#Kurds #Syria – AGGIORNAMENTI DAL FRONTE (10 dicembre 2024) – di Gianni Sartori

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GALERE VUOTE IN SIRIA (sperando rimangano tali)

Il carcere di Saydnaya (situato nella periferia di Damasco) ha rappresentato uno dei peggiori luoghi di detenzione non solo del Medio Oriente (dove di sicuro non manca la “concorrenza”, pensiamo alla Turchia), ma forse dell’intero pianeta.

Migliaia di familiari dei detenuti, al momento della caduta del regime, si sono qui precipitati nella speranza, spesso illusoria, di ritrovare in vita qualche figlio, figlia, sorella, fratello, padre, madre… desaparesido.

Ma – quasi per voler aggiungere orrore all’orrore (o forse per vendetta, per non lasciare altre tracce…) – negli stessi giorni in cui Assad si rifugiava tra le braccia dei russi, gruppi di detenuti venivano prelevati dalle celle e condotti in una località sconosciuta. Poi, il 9 dicembre, i loro poveri resti venivano ritrovati nell’obitorio dell’ospedale Harsta (sempre a Damasco).

Immagini che purtroppo gettavano qualche ombra inquietante su quelle gioiose e comunque confortanti di un video (la cui autenticità sarebbe stata confermata da Reuters) in cui si vedevano decine di ex prigionieri correre per le strade alzando le dita di entrambe le mani per mostrare quanti anni avevano trascorso in prigione. Chiedendo informazioni ai passanti, dato che non si erano ancora resi ben conto di quanto era accaduto. In un altro video che documentava la liberazione delle donne detenute a Saydnaya si senta una voce rassicurarle (“E’ caduto! Non abbiate paura!”) dato che nella confusione le prigioniere non capivano cosa stesse realmente succedendo.

Ma chi erano le persone rinchiuse a Saydnaya?

Oppositori, dissidenti (veri o presunti) di ogni genere. Scontata la presenza sia di islamisti (in particolare Fratelli musulmani) che militanti curdi. Oltre a palestinesi appartenenti a organizzazioni “non allineate” con il regime, democratici generici e anche comunisti (soprattutto dopo il 2011). Si calcola (per difetto) che almeno 136mila siriani vi siano transitati più o meno a lungo. Almeno 100mila  prima di essere eliminati o di soccombere per fame, maltrattamenti, torture, malattie. Compresa un grande percentuale di donne e ragazzi, bambini talvolta.

Tra quelli ritrovati ancora in vita (dopo che le serrature delle celle erano state fatte saltare sparando), anche qualche sopravvissuto alla ribellione del 1982 guidata dai Fratelli musulmani.

In gran numero quelli arrestati per le manifestazioni e rivolte del 2011, l’anno dell’inizio della guerra civile. Durante la quale le forze di sicurezza prelevarono centinaia di migliaia di persone poi rinchiuse in vari campi di detenzione dove – stando alle informazioni raccolte da varie Ong per i diritti umani – venne praticata sistematicamente la tortura. E senza dare informazioni alle famiglie sulla sorte dei loro cari. Talvolta comunicando che qualcuno era stato giustiziato dopo anni e anni.

In un altro video (di cui Reuters confermerebbe l’autenticità senza però aver identificato con certezza il luogo, forse la prigione della base aerea di Mezzeh) i prigionieri si ammassavano davanti alle sbarre delle celle, colpendole e gridando di gioia. Altri prigionieri apparivano confusi, incapaci di rispondere alle domande dei liberatori.

Risalivano al 2017 le informazioni su un nuovo forno crematorio costruito a Sednaya per smaltire i cadaveri di migliaia di prigionieri arrestati o catturati nel corso della guerra civile.

Provenienti dagli Stati Uniti, ma basate su migliaia di fotografie uscite clandestinamente dalla Siria grazie a un disertore qualche tempo prima.

Immagini di cadaveri con inequivocabili segni sia di torture che di denutrizione.

MENTRE SI PREPARA L’ASSALTO FINALE A KOBANE, NEGLI OSPEDALI DI MANBIJ LE GANG JIHADISTE UCCIDONO I COMBATTENTI FERITI

L’ultima, per ora, terribile notizia diffusa direttamente dal SOHR (sigla in inglese dell’Osservatorio siriano dei diritti dell’uomo) martedì mattina 10 dicembre.

Miliziani che partecipano all’operazione (a supervisione turca) denominata “Alba di Libertà”, hanno assassinato decine di combattenti feriti del Consiglio militare di Manbij (CMM, alleato dei curdi) ricoverati nell’ospedale militare a nord della città. Ospedale che era stato posto sotto assedio impedendo l’evacuazione dei feriti. I video del massacro, girati dagli stessi jihadisti filo-turchi, sono stati poi diffusi, sfrontatamente, sulle loro reti sociali. Si tratterebbe sia di membri del cosiddetto Esercito Libero Siriano, sia di miliziani che sulle divise ostentavano simboli dell’Isis (senza che questo ne escluda l’appartenenza all’ANS).

A chi conserva un po’ di memoria storica viene in mente (oltre ai palestinesi tirati fuori dalle ambulanze e assassinati dai falangisti a Tell al-Zaʿtar nell’agosto 1976), l’analogo episodio che vide i combattenti curdi feriti massacrati nell’infermeria di un campo profughi (forse Atrush?) dalle milizie turcomanne filo-turche alla fine degli anni novanta. Evidentemente la Storia si ripete, da tragedia in tragedia.

Da segnalare che le insegne dell’Isis sono state documentate anche sulle divise di miliziani filo-turchi lungo la strada tra Arima e Manbij.

Inoltre il canale di propaganda Habertürk ha trasmesso programmi in cui sulle immagini di miliziani che ostentavano divise con emblemi dell’Isis, appariva in sovraimpressione la scritta “L’esercito Nazionale Siriano ha completato l’operazione Manbij”.

Sempre secondo il SOHR, i miliziani filo-turchi si sono abbandonati al saccheggio e all’incendio delle abitazioni curde (sono circa 300mila le famiglie curde a Manbij). Inoltre hanno assassinato alcuni abitanti della città in base all’origine etnica.

Insomma, una preoccupante escalation, sia di combattimenti sul terreno che di attacchi aerei a cui l’opinione pubblica internazionale (penso ai movimenti, alla sinistra o a quello che ne rimane) dovrebbe reagire con la mobilitazione. Per prevenire quella che a tutti gli effetti si preannuncia come un’altra Gaza, con i curdi e le altre popolazioni minorizzate del Nord e dell’Est della Siria destinati alla medesima sorte (genocidio, pulizia etnica…) dei palestinesi. O qualche “campista” pensa ancora che Recep Tayyip Erdoğan sia meno feroce di Benjamin – Bibi – Netanyahu?

Nel frattempo (ma qui le versioni divergono) a Manbij i combattimenti tra MMC e ANS– se pur intermittenti – sarebbero ancora in corso, strada per strada (anche se ormai forse si tratta di sacche di resistenza).

In sintesi, le gang dell’Isis che le YPG avevano espulso dalla città nel 2016, vi hanno fatto ritorno sotto la copertura dell’Esercito Nazionale Siriano agli ordini di ufficiali turchi.

Nella zona di Kobanê (Aïn al-Arab) esercito turco e mercenari, dopo aver bombardato il ponte di Qaraquzak, hanno colpito anche la città di Sheyoukh e il villaggio di Zumgar. Non ci sono al momento dati attendibili sulle inevitabili perdite umane, mentre è stato accertato che almeno dieci persone (in fuga verso l’Eufrate) hanno perso la vita nel bombardamento del villaggio di Zarfan.

E proprio sull’Eufrate sono in corso combattimenti che potrebbero risultare decisivi.

I mercenari jihadisti (ANS e altre fazioni) hanno attaccato al diga di Tishrin scontrandosi con le Forze Democratiche Siriane. Molti jihadisti hanno perso la vita e anche alcuni veicoli blindati dei filo-turchi sono stati distrutti dalle FDS.

Costruita lungo il corso dell’Eufrate negli anni novanta, la diga è alta 40 metri, con sei turbine idrauliche.

Oltre che la maggior via di rifornimento per Manbij, rappresenta uno dei principali punti di passaggio sul fiume. Praticamente un potenziale “trampolino” verso il nord-est della Siria da cui l’ANS potrebbe puntare direttamente su Kobanê.

Sulla tragedia incombente è intervenuto Il Presidente dell’Unione Patriottica Curda, Bafel Jalal Talabani. Dichiarando di “rispettare la volontà del popolo siriano e le decisioni che vorrà prendere per il futuro” , ma anche ricordando l’importanza del “rispetto e dei diritti dei curdi siriani”. Per riaffermare “l’incrollabile sostegno ai nostri fratelli e sorelle del Rojava”.

Un piccolo gesto poco più che simbolico(penso che nel Rojava ci si aspettasse di più). Sempre meglio comunque del comportamento degli esponenti del Partito Democratico Curdo (il clan Barzani) che coltivano le loro buone relazioni con Erdogan, nonostante abbia invaso parte del Bashur (il Kurdistan entro i confini iracheni governato dal PDK).

ANKARA VUOLE PROPRIO FARLA FINITA CON I CURDI…

Perché indignarsi? In fondo si tratta solo  dell’ennesimo delitto contro la popolazione civile per mano di Ankara. Nella mattinata del 10 dicembre, un veicolo da combattimento senza pilota (UCAV) ha colpito la città di Sefiya (Ain Issa) uccidendo otto persone della stessa famiglia: Xelîl Silêman, Wedah Silêman, Mihemed El Abo, Ebdulkerîm El Abo, Delal Silêman, Nadiya Silêman e due bambini, Casim Silêman e Husam Silêman.

Qualche giorno fa, l’8 dicembre, erano state dodici (soprattutto bambine, bambini e donne) le vittime di un attacco similare nel villaggio di Mestareha (sempre Ain Issa). Il giorno successivo, 9 dicembre, morivano per bombardamento altri due bambini nel villaggio di Kuneftar (Kobanê). Contemporaneamente venivano colpiti Mihermela y Hermel( località di Zirgan). Lasciando a terra almeno un morto e diversi feriti. Altri tre feriti (sempre per l’attacco di un UCAV) lungo la strada Zirgan-Dirbêsiyê. E si potrebbe continuare.

Vecchia storia. Anche senza risalire troppo nel tempo basti ricordare l’invasione turca del 2018 che trasformò oltre duecentomila curdi (ma anche arabi, minoranze varie…) in sfollati – profughi interni – da un giorno all’altro. Molti, decine di migliaia cercarono di rimanere quantomeno nei pressi dei loro villaggi bombardati, in rovina. Accampati in campi di fortuna (indifesi, esposti agli attacchi turchi) nella regione di Shehba (Tel Rifaat). Con la speranza di poter ritornare prima o poi. Ora vengono scacciati anche da lì dalla violenza delle milizie arabo-sunnite e turcomanne al servizio di Ankara. Paradossalmente, i giannizzeri di Ankara hanno giustificato l’attacco alle aree curde come lotta al regime di Assad (?!?).

Inoltre per molti riuscire a spostarsi nelle zone controllate dall’AADNES (dove vige un sistema di autogoverno comunitario, autonomia delle donne, rappresentanza per le minoranze…) risulta difficoltoso, se non impossibile. Vuoi per ragioni oggettive (come nel caso delle persone anziane, con problemi di salute…) o perché viene loro semplicemente impedito dai miliziani che talvolta li sequestrano (e il loro destino al momento resta incerto, sconosciuto) o li sottopongono a maltrattamenti, torture. Non mancano i video, spesso messi in rete dagli stessi jihadisti, con miliziani pro-Turchia che maltrattano, picchiano, calpestano donne e uomini curdi catturati. Per cui molti sono rimasti indietro, quando non sono morti lungo la strada.

Dalla Turchia in fondo non ci si poteva aspettare altro. Conferma la sua aspirazione di poter allargare i propri confini a spese della Siria – e magari anche dell’Iraq – allontanando il più possibile i curdi (in particolare quelli di ideologia apoista) dalle proprie frontiere. Relegandoli di fatto nei deserti siriani o contringendoli a espatriare.

Ma nemmeno sull’apparentemente pragmatico Hayat Tahrir al-Sham (alias al-Nusra) c’è da fare molto affidamento.

Nonostante lo sbandierato “islamismo tecnocratico”, quando governavano a IdlibI avrebbero sguinzagliato le ronde della moralità arrestando sia donne e ragazze vestite non in ossequio ai codici religiosi, sia uomini che ascoltavano musica o si erano tagliati la barba. E si parla anche di pubbliche esecuzioni per eresia o stregoneria.

A sentirsi in pericolo sono attualmente anche i circa 100mila curdi di Aleppo e le altre “minoranze” (cristiani, ezidi, armeni…) ancora asseragliati in un paio di quartieri assediati dalle milizie di HTS. Già si era parlato di qualche esecuzione extragiudiziale proprio ai danni di esponenti delle minoranze e – pare – che alle donne venga imposto il velo.

Stesso discorso (o peggio) per le milizie del cosiddetto Esercito Nazionale Siriano (finanziato, addestrato e diretto da Ankara). Da tempo accusate di crimini di guerra dalle Nazioni Unite e da Amnesty International.

Ossia: stupri, torture (spesso con l’elettrocuzione), massacri di massa (in particolare contro la popolazione curda), utilizzo di scudi umani… per non parlare dell’ elettrocuzione o dei prigionieri esposti e portati per le strade rinchiusi nelle gabbie.

E questi sgherri di Erdogan ora si stanno scatenando contro i curdi e le minoranze, nella prospettiva di un’ampia opera di sostituzione etnica nei territori attualmente amministrati dall’AADNES.

Gianni Sartori

#Kurds #Syria – NON PERMETTIAMO CHE IL ROJAVA SI TRASFORMI IN UN’ALTRA GAZA!  – “BERXWEDAN JIYAN E” (“LA RESISTENZA È VITA”) – di Gianni Sartori

Non vorrei dirlo (magari porta sfiga), ma il timore c’è, si insinua.

Ossia che nel nord e nell’est della Siria si compia l’ennesimo genocidio (o una serie di efferati crimini di guerra, pulizia etnica…fate voi, muta il concetto, ma rimane la sostanza). Stavolta contro i curdi e le altre “minoranze” invise alla Turchia.

Andiamo con ordine.

Almeno una trentina di combattenti sono stati complessivamente uccisi nel corso dell’ultima (per ora) offensiva sostenuta dalla Turchia (con l’impiego di aerei e droni) di domenica 8 dicembre nella regione di Manbij.

Qualche giorno prima le bande filo-turche avevano già occupato l’enclave curda di Tal Rifaat, in contemporanea con la rapida avanzata su Damasco degli islamisti di Hayat Tahrir al-Sham (HTS, versione edulcorata di Jabhat al-Nusra)

Stando a quanto comunicava l’OSDH (Osservatorio siriano dei diritti dell’Uomo, provvisto di una rete informativa in loco) “fazioni pro-turche hanno occupato diversi quartieri di Manbij dopo violenti scontri con il Consiglio militare di Manbij”. Il Consiglio (MMC), ricordo, è affiliato alle FDS (Forze Democratiche Siriane).

I feroci scontri di domenica avrebbero provocato una decina di morti nei ranghi delle bande filo-turche e una ventina in quelle del Consiglio militare.

Come già riportato, la resistenza arabo-curda avrebbe inflitto “seri colpi” ai proxy di Ankara, sia a Manbij che nella vicina città di al-Bab.

Da parte dei filo-turchi invece si sostiene (su Telegram) di aver già preso il controllo della città di Manbij a est di Aleppo dopo feroci battaglie”.

Diffondendo video di miliziani apparentemente già all’interno della città e altri, forse datati, di presunti combattenti del MMC fatti prigionieri (fake news?). In realtà finora i mercenari turco-jihadisti avrebbero conquistato soltanto il villaggio di Al-Arima (dove i russi avevano costruito una base militare) alle porte di Manbij.

Altre fonti riferiscono della defezione di alcuni ex membri del MMC (arabi) che avrebbero raggiunto le linee degli occupanti turchi. Si tratterebbe di due noti leader della brigata Jund al-Haramayn (“Brigata dei soldati delle due sante moschee”): Abd al-Rahman al-Banawi e Ibrahim al-Banawi (lo stesso che nel 2014, sconfitto dall’Isis, aveva trovato rifugio con i suoi presso le YPG a Kobane, quantomeno un ingrato).

Sia chiaro a tutti: se Manbij dovesse cadere nelle mani delle bande jihadiste filo-turche, si aprirebbe la strada per Kobane, la città martire che aveva sconfitto Daesh (non a sproposito talvolta definita “incubo di Erdogan”).

Questa la situazione che definire “grave” è il minimo.

Quasi che si sia compiuto un passo indietro di 14 anni. Assad è scappato, ma per i curdi non cambia molto. Circondati, attaccati dalla Turchia e dai suoi ascari da nord e da ovest, mentre a Raqqa e a Deir ez-Zor le cellule di Daesh fuoriescono dalle fogne.

Quanto alla “coalizione internazionale” a trazione USA, osserva e lascia fare…

Invece gli islamisti ex (ex?) al-Nusra, ex (ex?) al-Qaida etc. e ora HTC, hanno già fatto sapere che non c’è posto per l’AADNES nella formazione di un nuovo governo siriano (quello teoricamente “inclusivo” e garante dei diritti di tutte le comunità etnico-religiose). Come c’era da aspettarsi visto da chi prendono ordini e finanziamenti.

Nella serata di domenica 8 dicembre, la Turchia ha fatto ampio uso dell’aviazione in appoggio a quelle che ormai i curdi definiscono semplicemente “le bande” (i mercenari filo-turchi).

Bombardando l’edificio dell’Amministrazione Autonoma nel centro di Manbij, mentre le formazioni jihadiste avanzavano – grazie al supporto aereo e ai veicoli blindati forniti dai turchi – in corrispondenza dell’entrata sud della città. La percezione, secondo alcuni amministratori locali, è quella di trovarsi in una “sistematica operazione speciale militare”, propedeutica all’attacco su larga scala al Rojava.

Manbij di fatto rimane l’unico territorio ancora amministrato dall’AADNES a ovest dell’Eufrate. Era stato liberato dall’Isis nel 2016 per mano delle FDS e si considera la prima area autogovernata nel nord e nell’est della Siria. Attualmente tra Manbij e le località circostanti qui convivono circa mezzo milione di persone (curdi, arabi, assiri, armeni e altre “minoranze”).

Sempre l’8 dicembre, un veicolo turco da combattimento senza equipaggio (UCAV) ha bombardato la zona in prossimità del ponte Qereqozaq che unisce le due sonde dell’Eufrate nel sud di Kobanê.

Un inquietante segnale premonitore di quanto potrebbe presto accadere.

E infatti, nella notte di domenica 8 dicembre (verso le ore 23) un nuovo attacco di droni turchi contro il villaggio di El Mustareha, a ovest di Ayn Issa, causava la morte di almeno 12 (dodici !) persone, in maggioranza donne e bambini (notizia diffusa dall’agenzia ANHA).

Un conferma – caso mai ce ne fosse stato bisogno – delle priorità dello Stato turco in Siria. Annichilire l’AADNES intensificando gli attacchi contro tutto il nord della Siria e costringendo migliaia di persone (curdi, ma non solo) e emigrare per salvarsi la vita.

Dato poi che alle disgrazie non c’è limite, anche L’isis, cogliendo il nuovo clima favorevole, sembra voler fuoriescire dalle fogne. A Raqqa i sostenitori di Daesh (o Isis che dir si voglia) hanno imbastito addirittura una manifestazione. Alimentando tra gli abitanti il timore di dover presto ancora assistere ai violenti attacchi (con veri e propri massacri di civili) degli anni passati. D’altra parte questo è ancora il minimo, visto che l’ormai spompata “coalizione internazionale” (sorta per contrastare l’Isis) appare cieca e indifferente di fronte al fatto che la Turchia continua impunemente a colpire i curdi, prima linea nel contrasto ai fanatici islamisti.

Ma la sconfitta eventuale dei curdi rappresenterebbe anche la sconfitta di tutti quei principi di democrazia, diritti, giustizia, libertà, coesistenza pacifica (talvolta sbandierati magari a vanvera dai paesi democratici) di cui il Confederalismo democratico si è fatto carico in Medio oriente. L’alternativa è quella già sperimentata di ripiombare in una guerra di “tutti contro tutti”.

Del resto questo potrebbe essere l’obiettivo della Turchia (e non solo): seminare il caos, approfittare dell’incerta e disordinata situazione (a cui ha ampiamente contribuito) sabotando la ricostruzione di “un’altra Siria possibile”. Pacifica, democratica, inclusiva, rispettosa dei diritti di ogni sua componente. Dove “l’aspro rumore delle armi ceda il posto al dialogo”. Un progetto irrealizzabile senza l’attiva partecipazione dei curdi.

Come ha ribadito il CDK-F (Consiglio democratico curdo in Francia ) “l’esclusione dei curdi dai negoziati e dalle discussioni politiche rappresenterebbe un errore storico”.

Diverso, diametralmente, il punto di vista di Ankara.

Per Erdogan il rovesciamento del suo personale nemico Bachar al-Assad porta al rafforzamento del peso specifico, dell’influenza della Turchia che risulta il vero vincitore di questa rapida operazione bellica. E non solamente a livello regionale, ma per – esempio – anche nei confronti di Mosca.

Oltretutto è l’occasione per rimandare in Siria qualche milione di rifugiati (circa tre), magari insediandoli nei territori attualmente controllati dai curdi. Un piano di “sostituzione etnica” in parte già sperimentato, invasione dopo invasione, da Ankara negli ultimi anni.

Senza dimenticare l’altro invadente soggetto perennemente attivo nell’area, Israele che non è certo rimasta a guardare. Superando il confine nella zona delle Alture del Golan (occupate illegalmente dal 1967) con l’obiettivo di tornare alla linea del 1974. Occupando tutto il governatorato di Quneitra (quello della famosa “città fantasma”) ora lasciato sguarnito dall’esercito siriano allo sbando.

Gianni Sartori

#IncontriSulWeb – LA SUMENZA E OLTER MESTEE – con Marcel Picamei – sui nostri social

Troverete l’incontro con Marcel Picamei anche sul nostro account X

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#Kurds #Syria – DAMASCO È CADUTA, MA IL CONFLITTO PROSEGUE ACCANITO A MANBIJ, ASSEDIATA DA TURCHI E ENS – di Gianni Sartori

elaborazione su immagine @ Reuters

Intanto un pensiero caritatevole per quanto stanno vivendo i nostrani “campisti” di fronte alla dissoluzione, all’evaporazione del loro avamposto siriano, quello finora presieduto dal fuggitivo Bashar al-Assad. Immagino come ci si debba sentire se – soltanto due-tre giorni fa – lo si qualificava come potenziale futura “guida del campo antimperialista”.

Peggio ancora per chi aveva appena definito l’astuto e apparentemente ondivago Erdogan un “antimperialista”. O anche un “antifascista” (non invento niente, cercate e troverete…) per il suo sostegno (a mio avviso del tutto strumentale) alla causa dell’autodeterminazione del popolo palestinese. Sebbene nel frattempo fosse ancora impegnato a perseguitare i curdi ovunque: dal Bakur (entro i confini turchi) al Bashur (nord dell’Iraq) al Rojava (dove ora sta scatenando i suoi mercenari del soidisant Esercito Nazionale Siriano).

Penso a quanto sia dura da mandar giù. Con Damasco caduta, dopo Aleppo e Hama, quasi senza colpo ferire in mano ai riciclati di al-Qaida.

Ma, come si dice in questi casi, dovrebbero farsene una ragione.

Assolto il gravoso compito di “consolare gli afflitti” (opera di misericordia spirituale), passo a considerare le legittime speranze (e magari anche qualche piccola incongruenza) emerse nelle dichiarazioni di Mazloum Abdi, comandante delle SDF.

Scrive nel suo recente messaggio che la Siria “sta vivendo momenti storici e siamo di fronte alla caduta dell’autoritario regime di Damasco. Cambiamento che rappresenta una opportunità per costruire una nuova Siria fondata sulla democrazia e la giustizia che garantisca i diritti di tutti i siriani”.

Gli fa eco il copresidente del Dipartimento di Relazioni Estere dell’AADNES: “L’epoca della tirannia è finita. Voltiamo pagina rispetto al passato per unire gli sforzi dei siriani per un futuro migliore basato sulla giustizia e sulla democrazia”.

Dichiarazioni concilianti che potrebbero (condizionale etc.) apparire come una mano tesa agli autoproclamati “ribelli e insorti” entrati a Damasco. Tatticamente comprensibili, ma forse un tantino azzardate. Viste le origini islamiste di tali personaggi (Hayat Tahrir al-Sham alias al-Nusra in primis) e soprattutto ben sapendo che l’offensiva del 27 novembre, condotta da HTS e dal SNA, come minimo ha goduto del sostegno di Ankara. Con l’intento di annullare definitivamente l’esperienza del Confederalismo democratico, espressione del protagonismo politico dei curdi.

Per cui nei territori autogestiti dall’AADNES, mentre la popolazione scendeva in strada per festeggiare comunque la fine del regime, contemporaneamente veniva decretato lo stato di emergenza. In vista delle probabili ulteriori aggressioni al Rojava da parte dei proxy di Ankara (ENS, ma non solo). Ovviamente non credo proprio che i curdi rimpiangeranno Assad. Ma temo che la questione sia ben lontana dall’essere risolta.

Riassumendo.

Con la caduta di Damasco (e la fuga ingloriosa dei Assad) nella notte tra il 7 e l’8 dicembre, si è aperta una nuova fase. Anche per i funzionari di alto livello del regime che ora – temendo di perdere non solo la vita, ma forse anche la “testa”, letteralmente – si dichiarano pronti a collaborare con i vincitori per una “transizione pacifica”. Mentre dilagano le immagini delle statue degli Assad (padre, figlio e qualche altro parente) abbattute, anche in Rojava si festeggiava, dicevo. Ma soprattutto si combatteva per arginare i ripetuti, intensi attacchi dell’ENS sui diversi fronti. In particolare – da est, ovest e sud – su Manbij (governatorato di Aleppo, distretto di Manbij). Comunque finora sempre respinti, nonostante il contributo diretto dell’esercito turco.

Non si tratta – va chiarito – né di “incidenti isolati”, né del protrarsi di tensioni dovute agli eventi convulsi degli ultimi giorni. E non sono destinati a rientrare, esaurirsi in breve tempo con la “normalizzazione” del Paese.

Persisteranno a lungo, tanto quanto la Turchia vorrà proseguire nel suo intervento militare – sostanzialmente anti-curdo – in Siria. Come confermava un precedente comunicato del Consiglio militare di Manbij, secondo cui le ripetute aggressioni fanno parte di un vasto piano, di una vera e propria “strategia di occupazione e destabilizzazione” del territorio siriano.

Anche gli ultimi attacchi sono avvenuti utilizzando droni (UAV) e colpi di artiglieria pesante. A cui si sono aggiunte offensive sul terreno contro i villaggi di Jabb Makhzoum, Jableh Al-Hamra, Tal Aswad, Al-Hota e Tal Taurine. Attacchi pianificati (come avrebbe appurato l’intelligence curda) da un centro operativo congiunto, composto sia da capi dei gruppi jihadisti e mercenari, sia da ufficiali dell’esercito turco.

Riuniti nelle SDF (Forze Democratiche Siriane), i consigli militari di Manbij e di Al-Bab finora hanno respinto il nemico che ha lasciato sul terreno molti suoi combattenti.

Vediamo la cosa in dettaglio.

Risale a mezzogiorno (circa) di domenica 8 dicembre l’ultima dichiarazione del Centro Stampa del Consiglio Militare di Manbij. Ricorda che negli ultimi dieci-dodici giorni le aggressioni opera dell’esercito occupante turco (con l’aviazione, ma non solo) e dei suoi accoliti si contano a decine. Anche se “tutti questi attacchi sono stati sventati”, il comunicato riconosce che “le bande (ENS e jihadisti vari nda) hanno intensificato le aggressioni su tutti i fronti”. Oltre a quello di Manbij “da Toğar fino a quelli di Ewn Dadat, Arab Hasan (come Manbij, nel governatorato di Aleppo nda), Erima (ugualmente nel governatorato di Aleppo, distretto di al-Bab nda)”.

In questi ultimi giorni, alcuni gruppi con veicoli blindati – e con l’appoggio aereo dello Stato turco – avevano tentato di entrare nella città da sud. Ma presto cadevano in un’imboscate delle milizie curde. Intanto alcune cellule, in precedenza già infiltrate in città, si attivavano per “seminare paura e caos tra la popolazione”. Poi gli scontri, definiti “molto violenti”, proseguivano anche nella giornata dell’8 dicembre. Con maggiore intensità in corrispondenza dei punti di accesso alla città.

Altri attacchi delle bande ausiliarie di Ankara vengono segnalati nel distretto di al-Bab contro il villaggio di Erima. Incontrando tuttavia la resistenza del Consiglio militare di Bab e delle milizie di Jabhat Al Akrad (in curdo Eniya Kurdan).

Il messaggio si conclude ricordando le migliaia di membri del Consiglio militare di Manbij caduti in difesa della città combattendo contro i terroristi di vario genere, ordine e grado che infestavano e infestano i territori a ovest dell’Eufrate: “Sempre spalla a spalla con il popolo di Manbij, ieri contro l’Isis, oggi contro le bande”.

Gianni Sartori

#Kurds #Syria – COME PASSARE DALLE TRAGEDIE ALLE PROPOSTE – aggiornamenti quotidiani di Gianni Sartori

elaborazione su immagine @ Rami al-Sayed/AFP

SIRIA SENZA PACE (7 dicembre 2024)

Breve premessa di carattere generale su quanto sta avvenendo in Siria.

L’avanzata, apparentemente inarrestabile, di Hay’at Tahrir al-Sham (HTS) e dell’Esercito Nazionale Siriano su Aleppo, Hama (compresa una base aerea russa con missili S-75 Dvina), Daraa (con la base militare Liwa 52) e ora Homs (e Damasco non è così lontana), si sposa con i piani di espansione territoriale della Turchia. In qualche modo speculari a quelli di Israele. Entrambi gli Stati inoltre – e non da ora – procedono con metodologie feroci, al limite del genocidio.

Un fattore determinate è costituito dall’evidente crisi economica che sta lacerando la Turchia. In particolare il sud-est curdo (Bakur) con i suoi venti milioni di abitanti. Per Erdogan è fondamentale, indispensabile chiudere definitivamente (se occorre affogandola nel sangue) l’esperienza dell’AADNES in Rojava, in quanto potrebbe – per “contagio” – alimentare le aspirazioni all’autogoverno nel Bakur (v, recentemente in alcune località curde dove sono stati estromessi, manu militari, i sindaci democraticamente eletti).

Concetto da ribadire: HTS rimane una costola di al Qaeda di cui sostanzialmente condivide l’ideologia. In esso sono presenti (come nell’Esercito Nazionale Siriano, principale proxy della Turchia) molti ex (ex?) miliziani sia di al Qaeda che di Daesh (Isis, Stato islamico).

280MILA SFOLLATI, MA IL NUMERO E’ DESTINATO A CRESCERE

Difficile quantificare con precisione, ma sicuramente tra i 280mila civili (dati onusiani del PAM) in fuga da Aleppo e Hama (sfollati o profughi interni che dir si voglia) una fetta consistente è costituita dai curdi. Soprattutto dopo si sono diffuse le notizie di esecuzioni extragiudiziali (con decapitazioni) e altri delitti (estorsioni, rapimenti di giovani donne) commessi dai miliziani filo-turchi di al-Nusra (ribattezzata Hayat Tahrir al-Sham). Sempre da fonti onusiane, si paventa la possibilità che il loro numero possa presto arrivare a 1,5 milioni.

Curdi di Aleppo e Hama deportati?

I timori della popolazione curda di Aleppo e Hama (così come, in prospettiva, per Manbij se dovesse cadere) non sono infondati.

Come hanno denunciato le Assemblee popolari di Ashrafiyah e di Cheikh Maqsoud (i quartieri curdi di Aleppo) sarebbe evidente il tentativo delle organizzazioni legate alla Turchia di evacuare forzatamente (ossia deportare) la popolazione curda. L’Assemblea – in una pubblica dichiarazione davanti alla Casa degli Ezidi – ha invece invitato i cittadini curdi a non lasciare le proprie case. Richiesta cui hanno aderito esponenti dei partiti, della società civile e di varie organizzazioni. Contestando anche l’atteggiamento del governo di Damasco che ancora si rifiuta di dialogare, confrontarsi con altre culture e posizioni politiche). E continuando a “organizzarsi per una Siria democratica con la partecipazione di tutte le componenti, senza discriminazioni”.

Accusando quei partiti locali più o meno affiliati e subalterni alla Turchia, tra cui i “traditori” di ENKS, di favorire tale evacuazione-deportazione con false dichiarazioni e rassicurazioni ipocrite (tipo quella, ripresa alla grande dai media nostrani che “non ci saranno ritorsioni o vendette”). Spostare le popolazioni senza adeguate garanzie fornite da istituzioni e organizzazioni internazionali (Nazioni Unite, Amnesty International…), non sarebbe altro che un ennesimo, arbitrario e violento atto di forza.

Tra l’altro nel “mirino”, oltre ai soliti curdi, ci sarebbero anche gli armeni di Aleppo. Dove si rifugiarono a migliaia nel 1915 per sfuggire al genocidio in Turchia e divenuta nel tempo una roccaforte per la conservazione della cultura e dell’identità armena. Paradossale che qui vengano ora nuovamente sottoposti al dominio della Turchia.

QUALI PROSPETTIVE A BREVE TERMINE?

Mentre gli equilibri interni della Siria sembrano sgretolarsi uno ad uno (Teheran sarebbe in procinto di evacuare, oltre al personale militare e diplomatico, perfino la Forza Quds dei Pasdaran) diventa difficile fare previsioni, soprattutto se di lunga durata.

All’ombra dell’ossessione preponderante di Erdogan (impedire con ogni mezzo il protagonismo curdo) si va riaffacciando pure l’incognita Daesh. Le cui “cellule dormienti” nel deserto sembrano sul punto di rifiorire. “Irrorate” dalla marcia vittoriosa dei cugini di Hayat Tahrir al-Sham.

Non senza considerare le rinnovate aspirazioni di qualche potenza regionale (non solo della Turchia) di approfittare della crisi siriana per espandersi, appropriarsi di qualche fetta di territorio.

A Manbij per esempio, dove la percezione delle intenzioni espansionistiche turche è netta. Qui Ankara e le bande jihadiste affiliate procedono tra intimidazioni, bombardamenti e tentativi di infiltrazione, incontrando per ora la resistenza del Consiglio militare di Manbij.

Si tratta evidentemente non solo di un punto strategico, ma anche di un simbolo. In quanto esempio di convivenza possibile anche in situazioni drammatiche. Per Ankara l’eventuale conquista di Manbij, grazie ai suoi ascari dell’Esercito Nazionale Siriano (pare che HTS da questo lato ci senta meno, forse tra le sue milizie circola ancora il bruciante ricordo della “battaglia di Raqqa” nel 2017) rappresenterebbe un terno al lotto. Cioè la garanzia di poter esercitare uno stretto controllo sulla parte settentrionale della Siria, uno stravolgimento a suo favore degli equilibri geopolitici.

Ma appunto i piani di Erdogan % C. vengono tuttora intralciati dalla strenua resistenza dei soliti irriducibili delle FDS (Forze Democratiche Siriane) e dell’Amministrazione autonoma.

MENTRE NUVOLE OSCURE SI ADDENSANO SULLA SIRIA, I CURDI PROPONGONO DI APPLICARE IL CONFEDERALISMO DEMOCRATICO ALL’INTERO PAESE

Questo lo stato dell’arte (tarda serata 7 dicembre 2024). Ovviamente la situazione rimane in movimento (dire “evoluzione” mi sembra fuori luogo).

Ormai in Siria l’attuale regime va sprofondando e già si avvertono nelle periferie di Damasco le prime avvisaglie della definitiva caduta. Mentre Hayat Tahrir al-Sham (alias al-Nusra) procede spedita verso Homs, il conflitto si estende anche a sud, nei governatorati di Dar’a e di al-Suwaydā’ (si parla di “insorti drusi”, ma anche di elementi dell’Isis). Lecito chiedersi: se nel nord-ovest lo sponsor principale è la Turchia, chi mai potrebbe (condizionale d’obbligo) aver assunto lo stesso ruolo nel sud-ovest, dalle parti del Golan? Facile, no?

Ma intanto non smette di attaccare le postazioni delle Forze Democratiche Siriana (Manbij, Maskanah…) quel soi-disant Esercito Nazionale Siriano che in realtà è costituito principalmente da mercenari filo-turchi. Coadiuvato da interventi diretti non solo dell’artiglieria, ma anche dei soldati turchi (stando a quanto denunciano le FDS).

Comunque le FDS mantengono il controllo delle posizioni recentemente acquisite sulla riva ovest dell’Eufrate (Deir ez-Zor e il passaggio frontaliero di Al.Qaim). Qui sono riapparse milizie jihadiste (Isis si presume) occupando i villaggi di due enclave. Riconsegnate (senza colpo ferire) alle FDS tutte le postazioni finora occupate dall’esercito di Damasco nel Rojava (due quartieri di Hassaka, uno a Qamishli e l’aeroporto).

Abou Mohammed Al-Joulani, chi sarà mai costui?

Dopo la presa di Aleppo, il capo di Hayat Tahrir al-Sham (HTS) aveva dichiarato di voler garantire i diritti di ogni comunità etnica o religiosa in una Siria pluralista e “inclusiva” (concetto ribadito nelle recenti interviste). Un espediente per rendersi accettabile (“presentabile”) agli occhi e alle orecchie dell’opinione pubblica internazionale (e di quella occidentale in particolare).

Ma in realtà, chi era (è?) Abou Mohammed Al-Joulani? In Iraq avrebbe aderito a un’organizzazione conosciuta come Jama’at al-Tawhid wal-Jihad fino al 2004, quando divenne il ramo iracheno di al-Qaeda (AQI, quella guidata dal giordano Abu Musa al-Zarqawi) rendendosi responsabili di efferate violenze contro la comunità sciita.

Arrestato dagli USA nel 2006, al-Julani resterà in carcere (pare anche in quella di Abu Ghraib) per cinque anni. Non si può escludere che da questo momento sia diventato una potenziale “risorsa” per i servizi segreti statunitensi (o altri?) in chiave anti-iraniana.

Riappare nella guerra civile siriana schierato con Jabhat al-Nusra. Di fatto il ramo siriano di al-Qaeda, poco più di 4mila combattenti, ma ben addestrati e ben equipaggiati (grazie anche al sostegno di alcuni paesi occidentali, tra cui la Francia). Nel 2015, dopo che si erano compromessi i buoni rapporti tra al-Qaeda e Isis (e tra Al-Joulani e il “califfo” Abu Bakr al-Baghdadi), al-Nusra deve ripiegare dai territori occupati. Mentre l’eterogeneo fronte anti-Assad inizia a sgretolarsi.

Jabhat al-Nusra si ricicla, prima come “Jabhat al-Fateh al-Sham”, in seguito (con l’adesione di altre sigle islamiste minori, nell’odierna Hayat Tahrir al-Sham. Ossia l’organizzazione che per anni ha spadroneggiato a Idlib, reprimendo ogni protesta e imponendo una versione della shari’a derivata dalla contaminazione tra diverse correnti radicali (sciafeismo e wahhabismo).

Fermo restando che da uno così non comprerei una bici usata, quali garanzie (e a nome di chi?) può dare di voler effettivamente “una Siria pluralista in cui tutte le componenti avranno gli stessi diritti”?

Dubitarne è lecito. Perlomeno di fronte alle recenti immagini di esecuzioni, di impiccagioni nei territori occupati dalle milizie jihadiste filoturche.

Altra storia quella dei curdi del Rojava e dei loro alleati arabi, armeni, cristiani, ezidi…

I quali, oltre ad aver combattuto come pochi contro Daesh, hanno saputo realizzare, per quanto umanamente possibile, un sistema pluralista (femminista, libertario, ispirato alla “ecologia sociale”…). Al momento se non l’unico, uno dei pochi progetti politici in grado – se applicato su scala nazionale – di garantire pace, giustizia e libertà alla martoriata terra siriana.

“Noi abbiamo la soluzione- hanno dichiarato esponenti dell’AADNES rivolgendosi alla comunità internazionale – ma abbiamo bisogno di sostegno”.

Originaria di Afrin, Sinam Sherkany Mohamad attualmente rappresenta l’AADNES a Washington. In questi giorni è intervenuta più volta per dire la sua sulla situazione siriana.

“La Siria – ha dichiarato – è immersa nel caos. E’ ora che la comunità internazionale prenda seriamente in considerazione le nostre proposte di governabilità multietnica”. E prosegue spiegando le caratteristiche del modello sociale applicato in Rojava, un sistema in cui convivono, si autogoverno “arabi, cristiani, curdi alauiti…”.

Auspicando una “soluzione politica” che ponga termine allo spargimento di sangue degli ultimi quindici anni.

Quasi a voler dare il “buon esempio”, le milizie arabo-curde hanno dichiarato una amnistia generale nella provincia di Deir ez-Zor recentemente abbandonata dall’esercito di Damasco (e che rischiava di cadere nelle mani dell’Isis risorto). Rivolgendo un appello “al popolo e alle tribù per prevenire il caos e proteggere la regione cooperando insieme per garantire la sicurezza e la pace”.

Gianni Sartori

#Kurds #Syria – BREVE AGGIORNAMENTO (RIMANE SEMPRE GRAVE LA SITUAZIONE DEI CURDI) – (6/12/2024) – di Gianni Sartori

Cominciamo con una sintetica panoramica generale.

Come è noto, il 5 dicembre l’esercito governativo non ha saputo (o voluto) impedire che anche la città di Hama cadesse, dopo Aleppo, nelle mani di al-Nusra (anche se ora si fa chiamare Hayat Tahrir al-Sham) che ora sta puntando su Homs. Sembra inoltre che Damasco stia richiamando a difesa della capitale i soldati finora stanziati nell’est del Paese.

Favorendo così il preannunciato attacco al Rojava della Turchia e dei suoi proxy dell’Esercito Libero Siriano che minacciano soprattutto Manbij.

Erdogan del resto è stato chiaro dichiarando che “non permetterà al PKK di approfittare della crisi”. Una crisi da lui stesso provocata, mentre le organizzazioni curde sono impegnate, oltre che nell’autodifesa, nell’assistere, proteggere le decine di migliaia di rifugiati che affluiscono nel Rojava (in fuga dalle bande jihadiste).

Le FDS hanno intanto varcato l’Eufrate, ampliando l’area finora controllata e installandosi a sud di Raqqa e Tabka. Nel cuore di quella zona desertica dove i commando mobili di Daesh scorrazzano da tempo impunemente. Intensificando negli ultimi giorni le loro attività.

Vediamo poi altri particolari.

Da un comunicato del 5 dicembre apprendiamo che l’ennesimo bombardamento turco con armi pesanti ha distrutto molte abitazioni e causato la morte di altri civili a Al-Boghaz. Si tratta di un villaggio delle campagne intorno a Manbij (governatorato di Aleppo, una trentina di chilometri a ovest dell’Eufrate) ancora difesa dalle forze arabo-curde. Le vittime finora identificate sono Ahmed Ali Al-Jaban (20 anni) e sua sorella Zahra Ali Al-Jaban (23 anni).

Con Aleppo caduta in mano alle milizie jihadiste gli attacchi contro Manbij (una realtà multietnica di arabi, curdi, circassi, ceceni…) si vanno intensificando.

Sempre il 5 dicembre, nel villaggio di Al-Farat ha perso la vita Nadima Al-Hussein Al-Hamoud (45 anni), mentre Saada Al-Faraj è rimasta gravemente ferita. Ancora a causa dei bombardamento turco-jihadisti.

Dalle FDS (Forze Democratiche Siriane), la conferma che circa 120 veicoli che trasportavano civili in fuga dal cantone curdo di Shahba (a nord di Aleppo) sono stati dirottati dai mercenari di Ankara. La maggior parte delle persone che si trovavano a bordo dei mezzi sono state trascinate in aree controllate dai turchi (forse a Sheikh Najjar, la grande città industriale). Nonostante gli accordi presi in precedenza con cui si garantiva la possibilità per i profughi di trasferirsi nelle zone dell’est.

Ovviamente questo arbitrario comportamento alimenta le preoccupazioni per la loro sorte. Conoscendo i metodi degli integralisti islamici, rischiano non solo il furto di quanto rimane in loro possesso, ma anche le torture, gli stupri, le esecuzioni extragiudiziali, se donne perfino la schiavitù…

Sempre le FDS riferiscono di un gran numero di civili sotto assedio (di fatto sequestrati) a Shahba. Circa 15mila persone a cui pare venga impedito l’accesso al cibo e addirittura all’acqua. Inoltre sarebbe in corso una vera e propria campagna di rapimenti (a scopo estorsione? Per eventuali rappresaglie ?) nei confronti della popolazione qui rimasta intrappolata.

Da segnalare anche un ulteriore comunicato delle FDS in risposta alle dichiarazioni dell’Isis che si vantava di “controllare significative porzioni del deserto di Homs e di Deir ez-Zor” dopo essersi “impadronita di numerose città e posizioni strategica delle forze del governo di Damasco” (approfittando, anche se questo l’Isis non lo dice, del caos provocato dall’attacco turco-jihadista alla Siria).

Dato che – come appare evidente – l’organizzazione terrorista ha tutte le intenzioni di espandersi in altre zone rimaste sguarnite, le FDS si stanno organizzando per “contrastare questa minaccia, l’espansione dell’Isis, evitando che si debba ripetere lo scenario del 2014”.

Gianni Sartori