#Kurds #Repressione – SE 42 ANNI VI SEMBRAN POCHI…. – di Gianni Sartori

La condanna a 42 di carcere per Selahattin Demirtas suona come una ritorsione del sultano-presidente e un’ingiuria alla dignità umana.

Un palese insulto, prima ancora che ai diritti umani, al semplice buonsenso. Questo si può dire della condanna a 42 anni di carcere per il prigioniero politico Selahattin Demirtas (in prigione dal 2016). Tanto che perfino i media occidentali, in genere piuttosto restii – soprattutto negli ultimi tempi – a criticare Erdogan e il suo governo islamista alleato dell’estrema destra, sono intervenuti. Accusato di “attentato all’integrità dello stato”, “incitamento a commettere crimine”, “propaganda terroristica” e varie amenità, in realtà le “colpe” di Demirtas sono ben altre.

Aver sostenuto le proteste di massa del 2014 per l’attacco e l’assedio di Daesh (supportato da Ankara) alla città siriana di Kobane.

Proteste costate la vita a decine di persone, uccise sia dalle forze di sicurezza turche, sia – presumibilmente – da miliziani salafiti.

A tale proposito il partito DEM aveva emesso questo comunicato:

“Nel 2014, con l’Isis sul punto di prendere il controllo della città di Kobane, sono scoppiate proteste massicce e democratiche in tutto il mondo, anche in molte città della Turchia. Durante queste proteste, 46 civili, 34 dei quali erano membri e sostenitori dell’HDP, sono stati uccisi da gruppi pro-Isis, su provocazione delle forze di sicurezza turche. Nonostante la decisione della Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU), che ha chiarito che l’HDP non può essere considerato responsabile delle violenze, l’attuale governo ha continuato ad avviare un procedimento giudiziario contro i membri esecutivi dell’HDP, compresi i co-presidenti Figen Yüksekdağ e Selahattin Demirtaş. Gli imputati hanno confutato tutte le accuse, ma la corte ha proseguito i processi sotto chiara influenza politica. L’illecito giudiziario è stato evidente fin dall’inizio, quando si è scoperto che il giudice iniziale era membro di un’organizzazione criminale, ed è stato palese in ogni momento. La Corte ha ingiustamente condannato molti politici dell’HDP sulla base di accuse infondate.”

E comunque la “colpa” più grave di Demirtas e dei sui compagni è stata quella aver osato fondare un partito democratico di sinistra. Il Partito Democratico del Popolo (HDP) in grado di attirare consensi anche da una parte dell’elettorato non curdo, ottenendo ben sei milioni di voti (80 seggi su 550). Una forza politica diventato in breve tempo il terzo “incomodo” nel Parlamento. Spezzando di fatto il controllo esercitatovi da Recep Tayyip Erdogan fin dal 2015. Tanto da dover ricorrere a elezioni anticipate per riconquistarlo (alleandosi con l’estrema destra islamista, quella dei “Lupi Grigi”). Messo al bando per pretestuosi “legami con il terrorismo” (leggi con il PKK), HDP è stato sostituito in Parlamento dal partito DEM (Partito per l’Uguaglianza e la Democrazia dei Popoli). Dal canto suo, dopo la sconfitta del candidato dell’opposizione (da lui appoggiato) al ballottaggio delle ultime presidenziali, Demirtas si è ufficialmente dimesso dalla politica attiva pur continuando “la lotta con tutti miei compagni di prigione”.

Rinchiuso nel carcere di Edirne, in questi giorni l’ex co-presidente di HDP ha potuto incontrare (per circa tre ore) i co-presidenti del partito DEM, Tülay Hatimoğulları e Tuncer Bakırhan che il giorno prima avevano incontrato Figen Yüksekdağ (ex vice segretaria di HDP e condannata a 30 anni e 3 mesi) nella prigione di Kandıra.

Denunciando l’ennesimo atto di repressione contro il dissenso (il verdetto del Caso Kobane), Tülay Hatimoğulları ha ricordato che “i nostri compagni sono stati condannati a secoli di prigione. Lo abbiamo già detto molte volte e lo diciamo ancora. Il caso della “Cospirazione Kobane” è un caso di vendetta puramente politica. Selahattin Demirtaş e Figen Yüksekdağ, in passato nostri co-presidenti, sono stati condannati a pene molto pesanti. Nel contempo i rivoluzionari socialisti di sinistra che avevano espresso solidarietà al popolo curdo, i rivoluzionari che cercavano una soluzione alla questione curda con metodi democratici e pacifici, i rivoluzionari che peroravano in favore della lotta democratica unitaria furono ugualmente condannati a lunghe pene (…).

Queste le sentenze (considerate illegali dal Partito DEM):

1) SELAHATTİN DEMİRTAŞ (Copresidente dell’HDP) 42,5 anni di reclusione

2) FİGEN YÜKSEKDAĞ (copresidente dell’HDP) 30 anni e 3 mesi di reclusione

3) ALP ALTINÖRS (membro del comitato esecutivo dell’HDP) 22,5 anni di reclusione

4) NAZMİ GÜR (Vice copresidente per gli affari esteri e membro dell’APCE) 22,5 anni di reclusione

5) ZEKİ ÇELİK (membro del comitato esecutivo dell’HDP) 22,5 anni di reclusione

6) ZEYNEP KARAMAN (Membro del comitato esecutivo dell’HDP) 22,5 anni di reclusione

7) PERVİN ODUNCU (membro del comitato esecutivo dell’HDP) 22,5 anni di reclusione

8) GÜNAY KUBİLAY (Presidente e membro del consiglio esecutivo di HDP) 20,5 anni di reclusione

9) İSMAİL ŞENGÜL (membro del comitato esecutivo dell’HDP) 20,5 anni di reclusione

10) DİLEK YAĞLI (membro del comitato esecutivo dell’HDP) 20 anni di reclusione

11) BÜLENT PARMAKSIZ (Membro del comitato esecutivo dell’HDP) 18 anni di reclusione

12) ALİ ÜRKÜT (membro del comitato esecutivo dell’HDP) 17 anni di reclusione

13) CİHAN ERDAL (membro del comitato esecutivo dell’HDP) 16 anni di reclusione

14) GÜLTAN KIŞANAK (Sindaco della municipalità metropolitana di Diyarbakir) 12 anni di reclusione

15) SEBAHAT TUNCEL (ex deputato e membro esecutivo dell’Assemblea delle donne dell’HDP) 12 anni di reclusione

16) ZEYNEP ÖLBECİ (membro del comitato esecutivo dell’HDP) 11,5 anni di reclusione

17) AHMET TÜRK (Sindaco della municipalità metropolitana di Mardin) 10 anni di reclusione

18) EMİNE AYNA (ex parlamentare e membro dell’Assemblea delle donne dell’HDP) 10 anni di reclusione

19) AYLA AKAT ATA (ex parlamentare e membro esecutivo dell’Assemblea delle donne dell’HDP) 9 anni e 9 mesi di reclusione

20) AYNUR AŞAN (Membro dell’Assemblea HDP) 9 anni di reclusione

21) AYŞE YAĞCI (Membro dell’Assemblea HDP) 9 anni di reclusione

22) MERYEM ADIBELLİ (membro del comitato esecutivo dell’HDP) 9 anni di reclusione

23) MESUT BAĞCIK (membro dell’Assemblea HDP) 9 anni di reclusione

24) NEZİR ÇAKAN (Membro del comitato esecutivo dell’HDP) 9 anni di reclusione

Coincidenza non certo casuale, tale sentenza è piombata in contemporanea con il viaggio del ministro degli esteri Hakan Fidan in Iraq. Per ottenere la definitiva messa la bando del PKK, sia da parte del governo centrale, sia da quello regionale curdo di Erbil (sotto la guida del PDK di Barzani).

Gianni Sartori

#War #Opinioni – LA TERZA GUERRA MONDIALE? MA E’ IN CORSO DA TEMPO – di Gianni Sartori

Un documento dell’Accademia della Modernità Democratica parla esplicitamente di Terza Guerra Mondiale già in atto

O almeno è quanto si sosteneva in una brochure di 38 pagine (“Possibilità e pericoli della terza guerra mondiale”) pubblicata in gennaio dall’Accademia della Modernità Democratica.

Sempre, beninteso che non si tratti ormai della quarta (ricordate quanto diceva negli anni novanta il comandante Marcos?).

Tale Accademia (https://democraticmodernity.com/) si presenta come“un organismo autonomo di investigazione, riflessione e diffusione della lotta del popolo Curdo”. Nel documento si considerano vari ambiti e aspetti (teorici, politici, strategici…) con cui analizzare l’attuale “complessa crisi di civilizzazione” attraversata dal genere umano. Senza escludere il rischio di una possibile sua estinzione.

Partendo dal presupposto che in realtà “la terza guerra mondiale è già in corso”, pur differenziandosi dalle due precedenti. In quanto si sviluppa sia sul piano geografico- temporale che nei metodi, almeno apparentemente, attraverso una molteplicità di conflitti indipendenti tra loro (sempre apparentemente). A corrente alternata, sia per intensità che per localizzazione.

Il documento individua cinque elementi costituivi, veri indicatori:

a) guerre di lunga durata a (relativamente) bassa intensità (v. Afghanistan, Somalia, Libia, Siria, Irak, Yemen, Ucraina…). Conflitti nel corso dei quali vengono distrutti non solo le strutture statali, ma anche il tessuto sociale stesso;

    b) guerre economiche attraverso l’imposizione di dazi, divieti di importazione, sanzioni globali…con cui i vari contendenti cercano di piegarsi vicendevolmente. A tal fine alcuni Stati (Cina, Russia Unione Europea, Stati Uniti, Gran Bretagna…) farebbero uso di molteplici strumenti (economici, mediatici, politici, militari…senza escludere quelli biologici);

    c) alleanze flessibili (a “geometria variabile”, già sperimentata nella strumentalizzazione di alcuni movimenti indipendentisti) a livello sia militare che economico e politico. Vedi il conflitto in Ucraina tra USA e Russia, mentre in Siria le due potenze non esitano coordinarsi a livello militare (in particolare contro Isis e tenendo relativamente sotto controllo, molto relativamente, la pressione di Ankara).

    4) l’uso dei mezzi di comunicazione come arma ideologica (ma questa non è certo una novità) favorendo una generale omogeneizzazione (e omologazione) di abitudini, culture, stili di vita.

    5) ormai parte integrante di questa terza guerra mondiale (almeno potenzialmente, ma in parte già utilizzate) anche la guerra biologica, la guerra chimica, le armi nucleari tattiche…

    Per concludere ricordando la recente epidemia di Covid-19, funzionale all’ulteriore deterioramento della coesione sociale e delle possibilità di autogoverno popolare a causa della paura, della diffidenza generalizzata, della mancanza di sicurezza. Sul ciglio del precipizio, masse ormai totalmente sotto vigilanza tecnologica, isolate e sradicate, sotto controllo e impossibilitate a comprendere (non parliamo di opporsi) le strategie di militarizzazione poste in atto dagli Stati.

    Una visione troppo pessimista, catastrofista?

    Ovviamente la percezione di quanto sta accadendo (o meglio: è già accaduto) è diversa per chi vive quotidianamente sotto le bombe, esposto alle aggressioni di eserciti e milizie. Sarebbe comunque il caso di pensarci finché – forse – siamo ancora in tempo. E i Curdi, con la loro lunga esperienza, avrebbero qualcosa da insegnarci.

    Gianni Sartori