#Kurdistan #Territorio – “PROGRESSO”? MAGARI ANCHE NO, GRAZIE… – di Gianni Sartori

MINIERE, PERFORAZIONI, DIGHE…NON SONO GRADITE DALLA POPOLAZIONE DEL DISTRETTO DI KULP (Bakur, Kurdistan del Nord). MA INTANTO L’IMPRESA MINERARIA ESPLORA IL TERRENO (LETTERALMENTE, CON I CAROTAGGI) SOTTO SCORTA MILITARE

Nel sottosuolo dell’altopiano di Hasandin (distretto di Kulp, Diyarbakir) riposano ingenti giacimenti di ferro e cromo. Dal tempo dei tempi e finora andava bene così.

Ma recentemente sono apparsi veicoli e macchinari inequivocabilmente preposti alle perforazioni, ai carotaggi. Scortati – ca va sans dire – da altri veicoli, militari, carichi di soldati. Le attrezzature apparterebbero a una impresa mineraria con sede a Izmir. La cosa non è passata inosservata e gli abitanti dei villaggi della zona (Nêrçik, Dimilyan, Hêlin, Inika, Şînas, Beyrok… ) non sono rimasti a guardare.

Convocati dal governatore del distretto in merito ai progetti di sfruttamento minerario, i capi dei villaggi, dopo essersi consultati con la popolazione, hanno chiaramente espresso la loro contrarietà.

Nella convinzione che “con un intervento di tal portata, la nostra vita, il nostro lavoro di tanti anni e la natura circostante verranno distrutti”. Per cui in molti dovranno andarsene, migrare altrove. E le prospettive sono ancora peggiori per chi si rassegnasse di rimanere a vivere qui “rinchiusi in blocchi di cemento” come ha sottolineato polemicamente un anziano contadino.

Va precisato che Hasandin, la più alta montagna della regione di Kulp, è ricca d’acqua (si parla di mille litri di acqua potabile al secondo) e sia l’intero ecosistema che le attività agricole tradizionali sono imperniati su questo.

Con gli scavi, le esplosioni le vene sotterranee, le fonti verranno come minimo ridimensionate. In qualche caso semplicemente scompariranno nelle viscere della terra. Con effetti imprevedibili sui cicli vitali di piante e animali, probabilmente anche sul microclima. Quantomeno con impatti devastanti sui campi e sulla produzione agricola. Per non parlare della perdita dell’eredità storica e culturale.

Proprio quello che sta avvenendo in generale nel Bakur (Kurdistan del Nord, sottoposto all’amministrazione-occupazione turca) _ e nella regione di Kulp in particolare – a causa delle numerose dighe costruite o in costruzione.

Ancora dieci anni fa i curdi protestavano per la costruzione della diga Silvan (alta 175,5 metri, realizzata nell’ambito del Progetto per l’Anatolia Sudorientale – GAP- che prevedeva la costruzione di una dozzina di grandi dighe) che avrebbe completamente inondato il sito Geliyê Godernê (tra le province di Silvan, Lice, Kulp e Hazro) ricoprendo d’acqua una cinquantina di villaggi.

Così come la diga di Ilisu aveva sommerso il sito storico di Hasankeyf.

Senza poter escludere che lo scopo del governo AKP sia esattamente questo. Costringere la popolazione ad andarsene, trasformarla in una massa di sradicati, forza lavoro docile, ricattabile e intercambiabile.

Ma trattandosi di curdi “A sarà düra!” come dicono in Val di Susa.

Gianni Sartori

#Americhe #Brasile – GUARANI’ E KAIOWA IN PIEDI DI FRONTE AL TERRORISMO DEI LATIFONDISTI – di Gianni Sartori

Nonostante la brutale violenza padronale di allevatori, agricoltori e pistoleros, gli indigeni guaraní-kaiowá tenacemente persistono nelle azioni di recupero delle terre ancestrali

A voler ricostruire lo stillicidio di indigeni assassinati dalle milizie dei latifondisti in Brasile, anche circoscrivendo alla sola etnia guaranì, si rischia di perdere il conto.

E comunque ogni calcolo sarà per difetto.

A solo titolo d’esempio, proviamo comunque a ricostruire qualche evento particolarmente doloroso degli anni scorsi.

L’indigena di etnia guaraní-kaiowá Clodiode Aquileu Rodrigues de Souza (26 anni) venne assassinata il 14 giugno 2016. Ennesima vittima innocente del conflitto che ha insanguinato per anni lo Stato brasiliano del Mato Grosso do Sul. Suoi carnefici, i gruppi armati finanziati dai terratenientes che volevano riprendersi una fattoria occupata due giorni prima dagli indigeni.

Indigeni che rivendicavano i loro diritti sulle terre ancestrali. Altre cinque persone, tra cui alcuni bambini, risultavano feriti da colpi di arma da fuoco. L’episodio cadeva giusto a un anno di distanza dall’uccisione in circostanze analoghe di un’altra indigena guaraní, Semião Fernandes Vilhalva (24 anni).

Del resto il 2015 era stato un anno nero (l’ennesimo) per gli indigeni del Brasile.

Stando a un rapporto pubblicato dal Consejo Indigenista Misionero (CIMI) ben 137 indigeni erano stati brutalmente uccisi (quelli di cui si è avuto notizia ovviamente) in Brasile, la maggior parte nel Mato Grosso do Sul (25 nel solo 2015).

Ma gli omicidi erano (e rimangono) la punta dell’iceberg di una serie impressionante di violenze operate dai proprietari terrieri contro i nativi. In buona parte conseguenza della tardiva o mancata delimitazione delle terre indigene da parte del governo.

All’epoca, su almeno 96 “terre indigene” già individuate soltanto quattro erano state debitamente approvate e delimitate.

Dato che sulla maggior parte delle terre dei Guaranì sorgono allevamenti di bestiame con piantagioni di soia, canna da zucchero e biocarburanti (vedi gli accordi della Shell con la società Cosan) alla violenza diretta dei proprietari terrieri fatalmente si sovrappone la disperazione dei nativi denutriti, emarginati, esclusi. Costretti a vivere in riserve sovraffollate: facile intravederli accampati ai bordi delle strade.

Solo nell’anno considerato (2015) erano stati 87 (45 sempre nel Mato Grosso do Sul) i casi documentati di suicidio tra i nativi. Inoltre i dati sulla mortalità infantile tra gli indigeni brasiliani era il doppio (26, 35 deceduti su mille nati vivi) della media nazionale (13,83 su mille).

Così, tanto per dare l’dea. E potremmo continuare. Le cose non sono certo migliorate nel corso dell’ultimo decennio (soprattutto durante il governo Bolsonaro). Ma passiamo ora ai nostri giorni.

Nel luglio 2024 diverse terre ancestrali (da decenni occupate dal latifondo imprenditoriale) sono state rivendicate – e in parte recuperate affidandole agli spiriti guardiani teko jara– dagli indigeni Guaraní-Kaiowa in varie zone del Mato Grosso do Sul. Almeno tre nella municipalità di Douradina. In particolare la Terra Indigena Panambi-Lagoa Rica, quella di Kunumi Poty Verá (dove avvenne il massacro di Caarapó nel 2016) e altre nella regione di Takuara dove nel 2003 era stato assassinato il leader guaranì Marcos Veron (massacrato di botte da tre dipendenti di un allevatore).

Analogamente altre azioni dirette di occupazione-recupero avvenivano in altre regioni brasiliane. Nell’ovest del Paranà (indigeni Ava Guaraní), nel Rio Grande do Sul (popolo Kaingang) e nel Ceará, uno stato del nord-est dove le popolazioni Jenipapo Kanindé (più conosciuta come Cabeludos da Encantada) e Anacé da decenni subivano le angherie delle multinazionali (v. la Pecém Agroindustrial S.A. – produttrice di carta – del Grupo Ypióca) e dei proprietari terrieri (come Ernani Viana).

Intanto si auspica che anche nella terra delimitata Panambi-Lagoa Rica il processo di demarcazione (avviato dalla FUNAI nel 20025 e confermato nel 2011) proceda ulteriormente.

Attualmente il Territorio Indigeno (TI) comprende un’area di 12.196 ettari, ma il procedimento legale sarebbe bloccato presso il tribunale regionale Federale che ne contesta la legittimità.

L’espropriazione, la colonizzazione subita dai guaranì-kaiowà risale almeno alla fine del XIX secolo e andò esasperandosi con l’istituzione delle Riserve Indigene istituite dal Servizio di Protezione dell’Indio (SPI, non più attivo).

Deleteria (dal punto di vista dei nativi) la realizzazione nel 1940 della Colonia Nazionale di Dourados.

Il dittatore dell’epoca, Getúlio Vargas, mentre cedeva agli agricoltori-allevatori le terre indigene, contemporaneamente procedeva a espellere i nativi , forzatamente trasferiti a molti chilometri di distanza.

Alcuni discendenti dei colonizzatori di allora mantengono tuttora le loro fattorie sulle terre indigene. Sfruttandole e depredandole con le monoculture di soia e mais (in funzione dell’allevamento).

Il 13 luglio 2024 si realizzava un ulteriore recupero di terre ancestrali ricche di biodiversità, con numerose piante autoctone indispensabili per la medicina tradizionale. Tra cui anche l’albero da cui estrarre la resina utilizzata nel rituale di iniziazione kunumi pepy (perforazione delle labbra). L’azione intrapresa dagli indigeni, a cui prendevano parte molte donne (anche un’arzilla ultra-novantenne), era stata denominata Yvy Ajhere e si era svolta all’insegna di cerimonie tradizionali, compresa la costruzione di una casa comunitaria di preghiera.

Contro gli indigeni era scattata la reazione isterica dei proprietari, arrivati a bordo di fuoristrada, con uso di petardi, sorvolo di droni e colpi di arma da fuoco. Come da protocollo.

Al momento l’area sarebbe ancora circondata da agricoltori e allevatori (oltre che dai loro pistoleros ovviamente) che hanno innalzato alcune strutture (soprattutto tende per ora) e installato potenti fari alimentati dai generatori. Godrebbero inoltre dell’appoggio politico di deputati federali legati all’ex presidente Bolsonaro.

Stessa musica in altre zone della regione di cui gli indigeni richiedono la restituzione: Pikyxi’yn e Kurupay’ty. Con uomini armati a bordo di motociclette e fuoristrada che hanno realizzato veri e propri posti di blocco. Facendo ugualmente ampio uso dei droni per controllare e contrastare le mosse degli indigeni (di fatto circondati, sotto assedio). Comunque nonostante dal 26 luglio siano cominciati anche i sorvoli di qualche elicottero, non sembra che gli indigeni abbiano l’intenzione di desistere e abbandonare il campo.

Gianni Sartori

#EuskalHerria #Toros – I BASCHI CONTRO LA CORRIDA – di Gianni Sartori

SE I MALTRATTAMENTI SUGLI ANIMALI POSSONO ESSERE PROPEDEUTICI A QUELLI SUGLI ESSERI UMANI, E’ PROBABILE CHE LA CORRIDA SIA STRETTAMENTE IMPARENTATA CON LA TORTURA. O ALMENO QUESTO SEMBRA ESSERE IL PENSIERO DI MOLTI BASCHI

elaborazione immagine @ EFE

Chiunque abbia visitati Hego Euskal Herria (Hegoalde, Paese basco del Sud, sotto amministrazione spagnola) negli ultimi decenni non avrà potuto ignorare, accanto alle numerose iniziative strettamente politiche (per l’Indipendenza, per i prigionieri politici, antimilitariste, di solidarietà internazionale con i popoli oppressi…) e culturali (difesa dell’euskara, della cultura basca..) altre vaste mobilitazioni in difesa di Ama Lur (Madre Terra, nella mitologia basca la madre di Eguzki – il Sole – e di Ilargi – la Luna). Dalle storiche manifestazioni di massa contro la centrale di Lemoiz a quelle contro la diga di Itoiz (definita “il prossimo Vajont”) per dirne un paio.

Ma nell’agosto 2005 a Donostia avevo avuto modo di partecipare a una manifestazione di natura prettamente “animalista” (o se preferite: antispecista) contro la corrida.

Promossa da Animalien Eskubideen Aldeko Elkartea (Associazione ProDiritti degli Animali) con molti slogan sia in euskara (coglievo ripetutamente l’avverbio negativo olofrastico “EZ”, NO), sia in castigliano (con i toreri chiamati “asesinos”). Qualcuna anche in catalano: “Defensar la Terra no es cap delicte” (Difendere la Terra non è reato).

Si voleva così protestare per la costruzione di una nuova arena. Presenti diverse centinaia di persone: animalisti, ecologisti (esponenti di Eguzki, di Lurra, di Eki e di Berdeak, i “Verdi” in basco), giovani dei Centri sociali, delle associazioni contro la tortura (con cui la corrida viene spesso equiparata) e qualche esponente politico della sinistra abertzale. Oltre a Juan Mari Beldarrain (una vecchia conoscenza di Eguzki, il movimento antinucleare basco con il Sole per simbolo) che avevo intervistato il giorno prima, anche Joseba Alvarez (ex parlamentare, all’epoca portavoce dell’Ufficio Esteri di Batasuna) che dovevo intervistare il giorno dopo. Insieme a una figura storica della sinistra indipendentista basca, il padre José Luis Alvarez, più conosciuto come Txillardegi. Linguista e scrittore, viene ricordato come uno dei fondatori di ETA all’epoca del franchismo.

Di quella circostanza conservo, oltre ad alcuni volantini bilingue, sia in basco che in castigliano, le immagini di pittoreschi cartelli di protesta contro la crudele “tradizione” (spagnola, non basca) e delle fantasiose magliette indossate da alcuni manifestanti. Per esempio una forse provocatoria “Lurra Ta Askatasuna” (Terra e Libertà) con il volto di Zapata. Su quella di un altro manifestante spiccava il volto sorridente di Gladys, una militante di Eguzki uccisa dalla polizia durante le manifestazioni contro la centrale nucleare di Lemoiz. In centinaia vennero picchiati e incarcerati, ma alla fine nessuna centrale venne a devastare i territori baschi. Diversamente da quanto accadde invece in altre regioni della penisola iberica dove evidentemente le proteste furono meno intense. Basti pensare alla Catalunya dove sorsero Vandellos (1 e 2) e Ascò (1 e 2) e dove – almeno nel secolo scorso – correvano i “treni nucleari” trasportando le scorie in Francia, in riva al Rodano. Dove sorgeva la centrale elettronucleare che ospitava il reattore “autofertilizzante” Super-Phénix (tardivamente chiuso nel 1998) per la produzione di plutonio-239.

Alla fine dovevo constatare che l’amalgama tra sinistra indipendentista (o comunque favorevole all’autodeterminazione) basca e movimenti ambientalisti e protezionisti sostanzialmente non solo reggeva, ma funzionava. Del resto quella della corrida è tutto tranne che una tradizione basca, per cui viene percepita come una forma di colonizzazione culturale (spesso equiparata come ho detto alla tortura).

Niente di strano quindi se anche quest’anno (agosto 2024) centinaia di persone hanno vigorosamente protestato alla Plaza de Toros de Illumbe (sempre a Donostia). Sia contro la corrida, sia per la non gradita presenza del re di Spagna (Felipe VI, figlio di quel Juan Carlos che si rompeva l’anca andando a caccia di elefanti). Inalberando per l’occasione, oltre alla bandiera basca (l’ikurrina), anche quella gloriosa (rossa, gialla e viola) della Repubblica, annientata da Franco nel 1939 (grazie al contributo di Hitler e Mussolini, do you remenber Gernika?).

Tra i partecipanti alcuni esponenti politici di EH Bildu ( Xabi Soto e Jon Albizu), la consigliera comunale Amaia Martin (di Irabazi) e Rosa Garcia (di Stop Desahucios, Basta Rifiuti).

Ricordo che anche in passato, in varie occasioni, gli esponenti di E.H Bildu si sono dichiarati contrari a questo spettacolo crudele e obsoleto. Chiedendo alle autorità componenti “se veramente pensano che l’esibizione dei maltrattamenti sugli animali costituiva un buon biglietto da visita per la città”.

Come si diceva al sanguinario spettacolo di agosto 2024 (circa 8mila spettatori) ha presenziato anche il re di Spagna, accompagnato dalla figlia (la infanta Elena) e due nipoti.

I tre toreri hanno dedicato i tori abbattuti al sovrano che pare aver gradito molto.

Infatti sia il re che l’infanta hanno poi dichiarato che la corrida “gode sempre del loro totale sostegno”. Aggiungendo di voler presto tornare a “vedere i tori in questa piazza meravigliosa”.

Mentre l’Ertzaintza (la polizia “autonoma”) impediva lo scontro fisico (ma non un vivace scambio verbale di reciproche contumelie) tra taurinos e antitaurinos, la concentrazione anti-corrida si era protratta fin dopo le sei di sera.

Gianni Sartori