#MemoriaStorica #Resistenza – SOLDA’ E CASTIGLIONI: DUE STORIE QUASI PARALLELE DI ALPINISMO E RESISTENZA – di Gianni Sartori

Gino Sodà e Ettore Castiglioni

Nelle vicende di Castiglioni e Soldà (quasi coscritti, il primo nasce nel 1907, l’altro nel 1908) analogie e coincidenze sono più di una. Entrambi alpinisti di primo piano (a volte concorrenti), comandanti partigiani e attivi nel portare al sicuro in Svizzera persone perseguitate dal regime fascista. Con una certa somiglianza quando entrambi vennero “intercettati” e costretti a fuggire tra le nevi alpine in condizioni difficili, sprovvisti dell’indispensabile attrezzatura. Drammatica esperienza per entrambi, ma soprattutto per Castiglioni che in tali frangenti (quando aveva già superato il confine) perse la vita, mentre Soldà riuscì a salvarsi.

Queste in breve le vicende, paradossalmente simili, in parte sovrapponibili anche se appunto con un finale tragicamente diverso.

Dopo i rastrellamenti del settembre ’44 e l’arresto dei Fraccon in ottobre, per il movimento resistenziale vicentino e padovano la situazione era diventata oltremodo difficile. Sia per la cattura di Luigi Faccio, Ettore Gallo e Giacomo Rumor (esponenti del CNL provinciale) che per la disarticolazione in novembre della brigata “Pierobon” (a cui Soldà, con quanto restava del suo battaglione, si era aggregato). A questo punto Gino è “un uomo in fuga”.

In dicembre si rifugia nel Bergamasco in casa di uno zio di Rino Daffan. Forse incautamente, decidono di recarsi per qualche giorno a Chiavenna, ma qui rischierà di essere arrestato.

Tra l’altro l’episodio è uno dei pochi di cui Soldà ha lasciato ampia documentazione, raccontandolo in prima persona. Arrivati alla stazione di Chiavenna poco prima del coprifuoco, i tre entrano all’Albergo Nazionale.

Non fanno nemmeno in tempo a terminare la minestra (più o meno come era capitato a Castiglioni) che una pattuglia fascista entra nel locale chiedendo ai presenti di esibire i documenti.

Gino presenta una carta di identità ovviamente falsa (con il cognome della moglie, Trevisan ) e un documento della Todt. Ma purtroppo il documento che avrebbe dovuto identificarlo come un lavoratore italiano militarizzato dai tedeschi, suscita sospetti in quanto scadeva il giorno dopo. Mentre l’ufficiale si allontana per una verifica, Soldà resta nelle mani di due militi armati. I quali però si interessano soprattutto di Rino Daffan, ritenendolo un disertore che voleva espatriare in Svizzera.

Con la scusa di dover prendere degli effetti personali in camera, Gino riesce ad allontanarsi per qualche attimo e infilare la porta di uscita. Fugge di corsa, alla luce della luna, con l’intenzione di raggiungere il Passo del Maloja che aveva intravisto arrivando in treno. Intanto i militi sfondavano la porta della sua camera (dove evidentemente pensavano si fosse rifugiato), ma non trovandolo si mettono a cercarlo con l’ausilio (ancora!) dei cani a cui avevano fatto annusare il suo cappotto. Praticamente in maniche di camicia, senza cappotto né berretto (ed è il 16 dicembre!), ma almeno con gli scarponi ai piedi. Il fuggiasco procede in cerca di un sentiero con l’intenzione di raggiungere Madesimo, nonostante la neve e il ghiaccio rendano il progetto alquanto difficoltoso (sprovvisto com’è di abbigliamento adeguato e soprattutto di ramponi). Ansante per la corsa (in salita),sudato (con 15 gradi sottozero) e con la neve al ginocchio, sente in lontananza la muta dei cani che – avendone evidentemente individuato le tracce- si avvicina. Bloccato da una muraglia di rocce, si vede costretto a ridiscendere fino a un gruppo di case pur temendo di incontrare i suoi inseguitori. Sperando che nel frattempo i cani avessero perso l’usta, decide di imboccare(ormai sono quasi le due di notte) un altro sentiero. Individuata una capanna con dentro “un po’ di foglia di castagno”, riesce a riposarsi per qualche ora (ma senza restare fermo troppo a lungo temendo che “il sudore mi si geli addosso”).

Si rimette in cammino quando “non è ancora chiaro” con l’intenzione di “forzare la muraglia di rocce nere, trovando qualche passaggio non eccessivamente difficile”. Ma le verticali placche di granito risultano impraticabili senza adeguata attrezzatura. Affamato, si avvicina a un gruppo di case cercando invano di ricevere del cibo e magari farsi prestare un paio di sci, Incontrando invece soltanto paura e diffidenza (scoprirà in seguito che in zona c’erano state alcune rappresaglie dei nazi-fascisti).

Impietosita, una donna che evidentemente aveva compreso la sua situazione, gli indica un percorso per raggiungere la Svizzera. Deve però tornare in paese e risalire l’altro versante. Purtroppo incappa in in una pattuglia di tedeschi, riuscendo a cavarsela con disinvoltura salutandoli ed entrando in un’osteria dove ordina un bicchiere di vino.

All’uscita rivede i tedeschi appostati presso un ponte a circa 30 metri. Riesce ugualmente a imboccare un sentiero per Sommaruine e finalmente riceve un po’ di cibo (un piatto di pastasciutta avanzato dal giorno prima che “io subito divoro con due fette di polenta”) in una casa isolata. Non solo, può finalmente asciugarsi e riscaldarsi accanto al fuoco. A questo punto viene sorpreso da alcuni partigiani che – ritenendolo forse una spia – lo invitano ad andarsene minacciando anche di fucilarlo se dovesse insistere a restare. 

Trascorre un’altra notte al gelo in una casupola per metà riempita di neve e dove trova ancora un po’ di foglia di castagno. Ma “la foglia era così secca che stava tutta sollevata e non mi riparava dal freddo. Allora mi misi ad attorcigliare le foglie in modo da fare dei piccoli fagotti oblunghi e – dopo due ore di questo lavoro – ero discretamente coperto e così potei appisolarmi per un’ora e mezza”.

Al primo chiarore di nuovo in piedi e giù per il sentiero ghiacciato.

Arriva alla strada Chiavenna-Madesimo proprio quando “scatta una luce improvvisa e risuona un secco Alt!”. Usciti dal buio dove erano appostati, i tedeschi hanno appena fermato un gruppo di ragazze. Sente il caratteristico scatto del carrello delle armi automatiche. Tuttavia, dopo un attimo di indecisione, decide comunque di proseguire andando loro incontro. Si ferma all’ordine “Mani in alto!” con tre fucili mitragliatori puntati.

Sospettato di essere un partigiano, viene bloccato e perquisito. Allora “cominciai a parlare in tedesco e – come un’altra volta quando mi fermarono le SS – cambiarono completamente espressione e contegno”. Aggiungendo di essere “andato a Madesimo per un contratto da maestro di sci con Bernasconi”.

Contando sul fatto che Bernasconi era un maestro di sci molto conosciuto.

Tra l’altro aveva dovuto consegnare la sua carta d’identità autentica essendo l’altra rimasta nelle mani dei fascisti. Pur con qualche difficoltà riuscì a convincerli e a prendere un treno per Aosta. Per concludere “mi sembrava di aver fatto un tormentoso sogno”.

Simile, per quanto più tragica, la vicenda di Ettore Castiglioni, detto “Nino”.

Dopo l’8 settembre realizzò in Valpelline (alpeggio Berio, sopra Ollomont) quella che Paolo Cognetti (nella prefazione a “Il giorno delle Mésules – Diari di un alpinista antifascista”) definirà una “piccola repubblica partigiana, nata e morta nel giro di qualche mese, lassù nel settembre del ’43”.

Da qui il confine svizzero dista poche ore di cammino e “Nino” e i suoi compagni attraverso alcuni valichi (in particolare la Fenetre Durand) porteranno in salvo diverse famiglie di ebrei e fuggitivi antifascisti. Per l’ANPI complessivamente un centinaio di persone, tra cui il futuro presidente Luigi Einaudi.

Nato nel 1908 in Val di Non, alcune delle sue maggiori imprese alpinistiche risalgono agli anni trenta: la “via Strosser” alla Cima Grande (prima italiana con Raffaele Carlesso), Spigolo ovest della Presolana e parete nord-ovest della Busazza (una via giudicata “impossibile” dai fortissimi Rudatis e Videsott) entrambe con Celso Gilberti, spigolo sud-est al Sass Maor, parete nord del Pizzocco, del Focobon e dello Spitz d’Agnèr, la nord-ovest del Pizzo Badile (con Vitale Bramani).

Fondamentale il sodalizio con Bruno Detassis (v. la via che porta i loro nomi sulla Pala del Rifugio, la nord del Dos di Dalun e la diretta della Torre Gilberti nelle Dolomiti di Brenta, così battezzata in memoria dell’amico caduto sulla Paganella nel giugno 1933).

Ricordo che oltre alla famosa foto di Barbieri a Soldà, ne esiste una non meno significativa scattata dal fotografo vicentino all’alpinista Detassis.

Rimane poi nella storia dell’alpinismo, non solo italico, la questione della prima ascensione della parete sud-ovest di Punta Penia (Marmolada). Quando tra il 29 e il 31 agosto 1936 Gino Soldà anticipò Castiglioni (già reduce da alcuni tentativi) solo per un paio di giorni.

Uno smacco a cui peraltro Ettore seppe immediatamente reagire risalendo con Vinatzer la parete sud di Punta Rocca (2-3 settembre 1936).

Le cose più o meno andarono così.

Quei 550 metri della parete sud-ovest della Marmolada da tempo costituivano un dilemma irrisolto per il mondo alpinistico. Deciso a risolverlo, Ettore Castiglioni lo affrontò nel 1935 con Bruno Detassis.

Con una serie di tentativi (almeno due quelli documentati) raggiunsero prima la cengia mediana poi il grande diedro senza però riuscire superarlo. Pur determinati a ritentare quanto prima, provvisoriamente avevano riposto corde e chiodi nello zaino.

Nel 1936, mentre Castiglioni si trovava in Valtournanche per un congresso del CAAI, Gino Soldà con Umberto Conforto (entrambi vicentini) presero la decisione di affrontare l’inespugnata parete.

Nel primo tentativo del 28 agosto raggiunsero la cengia mediana.

Nel secondo tentativo (29 agosto) superarono circa sessanta metri del diedro.

Riuscirono nell’impresa nei due giorni successivi, con due bivacchi e 36 ore di arrampicata.

Castiglioni, ancora ignaro di quanto accaduto, era intanto tornato al rifugio Contrin per ritentare l’impresa.

Scoprendo l’avvenuta conquista della “sua” parete avrà “dapprima un senso rabbioso di sdegno; sdegno contro la sleale condotta di Soldà, sdegno contro gli stupidi obblighi che mi hanno condotto tra le vuote chiacchiere e i pettegolezzi proprio nelle giornate più favorevoli all’ascensione, sdegno contro Bruno (Detassis nda) che con la sua condotta imprevidente è rimasto spossato più ancora di me: rabbia di aver osservato onestamente l’impegno verso persone che non meritavano nemmeno la centesima parte del mio sacrificio; rabbia di aver voluto essere fedele a Bruno, mentre con altri sarei quasi certamente riuscito…”

Ma poi, invece di abbandonarsi alla demoralizzazione, seppe rientrare in sé, nel suo “stile”. Giudicando la sua prima reazione “indegna di un alpinista”, rendendo “onore al merito e al vincitore” e agendo di conseguenza. Contattava infatti il forte alpinista di Ortisei Giovan Battista Vinatzer per affrontare e superare i 900 metri di Punta Rocca. Come avvenne tra il 2 e il 3 settembre 1936, con Vinatzer primo di cordata per la maggior parte della via.

Senza scordare che nei giorni fatali il rifugio Contrin risultava particolarmente affollato tra curiosi e aspiranti alla “prima” della sud-ovest della Marmolada. C’era infatti anche Emilio Comici che attendeva l’arrivo di Severino Casara (arrivato in ritardo) per compiere l’impresa.

Quasi da militante di Earth First! ante litteram, Castiglioni mostrava aperta ostilità per le stazioni sciistiche che andavano già deturpando il paesaggio. Immaginandole “diroccate, rivestite di edere, sommerse dalla foresta, come se il tempo potesse già aver fatto giustizia di quella sacrilega presunzione umana”.

Geneticamente antiautoritario e quindi antifascista, incontrando un branco di avanguardisti a Milano condannava “la vigliaccheria che l’educazione fascista genera nei giovani, rivestendoli di divise e svuotandoli di moralità”.

Del resto anche quando con il grado di tenente-istruttore addestrava i soldati all’arrampicata “non ho mai dato un attenti in tutto il corso”.

Quanto ai nazisti, da un viaggio in Germania ricava la convinzione che “l’intero paese è trasformato in un campo di manovra delle camicie brune: anzi più propriamente sono di colore kaki, colore perfettamente intonato a questa massa di imbecilli, vigliacchi, oltracotanti e boriosi”.

Offeso dalla medaglia d’oro che gli viene attribuita per le sue imprese alpinistiche (la considera “un’umiliazione”), decide di non pubblicare più le relazioni delle sue arrampicate . Ancora nel 1935 scrive: “Perciò ho sempre sostenuto che il vero alpinista non può essere fascista, perché le due manifestazioni sono antitetiche nella loro più profonda essenza. L’alpinismo è libertà, è orgoglio ed esaltazione del proprio essere, del proprio io come individuo sovrano, della propria volontà come potenza dominante: il fascismo è ubbidienza, è disciplina, è annullamento della propria individualità nella pluralità e nella promiscuità amorfa della massa, è abdicazione alla propria volontà e sottomissione alla volontà altrui”. Uno spirito autenticamente libertario (quasi anarchico direi), se pur ancora troppo “individualista”.

Evolverà con la Resistenza assumendo un carattere più comunitario, se non addirittura collettivista.

Quando con una quindicina di alpini (i suoi allievi del corso-roccia, fermamente intenzionati a non consegnarsi a tedeschi e fascisti) si insedierà tra le malghe di Berio sopra Ollomont.

Scriverà allora nel suo diario che qui “ognuno mette in comune, a profitto della comunità, tutte le proprie risorse, tutte le proprie energie”.

Da parte sua, quando dai dissidenti in fuga che guida verso la Confederazione riceve un contributo in denaro, lo mette nel fondo comune. Così come avviene con il ricavato dalla vendita di materiale militare.

Per cui “ci sentivamo davvero tutti compagni, tutti amici, tutti eguali”. Scomparsi gradi e gerarchie, tutti si danno del tu e si chiamano per nome.

Quando poi toccherà a lui buttar giù “lo statuto di questa nostra piccola repubblica indipendente, insisto più volte su questo carattere eminentemente comunista”. 

Per garantire la sopravvivenza del piccolo gruppo di neo-renitenti, si impegna quotidianamente in faticose marce, coprendo impensabili dislivelli per contrabbandare formaggi (fontine) e tabacco. Da scambiare magari con qualche pezzo di pane. Durante uno di questi sconfinamenti in Svizzera viene anche arrestato e detenuto per oltre un mese (stava portando alcune valigie a una famiglia di rifugiati che in precedenza aveva aiutato ad espatriare).

Attualmente mancano risposte definitive sulle ragioni per cui aveva raggiunto la Svizzera, da solo, in quel marzo 1944. Quel che si sa con certezza – dalle testimonianze di Vitale Bramani e di Saverio Tutino – è che l’11 marzo aveva accompagnato una comitiva verso il Passo del Forno per poi – all’altezza del Monte Disgrazia – proseguire in solitaria verso il Passo del Muretto.

Aveva con sé un passaporto falso (prestatogli da Oscar Brandli, ma forse scaduto) da cui risultava cittadino elvetico (nel caso al ritorno venisse intercettato dai fascisti). Sfortunatamente veniva fermato dalle guardie di frontiera mentre mangiava nel ristorante Alpina (Passo del Maloja) in territorio svizzero. Tra le carte che gli vennero sequestrate (oltre a vari indirizzi di persone residenti in Svizzera) un foglietto con l’indirizzo del Consolato inglese a Ginevra. Per cui è stata ipotizzata una missione segreta, forse per prendere contatti con gli Alleati. In attesa di poterlo trasferire in carcere a St. Moritz , veniva rinchiuso nelle stanze dell’albergo Longhin e per impedirgli di fuggire gli venivano tolti giacca, pantaloni, sci e scarponi.

Piccozza e ramponi li aveva già nascosti preventivamente sotto una roccia (prima di entrare con gli sci in spalla nell’abitato del Passo del Maloja). Utilizzando una coperta come poncho e fasciando i piedi con pezzi di un’altra coperta, si cala con le lenzuola annodate dalla finestra. Recupera ramponi e piccozza da sotto la roccia e fugge nella neve verso l’Italia. Riusciva così ad attraversare il confine al Passo del Forno (2768 m.) e iniziava a scendere per la Valmalenco. Tre mesi dopo (5 giugno 1944) il suo cadavere venne ritrovato da Carletto Negri circa 200 metri più in basso. Ancora rannicchiato, appoggiato alla roccia e coperto dalla neve. In tutta evidenza era morto assiderato con i ramponi ancora ai piedi. E’ sepolto a Tregnago, nei Lessini Veronesi dove, fanciullo, aveva iniziato a percorrere i sentieri di montagna e ad arrampicare.

In sua memoria nel luogo dove è morto (ora, a causa dello scioglimento del ghiacciaio, molti metri più in alto rispetto alla morena) l’alpinista Paolo Cirillo ha piantato un chiodo con la le iniziali e la data. Nel 2027 il Comune di Milano lo ha riconosciuto “Giusto dell’Umanità”.

Chi ha consultato con attenzione il diario di Castiglioni, non nasconde di trovarvi una certa reticenza nel precisare scopi, intenzioni…(reticenza peraltro giustificata nel caso il diario fosse caduto in mani sbagliate).

Sembrerebbe comunque evidente che si tratta di attività legate alla resistenza, probabilmente di contatti – da stabilire o già operativi – con l’intelligence alleata. Questo viene in qualche modo confermato dall’analisi di un altro diario, quello del cognato Mario Tutino, marito di Fanny Castiglioni e padre del futuro giornalista dell’Unità Saverio Tutino (a cui Ettore proprio quel giorno avrebbe dovuto consegnare un pacco). Secondo Mario Tutino, “Nino” manteneva rapporti con varie personalità politiche. Alcune delle quali-anche in più occasioni – lui portava in Svizzera e poi riportava in Italia, in genere per la Fenetre Durand . Si parla anche di contatti con Federico Chabod e Maria José di Savoia.

Il caso più noto è quello del senatore Luigi Einaudi che portava con sé un plico sigillato (evento storicamente documentato) con importanti informazioni per la Principessa del Piemonte, rifugiata in Svizzera dopo l’8 settembre. Anche a lei toccherà in sorte di dover attraversare le montagne innevate, con gli sci, rientrando in Italia nel febbraio 1945.

E sempre nel diario di Mario Tutino si parla di contatti anche con l’intelligence svizzera. Fermo restando che sulle autentiche ragioni di quel suo ultimo espatrio che gli risulterà fatale, aleggia ancora il mistero.

Altre piccole coincidenze tra Ettore e Gino. Quando nel 1943 venne richiamato alle armi fu inviato come istruttore presso la scuola militare alpina di Aosta dove negli anni precedenti erano passati sia Gino Soldà che Placido Barbieri.

Inoltre uno dei fratelli di Ettore Castiglioni si chiamava Manlio, come il figlio di Gino Soldà. Un altro fratello, Bruno, venne ucciso dai soldati tedeschi a Pavia il 27 aprile 1945 mentre generosamente, su incarico del CLN, tentava di ottenerne la resa per evitare ulteriori spargimenti di sangue. La sorella, Fanny Castiglioni, (madre del giornalista Saverio Tutino con cui Ettore si doveva incontrare nel giorno in cui venne catturato dalle guardie di frontiera svizzere) era stata una giovanissima infermiera volontaria durante la Prima Guerra Mondiale.

Gianni Sartori

Bibliografia:

1) Ettore Castiglioni- “Il giorno delle Mésules – Diari di un alpinista antifascista” – Ulrico HOEPLI editore – aprile 2017, Azzate (VA)

2) Paolo Cognetti “La piccola repubblica partigiana di Ettore” – http://www.arivista.org/riviste/Arivista/434/38.htm

#Veneto #Resistenza – GINO SOLDA’ E FERRUCCIO MANEA: VALOROSI PARTIGIANI VENETI, MA ANCHE “UOMINI CONTRO” – di Gianni Sartori

Scrivo in parte obtorto collo. Forse stanco di dovermi occupare di “guerre, guerriglie e guerricciole” trascorse (di cui – magari giustamente, non so – non interessa più niente a nessuno). Eppur mi tocca.

Con l’esigenza non sopprimibile di affrontare una questione irrisolta (più “esistenziale” – sicuramente personale – che storica). Magari per poterla definitivamente espellere dai meandri intricati della memoria. La prendo larga.

Mi pare sia stato il situazionista Raoul Vaneigem a rammaricarsi per il mancato incontro tra personaggi che – ognuno a modo suo – avevano radicalmente tentato di “ribaltare l’ordine delle cose” (dello stato di cose presente). Vuoi nel sociale, vuoi nel linguaggio. E a tale proposito citava espressamente Buenaventura Durruti (tra i maggiori esponenti dell’anarchismo rivoluzionario del secolo scorso) e James Joyce (per il suo intransigente sperimentalismo linguistico). Pensando appunto che dall’incontro sarebbero potute scoppiare faville di nuove insorgenze. In realtà a volte è accaduto il contrario, quasi un corto circuito. Destabilizzante e inibitore.

Penso all’incontro, storicamente accertato, tra due personaggi di grande spessore: l’alpinista e partigiano Gino Soldà (“comandante Paolo”) e il mitico “Tar” (Ferruccio Manea, comandante della Brigata Ismene). Quello ricordato da Luigi Meneghello in “Piccoli Maestri” (“l’uomo col berretto di pelo”) e in “Libera nos a Malo”.

A conti fatti, senza sminuire i grandi meriti guadagnati sul campo da entrambi, tra i due prevalse prima un aspro contenzioso, poi (anche a distanza di decenni) una serie di reciproche accuse (di “tradimento” se non addirittura di “tentato omicidio”). E forse avrebbe potuto finire anche peggio.

Affronto la cosa come ho detto malvolentieri, ma quasi “per dovere”.

Un tributo alla loro memoria motivato dal fatto di averli conosciuti entrambi. Non quanto meritavano, ma abbastanza da entrare in confidenza, sentirmi raccontare peregrinazioni e vicissitudini di quei mesi – lunghi e intensi come quando la Storia accelera – dal ’43 al ’45 (in particolar modo dal “Tar”, con Soldà si parlava soprattutto di Montagne…).

Ricordi riemersi dalla consultazione di un archivio fotografico personale dove ho ritrovato le immagini che avevo scattato al “Tar” in occasione di manifestazioni (quella di Padova per l’uccisione di Pedro nel 1985), iniziative antiapartheid (con il rappresentante del Pan African Congress) e funerali. Sia dell’Ardito del popolo Borela (un anarchico di Schio, il suo maestro) che di Alberto Sartori (con la bara portata a spalla sotto la neve tra decine di bandiere rosse, roba da Russia ’17).

Invece per Soldà ho potuto attingere all’archivio del suo amico Placido Barbieri. Con le immagini in bianco e nero dell’anziano alpinista ormai ultrasettantenne, ma ancora in attività sulle Piccole Dolomiti. (1)

Due Grandi, sicuramente. Anche se – come si diceva – forse non erano fatti per comprendersi più di tanto. Fermo restando che il loro contributo alla lotta di Liberazione rimane insindacabile. Così del resto procedono le cose degli uomini. In maniera controversa, non lineare. Ma comunque procedono. Fino al 1943 le loro rispettive vite percorrevano sentieri distanti. Anche se non si può escludere un incontro casuale, magari in Pasubio che entrambi frequentavano per ragioni diverse (rispettivamente alpinismo e contrabbando).

Impervi e nascosti, talvolta notturni, quelli calpestati da un proletario geneticamente ribelle: lavoratore-bambino in filanda, emigrato in Sicilia, contrabbandiere, bracconiere, carcerato e perseguitato prima e dopo la guerra, con due fratelli volontari in Spagna a fianco dei repubblicani.

Altrettanto impervi (e ripidi) quelli frequentati da un atleta di fama, vincitore di premi (medaglia d’oro nel 1936 per le imprese sul Sassolungo), sestogradista e sciatore (nel 1932 partecipò alle Olimpiadi invernali di Lake Placid), socialmente rispettato e tutto sommato esibito dal regime.

Con il “Tar” destinato a incattivirsi per la morte orrenda del fratello Ismene. Comunista, catturato dai franchisti veniva consegnato a Mussolini. Imprigionato e deportato a Ventotene per sei anni, nel 1944 il partigiano “Bruno” venne brutalmente torturato e seviziato per un’intera settimana dai nazifascisti. Infine fatto sbranare ancora vivo dai cani delle SS.

A cui si aggiunse – a guerra ormai terminata (maggio 1945) – la tragica fine del figlioletto del “Tar” per l’impossibilità economica di acquistare la penicillina (al mercato nero) e curarlo.

Con una formazione politica ispirata dall’assidua frequentazione con un vecchio anarchico di Schio, il già citato Borela. Poi alimentata e coltivata dal comunista Alberto Sartori, Carlo.

Mentre per il moderato Soldà era stato fondamentale l’incontro con il cattolico Torquato Fraccon (democristiano, tra i fondatori del CLN provinciale, martire a Mauthausen-Gusen con il figlio Franco; entrambi “Giusti tra le Nazioni”). Con un ritorno – insieme all’amata Lena (staffetta partigiana, “Magda”) – a una vita normale nel dopoguerra. Guida alpina e imprenditore, meritati riconoscimenti pubblici e la partecipazione all’impresa del K2 (1954). Continuando ad arrampicare fino alla soglia degli ottanta anni.

Pensando che forse la parte più significativa della sua partecipazione alla Resistenza è costituita dai ripetuti, rischiosi, salvataggi di ebrei (intere famiglie, i Klein, i Landmann…) e altri perseguitati (prigionieri alleati fuggiti da campi, internati…) che conduceva oltre confine per i valichi alpini. Emulo in questo del suo amico- concorrente Ettore Castiglioni che in tali frangenti perse la vita.

Della decina di “salvataggi” compiuti, Soldà non ha lasciato memoriali dettagliati. Ma dalle testimonianze di Italo Rossi, Mary Arnaldi, don Antonio Frigo e Gino Massignan (esponente della Fuci, poi deportato a Mauthausen, dove fu probabilmente l’ultimo a vedere Fraccon ancora vivo) sappiamo che talvolta aveva “preso in carico” i fuggitivi direttamente alle pendici del Caviojo (Arsiero). In altri casi più lontano, a Madonna del Tirano (in Valtellina). Da qui in Svizzera.

La staffetta partigiana Mary Arnaldi ha ricordato soprattutto una spedizione del gennaio 1944 a cui ha preso parte. Alla stazione di Vicenza Soldà aveva ricevuto in consegna dal gruppo partigiano di “Loris” (Rinaldo Arnaldi, fratello di Mary) due ufficiali alleati fuggiti da un campo di concentramento e l’antifascista Alberto Zanchi. Arrivati a Milano nel cuore della notte, prendono il treno per Lecco dove vengono ospitati da una famiglia di antifascisti. Proseguono quindi per la Valtellina e poco prima di mezzanotte affrontano una dura marcia notturna che consente di raggiungere al mattino il confine svizzero.

In un’altra circostanza due militari neozelandesi verranno affidati a Soldà dal dott. Peronato, fratello della staffetta Angelina Peronato

Ma torniamo al “contenzioso” Soldà-Manea.

L’episodio chiave, attorno a cui ruota tutta la dolorosa faccenda (con il suo amaro strascico di polemiche) è quello dell’attacco (8 settembre 1944) alla caserma dei fascisti della 1° legione d’Assalto “Tagliamento” M. a San Vito di Leguzzano in Val Leogra. Un’azione che era costata la vita di due partigiani.

A grandi linee le cose dovrebbero essere andate così. Più o meno.

Tale formazione repubblichina (responsabile di rastrellamenti, saccheggi, omicidi, stupri e torture) aveva installato alcuni posti di blocco, occupato le scuole, il municipio, la casa della dottrina cristiana e infine anche il campanile. Inoltre in quel settembre del ’44 aveva imprigionato e torturato il “Barba” (Augusto Ghellini), comandante della Cesare Battisti (i “territoriali” di Malo). Qualche giorno prima nei pressi del cimitero era stato ucciso “Argiuna” (Fiorenzo Mario Costalunga). Inoltre, stando ai ricordi del “Tar”, i fascisti “continuavano a provocare” dileggiando i partigiani. Tanto che l’animoso Ferruccio aveva sfidato pubblicamente a duello (con una lettera) il loro comandante (invito non raccolto).

In questo contesto giunse la decisione di attaccare la caserma della Tagliamento.

Il progetto (forse alimentato dall’errata percezione che – con il previsto sfondamento della linea gotica – la guerra stava per finire) era opera di “Carlo” (Alberto Sartori, da poco commissario politico della “Pasubiana”). Ma contemporaneamente i responsabili della “Stella” “Jura” (Armando Pagnotti) e “Catone” (Alfredo Rigodanzo) coltivavano l’ambiziosa idea di colpire in Val dell’Agno. Disarmando la brigata Nera “Turcato” e – forse – occupare la stessa Valdagno. Ignorando però che i comandi tedeschi andavano predisponendo l’operazione “Timpano” e che il feldmaresciallo Kesserling stava per giungere a Recoaro (scelta come sede del suo Stato maggiore).

Purtroppo ogni comando cospirava all’insaputa dell’altro. Per cui ai battaglioni della “Stella”, al “Cocco” e al “Tordo/Valdagno” (il gruppo di Soldà, comandante Paolo), attestati sui crinali tra Leogra e Agno, venne recapitato quasi in contemporanea l’ordine sia di “Carlo” (presentarsi a rapporto a Raga, sopra Magré) che di “Jura” (lasciare la zona Mucchione-Massignani-Monte di Malo per spostarsi a Selva di Trissino in vista dell’attacco a Valdagno).

Va anche ricordato che l’urgenza dell’assalto alla caserma di san Vito derivava dalla necessità per i partigiani della “Pasubiana” di rifornirsi di armi. Infatti i devastanti rastrellamenti di agosto (v. Malga Zonta, 12 agosto 1944) avevano interrotto i rifornimenti con i lanci degli alleati.

Del resto c’era stato un precedente. L’assalto nella notte tra il 23 e il 24 luglio ’44 al Sottosegretariato alla Marina della RSI a Montecchio Maggiore (tra i partecipanti anche “Catone”) che si era concluso con un proficuo bottino di armi.

Venuto a conoscenza dell’equivoco, “Carlo” (Alberto Sartori), in qualità di ispettore del Gruppo di brigate, inviava a “Catone” un biglietto con l’ordine di “rimandare l’operazione su Valdagno e di bloccare il “Cocco” e il “Tordo/Valdagno”.

“Catone” ubbidisce al contrordine e giunto a Raga, in presenza dei due inviati del CNL provinciale, non può fare altro che sottoscrivere il progetto di “Carlo”.

Probabilmente in un primo tempo l’attacco a San Vito prevedeva la partecipazione (oltre al battaglione “Ismene”, alcuni reparti della “Stella” e della “Cesare Battisti”) anche della pattuglia autonoma di Meneghello.

Ma alla fine l’operazione risultò sostanzialmente un fallimento. Anche perché probabilmente qualcuno aveva preavvertito i fascisti di quanto si preparava. Il 7 settembre, intuendo che “la Tagliamento avrebbe potuto preparare una trappola” il “Tar” avvisò il Comando e l’azione venne temporaneamente sospesa.

La mattina dell’8 giunse la notizia che si stava preparando un rastrellamento nella zona a monte di San Vito (contrade Pelagatti, Ongari e Nogara) e il “Tar” con i suoi uomini andò ad appostarsi in zona (“con le mitragliatrici”). Ma nel frattempo una pattuglia della “Stella” (insieme a quelli del “Tordo/Valdagno” nonostante la contrarietà di “Paolo”) si lanciava sulla strada della Guizza all’inseguimento di alcuni fascisti arrivando in prossimità della caserma.

Sono circa le ore 17.00 quando il “Cocco” si posiziona a sud per attaccare le scuole mentre il “Tordo/Valdagno” si sposta a nord.

Mentre “Paolo” (Gino Soldà) e altri cinque avanzano nel prato che sovrasta la chiesa e le scuole dal campanile partono raffiche di mitragliatrice. Vengono colpiti due garibaldini: il giovanissimo “Eros” (Pietro Braggion di Noventa Vicentina) e “Cielo” (Giuseppe Corà di Montecchio Maggiore). Intanto il “Cocco” attacca da sud e da est (dal torrente Giare) e i legionari che tentano una sortita vengono respinti da “Spedia” (Dino Sivieri) e altri partigiani.

In loro aiuto era giunto “di corsa” il “Tar” con i suoi (tra cui: “Pelo”, “Brocheta” e “Tripoli”; rispettivamente Pietro Elvieri, Bruno Micheletto, Pietro Porra). Nonostante venga attaccato da un commando tedesco (Jagdkommando) appena giunto da Schio, il gruppo del “Tar” riesce a ferire due tedeschi e uccidere un legionario (Battista Volpi).

Ritirandosi con i feriti (“Binda”, “Spedia” e “Tempesta”) e un prigioniero (verrà riconsegnato sotto la minaccia di fucilare venti abitanti del paese), sotto i colpi anche di un mortaio, raggiungono Cima Faedo e poi Montepiano.

I corpi dei due partigiani caduti rimasero esposti per molti giorni “a monito per tutto il paese”. Solo alla sera di due giorni dopo il parroco potrà portarli al cimitero per seppellirli con “Argiuna”. In un messaggio scritto a “Catone” (dopo aver letto il rapporto del “Tar”) “Carlo” si mostra indignato per il fallimento di cui accusa soprattutto “Paolo” (e non “Furia”).

Non sapendo che – come spiegherà “Catone” in un rapporto dl 16 settembre – era stato “l’eccessivo ardore combattivo degli uomini” a costringere “Furia” e “Paolo”, impossibilitati a frenarli, a condurli all’assalto.

In “Comandante Paolo” di Giorgio Magrin si accenna – senza fornire chiarimenti sul responsabile o sui “mandanti” – a “qualcuno” che avrebbe tentato di colpire alle spalle Soldà. Ma spiegando che “il mitra si era inceppato”. Alquanto improbabile, fantasioso direi.

Così come l’ipotesi (v. intervista a un altro partigiano “Carlo” – Piero Daffan – presente all’azione) per cui l’iniziativa dell’assalto alla “Tagliamento” sarebbe stata “imbastita” dal “Tar” e da “Carlo” (il comunista Alberto Sartori) appositamente “per esporre Soldà al fuoco dei fascisti”.

Accuse gravissime, ma – a mio avviso – del tutto infondate, senza fornire prove o almeno indizi. Frutto forse – a essere benevoli – dei sospetti e della diffidenza reciproca (se non della paranoia) che presumibilmente si erano diffusi tra i ranghi delle diverse formazioni partigiane sottoposte a infiltrazioni (spie, informatori…) e persecuzioni (rastrellamenti, rappresaglie…).

In tempi successivi, nel 1978, Soldà imputerà l’errore “ad un ordine arrivato prima del tempo” (ma senza indicarne la provenienza) definendo l’azione “non coordinata e poco ben fatta”. Senza riferimenti al gruppo del “Tar” e al presunto tentativo di eliminarlo.

Ma intanto per una serie di equivoci (e magari un pizzico di mala fede, di invidia…) il “Tar” veniva considerato responsabile del fallimento (“per aver attaccato prematuramente”) e – addirittura – condannato a morte dai Comandi “Garemi”.

Solo successivamente, grazie alle relazioni del distaccamento, venne scagionato. Non solo. Ebbe riconosciuto il merito di aver consentito lo sganciamento e il salvataggio dei feriti.

Anche se non è questo il contesto per parlarne diffusamente, va ricordato che invece sono consistenti i sospetti sui tentativi delle componenti “moderate” della Resistenza (i “territoriali” del Comitato di Malo) di eliminare il “Tar”. Prima ingiustamente accusato di “prelievi irregolari” per screditarlo e ridurne la popolarità. Per poi destituirlo (in quanto “comunista”) sostituendolo con qualcuno più “moderato” (o malleabile). In qualche occasione anche ricattato affinché riconsegnasse parte delle armi in cambio di viveri (sapendo che i suoi uomini erano alla fame). E in seguito affiancato dalla pattuglia di Gianni Clementi (a forza, su direttiva del Comitato di Malo nel marzo 1944) che si era rifiutato di partecipare con i suoi uomini al tentativo di liberare “Ismene” (condannandolo di fatto alla morte).

In seguito (in un documento del 24-4-1945), forse pentito, Clementi aveva ammesso di essere stato “inviato in montagna per liquidare “Tar”, ordine Comitato di Malo”. A impartire l’ordine sarebbe stato “Primo” (Primo Girardi), a sua volta su ordine di Augusto Ghellini e del maggiore Mario Malfatti.

Quanto a Gino, dopo la fallimentare impresa di San Vito di Leguzzano, riusciva comunque a entrare in contatto con il nucleo cattolico di “Mariano” (Michelangelo Dall’Armellina) a Noventa Vicentina e con la “Luigi Pierobon” (brigata cattolica padovana). Tentando invano di ricostituire il battaglione (molti vennero catturati e deportati), ma riuscendo comunque a mettere al sicuro moglie e figli a Noventa. Grazie all’aiuto della coraggiosa staffetta partigiana Angelina Peronato (amica di “Eros” e – come raccontava – testimone della cattura di “Argiuna”) che per questo rischierà l’arresto.

Va poi ricordata la presenza di Soldà in casa di Fraccon, a Longara, al momento dell’arresto (26 ottobre 1944). Inseguito dai cani, Gino riuscì a fuggire in tempo dalla finestra dello scantinato con “Ageno” (Giordano Stella) sotto il fuoco delle SS del tenente Fritz Herke (non si esclude la presenza di SS italiane). Una volta – in casa di Placido Barbieri – mi raccontò che in primo momento a loro si era unito anche Franco Fraccon. Ma che era tornato indietro (nonostante Gino cercasse di trattenerlo) udendo le grida del padre picchiato dagli aguzzini. Entrambi i Fraccon, padre e figlio, verranno torturati, ma senza dare alcuna informazione. Concludendo il loro calvario a Mauthausen-Gusen nel maggio 1945.

Tra l’altro – un inciso – sempre in casa del Barbieri ho assistito a una conversazione del fotografo vicentino con Soldà in cui entrambi si rammaricavano pensando alle lontane circostanze in cui avrebbero potuto incontrarsi di persona prima degli anni settanta (e della famosa foto tra “Baffelan” e “Cornetto*). Mancati soltanto per una manciata di giorni alla Scuola di alpinismo di Aosta frequentata da Barbieri intorno al 1937. Con De Mori era uno dei due primi vicentini, in seguito arrivarono anche Piero Pozzo, Bortolo Sandri, Rugolin, il fratello di Gino Italo Soldà, il fortissimo Carlesso, Toni Gobbi, Rigoni Stern… Soldà giunse poco tempo dopo come istruttore.

Ma le loro vite avrebbero potuto incrociarsi anche in quel giorno infausto del 26 ottobre 1944. Nella mattinata Barbieri, mentre si trovava in via Riale, venne avvicinato da un impiegato dell’amministrazione comunale (o forse del Distretto) che lo informava di una prevista perquisizione in casa di Fraccon. Inforcata la bici si diresse di gran lena verso Longara, ma ormai la tragedia era compiuta. Nella stessa occasione Soldà aveva ricordato di quando, inseguito da un cane lupo delle SS, lo aveva steso con un cazzotto sul muso.

Questo per la Storia.

Purtroppo qualcosa di irrisolto continuò nel tempo ad alimentare rancori e polemiche. Per esempio da parte di Alberto Sartori – “Carlo” – che considerava Soldà (a torto a mio avviso) responsabile della morte di “Eros” e “Cielo”.

Mentre permaneva nell’alpinista recoarese il sospetto che Sartori e il “Tar” avessero cospirato mandando il suo gruppo allo sbaraglio (con l’intento di toglierlo di mezzo).

Sospetto infondato. Così come quello del “Tar” che fosse lui (da tempo nel mirino dei “territoriali”) la vittima predestinata. Magari si fossero messi attorno a un tavolo per spiegarsi…scoprendo magari che effettivamente qualcuno aveva tramato nell’ombra per indebolire non questa o quella componente, ma il movimento partigiano vicentino nel suo complesso. Farlo uscire diviso, lacerato, malconcio… dalla guerra di Liberazione per ripristinare poteri e gerarchie. Invece rimasero con i loro dubbi e rancori e non se ne fece niente.

Avendoli conosciuti entrambi, Gino e Ferruccio, negli anni ottanta mi ero posto il problema se fosse possibile farli incontrare. Per un chiarimento se non per una riconciliazione. Alquanto improbabile naturalmente, ma non si sa mai.

Poi però sia Gino (a 82 anni nel 1989) che il “Tar” (a 86 anni nel 2001) se ne erano andati. Avendo nel frattempo conosciuto i figli (conservo il libro “Comandante Paolo” con dedica di Manlio Soldà e una foto di un figlio del “Tar” a Malga Zonta) pensai di riprovarci. Risultando alquanto problematica, difficoltosa la proposta cadde ancora nel vuoto.

Rimaneva comunque una mia esigenza (sentimentale, forse irrazionale…) di ricucire in qualche modo il ricordo di due persone che avevo stimato e rispettato.

Ricostruire vicende che nel travagliato “secolo breve” potevano apparire come contrapposte. Ma forse – da un punto di vista più ampio – in realtà erano complementari.

Tutto qui.

Gianni Sartori

(1): ritrae l’alpinista nel momento della scoperta di un atto vandalico alla targa sotto la Punta Kennedy, all’attacco di una via impegnativa che Gino aveva aperto insieme al dott. Hans Kraus, medico personale del presidente statunitense (Emmele inferiore, monte Cornetto). Raccontava Placido che il grande alpinista “assunse un’espressione intensa, in un misto di sorpresa e di rimpianto”.

Bibliografia:

1.Patrizia Greco, “Nome di battaglia Tar” (prefazione di Mario Isnenghi) Cierre edizioni-Istrevi, 2010. Come ha ricordato l’autrice, fondamentali per la realizzazione di tale biografia sono state le decine di cassette registrate con le interviste al “Tar” realizzate nel corso degli anni ottanta da Alberto Galeotto.

2.https://www.anpi-vicenza.it/ferruccio-manea-nome-di-battaglia-tar/

3.“Gino Soldà e il suo tempo” Cierre edizioni-Istrevi- Comune di Valdagno, 2008

4. Angelina Peronato, “I ribelli per amore”, 1961 (riedizione a cura delle Sorelle e dei Nipoti 2005)

5. Giuseppe Magrin, “Comandante Paolo” Bibliofila Storico Militare, 2003

6. Luciano Chilese, “Montecchio Maggiore 1943-1945” Cierre edizioni 2023

7. Katia Zonta, “9 settembre 1944 – Il rastrellamento di Piana e Selva di Trissino”, Città di Valdagno ed., 2005

#Kurds #Repressione – IRAN 20 APRILE: ENNESIMA ESECUZIONE DI UN PRIGIONIERO POLITICO CURDO – di Gianni Sartori

Soltanto qualche giorno fa, il 18 aprile, alcune Ong avevano diffuso la notizia che due giorni prima il prigioniero politico curdo Hamid Hosseinnezhad Heydaranlou (40 anni, padre di tre figli), detenuto nel carcere di Urmia e già condannato a morte, era stato messo in isolamento nel braccio della morte.

Segno che l’esecuzione ormai era imminente.

Dopo una prima condanna risalente al luglio 2024 (dalla Sezione 1 del Tribunale rivoluzionario di Urmia, presieduta dal giudice Najafzadeh), la pena di morte era stata riconfermata alla fine di marzo dalla Sezione 9 della Corte Suprema.

Arrestato nei pressi di Chaldoran nell’aprile 2023 (dalle guardie di frontiera che nel 2015 avevano ucciso suo cognato, Mostafa Nouri), Hosseinnezhad veniva condannato per “baghi” (ribellione armata contro l’Imam e l’autorità islamica). Accusato senza prove (o con prove false, stando a quanto sostiene l’Ong Kurdpa) di aver fatto parte di un partito dell’opposizione.

Per quasi un anno era stato sottoposto a maltrattamenti e torture e fine costretto a firmare una confessione prestampata. Gli erano state concesse solo due brevi telefonate con la famiglia, mentre gli venivano negati sia un avvocato di sua scelta che le visite dei familiari.

A causa dell’episodio in cui aveva perso la vita suo cognato (ucciso dalle guardie di frontiera), è stato accusato di ”coinvolgimento in uno scontro armato”. Stando a quanto ha dichiarato in tribunale, il giudice Najafzadeh lo avrebbe condannato “in base al proprio intuito” (?!?). E questo nonostante nuovi documenti dimostrassero la sua innocenza. Ma con il trasferimento nel braccio della morte non era stato più possibile presentarli.

Oggi la brutale notizia: Hamid Hossein Nejad Heydaranlu, è stato ucciso in segreto domenica 20 aprile nel carcere dove era rinchiuso. Poco prima che venisse messo in isolamento, i familiari – allertati dall’ultima, brevissima, sua telefonata – avevano manifestato con un sit-in. Invano.

Gianni Sartori