Il nuovo numero di Dialogo Euroregionalista che sarà disponibile in versione digitale e download gratuito su questo Blog a partire dal 5 aprile 2025 alle ore 8.
Giorno: 4 aprile 2025
#Iran #Repressione – CONDANNE A MORTE IN AUMENTO PER LE MINORANZE (ma non solo), DONNE VITTIME DI APARTHEID ISTITUZIONALIZZATO – di Gianni Sartori

Sappiamo che per i beluci (Baloch) le cose non vanno tanto bene in Pakistan. Per quelli che vivono in Iran forse ancora peggio.
Anche se ovviamente per le minoranze e per gli oppositori in genere (e per le donne in particolare) si tratta di un “mal comune”. Andiamo con ordine. Secondo l’organizzazione “Baloch Activists Campaign” (BAC, citata dall’agenzia curda Mezopotamya) nei primi tre mesi del 2025 la repressione del regime di Teheran avrebbe causato direttamente la morte di almeno trenta beluci, tra cui 4 donne e due minorenni (oltre a una sessantina di feriti). Stando alle cifre ufficiali (presumibilmente per difetto) sarebbero 218 i beluci arrestati (tra loro cinque bambini).
Inoltre 24 beluci sono stati giustiziati (altri tre sono in attesa dell’esecuzione) e due sono deceduti a causa delle mine anti-persona posizionate dai Guardiani della rivoluzione nelle zone di frontiera (causando la morte di almeno altre sette persone; presumibilmente kolbar o migranti).
Sempre dal rapporto della BAC si apprende che almeno tre donne baloch sono state assassinate da uomini appartenenti alla loro famiglia e tre hanno perso la vita in circostanze sospette. Altre due, incinte, sarebbero morte a causa della negligenza dei medici.
Per concludere sostenendo che “l’uccisione di civili, le esecuzioni di massa, la repressione, gli arresti arbitrari, la violenza contro le donne e le morti dovute a negligenza ospedaliera indicano che il governo non solo non ha cercato di migliorare le condizioni di vita dei beluci, ma ha intensificato la repressione mettendo in pericolo la sicurezza e la vita dei cittadini”.
Per cui si rivolgono alle istituzioni internazionali dei diritti umani e alle organizzazioni che difendono i diritti delle donne e dei bambini affinché “prestino attenzione a questa situazione esercitando pressione sulla Repubblica islamica d’Iran per porre fine a questo processo”.
Ovviamente i problemi non riguardano solo i beluci. Secondo l’Ong di difesa dei diritti umani HENGAW, solo nel mese di marzo il regime iraniano ha eseguito complessivamente 58 condanne a morte. Sia di beluci che di curdi, turchi, afgani…
Un incremento non da poco pensando che nel marzo 2024 le esecuzioni erano state “solo” 18.
In alcuni casi le condanne sono state eseguite segretamente, senza informare i familiari e senza permettere loro un ultimo incontro.
Sempre in base alla documentazione di HENGAW, tra le persone inviate alla forca nel marzo 2025 vi erano quattro donne (due a Ourmia, una a Machhad e una a Ispahan). Si tratta di Asieh Ghavicheshm, Nasrin Barani, Kosar Baghernejad e Mozhgan Azarpisheh.
Tre di loro erano accusate di omicidio e una di traffico di sostanze stupefacenti. Non risulterebbero invece esecuzioni recenti di minorenni.
HENGAW è stata in grado di fornire anche statistiche e percentuali. 18 dei condannati a morte (31%) erano persiani e 14 quelli turchi (24%).
Quanto alle altre minoranze, sarebbero 6 i condannati a morte appartenenti all’etnia Luri; 4 tra Gilaki e Mazanderanii; 3 i beluci, 2 i curdi e uno rispettivamente per Tat, Arabi e Turcomanni. A cui vanno aggiunti 4 espatriati afgani e altri 4 di origine sconosciuta.
Circa il 50% era stato condannato per reati legati al traffico di stupefacenti, il 28% per omicidio.
La maggior parte delle esecuzioni è avvenuta nelle prigioni delle province di Khorasan-e Razavi (9), dell’Azerbaïdjan orientale (6) e di Lorestan (5).Sempre nel mese di marzo, in Iran sono state arrestate dalle forze di sicurezza almeno 17 attiviste (13,5 % del totale delle persone arrestate). Tra loro nove militanti curde legate al movimento Jin, Jiyan, Azadi.
Si tratta di: Sedigheh Noorbala, Fatemeh Atashi Khiavi, Marziyeh Ghafari Zadeh,, Rojbin Afsoon, Avin Ahmadi, Sarya Ahmadi, Leila Pashaei, Baran Saeidi, Soma Mohammadzadeh, Shno Mohammadi, Sedigheh Noorbala, Fatemeh Atashi Khiavi, Marziyeh Ghafari Zadeh, Leila Qolikhani Ganjeh, Rojbin Afsoon, Avin Ahmadi, Sarya Ahmadi, Sima Alipour, Mehregan Namavar, Soheila Motaei, Nina Golestani, Anisa Fanaeian e Arezoo Jalilzadeh.
Altre sei militanti venivano intanto condannate e incarcerate: Narges Nasri (condannata a 10 anni), Fereshteh Souri (un anno), Mandana Sadeghi (4 anni, 2 mesi e 7 giorni), Farzaneh Yahyaabadi (3 mesi), Hamideh Zarei (un anno e sei mesi), Kobra Taherkhani (tre anni). Nello stesso periodo si sono verificati almeno otto femminicidi (per mano di mariti, fidanzati, fratelli…). Sia gli arresti che le condanne al carcere e i femminicidi sono la conseguenza delle leggi segregazioniste che nel regime iraniano impongono un vero e proprio apartheid di genere. Alimentando l’oppressione delle donne e una sorta di misoginia istituzionalizzata. Nel 2024 i femminicidi documentati in Iran erano stati 191 (cifre fornita da HENGAW).
Gianni Sartori
#Kurds #Iraq – JIHADISTI “DI RITORNO” ANCHE IN BASHUR? – di Gianni Sartori

Il 1° aprile due persone sono state ferite alla testa da alcuni colpi d’ascia durante le celebrazioni per il nuovo anno (Akitu) della comunità assiro-cristiana nel Kurdistan autonomo nel nord dell’Iraq. Al momento le due vittime (un giovane e una donna anziana che versa in gravi condizioni) sono ancora ricoverate all’ospedale in osservazione.
L’Akitu, festa di primavera le cui origini risalgono all’antica Mesopotamia, viene da sempre celebrato dalla comunità assiro-cristiana come inizio del nuovo anno (equivalente del Newroz curdo, in marzo).
Mentre la polizia locale (Assayech) sta indagando per stabilire se l’episodio (inusuale per il Kurdistan autonomo) rientri effettivamente nelle azioni terroristiche di natura islamista, per Ali Tatar, governatore di Dohouk, il grave episodio “non dovrà comunque intaccare la coesistenza pacifica nel Kurdistan”.
Attualmente la comunità cristiana dell’Iraq non supera i 400mila individui (all’epoca di Saddam si aggirava intorno al milione e mezzo). In passato molti sono espatriati per paura delle violenze settarie. Soprattutto nel 2014 con la conquista di Mosul da parte delle milizie dello Stato islamico.
Stando alle agenzie, alcune cellule jihadiste sarebbero ancora operative (più o meno in clandestinità) in diverse aree isolate dell’Iraq.
Intanto in Siria – per non essere da meno – le bande turco-jihadiste si dedicano al vandalismo, distruggendo le tombe dei combattenti delle forze arabo-curde (FDS, YPJ, YPG). Già in altre occasioni il cimitero dei martiri della città di Manbij veniva sistematicamente devastato dalle truppe di occupazione turco-jihadiste. E ora la cosa si è ripetuta. Come hanno dovuto amaramente constatare i parenti dei caduti al momento dell’ultima visita di Aïd el-Fitr (30 marzo, fine del Ramadan). Il Consiglio delle famiglie dei martiri di Manbij ha denunciato che “mentre in città fervevano le celebrazioni, le tombe dei nostri cari venivano dissacrate”, causando una profonda sofferenza tra i familiari di quanti si erano sacrificati combattendo contro gli invasori.
Gianni Sartori
