamente, nell’arco della stessa giornata, il Comandante delle SDF ha ricevuto una delegazione di sceicchi e dignitari di Raqqa. Anche da costoro sono venuti elogi per l’operato delle SDF, in particolare per i recenti accordi con il governo di Damasco (anche se in parte – forse – rimessi in discussione).

Con un preciso riferimento a quello del 1 aprile (composto da 14 clausole e salutato dal Consiglio civile di vicinato come una “soluzione sostenibile”) con cui le forze curde si sono impegnate a rimuovere le barricate e ritirare le milizie armate dai quartieri a maggioranza curda di Aleppo (Cheikh Maqsoud e Achrafieh). Milizie che si sposteranno sulla riva orientale dell’Eufrate portandosi comunque appresso le armi. Allo scopo di assicurare la convivenza e la sicurezza dei residenti con la costituzione di un Comitato di coordinamento per garantire eventuali spostamenti della popolazione curda nel nord-est. Viene inoltre garantito il mantenimento dei municipi e consigli locali esistenti e pianificato lo scambio dei prigionieri catturati durante il conflitto.

Il primo scambio è avvenuto il 3 aprile con la liberazione da parte dell’Amministrazione autonoma di 400 persone. Da parte sua l’Esercito Nazionale Siriano (SNA, sottoposto al comando turco), grazie al ruolo di intermediario del governo di Damasco (HTS), ha liberato 170 prigionieri curdi.

Gianni Sartori

#MemoriaStorica #Turkey – CENTINAIA DI CRANI E RESTI UMANI SCOPERTI NEL SOTTOSUOLO DI UNA CHIESA ASSIRA RIPORTANO ALLA MEMORIA UN GENOCIDIO DIMENTICATO – di Gianni Sartori

Forse perché sostanzialmente pacifica, poco propensa alle rivolte armate, la comunità assiro-caldea (siriaca) era certamente meno nota rispetto ad altre minoranze – etniche o religiose – più “combattive” (come i curdi o anche i drusi). Abitano i territori mediorientali da almeno duemila anni e la loro lingua – di origine aramaica – presenta tre varianti: il caldeo, l’assiro e il turoyo.

Ugualmente sono presenti tre chiese cristiane: la Chiesa Caldea (cattolica), l’Antica Chiesa d’Oriente (ortodossa) e la Chiesa Assira d’Oriente che deriva direttamente dall’eresia nestoriana (minoritaria).

Meno nota si diceva. Anche se saltuariamente se ne parla. Per esempio una decina di anni fa (ottobre 2015) quando un folto gruppo di hunger striker dette inizio a uno sciopero della fame nel distretto di Midyat (provincia di Mêrdîn, sud-est della Turchia) chiedendo il riconoscimento del genocidio assiro (conosciuto come Sayfo, significa “spada”) di un secolo prima.

Raccogliendo la solidarietà e il sostegno di alcuni sindacati turchi e del Partito democratico del popolo (HDP, filo-curdo).

All’epoca, Aynur Özgün, esponente dell’assemblea delle donne siriache, annunciava che “non era quello il primo sciopero della fame e non sarebbe stato nemmeno l’ultimo”. Del resto la loro lotta per il riconoscimento del genocidio e per i diritti del popolo siriaco durava da diversi decenni. Anche se in passato gli scioperi della fame venivano organizzati soprattutto dalla diaspora. Oltre alle migliaia di quelli deportati, sarebbero oltre 300mila gli assiri massacrati dalle truppe ottomane (contemporaneamente agli armeni e ai greci del Ponto) tra il 1914 e il 1920 (all’epoca dei Giovani-Turchi e della disgregazione dell’Impero ottomano). Le prime stragi di massa avvennero nel sud-est dell’attuale Turchia, oltre che a Mêrdîn anche a Diyarbakir (in curdo Amed) dove vennero uccisi tutti i maschi assiri. Ovviamente, come per gli armeni, lo Stato turco si è sempre rifiutato di riconoscere il genocidio degli assiri, accusando chi protestava di “falsificare la Storia e diffamare la Turchia”.

Ma una conferma ulteriore della portata di tale genocidio è venuta in questi giorni.

Grazie alla scoperta di uno strettissimo passaggio segreto, centinaia di crani e resti umani (la maggior parte sarebbero di donne e bambini) sono stati rinvenuti in una chiesa (Mor Dimet, la più grande delle sette qui presenti) di Arbo. Un villaggio assiro che sorge sulle pendici del monte Bagok (distretto di Nisêbîn nella provincia – attualmente a maggioranza curda – di Mardin).

Nel secolo scorso tale località è stata evacuata almeno tre-quattro volte. Sia dagli ottomani che dai turchi (la prima nel 1914, l’ultima nel 1990).

Le case e le chiese erano state demolite e centinaia di persone risultavano uccise o scomparse. Solo all’inizio del terzo millennio alcune famiglie assire della diaspora hanno ricominciato a ricostruire e ripopolare il paese.

Il merito di aver documentato per prima tale scoperta spetta all’Agenzia Mezopotamya.

Come è forse noto, dopo aver sterminato assiri e armeni (un milione di vittime), la Turchia non aveva risparmiato nemmeno i curdi. Come appunto ci ricordano il massacro di Zîlan (1930) e quello di Dersim (1937-1938).

Successivamente (anni novanta) circa 5mila villaggi curdi (nelle regioni di Şirnex, Mêrdîn, Êlih, Amed…) vennero prima forzatamente evacuati e poi dati alle fiamme dai soldati turchi. Lasciando sul terreno oltre 17mila vittime (senza spiegazioni ufficiali sulle cause, le modalità di tali decessi…) e costringendo mezzo milione di persone a migrare verso le maggiori città turche.

Si presume che la maggior parte dei curdi deceduti siano rimasti vittime delle formazioni paramilitari (come JITEM) responsabili delle operazioni di “guerra sporca”. Come era avvenuto per gli assiri (vedi il recente ritrovamento nel villaggio di Arbo), così migliaia di cadaveri di curdi sono stati sepolti in fosse comuni, sotto alle abitazioni o nei pozzi.

Gianni Sartori

#Ireland #Kurdistan – GERRY ADAMS ESPRIME SOSTEGNO ALLA PROPOSTA DI PACE DI OCALAN – di Gianni Sartori

elaborazione su immagine @ PressEye

Alla lunga lista di esponenti politici e organizzazioni che hanno salutato positivamente la proposta di pace di Öcalan (dal sindacato basco LAB a Massimo d’Alema) si è aggiunto anche l’ex presidente del Sinn Fein Gerry Adams. Già firmatario con oltre 200 accademici, difensori dei diritti umani, giornalisti e intellettuali di una dichiarazione pubblica con cui si invitavano entrambi i contendenti a “compiere passi decisivi verso una pace duratura”.

In questi giorni poi Adams ha firmato un articolo su AndersonstownNews ( Andersonstown, ricordo, è uno dei principali quartieri cattolico-repubblicani di Belfast) in cui definisce Öcalan “una voce per la pace, un leader disposto a offrire la mano dell’amicizia ai nemici”.

Nonostante i decenni trascorsi in carcere, Öcalan ha saputo definire un percorso verso la pace che “impegna il popolo curdo con la democrazia, la libertà, la tolleranza”. Sostenendo che ormai “è tempo di mettere a tacere le armi e far parlare le idee e la politica”.

Sarebbe questa, secondo lo storico esponente repubblicano “un’opportunità unica per la stabilità del Medio Oriente, per garantire i diritti umani e favorire la riconciliazione”.

Citando gli accordi del Venerdì Santo (negli anni novanta del secolo scorso un passaggio fondamentale per il processo di pace in Irlanda del Nord) ha sottolineato l’importanza del coinvolgimento di tutti i rappresentanti politici alle trattative e quanto il dialogo sia fondamentale. Con un riferimento a processi analoghi (oltre all’Irlanda, il Sudafrica e i Paesi Baschi) Adams ha sottolineato che “la comunità internazionale può svolgere un ruolo molto costruttivo nel sostenere un accordo politico e una soluzione pacifica”. Per concludere elogiando Abdullah Öcalan “per la sua visione” e chiedere al governo turco di liberarlo.

Senza peraltro dimenticare che non sempre le cose andarono per il verso giusto. Sia in Irlanda (dove, in disaccordo con gli accordi del Venerdì Santo, alcune fazioni repubblicane continuarono a combattere, talvolta con esiti devastanti) che in Euskal Herria (dove, nonostante l’ETA avesse deposto le armi, molti prigionieri sono rimasti in carcere). Per non parlare della Colombia dove la strage (“guerra sporca”) di militanti, ambientalisti, indigeni, esponenti della società civile ed ex guerriglieri era andata intensificandosi proprio con la fine del conflitto (sottoscritto solo da parte delle FARC, ma non dell’ELN).

E’ lecito inoltre temere che una affrettata dissoluzione del PKK (come sembrerebbe nelle intenzioni di Öcalan) vada innescando la fuoriuscita di fazioni irriducibili. Di cui si è già avuto un assaggio il 23 ottobre 2024 con l’assalto di un commando curdo “autonomo” alla sede della Turkish Aerospace Industries (TUSAŞ). In quella circostanza lo stato-maggiore del PKK si era dichiarato estraneo lasciando intendere che il commando aveva operato indipendentemente. Non appare quindi inverosimile che altre unità indipendenti (v. i “Falchi della Libertà, TAK) possano decidere di continuare a combattere.

Pur nell’incertezza di quanto ci riserva il futuro, rimane incontestabile che la proposta di Öcalan ha comunque assunto una valenza epocale. Un’occasione forse unica – sia per i curdi che per il governo turco – per non perdere definitivamente il treno della soluzione politica del conflitto.

Gianni Sartori