Mese: aprile 2025
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#Medioriente #Opinioni – SIRIA E TURCHIA: COSA BOLLE IN PENTOLA? – di Gianni Sartori

In sintesi. Cercando appunto di sintetizzare, riassumere, interpretare quanto si dice – e non si dice – sulla questione curda in generale e sul Rojava in particolare, andrebbero forse registrati alcuni segnali di – cauto – ottimismo.
Sembra potersi concretizzare la richiesta di cessate-il-fuoco tra esercito turco e Forze Democratiche Siriane (una coalizione di forze curde, arabe e siriaco-cristiane che applicano il Confederalismo democratico) intorno a Kobane così da consentire la riparazione della diga di Tishrin costantemente bombardata fino a qualche giorno fa da droni e da F-16.
Meglio ancora – se venisse confermato – l’allontanamento (o l’integrazione nelle forze di sicurezza governative) dalla provincia di Afrin e forse anche dalle aree tra Tal Abyad e Serekeniye delle milizie filo-turche responsabili di saccheggi, stupri e uccisioni di civili. Milizie – va detto – che solo grazie all’appoggio dell’aviazione di Ankara avevano potuto costringere le FDS a ritirarsi verso est. Con la nuova situazione decine di migliaia di sfollati, profughi interni (si calcola circa la metà dei 320.000 abitanti qui presenti prima dell’invasione turca) scacciati nel 2018 potrebbero rientrare nelle loro case. La situazione verrebbe posta sotto il controllo delle forze di sicurezza curde (Asajish) in coordinamento con Damasco e con l’Amministrazione autonoma del nord e dell’est della Siria.
Meno chiaro quanto è avvenuto ad Aleppo, con il ritiro dai quartieri a maggioranza curda (Cheikh Maksoud e Ashrafiye) delle milizie curde (YPG-YPJ). Anche qui la sicurezza verrebbe garantita dagli Asayijs, sempre coordinandosi con Damasco.
Va poi ricordato che almeno un ministro del nuovo governo, quello dell’Istruzione, è curdo (per quanto non del Rojava).
Vice-rettore dell’università di Damasco all’epoca di Bachar al-Assad, avrebbe in progetto di far riconoscere anche in Siria i titoli di studio ottenuti dagli studenti di Qamishli, Raqqa e Kobanê.
Inoltre Drusi e Alawiti sembrano sembrano interessati a sottoscrivere con Damasco accordi simili a quelli (definiti “inclusivi”) stipulati dall’Amministrazione autonoma.
Ma non per questo il nuovo presidente ad interim rinuncerà alle buone relazioni con il leader dell’AKP, Recep Tayyip Erdogan Erdogan. Come confermato dalla partecipazione di Ahmed al Sharaa (alias Mohammed al Jolani) al forum di Antalya dell’11 aprile e precedentemente – in febbraio – dalla sua visita ad Ankara.
In realtà non si può certo escludere che la Turchia perseveri nel considerare la nuova Siria un suo potenziale protettorato. O quantomeno un avamposto militare (v. la base aerea T4 nella provincia di Homs).
Oltre naturalmente a pretendere l’allontanamento dal Rojava dei combattenti curdi non originari del Nord-Est siriano.
Tante notizie, spesso di segno contrastante, anche sulla Turchia (e non solo sui curdi del Bakur). Centellinate e selezionate dai media in base a ragioni non sempre comprensibili.
Per cui di alcuni eventi si parla diffusamente (anche troppo) mentre su altri scende un velo impietoso. Niente di nuovo naturalmente.
Per esempio. Qualche tempo fa Naiz, un sito basco abertzale (sinistra indipendentista) riprendeva gli articoli di Fermin Munarriz risalenti al novembre 2001 (https://www.naiz.eus/eu/2024/20241109/mas-de-cien-muertos-en-la-huelga-de-hambre-mas-extrema-de-europa).
Sottolineando come all’epoca Gara (quotidiano basco che aveva sostituito l’illegalizzato Egin) fosse stato uno dei pochi “nel mondo” a parlare dello sciopero della fame in cui – tra il 2000 e il 2003 – avevano perso la vita oltre un centinaio di prigionieri politici turchi di sinistra (oltre ad alcuni familiari e simpatizzanti). Solo un piccola precisazione. Non era stato proprio l’unico. Si parva licet, in Italia ne aveva parlato varie volte Frigidaire.
Detto questo – e fatte le debite proporzioni (dal punto di vista numerico, non qualitativo) – la cosa potrebbe ripetersi. Nella quasi totale indifferenza, dal alcuni mesi una decina di prigionieri politici della sinistra radicale turca (una donna – Yurdagül Gümüş – e nove uomini) sono in sciopero della fame illimitato. Una estrema protesta (ormai l’unica loro consentita) per le indegne condizioni in cui versano i detenuti nelle carceri speciali.
In particolare contro l’isolamento nelle prigioni di tipi S, Y e R e i trasferimenti forzati. Sempre senza che i media ne abbiano dato notizia, iniziative di solidarietà sarebbero previste (condizionale d’obbligo, non è facile averne conferma) in varie città europee. Dato che si tratta di persone (con una loro storia, una famiglia…) e non di numeri riporto i loro nomi con la data dell’inizio del loro digiuno: Sercan Ahmet Arslan (dal18-10-2024), Serkan Onur Yılmaz (dal 9-12-2024), Mulla Zincir (dal 12-12-2024), Bakican Işık (dal 18-12-2024), Yurdagül Gümüş (dal 30-12-2024), Mithat Öztürk (dall’11-02-2025), Hasan Ali Akgün (dal 17-2- 2025), Ali Aracı (dal 17-2-2025),Ayberk Demirdöğen (dal 10-3-2025), Fikret Akar (dal 29-3-2025).
Prima di tornare a enumerare i cadaveri, sarebbe il caso di parlarne.
Gianni Sartori
#7NotePerUnaNuovaEuropa #Russia
#Oceania #Ambiente – PAPUA NUOVA GUINEA: ABOLITA LA PROIBIZIONE NEL COMMERCIO DEI CREDITI DI CARBONIO FORESTALI E VIA LIBERA ALL’ESTRATTIVISMO (ANCHE OFFSHORE) – di Gianni Sartori

Alla già ben nota piaga della deforestazione (in parte illegale, in buona parte con il legame esportato in Cina per la lavorazione) e del conseguente degrado della foresta primaria (con il rischio estinzione per specie come il canguro arboricolo, alcuni uccelli del paradiso e il parrocchetto di Pesquet), si aggiungono ora altre calamità.
Sta infatti per essere tolta la moratoria del 2022 (adottata volontariamente dopo una serie di scandali legati all’operato di imprese straniere) sulla proibizione del commercio dei crediti di carbonio forestali. Con la conseguente apertura di vaste aree di foresta primaria al disboscamento, al saccheggio.
Altra novità negativa sul fronte ambientale, un disegno di legge in via di approvazione sulle miniere della Papua Nuova Guinea (in sostituzione del Mining Act del 1992).
Magari con qualche buona intenzione, come la norma per cui l’estrazione mineraria alluvionale viene riservata ai cittadini (modifica in realtà già introdotta quattro anni fa) e la creazione di un centro governativo di raccolta dati minerari (per costringere le cave a inviare i dati di estrazione in tempo reale).
Stando ai dati ufficiali, negli ultimi cinque anni in Papua Nuova sono stati estratti 2,4 milioni di once di oro; 84.500 tonnellate di concentrato di rame; 33.500 tonnellate di nichel; 123mila tonnellate di concentrato di cromite. In soldoni, circa il 20% del Pil nazionale.
Ma, stando ad alcune Ong, non ci sarebbe preoccupati abbastanza dell’impatto ambientale e delle conseguenze per le comunità indigene.
Per esempio non considerando gli effetti delle miniere poste a monte di un bacino fluviale. Come si è già verificato in molte circostanze, le conseguenze possono essere devastanti sia per l’ambiente che per la popolazione.
Vedi il caso – già ben documentato – del fiume Fly nella Provincia Occidentale e quello prevedibile del fiume Sepik quando il progetto della miniera di Frieda (collocata a oltre 200 km nell’entroterra) diventerà operativo. Con pesanti ripercussioni sull’esistenza quotidiana di mezzo milione di persone e su un ampio ecosistema (circa centomila chilometri quadrati).
Previsioni ancora peggiori per l’estrazione offshore inserita nella Parte VII del nuovo progetto di legge.
Un genere di attività estrattiva – quella offshore – non attuata né nelle Zone Economiche Esclusive né nelle acque internazionali. In quanto l’Isa (Autorità internazionale dei fondali marini) esita, almeno per ora, nel concedere licenze. Permane infatti un sostanziale disaccordo tra gli Stati membri del Consiglio per il fondato sospetto che l’attività estrattiva in acque profonde sia tutt’altro che sicura a livello ambientale.
Verrebbe infatti a interagire negativamente con le rotte migratorie dei pesci (con un forte impatto sulla pesca) e dei grandi mammiferi marini, cetacei in primis. Mettendo nel conto i rumori sottomarini prodotti dalle attività estrattive, i rifiuti e le sostanze chimiche trascinate dalle correnti marine anche a grandi distanze dai luoghi delle trivellazioni, i probabili spostamenti coatti delle popolazioni costiere che assisterebbero impotenti all’esaurimento delle loro principali fonti di sostentamento.
Gianni Sartori
#7NotePerUnaNuovaEuropa #Scotland
#Turchia #Repressione – QUANDO IL POTERE INFIERISCE ANCHE SUI FAMILIARI DELLE VITTIME – di Gianni Sartori

Nel 2014, dopo 269 giorni di coma, moriva l’adolescente Berkin Elvan colpito alla testa da un lacrimogeno. Ora, dopo 11 anni, i suoi genitori vengono condannati al carcere per aver offeso Erdogan.
Risale all’11 marzo 2014 l’epilogo della tragica vicenda – un autentico calvario – del quindicenne Berkin Elvan.
Quando morì dopo 269 giorni di coma e al suo funerale, nel quartiere di Okmeydani (Istanbul), parteciparono oltre diecimila persone.
Il 16 giugno 2013, ancora quattordicenne, era uscito da casa per andare a comprare il pane mentre in città migliaia di manifestanti protestavano un difesa degli alberi di Gezi Park. Nei pressi di piazza Taksim viene colpito alla testa da un lacrimogeno sparato da una camionetta della polizia e resta a terra. Nonostante fossero stati chiamati immediatamente dai presenti, i soccorsi arrivarono con colpevole ritardo.
Giunto all’ospedale in condizioni disperate, da allora non uscirà più dal coma. Immediata la dichiarazione del presidente Erdogan che di fatto rivendicava: “Sì, sono stato io a dare l’ordine alla polizia di reprimere le manifestazioni”. Un’affermazione che aggiungeva ancora dolore (e indignazione) a quello già provato dai genitori.
Iniziano le proteste e l’11 luglio 2013 centinaia di persone assediano simbolicamente la caserma dei poliziotti che quel giorno occupavano il quartiere. Ovviamente anche questa iniziativa viene repressa duramente.
Diventati, loro malgrado, il simbolo della violenza del potere in Turchia, la madre e il padre rischiano di subirne un’altra. Quella dei medici che vorrebbero dimettere il ragazzo (per togliere la vicenda dai riflettori, dato che fuori dall’ospedale stazionano in permanenza i giornalisti) proseguendo la terapia intensiva a casa.
Ma almeno questa ulteriore infamia viene impedita dalla mobilitazione dei cittadini.
Intanto il corpo di Berkin si va letteralmente consumando, arrivando a pesare solo venti chili.
Continuano comunque le manifestazioni e il presidio fuori dall’ospedale. Il 5 gennaio 2014 il comune di Smirne gli dedica un parco giochi.
Il 24 gennaio 2014 si arriva al processo, ma i poliziotti portati sul banco degli imputati risultano non in servizio per quel giorno (evidentemente chi di dovere – presumibilmente il ministero – aveva fornito nomi falsi al tribunale). Aggiornato al 30 gennaio 2014, il processo degenera in farsa con i nuovi poliziotti incriminati che dichiarano di non ricordarsi di nulla e comunque di non aver sparato lacrimogeni.
Con la morte di Berkin la gente torna in strada: da Istanbul a Smirne, da Eskişehir a Dersim, da Antalya a Kayseri, da Ankara a Kocaeli…
Intervistata da una televisione, la mamma accusa pubblicamente: non è stato Allah a portare via mio figlio, è stato Recep Tayyip Erdogan”.
Ma evidentemente aver privato i due genitori dell’unico figlio non bastava. Oggi arriva la notizia che entrambi sono stati condannati al carcere per “insulti al presidente Erdogan”.
Questo il cinico verdetto del processo intentato contro Gülsüm Elvan (la mamma di Berkin Elvan) e Sami Elvan (il padre).
Condannati rispettivamente a 11 mesi e venti giorni e un anno e due mesi.
Per il padre, la sua vita è “definitivamente cambiata 11 anni fa, il mio bambino mi manca ogni giorno. Non ho altri figli, lascio decidere alla vostra coscienza”.
Mentre la madre uscendo dal tribunale ha semplicemente detto che “io sono là fuori, mandate pure la vostra polizia a mettermi la manette, vi aspetto”.
Mi sono tornate in mente altre madri coraggio che ho conosciuto: Peggy O’Hara, mamma del militante dell’INLA Patsy O’ Hara, morto in sciopero della fame nel 1981) e Haidi Giuliani, la mamma di Carlo (ucciso a Genova nel 2001).
Casualmente, o forse no, a chi aveva domandato a entrambe (in situazioni diverse ovviamente) se non avessero paura di continuare a lottare, denunciare, protestare…avevano dato la stessa risposta: “E di che cosa? Cos’altro potrebbero farmi ancora?”.
Appunto.
Gianni Sartori
#MemoriaStorica #Südtirol – 25 Aprile 2025 – Il ricordo del Campo di concentramento di Blumau (BZ)

Come ogni anno, il Südtiroler Heimatbund ricorda coloro che furono detenuti nel Campo di concentramento fascista di Blumau (BZ), alla presenza di numerosi ospiti e relatori, nella speranza che queste pagine buie della Storia non si ripetano più.
La cerimonia si terrà il giorno 25 Aprile alle ore 10.
