#Asia #Pilipinas – FILIPPINE: SQUADRONI DELLA MORTE CONTRO PRESUNTI SPACCIATORI E TOSSICODIPENDENTI, ESECUZIONI, SEQUESTRI E INTIMIDAZIONI PER GLI AMBIENTALISTI – di Gianni Sartori

Con la conferma del diretto responsabile (direttamente in Senato il 28 ottobre), è venuto meno il “velo” steso sulle stragi avvenute nel contesto della lotta alla droga nelle Filippine.

E’ stato proprio Rodrigo Duterte, ex presidente, a confermare quanto si sospettava (o meglio: si sapeva) da tempo.

Durante la sua leadership sono avvenute in gran quantità “esecuzioni sommarie extragiudiziali”, qualificabili come “crimini contro l’umanità”. Ovviamente rimasti impuniti.

Come ha ribadito Bienvenido Abante (responsabile della Commissione per i diritti umani della Camera) era stato Duterte in persona a ordinare alle forze dell’ordine di provocare (“incoraggiare”) i sospetti a reagire in modo da poterli ammazzare. Con uno squadrone della morte “d’élite” direttamente ai suoi ordini, operativo tra il 1988 e il 2016 (quando era sindaco di Davao) e poi tra il 2016 e il 2022 durante il suo mandato presidenziale.

Con la programmata eliminazione fisica di migliaia di sospetti spacciatori e tossicodipendenti (oltre che di soggetti genericamente classificati come antisociali). Senza esclusione di torture e sequestri e con una ricompensa ufficiale per ogni “scalpo”.

Se i dati ufficiali della Polizia nazionale filippina riferiscono di 6.600 morti ammazzati in questa “guerra alla droga”, per alcune Ong che si sono occupate della questione il numero delle vittime sarebbe di oltre 30mila.

Era intervenuta anche Amnesty International affermando che tali esecuzioni (omicidi in sostanza) erano “di natura deliberata e sistematica (…) parte di un attacco organizzato dal governo contro i poveri”.

Abante l’ha definita come “scioccante normalizzazione della brutalità”, invitando quindi “le autorità competenti a considerare attentamente la dichiarazione accertando le responsabilità penali degli individui interessati, sia sotto il concetto di responsabilità di comando che di cospirazione”. Molti di questi casi potrebbero rientrare nel novero di “crimini contro l’umanità, come sanzionato dalla legge repubblicana n.9581, dalla legge sui crimini contro il diritto umanitario internazionale, il genocidio e altri crimini contro l’umanità”.

Sostanzialmente in sintonia con Abante, Chel Diokno. L’avvocato per i diritti umani ritiene che tali ammissioni sotto giuramento (rese senza che Duterte abbia mostrato “alcun segno di pentimento”) siano utilizzabili contro l’ex presidente.

Al momento nei confronti di Duterte è aperta anche un’indagine della Corte penale internazionale (Cpi) per stabilire se le uccisioni avvenute nell’ambito della campagna antidroga siano “frutto di una politica di Stato”.

Altrettanto preoccupante quanto avviene tuttora nelle Filippine ai danni dei difensori della Natura.

Complessivamente gli attivisti per il clima e l’ambiente uccisi a livello mondiale nel 2023 sarebbero almeno 196 (quelli registrati da Global Witness, il numero reale è sicuramente più alto). In massima parte (almeno il 36%) appartenenti alle comunità indigene. Se il primato spetta all’America Latina (in particolare alla Colombia), in Asia sul poco ambito podio troviamo proprio le Filippine con 17 attivisti ambientali uccisi nel 2023.

Sempre in base ai dati forniti da Global Witness, dal 2012 nelle Filippine sono almeno 298. Per quanto non paragonabili a quelli della Colombia (461 dal 2012) la cifra appare alquanto significativa, soprattutto se confrontata con il totale dell’Asia (468). Addirittura superiore a quelli dell’intera Africa (116 dal 2012, ma con tanto beneficio d’inventario, sicuramente sottostimati per la difficoltà di documentarli adeguatamente).

Va poi considerato l’incremento di quelli che l’Asian Forum for Human Rights and Development ha definito “attacchi non letali” nei confronti dei difensori dei diritti umani. In particolare le “pressioni giudiziarie”. Accanto alla pratica abituale – e talvolta con conseguenze letali – delle sparizioni forzate.

Fenomeno peraltro in espansione anche al di fuori delle Filippine. Sempre stando alle denunce di Global Witness “Il rapimento di difensori della terra e dell’ambiente nel sud-est asiatico è diventato un problema cruciale, che riflette sforzi più ampi da parte dei detentori del potere di reprimere il dissenso e mantenere il controllo sulla terra e sulle risorse”. Emblematico, tra i tanti riportabili, il caso di due attiviste ventenni, Jhed Tamano e Jonila Castro. Rispettivamente coordinatrice per il Forum ecumenico episcopale e responsabile di People’s Network for the Environment.

Originarie del territorio della Baia di Manila, avevano appoggiato le comunità dei pescatori contro il progetto della costruzione di un nuovo aeroporto. Sequestrate il 2 settembre 2023, sono rimaste nelle mani dei rapitori (fondati sospetti sul ruolo dell’esercito) per 17 giorni.

Sequestro, ricordo, avvenuto sotto la presidenza di Ferdinand Marcos Jr.

Al momento del rilascio veniva organizzata dalle autorità una conferenza stampa. Definita però dalle due ambientaliste “una montatura” con cui si voleva costringerle (leggendo una dichiarazione prestampata) a qualificarsi come “militanti comuniste”.

Sottoposte per oltre due settimane a minacce e torture psicologiche, avevano coraggiosamente partecipato alla conferenza stampa per denunciare i loro sospetti sul ruolo dei militari. Pur essendo ben consapevoli dei possibili rischi. Infatti nel dicembre 2023 sono state accusate di “aver messo in imbarazzo e in cattiva luce le Forze armate delle Filippine” con tanto di mandato d’arresto.

Gianni Sartori

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