Mese: novembre 2024
#Kurdistan #Ambiente – ETNOCIDI IN CORSO: PER COLPIRE UN POPOLO NIENTE DI MEGLIO CHE CANCELLARNE LA STORIA E DISTRUGGERE L’AMBIENTE – di Gianni Sartori

Non è da oggi naturalmente. Già da qualche decennio le organizzazioni curde denunciano l’opera di devastazione ambientale, l’ecocidio sistematico operato dalle truppe turche in Kurdistan nell’ultimo secolo.
Del resto, come aveva scritto qualcuno “se vuoi eliminare un popolo, comincia con la sua storia e con la natura, distruggi l’ambiente e prendi tutto quello che ti serve” (cito a memoria).
Un metodo che Ankara, da paese occupante, sembra aver ben appreso e applicato. Aggiornandolo, soprattutto da quando è al potere l’AKP.
Qualche esempio. Con la diga di Ilisu sono stati irreparabilmente sommersi dalle acque i monumenti storici di Hasankeyf, patrimonio storico dell’umanità (la città di Ayyubid viene considerata uno dei primi esempi di civilizzazione della Mesopotamia, oltre che importante centro degli imperi iraniano e romano e capitale religiosa).
Una cancellazione totale così come è accaduto per altri luoghi-simbolo.
Ancora più generalizzata, radicale la distruzione ambientale ottenuta con l’incendio pianificato di foreste secolari.
Vedi nella zona di Mesila Kor (distretto di Amid) dove, qualche anno fa, vennero abbattuti in pochi giorni oltre diecimila alberi. Stesso sradicamento (non solo in senso metaforico) a Mush, Basur e Dersim.
Uno strumento utilizzato dall’esercito turco sia per mettere in difficoltà la resistenza curda (le foreste forniscono un rifugio, già dai tempi di Robin Hood), sia come ritorsione, rappresaglia quando subisce una sconfitta.
Incendiando i boschi e impedendone lo spegnimento, non solo in Bakur e Bashur, ma anche nel nord della Siria.
Come in Afrin, sotto occupazione dal 2018 (operazione ironicamante denominata “Ramoscello d’ulivo”), dove sono stati tagliati e bruciati migliaia di ulivi. Rispondendo a una domanda dei rappresentanti di HDP, il ministro dell’Agricoltura turco, Bekir Pakdemirli, aveva ammesso che gli ulivi di Afrin venivano tagliati così come viene depredata la produzione di olive da esportare in Europa.
E, segnalavano fonti curde “come passa sotto silenzio la distruzione dell’ambiente e delle risorse di Afrin, così avviene per la distruzione delle foreste nel Kurdistan del Sud (Başûr Kurdistan, entro i confini iracheni)”.
Con l’approvazione di fatto del clan Barzani (dato che ciò avviene in territori posti sotto il controllo del PDK).
Tra gli ecocidi più devastanti, va ricordato il taglio di oltre 400 tonnellate di alberi sulle montagne Judi nel 2021.
Operazioni talvolta propedeutiche alla costruzione di nuove basi militari turche in territorio iracheno.
Sempre nell’aprile 2021 altri devastanti incendi erano scoppiati a seguito dei bombardamanti effettuati con aerei (F-16), elicotteri da combattimento e droni (Bayraktar TB2) sulle colline di Zindoora (distretto di Metina dove è insediata una base militare turca). Nel corso delle operazione delle forze speciali di Ankara denominate Pençe Şimşek (Artiglio lampo) e Pençe Yıldırım (Artiglio fulmine).
Stessa sorte subivano i territori e le popolazioni civili di Gilwi-Bjok (distretto di Zab) e i distretti di Marwanos e Shuk (Avashin).
Una autentica “soluzione finale” (con lo scopo dichiarato di spopolare l’area) per migliaia di ettari di terreni coltivati (orti, vigneti…) ridotti in cenere. A cui aggiungere la morte di un gran numero di animali.
A completare l’opera, migliaia di mercenari provenienti sia dalla Siria che dalla Libia vennero trasportati nella base di Barmeni. Altri alberi furono tagliati a migliaia sia a Zakho (dove con il permesso del Partito Democratico del Kurdistan si sono installate altre basi militari) che a Barwari. Per essere poi venduti come legname in Turchia, mentre – effetto neanche tanto collaterale – gli abitanti si trasformavano in sfollati (profughi interni).
E’ poi di questi giorni la notizia che una nuova, l’ennesima, base militare turca è in costruzione in quel di Amadiya (Amêdî), sempre nel sud del Kurdistan (nord dell’Irak).
Situata nei pressi del villaggio di Guherzê (Guharz), viene a collocarsi sul fronte occidentale della regione di Zap, una roccaforte del PKK. Munita di rifugi e trincee, è destinata a ricoprire un ruolo fondamentale, strategico, nelle operazioni dell’esercito turco.
Contemporaneamente nell’area procedono i lavori per la realizzazione di una “strada militare di sicurezza” con la conseguenza di un’ampio squarcio disboscato nella foresta. Attività a cui – condizionale d’obbligo – parteciperebbero anche unità di peshmerga del PDK muniti di asce e motoseghe per aprire la strada alle ruspe e ai mezzi pesanti..
Altri danni devastanti a boschi secolari, provocati dai bombardamenti, sono stati ben documentati da giornalisti indipendenti nella zona di Sergelê e di Medya (dove sono presenti i partigiani curdi).
Ancora più criminale l’uso – documentato – di armi chimiche sempre nella zona di Medya. Armamenti in teoria proibiti dagli accordi internazionali a cui – sempre in teoria – aderisce anche la Turchia.
Spetta ai partigiani curdi il compito di preservare per quanto possibile l’ambiente, la natura, la biodiversità del Kurdistan. Fondamentali per la sopravvivenza del loro stesso popolo.
Come aveva detto forte chiaro ancora nel 2014 (quando da Imrali usciva ancora qualche sua dichiarazione) Abdullah Ocalan: “Quando la natura del Kurdistan viene distrutta, dobbiamo intervenire per impedirlo. E’ un principio fondamentale, un dovere e un privilegio della politica democratica. Dobbiamo elaborare un modello alternativo a questa politica di sfruttamento”.
Gianni Sartori
#Palestine #PrigionieriPolitici – LA RECENTE MORTE DI ALTRI DUE PRIGIONIERI PALESTINESI RICORDA QUELLA DEL MEDICO ADNAN AL-BURSH, VITTIMA DELLA TORTURA – di Gianni Sartori

La lista si allunga. Non solo a Gaza e in Cisgiordania, ma anche nelle carceri israeliane.
Altri due prigionieri palestinesi – tra il 14 e il 15 novembre – sono deceduti a causa della detenzione, dei maltrattamenti e degli abusi.
Samih Suleiman Muhammad Aliwi (61anni) e Anwar Shaaban Muhammad Aslim (44). Per il suo avvocato, Aliwi è rimasto vittima di “torture, negligenza sanitaria e per essere stato sotto-alimentato”.
Il suo assistito gli aveva confidato che “gli erano state rifiutate le cure, di aver subito aggressioni e umiliazioni”. Inoltre il detenuto era diminuito di circa 40 chili dall’ultima visita.
Uno scenario che riporta alla mente quanto era accaduto il 19 aprile a Adnan al-Bursh, chirurgo dell’ospedale Al-Shifa di Gaza.
Fin dall’inizio della guerra, il medico (50 anni, responsabile della medicina ortopedica dell’ospedale al-Shifa) informava e denunciava pubblicamante in merito alle terribili ferite che aveva dovuto curare in condizioni sempre più proibitive. Denunciando anche il brutale assedio subito dal suo ospedale nel novembre 2023, così come la conseguente forzata evacuazione.
Divenuto un simbolo per il suo impegno, anche dopo aver raggiunto un altro ospedale, aveva continuato a documentare e denunciare (postando immagini sui social) quanto avveniva. In particolare la disastrosa situazione sanitaria dovuta ai sistematici attacchi israeliani nei confronti di ospedali e ambulatori.
Tra gli altri, gli attacchi contro un ospedale di Beit Lahia, dove i bombardamenti israeliani avevano ucciso una dozzina di pazienti.
Arrestato dall’Idf (insieme ad altri operatori sanitari e pazienti) in dicembre mentre lasciava l’ospedale indonesiano Al-Awda (ugualmente sotto assedio), veniva rinchiuso nel campo di prigionia (in cui si sospetta venga praticata la tortura) della base militare di Sde Teiman. Successivamente (aprile 2024) era stato trasferito nella sezione 23 del carcere di Ofer, non lontano da Gerusalemme.
Stando a quanto riferirono altri detenuti, al momento del suo arrivo presentava visose ferite in varie parti del corpo ed era completamente nudo dalla vita in giù (presumibilmente era statao violentato). Gettato in mezzo al cortile, incapace di sollevarsi, il Dr Adnan Al-Bursh era stato aiutatato da un altro detenuto che lo aveva accompagnato alla sua cella.
Ma nel giro di qualche minuto, dopo aver lanciato grida di dolore, era deceduto. Un altro nome da aggiungere alla lista degli operatori sanitari (ormai oltre 500) uccisi nella Striscia dall’inizio dell’invasione israeliana. Nelle stesse ore moriva un altro detenuto palestinese, Ismail Khader (33 anni). Sempre – stando alle dichiarazioni della Commissione per gli affari dei prigionieri- a causa “dei pestaggi e delle torture subite”.
Molti dei palestinesi arrestati (qualche centinaio) sono rinchiusi in basi militari e campi di detenzione nel Neghev. Qui, come è stato denunciato anche da ong israeliane per i diritti umani, vengono tenuti in condizioni degradanti. A causa delle torture e degli abusi alcuni avrebbero perso la vita (erano 27 quelli accertati ancora in aprile). Per protestare contro tale situazione, sempre in aprile, militanti della sinistra israeliana avevano organizzato una manifestazione davanti alla base dell’aviazione di Sde Taiman (dove era stato rinchiuso e torturato Adnan al-Bursh). Qui, come denunciavano ex detenuti e medici, si sarebbero verificati i fatti più gravi. Alcuni avvocati israeliani che avevano avuto modo di conoscerla, non esitavano nel paragonarla a Abu Ghraib o a Guantanamo.
Gianni Sartori
#7NotePerUnaNuovaEuropa #Ireland
#Asia #Popoli – INDIA: LA VENTILATA INTRODUZIONE DELL’UCC STA PROVOCANDO POLEMICHE, TENSIONI E CONTESTAZIONI. SOPRATTUTTO DA PARTE DELLE POPOLAZIONI TRIBALI – di Gianni Sartori

Notoriamente con il termine generico di Adivasi ci si riferisce collettivamente alle popolazioni aborigene, autoctone del sub-continente indiano. Abitanti per lo più in aree forestali, tali consistenti “minoranze” (o meglio: popolazioni minorizzate) costituiscono l’8,6% della popolazione indiana (dati ufficiali risalenti al 2018, presumibilmente in difetto)
Presenti particolarmente in Bihar,Tripura, Jharkhand, Chhattisgarh, Assam, Nagaland, Arunachal Pradesh, Orissa, Mizoran…
Ufficialmente riconosciuti dalla Costituzione come Scheduled Tribes (tribù elencate, schedate…un’eredità del colonialismo) talora ulteriormente raggruppate come Scheduled Castes ossia con i dalit, gli “intoccabili” .
Usufruendo in qualche modo della cosiddetta “discriminazione positiva”.
Fondamentale, sia nella costruzione di una loro identità, sia sul piano della mera sopravvivenza, la rivendicazione dei territori dove vivono. Divenuta però talvolta problematica – e fonte di contenziosi anche sanguinosi – a causa dei numerosi movimenti migratori e dei processi di assimilazione.
Un esempio di tali contraddizoni si va manifestando in questi giorni nello Stato del Jharkhand. Nato nel 2000 in seguito alla separazione dal Bihar, si caratterizza per una composizone alquento complessa, eterogenea. Formata sia da consistenti gruppi tribali sia da altre collettività.
Qui (come nel Maharashtra) si stanno svolgendo le elezioni locali, in due turni: 13 e 20 novembre. Complessivamente verranno eletti all’Assemblea legislativa 81 rappresentanti.
Tra i principali partiti in lizza, il Jharkhand Mukti Morcha (JMM, rappresentante dell’Indian National Developmental Inclusive Alliance – INDIA) e la National Democratic Alliance (NDA, diretta dal Bharatiya Janata Party, i nazionalisti indùdell’attuale primo ministro Narendra Modi).
Nel 2019 al JMM erano andati 30 seggi, consentendo la formazione di un governo sostenuto dall’Indian Congress e dal Rashtriya Janata Dal.
Quanto al BJP aveva conquisto 25 seggi.
Nei differenti programmi elettorali, si privilegia da parte della NDA la “cacciata degli infiltrati” (in particolare gli immigrati provenienti dal Bangladesh) e la realizzazione del Codice civile uniforme (UCC). Promettendo nel contempo (una contraddizione ?) di voler “salvaguardare i diritti dei tribali”).
Un passo indietro. Aveva suscitato non poche perplessità e preoccupazioni (soprattutto negli Stati del Nord-Est a forte presenza tribale, con interventi particolarmente polemici di esponenti del National People’s Party e del National Democratic Progress Party) la dichiarata intenzione di Narendra Modi (leader del BJP) di voler introdurre il Codice civile uniforme (UCC) nell’intero paese. Stabilendo quindi “leggi universali” applicabili a tutti i cittadini indiani indipendentemente da religione, genere o altro.
In aperto contrasto con quanto avviene ora dove ognuno sostanzialmente risponde alle norme della propria comunità religiosa (hinduismo, islam, cristianesimo, buddhismo, animismo, jainismo, sikhismo…).
Tra le immediate conseguenze, una serie di risoluzioni (già votate per esempio sia nel Mizoram che nel Sikkim) per bloccare sul nascere l’eventuale introduzione dell’UCC (definita “devastante per le diverse culture, tradizioni e pratiche religiose”).
Obiezioni anche da parte dei sikh (soprattutto in materia di matrimoni e divisione delle proprietà) così come dai musulmani in quanto L’UCC abolirebbe la poligamia e porterebbe a drastiche revisioni delle leggi su divorzio ed eredità.
Ma i problemi maggiori potrebbero venire dai tribali. Infatti, se da parte del BJP tali modifiche legislative vengono presentate come necessarie per “un quadro giuridico coeso che promuova l’uguaglianza fra i cittadini”, da parte dei tribali si intravede, oltre alla perdita di autonomia, l’avvio di un inesorabile processo di omogeneizzazione- assimilazione culturale.
Per restare nel Jharkhand, è evidente che l’espressa intenzione del NDA di voler adottare l’UCC appare in aperta contraddizione con l’altrettanta dichiarata volontà di salvaguardare i tribali, le loro tradizioni e identità.
Quanto al JMM, ha proposto di riservare il 33% dei posti governativi alle donne. Mentre l’Indian Congress (al governo con il JMM e il Rashtriya Janata Dal) ha promesso l’elettricità gratutita e il censimento delle caste.
Gianni Sartori
#7NotePerUnaNuovaEuropa #EuskalHerria
#Kurds #Repressione – PICCOLE INFAMIE NELLE CARCERI TURCHE – di Gianni Sartori

A volte alcuni dettagli rivelatori sono in grado – forse – di suscitare una qualche forma di indignazione.
Sappiamo bene che la situazione generale in cui versa da decenni il popolo curdo sembra lasciare indifferente l’opinione pubblica (assuefatta, manipolata, meschina di suo…?) e viene per lo più ignorata dai media (dai bombardamenti turchi in Rojava e Bashur alla tragica, infernale condizione di prigionieri e alla – non certo ultima – questione delle donne curde, sottoposte a molteplici oppressioni…). Tuttavia un fatto apparentemente – solo apparentemente – secondario, minimale può trasmettere il senso dell’intrinseca brutalità di un sistema carcerario come quello turco. Funzionale sia come deterrente che come anticamera dello sterminio nei confronti di questo popolo non addomesticabile.
E’ questo, a mio avviso, il caso di Şaban Kaygusuz, prigioniero politico curdo con disabilità riconosciuta al 90%. In questi giorni è stato trasferito in una cella di isolamento (privandolo della socialità con gli altri detenuti) nel carcere di tipo T nº 2 di Kayseri-Bünyan.
L’ex guerrigliero aveva perso una mano e una gamba in combattimento.
Ma comunque nell’altra sezione della prigione dove si trovava in precedenza, era in grado di uscire dalla cella e anche di muoversi.
In quanto, stando a quanto riferiscono i suoi familiari, lì “le scale non erano troppo ripide”.
Nella nuova sezione invece per Şaban Kaygusuz è praticamente impossibile salirle o scendere da solo. Infatti sarebbe già caduto varie volte.
Recentemente il prigioniero aveva chiesto di essere trasferito in un carcere di Dîlok (Antep) vicino a dove vive la sua famiglia. Unica risposta, il recente trasferimento, quasi una ritorsione.
Şaban Kaygusuz era stato ferito gravemente e catturato dall’esercito turco nell’agosto del 2018 a Siirt (Sêrt). In quella circostanza due suoi compagni erano stati uccisi.
Tutto questo avviene in un contesto torbido e convulso.
Mentre prosegue la resistenza popolare a Mardin e nelle altre località in cui sono stati arbitrariamente estromessi i rappresentanti eletti democraticamente, nel nord-est della Siria i mercenari filoturchi – oltre a opprimere la popolazione – abbattono centinaia di ulivi (il 9 novembre a Korzila, comune di Sherawa).
Nel contempo l’Isis compie attacchi terroristici contro i curdi (il 14 novembre sulla strada tra Shaddadi e Dashisha) e i collaborazionisti del PDK espellono da Hewlêr (Erbil, nel Bashur, il Kurdistan entro i confini iracheni) i rappresentanti del partito democratico dei Popoli (HDP).
Ordinaria amministrazione, direi.
Gianni Sartori
#7NotePerUnaNuovaEuropa #Spain #Durruti
#IncontriSulWeb – “EDITORIA E CULTURA IN SARDIGNA” – con Giovanni Fara – venerdì 22 novembre – ore 18

Un incontro con Giovanni Fara , operatore culturale e fondatore di Catartica Edizioni e di molte altre iniziative.
In contemporanea sui nostri social e sul nostro Blog.
#Kurds #Memoria – “IL PKK È UNA RIVOLUZIONE MENTALE E DELLA COSCIENZA NEL KURDISTAN” – di Gianni Sartori

47 anni fa Abdullah Öcalan fondava il PKK: una speranza sia per il popolo curdo che – forse – per l’Umanità.
Vogliamo crederci ancora. Anche in questi tempi bui e – quasi – senza speranza. Credere nella possibilità di una vita degna – o almeno decente – per tutte e per tutti. Qui e ora, su questo pianeta alla deriva, nella crisi ambientale e nel caos politico.
E anche (come si legge in un comunicato in vista del 47° anniversario, 27 novembre, del PKK) pensare che se “il Medio Oriente è il cuore del mondo e il Kurdistan il cuore del Medio Oriente, il PKK è la vena giugulare di questo cuore che diffonde la libertà e la democrazia in tutto il Medio Oriente”.
Il congresso fondativo del PKK risale al 27 novembre 1978 nel villaggio di Fis (distretto di Lice, provincia di Diyarbakır-Amed), ormai quasi mezzo secolo fa.
Quando, come veniva ricordato in un precedente comunicato “Rêber Apo e il PKK hanno saputo guidare un popolo a sollevarsi dal suo letto di morte. In base al principio che la forza più grande è il potere che sta in noi stessi”.
Se pur tra errori e inevitabili contraddizioni (v. in Rojava il rapporto con gli statunitensi), ha saputo fornire indicazioni per il superamento della “modernità capitalista”. Scrollandosi, sganciandosi anche da una tradizione m-l (peraltro rispettabile) forse non più del tutto adeguata ai tempi. In grado di comprenderne (e possibilmente modificarne) tutta la dura e brutale complessità. Come dicevano i baschi “Loro imparano, noi anche”.
Se l’immagine di una nuova “Arca di Noé” (o anche “Torcia di Prometeo”) può apparire leggermente enfatica, rimane il fatto (a mio parere incontestabile) che il progetto elaborato da Öcalan e compagni ha offerto una possibile (per quanto ardua) via d’uscita, una speranza. Non solo per il popolo curdo, ma per tutti i popoli oppressi, i diseredati, subalterni, oppressi e calpestati. E per le donne in particolare.
Non tanto, non solo in quanto “rivoluzione politica e militare”, ma piuttosto come vera, autentica “rivoluzione mentale”.
Per la costruzione di una società fondata su principi etici e morali che attingono a profonde radici ecologiste, libertarie, democratiche.
Per cui la vera battaglia, la più difficile rimane quella della “lotta mentale”. Al fine di potersi “purificare dalla mentalità colonialista, del potere”.
Nucleo essenziale, la liberazione delle donne. Oppresse dal sistema patriarcale e statalista che da oltre cinquemila anni ne ha modellato, plasmato il ruolo subalterno e una visione del mondo al servizio della dominazione maschile (interiorizzandone i codici, come avviene nella colonizzazione). Questo almeno secondo il comunicato curdo, ma sarebbero ormai ben più di diecimila anni per altri “opinionisti” (v. Zerzan).
A voler essere chiari, una forma di schiavismo (magari spacciando per “liberazione” una emancipazione tutta interna al liberismo e al consumismo) funzionale, propedeutica all’analoga opera di sfruttamento, colonizzazione e oppressione della natura (vedi l’allevamento, più ancora dell’agricoltura) e della società in generale (schiavismo, lavoro salariato, corpi separati…).
Demistificare le falsità raccontate da ideologi e storici asserviti è stato uno dei meriti indiscutibili del partito fondato da Abdullah Öcalan.
Prima della nascita del PKK la società curda era alquanto frammentata, feudale e gerarchica. Divisa internamente tra clan, tribù, sette e frontiere interne. Per non parlare del ruolo delle donne, asservite alle secolari tradizioni religiose e all’onnipresente, rigido e invasivo sistema patriarcale.
Mentre oggi come oggi rappresentano l’avanguardia nella lotta di liberazione. Ben consapevoli purtroppo che il prezzo pagato è stato altissimo. Tra sanguinose repressioni (non solo in Turchia, ricordiamoci dei bombardamenti chimici operati da Saddam Hussein), deportazioni della popolazione, uccisioni extragiudiziarie (“guerra sporca”) anche all’estero. E non solo in Francia (v. in rue Lafayette il 9 gennaio 2013 e al Centro culturale curdo Ahmet-Kaya di rue d’Enghien del 23 dicembre 2022), ma anche in Austria (assassinio di Rahman Ghassemlou, esponente del PDK iraniano) e a Cipro (uccisione di Theophilos Georgiades, membro del Comitato di Solidarietà con il Kurdistan, in via Thoukidiou in Aglantzia, distretto di Nicosia il 20 marzo 1994).
Gianni Sartori
