Mese: luglio 2024
#Kurds #Iraq – NORD DELL’IRAQ: ANCHE I TRIBALI CONTRO L’INVASIONE TURCA – di Gianni Sartori

Un comunicato dei capi tribali iracheni condanna senza mezzi termini l’invasione turca e – mentre rivolge un appello all’opinione pubblica mondiale – richiede l’intervento del governo iracheno. Esprimendo sostegno alla resistenza del PKK contro lo Stato islamico (appoggiato da Ankara)
Non senza ragione da più parti il progetto del Confederalismo democratico, originariamente elaborato dal movimento di liberazione curdo, ma a cui aderiscono e partecipano (v. In Rojava) popolazioni (armeni, ezidi, turcomanni, arabi…) e comunità religiose di origine diversa, viene considerato una possibilità di fuoriuscita dalle gabbie della “modernità capitalista”, dal nazionalismo sciovinista, dal fanatismo religioso integralista che insanguinano il Medio oriente.
Senza arrivare a darne per scontata la futura adesione anche da parte delle popolazioni non curde del Nord Iraq (Kurdistan del sud, Bashur), è sicuramente significativa la dura, esplicita presa di posizione contro l’invasione-occupazione turca e il riconoscimento del ruolo qui svolto dal PKK (in particolare contro l’Isis) da parte di alcuni capi tribali.
Mentre Ankara persevera nei suo attacchi (supportata dal PDK di Barzani) queste tribù irachene hanno reagito denunciando sia le minacce per la popolazione, sia la palese intenzione della Turchia di annettersi parte della regione per trasformarla in un territorio sotto controllo militare.
Nel comunicato si riconosce apertamente che “mentre il PKK combatte lo Stato islamico, la Turchia lo sostiene”. Inoltre lo Stato turco “conduce la sua aggressione contro tutti i popoli iracheni, in particolare contro i Curdi, allo scopo di occupare la regione”.
Dure critiche, come si diceva, al PDK che “coopera con lo Stato turco, mentre il governo di Bagdad rimane in silenzio. Un silenzio che pone interrogativi in merito ai crimini perpetrati dallo Stato turco occupante”.
In quanto capi tribali e sceicchi iracheni “noi condanniamo tali attacchi e rivolgiamo un appello alla comunità internazionale, al governo iracheno e al parlamento iracheno invitandoli ad assumersi le loro responsabilità umanitarie, morali e giuridiche di fronte a questi crimini ponendo termine agli attacchi da parte dello Stato turco occupante contro il nostro popolo e le nostre terre”.
Dichiarandosi pronti a “proteggere la sovranità dell’Irak” e denunciando come la Turchia abbia l’intenzione di “modificare la demografia della regione”. Oltre naturalmente a voler saccheggiare le risorse irachene.
Opponendosi all’occupazione turca e sostenendo apertamente “il nostro popolo in Irak e nella regione del Kurdistan, denunciamo ancora una volta che le azioni dello Stato turco sono delittuose e criminali”.
In calce al comunicato le loro firme:
Capo della tribù Jiburi, Şêx Teklif el-Ebd Alî Cibur
Capo della tribù Sedat Haydari, Seyid Ahmet Allavi Haydari
Capo della tribù Sedat Şerfa nell’Eufrate centrale, Seyit Nazım Şerifi
Capo della tribù İfari nell’Eufrate centrale, Şêx Malik Casım İfari
Seyit Gazali Atiya Musewi
Capo della tribù Kerit, Şêx Zahir Kazım Marhun
Capo della tribù Hamidat, Şêx Cemal Ferit Hamidayi
Capo della tribù Beni Hasan, Şêx Emir Musena Hasnevi
Capo della tribù El-Şibl, Şêx Mohan Al-Atiyah
Capo della tribù Sedat Gawalb, Seyit Hüseyin Berekat Şami
Capo delle tribù Şemer del centro dell’Eufrate, Şêx Mutaib Muhammed Şemeri
Capo della tribù Akra, Şêx Muhammed Abdulemir Şalan Keravi
Capo della tribù Xefaciyan a Najaf, Şêx Raad Hüseyin Hafaci
Capo della tribù Şebal a Divaniyah, Şêx Halit Cehl Natur
Capo della tribù Awabd a Divaniyah, Seyid Hamid Merzuq Abadi
Una presa di posizione alquanto significativa anche se forse non determinante in un quadro complesso e tormentato come quello odierno dell’Iraq.
Sia dal punto di vista economico (v. il blocco dei flussi petroliferi deciso dalla Turchia, l’oleodotto Kirkuk-Ceyhan.) che delle relazioni tra governo federale (Goi) e governo regionale del Kurdistan (Krg) con sede a Erbil. A cui vanno ad aggiungersi le complicate relazioni tra Baghdad e Washington (v. le questioni aperte in seno alla coalizione internazionale).
Sempre accesa la questione della ripartizione delle risorse economiche Tra Erbil e Baghdad, rinfocolata con le ultime decisioni della Corte suprema irachena.
Oltre che sul contenzioso per il petrolio (a lungo esportato da Erbil bypassando il governo federale) e sulla ripartizione dei profitti, la Corte suprema è intervenuta – contestandola come incostituzionale – sulla presenza di undici seggi per le minoranze etnico-religiose nel parlamento del Krg. Questione sollevata da due esponenti dell’Upk (Unione patriottica del Kurdistan) che accusavano il Pdk (Partito democratico del Kurdistan) di controllare tali seggi. Antiche rivalità tra le diverse formazioni curde che riemergono talvolta forse strumentalmente e che al momento verrebbero ulteriormente alimentate da piccoli partiti cristiani e turkmeni già estromessi dal parlamento regionale.
Quanto alla criminalità (in senso lato), se negli ultimi tempi si sono intensificate le misure per contrastare il contrabbando di dollari (vietando ad alcune banche di operare transazioni in valuta statunitense), meno efficaci appaiono gli interventi per frenare il ricorrente risorgere della minaccia jihadista. Nonostante i recenti arresti di qualche presunto appartenente all’Isis (in particolare tra quelli rimpatriati da al-Hol che ne “ospita” ancora migliaia).
Gianni Sartori
#7NotePerUnaNuovaEuropa #Portugal
#7NotePerUnaNuovaEuropa #Catalunya
#Kanaky #StopColonialism – Nuova Caledonia, adesso c’è chi vuole tagliarla in due – di Gianni Sartori

Dopo i recenti “disordini” in Nuova Caledonia, la destra di origine coloniale propone un modello “separatista” dal sapore vagamente sudafricano.
Ovviamente qualcuno lo ha immediatamente paragonato alla logica dello “sviluppo separato” degli afrikaner (l’apartheid). Volendo si poteva evocare anche un fumoso progetto dei “lealisti” protestanti (UDA, UVF…) che – nel secolo scorso – ipotizzavano l’indipendenza delle Sei contee (impropriamente denominate “Ulster” visto che delle nove originarie tre erano andate alla Repubblica irlandese). O anche Santa Cruz in Bolivia, il Katanga in Congo…
Insomma il separatismo dei benestanti diretti discendenti dei colonizzatori (o comunque al loro servizio, v. Ciombé in Katanga). Per cui quella di Sonia Backés (ex secrétaire d’État à la Citoyenneté dal 2022 al 2023) e attuale Presidente della provincia Sud) appare più che altro una provocazione politica, a scopo propagandistico. Per galvanizzare la sua base elettorale. In genere piuttosto oltranzista nei confronti della popolazione indigena (diciamo pure radicalmente di destra).
Il 14 luglio (riprendendo quanto già affermato in una intervista a Le Monde) Sonia Backès ha ribadito che “il progetto di una Nuova Caledonia istituzionalmente unita e fondata sul vivere insieme, gli uni con gli altri (indigeni e originari dell’Esagono nda) è finito”.
E calcando la mano: “Così come l’olio e l’acqua non si mescolano, devo constatare che tra il mondo kanak e quello occidentale, nonostante più di 170 anni di vita in comune, persistono antagonismi non superabili”.
Proseguiva criticando le modalità della vita sociale dei kanak e in particolare il loro rapporto con le donne. Senza peraltro entrare più di tanto nel merito delle contraddizioni in cui viene fatalmente a precipitare una comunità colonizzata e oppressa (quelle dei kanak ovviamente). Definisce i loro “sistemi politici” come “feudali” (sta forse per “primitivi” ?) Mentre quello dei bianchi sarebbe “democratico” (e te pareva?!?).
Pur riconoscendo – bontà sua – che “i due campi contrapposti sono entrambi persuasi di difendere legittimamente i loro valori”.
Arrivando quindi alla scontata conclusione: l’”autonomisation” di ciascuna delle tre province della Nouvelle-Calédonie.
Attualmente Sonia Backès presiede la provincia del Sud, quella abitata in prevalenza dai caldoches, i discendenti dei colonizzatori europei (compresi i deportati).
Il progetto, secondo la Backès, costituirebbe “una opportunità per la costruzione di diverse entità distinte per quanto complementari (intende forse che ai nativi sarebbe comunque garantito un ruolo di forza lavoro subalterna ? nda)così che ciascun popolo possa infine fiorire (tocco poetico nda) secondo le proprie aspirazioni”.
Va sottolineato che perfino un “lealista moderato” come Philippe Gomés l’ha apertamente contestata evocando lo spettro dell’apartheid sudafricano del secolo scorso.
Nel frattempo, dopo gli scontri di mesi scorsi, la situazione appare stagnante, quella di una “calma apparente”. Con l’arcipelago immerso in una evidente crisi sia economica che politica e sociale.
Nonostante il progetto di riforma costituzionale del governo francese sia stato – almeno per ora – sospeso, il 10 luglio si è registrata un’altra vittima.
Un ricercato per la recente ribellione, Rock Victorin Wamytan (38 anni), parente di un leader kanak, è stato ucciso dal fuoco della polizia.
Rimangono ancora in carcere cinque militanti indipendentisti dei sette trasferiti nelle prigioni del Continente. Tra cui Christian Tein, esponente della Cellule de coordination des actions de terrain (CCAT) ritenuto uno dei maggiori fomentatori dei “disordini” e rinchiuso in cella d’isolamento nel carcere di Mulhouse-Lutterbach.
Invece Frédérique Muliava (già a capo del gabinetto del presidente del Congrès de Nouvelle-Calédonie) e Brenda Wanabo-Ipeze, rinchiuse rispettivamente a Riom e a Dijon, sono uscite dal carcere (rimanendo agli arresti domiciliari, con braccialetto elettronico) il 10 luglio.
Mentre ufficialmente le barricate erano state tutte demolite liberando le strade sull’intero territorio, in realtà alcune sarebbero state già ripristinate più di una volta. Anche in questi ultimi giorni, in particolare nel nord.
E’ quindi probabile che rimangano in vigore il copri-fuoco e la proibizione di vendita di armi e alcolici.
Gianni Sartori
#7NotePerUnaNuovaEuropa #EuskalHerria
#Quebec #Palestina – MONTREAL: L’ACCAMPAMENTO PRO-PALESTINA ALL’UNIVERSITA’ MCGILL SMANTELLATO UTILIZZANDO ANCHE UNA POLIZIA PRIVATA – di Gianni Sartori

NEL QUEBEC, PER SVUOTARE L’ACCAMPAMENTO PRO-PALESTINA, L’UNIVERSITA’ FA INTERVENIRE ANCHE UNA POLIZIA PRIVATA
A conti fatti l’occupazione di solidarietà con il popolo palestinese all’università McGill (Montréal) è durata circa due mesi e mezzo.
Ma alla fine – il 10 luglio – la direzione dell’università rivolgendosi a una società privata di sicurezza è intervenuta espellendo gli studenti e svuotando l’accampamento. In supporto alla polizia privata, gli agenti della Sûreté del Québec. Almeno un manifestante sarebbe stato arrestato. Inoltre l’Università ha già preannunciato che gli studenti responsabili dell’occupazione saranno sottoposti a sanzioni, rischiando anche l’espulsione.
Quasi immediatamente (la sera del giorno dopo, l’11 luglio) una vivace manifestazione di protesta percorreva le vie di Montréal. L’intervento della polizia innescava qualche scontro con il bilancio di un paio di vetrine infrante e un arresto.
Già alla fine di maggio, di fronte alla concreta possibilità che l’accampamento venisse smantellato, gli studenti della McGill si erano organizzati per resistere, ma evidentemente non abbastanza.
Sempre a Montréal, il 12 maggio un altro accampamento pro-Palestina era sorto nel campus dell’UQAM, ma veniva dismesso ancora in giugno. Come era stato preannunciato qualche giorno prima – in conferenza stampa – da due portavoce: una studentessa che utilizzava simbolicamente il nome di “Leila Khaled” (famosa guerrigliera ed esponente politico palestinese) e Niall Clapham Ricardo, esponente dell’organizzazione Voix juives indépendantes (ricordo che siamo nel Quebec francofono).
Va poi riportato che fin dai primi giorni di maggio (in qualche caso ancora dalla fine di aprile) diversi accampamenti simili erano sorti in Canada e nel Quebec. In sintonia con quanto avveniva in gran parte del mondo (dagli USA alla Svizzera…): a Vancouver, Ottawa, Toronto e come si è visto a Montréal, all’Università McGill. Forse il campo più consistente e agguerrito e dove le prime tende erano apparse fin dal 27 aprile.
Gianni Sartori
#7NotePerUnaNuovaEuropa #Corsica
#7NotePerUnaNuovaEuropa #Slovenia
#Kurds #Turchia – ANKARA CONTINUA A INVADERE E OCCUPARE IL BASHUR CON LA “BENEDIZIONE” DEL PDK. USQUE TANDEM? – di Gianni Sartori

Mentre prosegue e si intensifica l’invasione turca nell’Iraq del Nord (Kurdistan del Sud, Bashur), un episodio non chiaro potrebbe stare a indicare un cambio di strategia (“della tensione” ?) da parte di Ankara. Mentre la popolazione scende in strada per protestare, alcuni osservatori non escludono l’eventualità di una guerra civile interna tra organizzazioni curde.
Stando a quanto dichiarano fonti curde, il 9 luglio una base dei peshmerga (milizia del PDK) sarebbe stata attaccata dalla Turchia nella regione di Duhok.
Completamente opposta la versione turca (meno plausibile a mio avviso): a colpire la base (poi evacuata) sarebbero stati in realtà i guerriglieri del PKK.
Diciamo pure che ha tutta l’aria di una provocazione.
Tanto per alimentare la confusione (la “tensione”), gettare benzina sul fuoco in un momento piuttosto delicato in quanto già “pre-elettorale”. Infatti le legislative per l’elezione del Parlamento del Kurdistan iracheno sono previste entro ottobre e si teme possano essere ancora rinviate (come avviene ormai da due anni).
Un’ulteriore conferma di quanto sia destabilizzante per l’intera regione (e per una normale attività politica) la presenza di Ankara nella GRK (il Kurdistan iracheno, Bashur). Con operazioni militari sostenute (o almeno tollerate) dalle varie potenze regionali e che evidentemente godono anche della tacita approvazione di Washington.
Particolarmente grave che finora l’occupazione turca abbia potuto fare affidamento sulla sostanziale collaborazione del PDK di Barzani. Occupazione che si sta ulteriormente intensificando come dimostra il recente dispiegamento di altre truppe a Bradost. Forse in vista di future operazioni nelle zone controllate dall’UPK (Rania e Qaladiza), organizzazione spesso in disaccordo con il PDK.
Scopo dichiarato delle azioni belliche, creare una “zona cuscinetto anti curda” di 30-40 chilometri (ma nel distretto di Bradost si sarebbero spinti oltre, fino a 50 chilometri) lungo le frontiere della Turchia con l’Iraq. Installando anche basi militari per sradicare la presenza del PKK. Così come intende fare in Siria con le YPG.
E tra i futuri obiettivi dell’esercito turco potrebbe esserci anche l’aeroporto di Sulaymaniyah (sempre con la benedizione del PDK).
Come è stato ripetutamente denunciato dal KCK (Unione delle comunità del Kurdistan), oltre a insediare posti di blocco, effettuare controlli di identità e costringere all’evacuazione gli abitanti di alcune località (come Duhok), la Turchia avrebbe inviato ex miliziani dell’Isis, mercenari e guardie di villaggio (paramilitari collaborazionisti a cui viene garantita una sostanziale impunità nelle operazioni contro il PKK) nelle aree invase e occupate.
Anche se non tutto fila liscio per Erdogan e Barzani. In questi giorni la popolazione locale ha nuovamente protestato vigorosamente contro gli attacchi (e pare che un certo disagio-dissenso cominci a serpeggiare anche tra i militanti di base del PDK).
Il 10 luglio gli abitanti della regione di Bahdinan hanno manifestato contro il passaggio dei mezzi militari bloccando la strada tra Amadiyah e Shiladzi. Oggi (11 luglio) blindati turchi si starebbero dirigendo verso il villaggio di Sarkil (nel distretto di Amadiyah e presumibilmente teatro di proteste). Ancora una volta con l’aperta collaborazione del PDK.
Del resto non è da ora che il PDK sta cercando di allontanare la popolazione dalla regione di Bahdinan in vista del previsto arrivo di altri soldati turchi e nei giorni scorsi le sue milizie erano intervenute per disperdere altre manifestazioni di protesta contro l’occupazione turca.
Al punto che alcuni osservatori non escludono i rischi di una guerra civile qualora la situazione dovesse diventare ulteriormente incandescente.
Appare comunque evidente che l’UPK (Unione Patriottica Curda, in curdo Yeketî Niştîmanî Kurdistan) è molto meno disposta del PDK (Partito Democratico Curdo, in curdo Partîya Dêmokrata Kurdistanê) a collaborare con Ankara ed è sicuramente in migliori rapporti con il PKK (Partito dei Lavoratori Curdi, in curdo Partîya Karkerén Kurdîstan)
Un esponente di rilievo dell’UPK, Rashad Galali, in un’intervista ha criticato apertamente il PDK sostenendo che “si preoccupa molto più dei propri interessi piuttosto che dell’avanzamento della democrazia”. Aggiungendo che “collabora con la Turchia per imporre il proprio dominio nella regione”. Turchia, ha sottolineato che “dal 1991 ha intensificato i suoi attacchi contro la regione del Kurdistan (GRK nda), spesso in collaborazione con il PDK”.
Un aspetto non certo secondario, un “effetto collaterale” (ma in parte voluto) sono i numerosi incendi scoppiati a causa dei bombardamenti. In questi giorni soprattutto sui monti Garê. Tra l’altro i soldati turchi hanno sistematicamente impedito agli abitanti di alcuni villaggi (Mijê, Kevne Mijê e Spîndarê) di intervenire per spegnere i focolai.
Gianni Sartori
