#Matinik #Kanaky – FRANCIA: “OLTREMARE” SEMPRE INQUIETO – di Gianni Sartori

manifestazione dell’Organisation de la Jeunesse Anticolonialiste de la Martinique (OJAM) (1962) – elaborazione su immagine @ https://www.critikat.com/

Dalla Martinica alla Nuova Caledonia, i “territori d’oltre mare” sono percorsi da proteste e ribellioni. A cui il governo francese risponde con il copri-fuoco e la repressione

Nell’isola di Martinique (in creolo Matinik, Colletività territoriale francese d’oltre mare il suo status) il nuovo movimento di protesta per il costo eccessivo della vita, iniziato il primo di settembre, non sembra doversi raffreddare tanto presto. Tanto che il 18 settembre – a seguito delle recenti proteste – in alcuni quartieri del capoluogo Fort-de-France (v. Sainte Thérèse) e di Lamentin è stato instaurato per ordine del prefetto Jean-Christophe Bouvier, un copri-fuoco dalle ore 21 alle 5 del mattino. Gli spostamenti notturni sono così proibiti “per una durata limitata rinnovabile” fino al 23 settembre (in particolare nell’area portuale e in quella commerciale di Dillon). Nel comunicato delle autorità si denunciava, non del tutto a sproposito, come “le scene di caos e di saccheggio a cui assistiamo da giorni, la violenza operata da bande di teppisti sono inaccettabili. Sono i più deboli, i più indigenti a essere le prime vittime”.

Una settimana fa, nella notte tra venerdì e sabato, contro il commissariato di Fort-de-France venivano esplosi alcuni colpi di arma da fuoco (senza peraltro causare alcun ferimento). Anche il traffico del porto marittimo (per cui transita il 98% delle merci) risentiva pesantemente delle proteste.

In seguito, nella notte tra il 17 e il 18 settembre, nel quartiere Dillon veniva dato alle fiamme un McDonald’s e venivano erette alcune barricate (in qualche caso poi date alle fiamme). Nella stessa zona una cinquantina di persone assaltavano un supermercato Carrefour, fuggendo poi in motocicletta dopo averlo saccheggiato (uno dei responsabili sarebbe stato arrestato). Per controllare la situazione sul posto era stato inviato uno squadrone di un centinaio di gendarmi. Dall’inizio delle ultime contestazioni al costo della vita sarebbero stati incendiati una dozzina (secondo altre versioni almeno una cinquantina) di veicoli, assaltati e saccheggiati una ventina di negozi (stando ad altre versioni almeno 35) e arrestate una quindicina di persone (dato su cui tutte le fonti, sia istituzionali che dei rivoltosi, concordano). Tra i feriti da colpi di arma da fuoco, tre manifestanti (è probabile che altri abbiano preferito curarsi in proprio) e una decina di funzionari di polizia.

Oltre al copri-fuoco, tra i provvedimenti urgenti anche l’arrivo di un consistente “rinforzo” di forze dell’ordine dalla Guyane e dalla Guadeloupe.

Tutto aveva preso il via il 1 settembre con l’appello in rete del “Rassemblement pour la protection des peuples et des ressources afro-caribéennes” (RPPRAC). Tra le richieste, un consistente abbassamento dei prezzi sui beni essenziali. La prima manifestazione di protesta, a cui partecipavano centinaia di persone, si era svolta all’interno di un centro commerciale. Nelle contestazioni successive non erano mancati momenti di tensione ed episodi di violenza.

Ancora una volta vien da dire “niente di nuovo”. Proteste contro il costo eccessivo della vita avevano già turbato in maniera ricorrente nei decenni precedenti questa isola delle Antille. Dove il prezzo dei generi alimentari si aggira su un 40% in più rispetto all’Esagono.

Come confermava un sindacalista di Force ouvrière consommateurs Martinique (AFOC) sostenendo che “la collera qui si va manifestando o rimane latente almeno dal 2009”.

E proprio quindici anni fa uno sciopero generale di ampia portata, con cui si chiedeva un allineamento dei prezzi a quelli del “Continente”, aveva letteralmente paralizzato le Antille francesi (oltre alla Martinica, Saint Martin, Saint-Barthélemy e Guadalupa).

Nel frattempo anche la Nuova Caledonia (Collettività francese d’oltre mare sui generis) torna a infiammarsi se pur debolmente. Da giorni sono in corso operazioni di polizia nel quartiere di Saint-Louis.

Tale “bastione indipendentista”, situato nel comune del Monte-Dore (conurbazione sud di Nouméa), corrisponde al territorio dell’omonima tribù composta da circa 1200 persone. Già noto per gli scontri ricorrenti (in particolare tra il 2001 e il 2004) tra gli indigeni Kanak e la comunità wallisienne (immigrati provenienti dalle isole Wallis e Futuna, Collettività d’oltre mare francese separatasi dalla Nuova Caledonia nel 1959), era tornato alla ribalta per i numerosi posti di blocco qui eretti dagli indipendentisti nell’insurrezione del 2024.

Dopo alcune settimane di relativa quiete, nella notte tra il 18 e il 19 settembre due persone sono state uccise dal Groupe d’intervention de la Gendarmerie nationale (GIGN) portando a tredici il numero delle vittime dall’inizio della ribellione in maggio (tra cui due poliziotti). I gendarmi tentavano di arrestare una dozzina di rivoltosi kanak sospettati di aver aperto il fuoco contro le forze dell’ordine. Nella mattinata di giovedì 19 settembre, alla notizia dei decessi, decine di persone si erano riunite per esprimere la loro protesta, ma venivano respinte con diversi lanci di lacrimogeni.

Le contestazioni, iniziate il 13 maggio, alla riforma del corpo elettorale (poi sospesa, almeno temporaneamente) hanno già causato centinaia di feriti, danni materiali non indifferenti (si calcola per circa 2,2 miliardi di euro) e numerosi arresti (circa 2500) di insorti kanak. A Saint-Louis le forze dell’ordine per ora si sono insediate a qualche chilometro dal quartiere – in mano agli indipendentisti – controllandone le entrate. Gli abitanti possono accedervi soltanto appiedati e mostrando i documenti ai blocchi stradali. Intanto dal 21 al 24 settembre il copri-fuoco, finora dalle ore 22 alle 5 del mattino, dovrebbe essere intensificato dalle ore 18 alle 6 del mattino. Una risposta, stando alle dichiarazioni del generale Nicolas Matthéos, comandante della gendarmeria di Nouvelle-Calédonie ad alcuni recenti episodi. Quali “lanci di pietre e di bottiglie molotov sui gendarmi, tentativi di barricate, un principio di incendio al museo, la distruzione di un trasformatore elettrico e l’incendio di una abitazione a Bourail”. Tutti eventi conseguenti alla notizia della morte di due militanti kanak.

Niente di paragonabile comunque, ha precisato, a quanto avvenuto in maggio. Anche se le strade principali della parte meridionale della Grande Terre (l’isola maggiore della Nouvelle-Caledonie) rimangono ancora impercorribili.

Gianni Sartori

#Americhe #Società – L’ARGENTINA NON E’ UN PAESE PER PENSIONATI… – di Gianni Sartori

Grigliate per la casta, repressione per i pensionati. Con ampio uso di uno spray al peperoncino (yapa) più costoso di una pensione minima. Così va l’Argentina del “libertario” Javier Milei.

Non dovrebbe essere passato del tutto inosservato il fatto che Javier Milei e il suo ministro Patricia Bullrich hanno avviato una sistematica repressione delle proteste sociali. Contro chi si oppone in generale e contro i piqueteros (giovani e disoccupati organizzati dei quartieri popolari) in particolare.
Lanciando del tutto a sproposito accuse di “sedizione” (se non addirittura di “terrorismo”) contro chi si oppone alla svendita del Paese al grande capitale finanziario.

E alla fine nelle braci repressive son caduti pure i pensionati, solitamente risparmiati in quanto innocui (si presume) vecchietti. Così è accaduto il 18 settembre, quando erano trascorse poche ore dalla grigliata (“asado”) nella residenza presidenziale dove Milei aveva festeggiato il veto per la Ley de movilidad jubilatoria (legge sulla mobilità delle pensioni, di fatto bloccate per decreto presidenziale). Le forze di Sicurezza (nella fattispecie il corpo di Infantería y de Detención de la Policía Federal) intervenivano per reprimere una manifestazione indetta nella Plaza de los Dos Congresos davanti al Parlamento. Dove (come ogni mercoledì) un migliaio circa di anziani autoconvocati chiedevano sia un – per quanto modesto – aumento della pensione che la restituzione della copertura del PAMI (assistenza sanitaria pubblica per rimborso spese mediche, ricoveri, interventi d’urgenza etc.). Dato che chi percepisce la pensione minima (anche con l’integrazione del “bonus straordinario”) di fatto viene a trovarsi sotto la soglia di povertà, i miseri aumenti richiesti servirebbero a comprare cibo e medicine, non certo beni voluttuari.

Ufficialmente i feriti tra chi protestava sarebbero stati “solo” una decina (ma è lecito sospettare che in molti abbiano preferito curarsi in casa), sia a causa dei gas lacrimogeni che delle manganellate o dei proiettili di plastica.

Tra loro anche la deputata di sinistra Vanina Biasi. Le prime cariche e lanci di lacrimogeni si registravano mentre il corteo percorreva l’avenida Entre Rios, coinvolgendo anche persone estranee alla manifestazione che semplicemente stavano transitando.

Niente di nuovo naturalmente. Negli ultimi cinque-sei mesi solo a Buenos Aires oltre 660 persone sono rimaste ferite nel corso di manifestazioni e sit-in (si parla di quelle verificate, quindi per difetto). Un’ottantina ha subito detenzioni arbitrarie e 47 giornalisti sono rimasti feriti tra Buenos Aires, Rosario e Cordoba, sempre nel corso di manifestazioni.

Senza dimenticare le ripetute irruzioni delle forze di sicurezza in mense e centri comunitari e nei luoghi di lavoro (v. la sospensione manu militari delle assemblee sindacali dei lavoratori).

Continuando con le innumerevoli perquisizioni (in molti casi l’arresto) nelle abitazioni di aderenti a Polo Obrero e altre organizzazioni di sinistra.

Da qui la denuncia alla Corte interamericana dei diritti umani, sostenuta da gran parte delle forze di opposizione. Recentemente anche Amnesty International ha espresso preoccupazione per il “deterioramento delle libertà democratiche in Argentina”.

Gianni Sartori

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