#Kurds #Appello – MANO TESA DELL’AANES A DAMASCO – di Gianni Sartori

Nonostante i ripetuti attacchi del regime alla regione di Deir ez-Zor, l’AANES chiede a Damasco di ripristinare il dialogo per una soluzione politica che garantisca sia l’unità della Siria che l’autonomia per i territori del nord e dell’est.

Proseguono ormai da parecchi giorni gli attacchi da parte di Damasco, con il sostegno di organizzazioni fiancheggiatrici filo-iraniane (v. Difa al-Watni, Difesa della patria, a quanto pare apprezzata anche da Ankara) irrobustite con miliziani pachistani e afgani, nella regione di Deir Ez-Zor. Area a maggioranza araba, in gran parte desertica ma petrolifera (in cui si mantiene la presenza di circa 900 militari statunitensi) sotto il controllo delle forze arabo-curde. Come da manuale il maggior numero di vittime si contano tra la popolazione civile. Tra gli ultimi incidenti, il bombardamento delle città di Abu Hemam (una vittima accertata: Resmiya Salih al-Id di 40 anni), Kishkiye e della zona rurale di Bisêra. Si calcola che in una settimana (dal 7 agosto) negli attacchi contro Deir Ez-Zor siano morte almeno una quindicina di persone (una trentina i feriti accertati).

Scontata la ferma condanna per tali operazioni (e della propaganda di guerra con cui si vorrebbe attribuire alle FDS – Forze Democratiche Siriane – la responsabilità del conflitto) da parte dell’Amministrazione autonoma democratica del nord e dell’est della Siria (AANES) che tuttavia non rinuncia alla possibilità di un confronto con il regime. Invitandolo a “mettere da parte la demagogia e la retorica ostile per impegnarsi in un sincero dialogo nazionale per il futuro della Siria”.

Accusati di “collaborare con gli Stati Uniti”, i curdi a loro volta accusano il regime di “utilizzare un linguaggio di odio e tradimento”. Inoltre con il suo operato Damasco “impedisce di occuparsi seriamente della questione autonomia o separatismo”. E’ noto che ai curdi viene rinfacciato di voler frantumare la Siria mentre in realtà si tratterebbe soltanto di riconoscere l’autonomia (fondata sul Confederalismo democratico) dei territori già amministrati dall’AANES.

Concetto ribadito ancora una volta dal PYD (Partito dell’unione democratica) che ha rilanciato la proposta di un “dialogo nazionale” e la necessità impellente di negoziati. In quanto “la soluzione del conflitto in corso sta nelle mani dei Siriani e non nei forum internazionali come Astana o Ginevra”.

Per cui il governo siriano dovrebbe “abbandonare le soluzioni militari e concentrarsi sul dialogo politico per garantire l’unità e l’integrità della Siria”.

Un approccio alla questione che non è esclusivo dei Curdi. In questi giorni si è tenuta a Hesekê una riunione tra i leader tribali (sia arabi che curdi) che si sono trovati concordi sia nel condannare gli attacchi di Damasco a Deir ez-Zor, sia nel sostegno alle FDS. Nella dichiarazione finale, comunicata dallo sceicco Hesen Ferhan (co-presidente del Consiglio della Tribù Tey), si leggeva che “noi come tribù appoggiamo le FDS e le Forze Asayish di Ordine Pubblico con i nostri uomini, donne e giovani. E garantiremo la sicurezza del nostro paese con ogni mezzo necessario”. Con una richiamo alla “nostra esperienza che è l’arma più potente contro i tentativi di spezzarne l’unità”. Protezione e sicurezza del paese che rappresentano un “sacro dovere per ogni membro delle nostre tribù e clan del nord e dell’est della Siria”. Con l’appello finale a “tutti i popoli della regione affinché sostengano le FDS e le Forze Asayish anteponendo l’interesse del paese a ogni altra questione”.

Stando almeno a tale comunicato sembrerebbero rientrate le rivendicazioni di alcune tribù arabe (in particolare della tribù Akaiadat) favorevoli al ripristino della sovranità diretta di Damasco (per i curdi tali tribù sarebbero state sobillate dal regime). L’anno scorso una rivolta araba nella regione di Deir ez-Zor era scoppiata in contemporaneità (difficile pensare a una coincidenza, piuttosto a un coordinamento) con gli attacchi delle formazioni jihadiste filoturche a Manbij e Tell Tamer.

Quel che verrebbe umilmente da suggerire al presidente Bashar al-Assad è di preoccuparsi non tanto per le richieste di autonomia avanzate dai curdi, ma piuttosto dei territori persi nel nord-ovest (con i villaggi di al-Bab, Azaz, Jarabulus, Rajo, Tal Abyad, Ras al-Ayn…). Territori occupati militarmente da Ankara in almeno tre fasi: agosto 2016 con l’operazione “Scudo dell’Eufrate”, gennaio 2018 (“Ramo d’ulivo”) e ottobre 2019 (“Primavera di pace”). Definitivamente entrati a far parte della cosiddetta “fascia di sicurezza” sotto controllo turco. Di fatto una provincia turca che dipende dal Governatorato di Gaziantep. Per non parlare della questione del Golan sempre sotto occupazione israeliana.

Gianni Sartori

#Europa #Ambiente – DIVERSI PAESI EUROPEI INASPRISCONO LE PENE PER GLI ATTIVISTI AMBIENTALISTI – di Gianni Sartori

In Europa le iniziative degli ambientalisti non sembrano aver incontrato più di tanto il sostegno delle popolazioni. In compenso su di loro si va abbattendo la repressione. E si registrano le prime defezioni come nel caso dell’autoscioglimento di “Letzte Generation”.

Le generazioni future forse non ringrazieranno.

Mentre caldo torrido e tempeste improvvise allietano l’estate della masse popolari europee, nel Vecchio Continente si inasprisce la repressione contro i militanti ecologisti. Dalla Gran Bretagna alla Francia, all’Austria, alla Germania…(e si presume che l’Italia finirà per allinearsi).

Roger Hallam era già conosciuto come uno dei fondatori del movimento “Just Stop Oil” e di “Extinction Rebellion”. Dal 18 luglio anche per essere uno dei cinque ecologisti (gli altri sono Daniel Shaw, Louise Lancaster, Lucia Whittaker De Abreu e Cressida Gethin) condannati a pene spropositate (quattro e cinque anni di detenzione) per “complotto inteso a provocare perturbazione dell’ordine pubblico”.

In quanto avrebbero preso parte a una riunione Zoom al fine di radunare attivisti per bloccare la M25, la grande circonvallazione di Londra. Operazione posta in essere il 7 novembre 2022 e durata circa quattro giorni.

Allo scopo di gettare l’allarme sulle nuove licenze per l’estrazione di petrolio e di gas che il governo stava per concedere.

Un caso analogo a quello di altri due militanti ecologisti che nell’aprile 2023 erano stati condannati a tre anni di carcere dopo essersi arrampicati sul Ponte Queen Elizabeth. Rimanendovi sospesi per circa 37 ore, bloccando di fatto la circolazione.

Non si tratta di episodi destinati a rimanere isolati. Di fronte alla crisi climatica (e a tutto il resto: estinzione delle specie, deforestazione, migrazioni indotte dai cambiamenti climatici, carestie, guerre a macchia di leopardo, genocidi più o meno mascherati di palestinesi, curdi, mapuche, adivasi, indios…) è probabile che le azioni di protesta vadano intensificandosi. Comportando fatalmente qualche “disturbo della quiete pubblica”. O se vogliamo qualche contrattempo per l’ordinaria opera di estrazione del profitto dalle attività quotidiane. Non sia mai, devono aver pensato le autorità britanniche introducendo (nel 2023) il Public Order Act. Con cui si andava criminalizzare ogni azione ritenuta atta a perturbare l’ordine pubblico. A discrezione delle forze dell’ordine in base al successivo (2024) Police, Crime, Sentencing and Courts Act.

E se Londra non lesina nelle condanne, Parigi non è da meno.

Vedi quanto avviene con le proteste contro la A69, una lingua d’asfalto di 53 chilometri in costruzione tra Castres e Toulouse. Progetto sostenuto dai politici locali e definito “un ecocidio economicamente scandaloso” dagli ambientalisti che – nonostante l’asprezza della repressione – continuano a opporsi.

In base ai dati forniti l’8 agosto dal Coordinamento anti-repressione, un collettivo che raccoglie i vari gruppi attivi contro la A69 (tra cui Attac, il Groupe national de surveillance des arbres- GNSA e La Voie est libre-LVEL, le organizzazioni in cui è maggiore il numero degli arrestati) dalle prime iniziative del febbraio 2023 centinaia di persone sono state fermate, 130 quelle indagate, 60 i processi (tra quelli già avviati e quelli a venire).

Sette militanti si trovano in carcere e 44 sotto controllo giudiziario, 27 quelli con foglio di via.

Tra le persone per cui la sentenza è già stata emessa, una è stata posta in libertà dopo 4 mesi di detenzione, un’altra è stata condannata a sei mesi. Per altri quattro condannati la pena si è trasformata in arresti domiciliari con braccialetto elettronico. In qualche caso la perquisizione, l’interrogatorio e l’arresto si sarebbero svolti con modalità discutibili. Alcuni hanno denunciato maltrattamenti e anche “fratture al volto che hanno richiesto interventi operatori” come confermato dai certificati medici.

Vista la situazione generale, non si può dire cada come un fulmine inaspettato a ciel sereno (direi ci sta visto che si parla di clima) il comunicato del 6 agosto di Letzte Generation, il ramo austriaca di “Ultima Generazione” (il collettivo che pratica la disobbedienza civile, la resistenza non-violenta sorto in Germania). Con cui annunciava, a tre anni dalla nascita, l’ autoscioglimento. Sia per non meglio specificati “dissensi interni” (probabilmente sulle modalità di intervento), sia – soprattutto direi – per problemi finanziari (gli avvocati costano).

“Avevamo continuato nonostante la violenza subita, le minacce di morte, gli arresti e il carcere, l’odio nei nostri confronti e le multe che ormai raggiungono le decine di migliaia di euro – spiegavano nel comunicato. Ma ora, non vedendo la possibilità di conseguire risultati “sospendiamo le nostre proteste”.

Proteste avviate nel 2021 contro la costruzione di un grande tunnel autostradale nel centro di Vienna. In seguito avevano occupato le piste e le strade degli aeroporti austriaci per protestare contro l’impiego delle energie fossili e la catastrofe climatica. Stando alle dichiarazioni della portavoce Marina Hagen-Canaval alcune centinaia di persone (oltre 600) avrebbero preso parte alle diverse azioni di protesta (calcolando solo quelle del 2023 e del 2024 almeno 378). In questi tre anni, secondo Letzte Generation, il governo austriaco avrebbe “brillato per totale incompetenza”. Ma, sempre a loro avviso “anche la società ha fallito visto che parte della popolazione continua a sostenere l’uso dei combustibili fossili”.

Tuttavia per quanto ora si sentano “profondamente tristi”, sono anche convinti di “aver piantato i semi di una futura sollevazione pacifica politicizzando migliaia di persone”.

Va ricordato che alcuni militanti austriaci (tra cui Martha Krumpeck) rimangono ancora in carcere e molti altri rischiano la medesima sorte (o comunque multe pesantissime) in caso di condanna. Attualmente sarebbero 230 le cause penali in corso e quasi 4mila le denunce amministrative (civili). Per un totale di 1060 arresti.

Per cui “utilizzeremo le nostre rimanenti risorse finanziarie per coprire le spese legate alla nostra difesa nei tribunali”.

Fermo restando che “Noi rimaniamo in collera. La resistenza continua”.

Gianni Sartori