#Memoria #Opinioni – IN MORTE DI LICIA PINELLI – di Gianni Sartori

Considerazioni e divagazioni su una vecchia agendina stropicciata…e su un’intervista mancata

Ogni tanto, sfogliando la vetusta agendina che non mi decidevo a buttare (non dopo aver almeno ricopiato nomi, numeri e indirizzi di quelli ancora in vita, sempre meno), lo ritrovavo. Tra quello di Claudio e l’altro della redazione di “A”, di fatto Paolo Finzi (o era quello di Fabio Santin? Devo controllare…).

Me l’aveva dato, penso ormai più di quindici anni fa se non venti, Claudio Venza spronandomi a intervistarla. Non me l’ero mai sentita. Ci sono incontri, interviste o semplici conversazioni che – per me almeno – risultano troppo dolorose. Di quelle che poi ti porti appresso nel tempo. Per dirne un paio, alla madre di Patsy O’Hara (prigioniero politico repubblicano morto in sciopero della fame nel 1981) e a Duma Kumalo uno dei “Sei di Sharpeville” (vittima di torture, scampato alla pena capitale e scomparso prematuramente nel febbraio 2006). Semplicemente devastanti per quanto mi riguardava.

Per cui, dopo aver rimandato di giorno in giorno la telefonata e l’intervista alla vedova di Pino, avevo deciso di lasciar perdere.

Ma ogni tanto, ritrovando appunto il numero di telefono (un fisso, vecchia maniera; lo sentivo familiare, mai posseduto un cellulare), ci ripensavo.

E anche in questi giorni, mentre riconsultavo il libro di Salvini (il giudice) “La maledizione di Piazza Fontana”, mi ero chiesto se lei lo avesse mai incontrato. E cosa ne pensasse di certe tardive “rivelazioni” (in gran parte già acquisite dai compagni e dal movimento) qui pubblicate.

Fermo restando che comunque andrebbe letto e consultato (il libro intendo), per lo meno per certe informazioni in passato “accantonate”, trascurate (o semplicemente rimosse). Per esempio sul ruolo rilevante di certi personaggi vicentini.

Si narra che anche il padre di Licia (un falegname poi operaio alla Pirelli) fosse stato anarchico. Cresciuta in una casa di ringhiera in viale Monza, quelle con il gabinetto (alcuni hanno scritto “bagno”, un eufemismo) in comune sul ballatoio, al freddo.

A scanso di equivoci, chi scrive è cresciuto in quel di Casaletto (S. Piero Intrigogna) con il cesso in lamiera sistemato fuori, a fianco dell’orto.

Come usava all’epoca per i figli – e ancor più per le figlie – dei proletari, a tredici anni entrò nel “mondo del lavoro”; con Pino si erano conosciuti ai corsi di esperanto, una speranza – o forse un’altra illusione – di internazionalismo e pace universale.

Ed era stata lei (così almeno mi aveva raccontato Edgardo Pellegrini) a battere a macchina, nell’ufficio del fondatore di Medicina Democratica Giulio Maccacaro, il testo de “La Strage di Stato”, pubblicato da Samonà e Savelli nel giro di sei mesi da quel dicembre di sangue.

Riprendo in mano l’agendina e scorro le pagine. Ormai un monumento funebre con più della metà quelli “andati oltre”, la gran parte compagni: Claudio Venza, Paolo Finzi, Alex Langer, Febe Cavazzutti, Edgardo Pellegrini, i partigiani Giuseppe Sartori e Nino De Marchi, Peggy O’Hara, Tavo Burat, Bruno Zanin…

E ovviamente tanti vicentini. Per lo più ambientalisti e antimilitaristi, magari anche antimperialisti. Forse inevitabile in una città con cinque o sei basi militari: Stefano Dal Cengio (protezionista, a Genova nel 2001…), Giorgio Fortuna (movimenti vari, U.N.A., Genova 2001, No dal Molin…), Gianfranco Sperotto (PSIUP, Legambiente, No Dal Molin…), Rino Refosco (anarchici, Radio Vicenza…), Olol Jackson (CSO Ya Basta! No Dal Molin, Bocciodromo…), Francesco Scalzotto (Presidio di Longare alla Base Pluto…), Eugenio Magri (giovanissimo partigiano, PCI, CGIL, CUB..), Alberto Carta (WWF), Luciano Ceretta (DP, Rifondazione comunista…), Arnaldo Cestaro (praticamente tutto e anche di più…)…

Per ognuno di loro una storia condivisa di impegno, di militanza…

E come il Guccini di sessanta anni fa, a volte anch’io “vorrei sapere a che cosa è servito…”.

Ma almeno, mi consolo, l’importante è averci provato. In faccia al mondo e a quelli che verranno.

Che la terra ti sia lieve, compagna.

Gianni Sartori

#Kurdistan #Repressione – ANCORA PROTESTE (E ARRESTI) PER LA DESTITUZIONE DEI SINDACI CURDI – di Gianni Sartori

elaborazione su immagine @ ANF

“Non ci fate entrare, però i quartieri e le strade sono nostri”

E’ ormai da oltre una settimana (dal 4 novembre) che in Bakur (Kurdistan del Nord, entro i confini turchi) si svolgono e rinnovano manifestazioni di protesta per la sostituzione, imposta da Ankara, dei sindaci di Mardin, Batman e Halfeti. Sindaci eletti democraticamente e appartenenti al Partito per l’uguaglianza dei popoli e la Democrazia (partito DEM, terza forza parlamentare in Turchia). Al loro posto amministratori nominati dal Ministero dell’interno.

A Batman erano già stati arrestati oltre settanta cittadini (oltre ad aver subito violenza da parte delle forze dell’ordine).

Altre ancora (una decina) a seguito delle perquisizioni a Mardin.

E’ invece di oggi, 11 novembre, la notizia del gran numero di arresti (si calcola circa 250) di persone che avevano solamente preso parte alla manifestazioni. Ovviamente non si tratta di cifre definitive. E’ stato comunque accertato che una trentina (si parla di 33) sono già stati imprigionati, mentre 37 sono stati posto sotto controllo giurisdizionale. Altre tre ai domiciliari.

Dato che la maggior parte delle manifestazioni erano state proibite,  in diversi casi (a Batman in particolare) erano scoppiati disordini. Al lancio da parte della popolazione di petardi, la polizia aveva risposto – disperdendo la folla incollerita – con i blindati sormontati dai cannoni ad acqua.

A Mardin la mobilitazione si è mantenuta costante con la partecipazione, oltre che della popolazione, dei co-sindaci (Ahmet Türk e Devrim Demir) e dei membri del consiglio comunale.

Dal quartiere di Istasyon si sono mossi in corteo verso il municipio preceduti da uno striscione con la scritta “Resistenza popolare contro il colpo di Stato”.

Era loro intenzione prendere parte alla riunione municipale, ma la polizia lo ha impedito presidiando in forze l’entrata dell’edificio e innalzando barriere (vere e proprie barricate, stando a quanto riferito dai presenti).

Per cui il consiglio comunale (con i co-sindaci estromessi) si è svolto all’aperto.

Nel suo intervento Devrim Demir ha denunciato come non venga consentito – illegalmente – al Consiglio comunale di “fare il suo lavoro”.

Quanto all’accusa che in municipio ci sarebbero persone non identificate “noi siamo qui, la nostra identità è nota, qui tutti sanno che siamo e che cosa siamo”.

Per cui “ancora una volte condanniamo con forza questa situazione. Non ci fanno entrare, però i quartieri e le strade sono nostri. E questo consiglio continuerà a fare il proprio dovere fino alle prossime elezioni”.

Da parte sua Ahmet Türk ha voluto ribadire che “la volontà del popolo è stata usurpata un’altra volta”.

Aggiungendo che “non resteremo in silenzio di fronte a questo atto illegale”.

Così nel distretto di Halfeti di Urfa dove la popolazione scende in strada da oltre una settimana. Una delegazione del Collegio degli Avvocati di Antep (tra cui il presidente Bülent Duran) è arrivata per prendere visione della situazione.

Accolti davanti al municipio dal co-sindaco Mehmet Karayılan (estromesso) e dal consiglio comunale.

Senza mezzi termini, Bülent Duran ha definito “tirannici i metodi extragiudiziari usati dal governo per violare i diritti”.

Qualche giorno fa, parlando nella piazza Şêx Seîd (Dağkapı, a Diyarbakir) nel corso di un evento organizzato, oltre che dal partito DEM, dal Partito delle Regioni Democratiche (DBP) e da Tevgera Jinen Azad (Movimento delle Donne Libere), il co-presidente del Partito DEM, Tülay Hatimoğullari, aveva mandato “un chiaro messaggio alla Turchia e al mondo intero. Siamo a favore di una soluzione pacifica e democratica della questione curda.

Aggiungendo comunque che “nonostante la repressione, resteremo nelle strade, mano nella mano con il nostro popolo fino a quando gli amministratori (quelli imposti da Ankara nda) verranno ritirati e i nostri municipi verranno restituiti ai loro legittimi rappresentanti”.

Alquanto evocativa la scritta apparsa su alcuni striscioni: “La volontà del popolo non può essere usurpata. No Pasaran”

Gianni Sartori