Mese: marzo 2024
#7NotePerUnaNuovaEuropa #Ireland
#Veneto #Territorio – PROSSIMO SCEMPIO PAESAGGISTICO E AMBIENTALE ALLE “BOCHE DEL TESENA”: UN MEGA VIADOTTO AL SERVIZIO DI CHI?- di Gianni Sartori

“Questa Terra è la tua Terra, questa Terra è la mia Terra” declamava Woody Guthrie (1912-1967).
Forse non arbitrariamente ho sempre interpretato quel verso (e titolo della sua autobiografia, in lingua italiana pubblicata ancora nel 1977 da Savelli e poi da Marcos y Marcos nel 1997) del folksinger comunista libertario come espressione di senso di appartenenza, NON di proprietà.
Ipotesi confermata da altri versi rivelatori (anche se talvolta censurati o edulcorati):
“There was a big high wall there that tried to stop me;
Sign was painted, it said private property;
But on the back side it didn’t say nothing;
That side was made for you and me.
C’era un gran muro alto che provò a fermarmi;
c’era scritto su un avviso, “proprietà privata”;
ma sul lato di dietro non diceva nulla,
quel lato era fatto per me e per te”. *
Quindi, anche se della mia patria (matria) ancestrale non possiedo niente di niente (anche all’epoca eravamo in affitto) e ne sono stato forzatamente sradicato ancora fanciullo (negli anni sessanta, destino comune a molti abitanti del contado “senza terra” costretti dalle dure leggi del mercato a riciclarsi come operai o murari…e trasferirsi nelle periferie urbane) quando sento parlare di San Piero Intrigogna, Casale e Debba mi sento chiamato in causa.
Perché nella mente risuonano echi lontani e si ridestano ricordi profondamente sedimentati.
Del resto, oltre ai ricordi, qui riposano gran parte dei miei parenti e antenati: nonni, zii, cugini… Anche chi se n’era dovuto partire, alla fine aveva preteso di venir seppellito o al cimitero di Casale o a quello (al di là del fiume, ma di fronte) di Longara. Sempre a Casale, nel piazzale della vecchia chiesa, c’è anche la lapide per i caduti della Seconda G. M. Con i nomi di due miei zii (anche se credo che di tale “onore” ne avrebbero fatto volentieri a meno). **
Alla fine sembra proprio che intendano costruirlo. Anche con la nuova amministrazione vicentina di centro-sinistra. Pare per i costi proibitivi di un ammodernamento con innalzamento del ponte storico (o a fianco dello stesso). Invece per il megaviadotto i soldi ci sarebbero…?!? Mah?!?
Ricapitolando. Confesso che l’anno scorso, alla notizia del devastante progetto di un viadotto alto sette metri, largo undici e lungo oltre mezzo chilometro che dovrebbe scavalcare il Bacchiglione e stravolgere le campagne circostanti, subito dopo lo sconcerto e l’indignazione, provavo anche un certo senso di rivalsa verso quei “nativi” (miei compaesani di allora o loro discendenti) che oltre a poter continuare a vivere nei luoghi natii, li avevano già in parte deturpati. Magari abbattendo antichi casolari (compresi alcuni piccoli casoni già resi abitabili artigianalmente nel secondo dopoguerra mantenendo inalterate strutture e volumi) e sfrattandone gli affittuari per sostituirli con villette o condomini (a scopo di lucro ovviamente).
Ma poi era prevalso il disinteressato legame con quei paesaggi e territori. I due fiumi che qui confluivano alle “Boche del Tesena”, le anse, le siese, l’antico campanile della chiesa dove – mio malgrado col senno di poi – ero anche stato battezzato (da don Giuseppe credo) e cresimato (dal vescovo Zinato, nientemeno). Per non parlare del ricordo struggente delle processioni dalla chiesa al capitello della Madonna (con la massima scolpita “Iter para tutum” che all’epoca per me era assolutamente misteriosa, incomprensibile, ma comunque altamente evocativa) con le rose sparse davanti al corteo…
Bene, (anzi: male!), proprio sopra al capitello, più o meno, dovrebbe transitare il viadotto, per annichilirlo sia visivamente che simbolicamente.
Qualche ricordo personale a supporto.
Come già detto, ho trascorso l’infanzia nel paesello di San Piero Intrigogna (tra l’altro, proprio di fronte alla base “Pluto”, appena al di là del Bacchiglione). In prossimità delle “Boche del Tesena” (con la “e”), dove il Tesina (con la “i”) confluisce nel Bacchiglione. E il fiume Tesina, ricordo, non è altro che la prosecuzione dell’Astico che nasce in Trentino, di fronte a Lavarone e alla cimbra Luserna, transita per Casotto (dove vive la più consistente comunità di Sartori della provincia e da dove sembra provenissero i miei avi paterni) e Scalzeri da cui si inerpica verso Luserna un sentiero già percorso dai partigiani della Brigata Ismene. Le sue acque spumeggianti lambiscono poi San Pietro Valdastico, Pedescala (tristemente noto per l’eccidio nazi-fascista, la maggior parte delle vittime vecchi e bambini), Barcarola e Arsiero. Scorre sotto al salto dei Granatieri (quello del Monte Cengio che Fogazzaro contemplava da Velo d’Astico) e supera Cogollo del Cengio. Proprio su questo tratto si sta svolgendo la seconda puntata del dramma “Autostrada A31, No grazie!”. Mentre non si sono ancora spente le polemiche in merito alle ville palladiane sfiorate dall’invadente infrastruttura e per le tonnellate di rifiuti tossici (da fonderie) riversati lungo il percorso del tratto a sud. Oltre al dubbio fondato che la contestata tratta Vicenza-Rovigo abbia tutti i requisiti di un “corridoio militare-industriale”.
Rappresentando un raccordo ottimale per le basi statunitensi presenti nel vicentino (Pluto, Ederle, Dal Molin, Fontega…). Niente di strano se anche il previsto viadotto non mancherà di svolgere adeguatamente tale funzione.
Visto che sulla Riviera Berica i mezzi militari di maggiori dimensioni incontrano qualche difficoltà (già in diverse occasioni sono rimasti incastrati sotto all’autostrada a S. Croce Bigolina) e che i due ponti storici di Debba (stretti e a percorso alternato) li rallentano.
Proseguendo nel suo corso, con un’improvvisa deviazione, relativamente recente stando ai tempi geologici, l’Astico si infila poi si infila tra l’Altopiano di Asiago e le colline Bregonze, sfiora o attraversa Caltrano, Chiuppano e Calvene per poi riprendere la corsa verso sud. Tocca Breganze (un saluto a Firmino Miotti, quello dei “magnasoete” di Virgilio Scapin e al suo incredibile torcolato), Sandrigo, Lupia e Lupiola. Nei pressi di Lupia riceve dalla sinistra orografica le acque di un piccolo corso d’acqua che nasce poco prima da una risorgiva, il Tesina appunto. Cambia quindi nome, ma il percorso e la direzione rimangono quelli dell’Astico la cui natura torrentizia lo rende potente in periodo di disgelo. Per chi cammina sull’argine della destra orografica non è facile individuare quale sia il punto del cambio anagrafico. Da segnalare la presenza, almeno fino agli anni cinquanta, di qualche esemplare di lontra nella striscia di terra all’epoca ricoperta da folta vegetazione. La zona venne devastata per iniziativa istituzionale una ventina di anni fa. Alberi tagliati, anse raddrizzate, rive cementificate. Trasformando, come scrissi allora in un articolo “il limpido corso d’acqua in un canale di scolo”. Più recentemente (un autentico teatro dell’assurdo), per usufruire di finanziamenti europei, è stato realizzato un progetto di ri-naturalizzazione dell’area. Un po’ come fare affari ricostruendo dopo aver scatenato una guerra. Ovviamente un palliativo, un pro-forma visto che il danno ormai era stato fatto. Il cammino del fiume prosegue verso Bolzano vicentino, Quinto, Marola e Torri di Quartesolo, sfiorando la militarizzata periferia est di Vicenza (San Pio X, Bertesinella…) e confluendo nel Bacchiglione a poche centinaia di metri dal campanile di San Piero Intrigogna. Prima della confluenza riceve da destra la roggia Caveggiara; altra nostra battaglia persa quando cercammo, invano, di evitare il taglio della prosperosa vegetazione per allargare l’alveo del corso d’acqua. Bastava avessero chiesto, per esempio, a mia madre Rosa Sgarabotto che ricordava benissimo come negli anni trenta il fondo della Caveggiara fosse stato rivestito di lastre di pietra. Al momento di scavare, dopo aver diligentemente abbattuto ogni olmo, ontano, pioppo, salice e moraro (gelso) presente lungo le rive, si accorsero che l’operazione non era fattibile e lasciarono tutto com’era (tranne ovviamente per gli alberi irreparabilmente estirpati). Tutta ‘sta storia, per dire che in un certo senso il sistema Astico-Tesina costituisce la spina dorsale, liquida, delle campagne vicentine, dalle Prealpi alla pianura vera e propria. Un corridoio naturale che dopo San Piero Intrigogna prosegue come Bacchiglione attraversando Padova e raggiungendo il mare (vedi le foci del Brenta, in realtà quelle antiche del Bacchiglione), i cui argini vengono ancora ancora utilizzati nelle transumanze verso i pascoli montani (per esempio da qualche pastore di Lumignano). Anche se da qualche decennio si va trasformando in un nastro di cemento e asfalto, circondato da caselli, aree industriali, basi militari e altre schifezze. Stando ai racconti di mia nonna Pina (da ragazza lavorò come mondina, sia a Grumolo che a Mossano), la lontra agli inizi del secolo scorso frequentava anche la zona delle Boche del Tesena. Lei la chiamava “sgora”, essere misterioso che trascinava in fondo al fiume i bambini discoli; forse una variante, più che della relativamente mite anguana, dell’aganis friulana. Fino ad un paio di decenni or sono, mi capitava di incontrare qualche anziano che si ricordava di mio nonno Augusto, un “obligato” (bracciante a giornata, contadino povero senza terra). Proprio in questo spicchio di terra retaggio delle bonifiche del 1300, aiutato da mio padre ancora bambino, el nono Gusto venne incaricato dal proprietario dell’abbattimento di alcuni morari e albare rimasti in parte ricoperti dal terrapieno del nuovo argine. Tutto “a man col pico, la baila e la cariola” racconta mio padre. In cambio del duro lavoro, ai miei familiari sarebbero toccate le rame alte e le soche estratte dal terreno. Il legname più pregiato, sia per lavori che per riscaldamento, quello del tronco e dei rami più grossi, ovviamente andava ai paroni. Per saperne di più sul “piccolo mondo antico” di San Piero, Deba e Casaleto suggerisco la lettura di “Mio padre partigiano” (un articolo pubblicato nel 2003) dove ho raccontato di un tentativo fascista di far ingurgitare a mio nonno l’olio di ricino (previa manganellatura di rito). La bieca operazione venne stroncata da mia nonna a colpi di forcone. Non fu invece altrettanto fortunato mio zio Attilio Fasolato (detto Tilio, come l’albero), operaio e sindacalista allo stabilimento Rossi di Debba. Oltre a subire l’ignobile umiliante violenza, restò quasi cieco da un occhio. Solo recentemente ho saputo che la stessa sorte era toccata anche ad un vicino dei miei, el scarparo Farinello, anche lui socialista. Costui trovò però il modo di vendicarsi. Fingendo di accettare umilmente la predica e le raccomandazioni per “comportarsi bene in futuro”, dopo il pestaggio acconsentì a offrir da bere alla squadraccia. Portò in tavola del cordiale a cui aveva aggiunto parecchie gocce di un forte lassativo. Ritornate a casa, le camicie nere dovettero immediatamente correre al cesso. All’intraprendente antifascista (in seguito ospite delle patrie galere) arrivò una lettera minacciosa che lo preavvertiva di una ulteriore visita non propriamente di cortesia. Ma i socialisti del luogo si organizzarono. Quando il camion della spedizione punitiva transitò per la Riviera Berica, i compagni vennero allertati, come era stato convenuto, dal suono delle campane di San Piero Intrigogna. Prontamente radunatisi, bloccarono la squadraccia all’altezza della Pontara tra Debba e San Piero e l’olio di ricino venne forzatamente ingerito dai componenti della squadraccia. Un piccolo gesto di resistenza di cui si era persa la memoria e che riscatta la popolazione locale, talvolta troppo umile e sottomessa al potere. E dopo quelli dei fascisti, sulla strada che da san Piero porta a Vicenza passando per Casale (all’epoca ancora strada bianca) passarono i camion statunitensi. Il mio primo incontro risale agli anni cinquanta. Abitavo a Casaletto, una contrada la cui parte più consistente era costituita dall’abitazione e dalle stalle dei Dalmaso, gli affittuari. In prossimità di un piccolo rilievo, el monteseo, recentemente devastato da alcune costruzioni e da un centro di addestramento per cani. I camion passavano sollevando la polvere e un nugolo di bambini correva loro incontro gridando “ciunga” (termine dialettale per indicare la gomma da masticare) mentre i soldati lanciavano sbrancà di chewing gum e qualche caramella. I ragazzini si accapigliavano rotolandosi per terra per strapparsi il misero bottino. Ricordo che me ne stavo appoggiato al portone e non partecipavo. Forse per timidezza, forse per dignità.In ogni caso provando vergogna per lo spettacolo “coloniale”. Tornando ai giorni nostri, a non più di 2-3cento metri dalla citata Pontara, troviamo gli storici ponti di Debba, sovrastati dalle case operaie e dallo stabilimento Rossi. Oltre a mia madre, vi lavorarono come operai quattro o cinque tra zii e zie. La sorella maggiore di mia madre, Marcella moglie di Tilio, vi entrò ragazzina, quando la fabbrica era ancora un canapificio (denominato canapificio Roi, risaliva all’800; poi linificio e infine cotonificio fino agli anni settanta). All’epoca del canapificio si lavorava immersi nell’acqua fredda corrente, con conseguenze ben immaginabili (gravi forme di reumatismi). Altre notizie storico-paesaggistiche sulla zona. A Debba, dove il Bacchiglione si divide in due rami, vanno segnalati il casello idraulico (l’abitazione del guardiano, nel dopoguerra un “compare” di mio nonno) e la conca di navigazione (costruita nel 1583) realizzata dalla famiglia veneziana dei Bonrizzo per consentire la risalita del fiume alle barche provenienti da Venezia. Senza dimenticare la briglia idraulica (conosciuta in paese come “le roste”, la cascata) e il mandracchio dove sostavano le barche in attesa del riempimento della conca (ancora identificabile la bricola di attracco).
Per finire, il ponte Geisler del 1885 con le travature reticolate in ghisa.
Questo per quanto riguarda Debba. Per san Piero Intrigogna, oltre alla chiesa e alcampanile risalenti all’anno Mille (e alla piazzetta che corrisponde alla curtis delle monache benedettine), degna di nota la settecentesca villa Rubini, opera presumibilmente del Bertotti Scamozzi e di cui conservo le foto con i pilastroni ancora ornati da due grandi vasi decorati (poi, prima quello di sinistra, successivamente anche quello di destra, asportati illegalmente).
Su una dei pilastroni si intravede ancora un’antica scritta risalente agli anni settanta: “Yankees go home!”.
Gianni Sartori
nota 1: senza naturalmente scordarsi della versione polemica dei Nativi: “This land is your land, but it once was my land,
Until we sold you Manhattan Island.
You pushed our Nations to the reservations;
This land was stolen by you from me.
Questa terra è la tua terra, ma un tempo era mia,
finché non ti abbiamo venduto l’isola di Manhattan.
Hai cacciato le nostre Nazioni nelle riserve,
questa terra tu la hai rubata a me”.
nota 2: https://centrostudidialogo.com/2017/02/21/i-campanili-di-rosa-sgarabotto-di-gianni-sartori/
#7NotePerUnaNuovaEuropa #EuskalHerria
#Catalunya #Memoria – LA BREVE ESTATE DI UN ANARCHICO CATALANO: SALVADOR PUIG ANTICH – di Gianni Sartori

Il garrote – lo strumento che la mattina del 2 marzo 1974 spezzò le vertebre cervicali di Salvador Puig Antich (“Metge”) ponendo fine in maniera ignobile alla sua breve vita di meccanico ma anche studente e guerrigliero – evocava fosche atmosfere da Santa Inquisizione ma in realtà era quasi contemporaneo della ghigliottina e ideato con i medesimi intenti: una morte rapida che evitasse al condannato sofferenze inutili. Da questo punto di vista si dimostrò molto al di sotto delle aspettative, diventando nell’immaginario collettivo un vero e proprio strumento di tortura.
Come Praga per Jan Palach nel 1968 e i quartieri cattolici di Belfast per Bobby Sands nel 1981, così tutta Barcellona reagì con rabbia a quella esecuzione, interpretata come un’aggressione all’intero popolo catalano oltre che l’ennesimo atto di barbarie del franchismo. Già poche ore dopo la diffusione della notizia, centinaia di persone scendevano in strada, nonostante il rischio di venire arrestati, per manifestare la propria indignazione. Era un giorno invernale, grigio e umido. Sfilarono per le Ramblas portando striscioni e bandiere o si riunirono nelle chiese per leggere comunicati di condanna per l’esecuzione del giovane militante libertario. Lo stesso accadeva nei vari quartieri popolari e nei paesi della cintura industriale, da Terrassa a Sabadell.
Salvador Puig Antich venne frettolosamente sepolto il giorno dopo nel cimitero di Montjuic. Qui si riunirono circa 500 persone a cui, con cariche e arresti, venne impedito di assistere alla tumulazione. Tra la folla molti ostentavano drappi rossi e rosso-neri. Dopo le cariche della polizia a cavallo l’intera zona rimase ricoperta degli innumerevoli fiori che i manifestanti avrebbero voluto deporre sulla tomba di Metge. L’ordine era di arrestare tutti coloro che portavano “fiori rossi”.
Va poi ricordato che anche in quei giorni di repressione particolarmente efferata da parte del regime, la Chiesa catalana mantenne il tradizionale ruolo di garante e portavoce della comunità popolare, restando nel contempo depositaria della lingua e della cultura nazionali contro ogni tentativo di estirparle.
A tale proposito Aureli Argemì, noto esponente del CIEMEN – ovvero “Centro Internazional Abat Escarré Minorie Etnique Nacionals” – mi aveva detto: «Storicamente il monastero di Montserrat è sempre stato (e durante il franchismo in modo particolare) una casa aperta a tutti i movimenti democratici del Paese. Molti esponenti del clero catalano, primo fra tutti l’abate Escarrè, presero posizione contro il franchismo, soprattutto sul fatto che il franchismo andava ostentando la bandiera del cattolicesimo a difesa della propria ideologia. Furono gli stessi sacerdoti a dichiarare pubblicamente che questo era un modo per nascondere tutto quello che di anticristiano faceva il regime. Ritengo inoltre che l’abate Escarrè sia stato l’esponente più importante del mondo della Chiesa a difendere i diritti dei catalani alla propria lingua, alla propria cultura, alla propria identità».
Ricordo che Aureli Argemì (l’ho conosciuto in Barcellona negli anni ottanta e poi rivisto in occasione di convegni e manifestazioni, l’ultima volta a Firenze nel novembre 2002) fu egli stesso monaco a Montserrat. Fu anche fondatore e segretario del CIEMEN.
Tornando al marzo 1974, restano assai significative le prese di posizione di alcuni religiosi. Il reverendo Mossén Pon Rovira non ebbe timore di affermare durante la predica che «come sacerdote e come uomo chiamo Cristo a testimone che è stata commessa una grande ingiustizia». La frase gli costò una quindicina di giorni di reclusione. Intervenne lo stesso vicario episcopale della Pastorale del Lavoro, Mossén Carreras. Durante una messa cui assistevano migliaia di persone dichiarò testualmente: «Il nostro fratello Salvador è morto giustiziato come Cristo».
Qualche vecchio antifranchista, all’epoca poco più che ventenne e poi approdato all’indipendentismo radicale, ricorda ancora la paura di quei giorni dedicati agli appuntamenti clandestini e alla distribuzione di manifesti, sfuggendo ai controlli e ai posti di blocco. Risale ad allora l’espulsione dall’Università di gran parte degli studenti di Barcellona e Valencia che avevano partecipato attivamente alle manifestazioni e agli scontri con la polizia del 4 marzo.
Invece all’Ospedale cittadino centinaia di medici e infermieri espressero la loro indignazione silenziosamente, portando attorno al braccio una fascia nera in segno di lutto.
Salvador Puig Antich quindi non fu solo «un morto catalano in più» ma una ferita che rimase aperta profondamente nel cuore di Barcellona per molti anni. Ogni 2 marzo la lapide 2737 veniva ricoperta da centinaia di fiori e il suo nome scandito nelle manifestazioni.
Il giovane era stato catturato il 25 settembre 1973 insieme a Xavier Garriga. Quest’ultimo, sfuggito alla condanna a morte, sembrò in seguito voler chiudere per sempre con un passato così carico di tristi ricordi. Tramite amicizie comuni avevo cercato, invano, di intervistarlo verso la fine degli anni ottanta. Non volli insistere più di tanto rispettandone la volontà, anche se con rammarico. Del resto sono convinto che quando lo riterrà giusto e opportuno scriverà quella storia in prima persona. Senza delegarne il compito ad altri.
La ricostruzione della dinamica dell’arresto, conclusosi con la morte di un ispettore, rivela come esistesse da parte della polizia la predeterminata volontà di uccidere Salvador; solo casualmente il colpo sparatogli da distanza ravvicinata si limitò a trapassargli la mandibola, invece della tempia.
La sua esecuzione divenne l’oggetto di una cinica transazione fra le varie componenti del regime. In pratica una vendetta per la recente morte di Carrero Blanco (il 20 dicembre 1973 per mano di Eta). In cambio, il nuovo capo del governo, Arias Navarro, ottenne l’appoggio politico dei settori oltranzisti. Anche in questo la vicenda di Salvador e le modalità della sua condanna a morte presentano una sorprendente e agghiacciante analogia con quella del poeta sudafricano Benjamin Moloise, assassinato dal regime dell’apartheid negli anni ottanta nel corso di una campagna elettorale.
Il gruppo di cui Puig Antich faceva parte si era denominato MIL (Movimento Iberico di Liberazione) e si autodefiniva come «una organizzazione non permanente». Nelle singole storie politiche dei suoi militanti si ritrova il comune denominatore di un radicale antiautoritarismo che li portò alla graduale ma sistematica rottura con partiti e sindacati dell’opposizione. In questo atteggiamento (oltre ad una certa dose di “estremismo infantile”) riemergeva una costante delle lotte operaie e popolari catalane: la tendenza all’autogestione e alla federazione tra gruppi autonomi, il rifiuto dello Stato, della centralizzazione e della burocrazia…
Quando, alla fine del 1971, Salvador si integra nel MIL ha 23 anni (questa è anche l’età media dei componenti) e alle spalle ha una militanza non indifferente nelle CCOO (Comissions Obreres) e nelle lotte del suo quartiere. Ripercorrendone oggi la storia – breve ma convulsa – i militanti del MIL sembrano quasi ossessionati dal bisogno di stampare, pubblicare libri e riviste, sia con materiali di loro produzione che traduzioni, ristampe ecc. I numerosi episodi di “autofinanziamento” (rapine alle banche, simbolo del Capitale nell’immaginario collettivo dei soggetti antagonisti, ma anche simbolo dell’Oligarchia finanziaria «espanyolitzadora») saranno sempre legati a precise “scadenze editoriali” (con circuiti non di vendita ma di distribuzione militante e clandestina) oltre che alla necessità di fornire un congruo sostegno finanziario alle lotte operaie che si svolgevano in condizioni spesso disperate. Non esiste comunque in Europa un altro esempio di gruppo guerrigliero altrettanto prolifico in campo editoriale in un arco di tempo tanto breve. Non a caso il loro primo esproprio è ai danni di una tipografia da cui vengono prelevate le attrezzature e i macchinari indispensabili ai loro progetti. Bisogna dire che l’uso della stampa non si limita a «rappresentare pubblicamente la coerenza politica delle azioni del MIL» ma voleva essere anche un valido strumento politico-culturale nei confronti della classe operaia. Quanto alle armi che si procurano sono, in genere, poco più che residuati bellici, gelosamente conservati dai fuoriusciti della FAI che avevano combattuto nella Resistenza francese. In parte vengono fornite anche dai sopravvissuti del gruppo di Sabaté (el Quico).
La prima rapina vera e propria venne realizzata nel settembre 1972 in una regione della “Catalogna profonda”, la Cerdanya, non lontano dalla frontiera. La zona (già frequentata dalla guerriglia antifranchista negli anni cinquanta) è montagnosa e i catalani la conoscono molto bene. In questa zona avvennero gli ultimi episodi di resistenza all’avanzata dei franchisti, nel ’39. Vi prese parte anche un giovanissimo Sabaté prima dell’internamento in Francia. Inoltre la località non è lontana dal “Pi de les Tres Branques”, l’albero dove annualmente si radunava l’indipendentismo radicale (e dove Terra Lliure rendeva onore ai suoi caduti). Il bottino venne immediatamente impiegato per pubblicare alcuni testi rivoluzionari. Dopo solo 15 giorni entra in circolazione (ovviamente clandestina) quella che probabilmente è l’esposizione più completa delle tesi politiche del MIL: «Sobre la agitacion armada» cui farà seguito «Capital y trabayo».
Il primo opuscolo rappresenta una critica precisa e motivata di qualsiasi tendenza militarista; secondo il MIL quei gruppi che teorizzano e praticano la «lotta armata militare» si collocano al di fuori della lotta di classe perché si considerano «avanguardia» e trovano in questo la giustificazione al loro operato. Diversamente – sosteneva il MIL – un nucleo di «agitazione armata» non considera la sua attività autosufficiente ma si colloca e si definisce all’interno della lotta di classe di cui è parte integrante. Questo gruppetto di militanti considerava le sue azioni armate come una esigenza tattica, organica al movimento operaio (almeno in quella determinata fase storica, in cui le lotte di tipo rivendicativo rivelavano i loro limiti sotto i colpi di una durissima repressione). Da queste considerazioni derivava la convinzione di dover dare «un aiuto concreto» (si definirono “grup d’aiut”) di essere cioè in grado sia di difendersi dagli attacchi del regime franchista che di fornire sostegno economico agli operai durante gli scioperi o in caso di arresti, licenziamenti ecc.
In conclusione i militanti del MIL ritenevano che, nella Catalunya degli anni settanta, fosse questa la forma di difesa possibile ed efficace, l’unica a poter essere autogestita dai diretti interessati, le classi subalterne, senza deleghe ai “militaristi”. Per loro queste posizioni rappresentavano esattamente il contrario di quanto veniva generalmente messo in pratica dalle avanguardie di vario genere che riducevano le lotte di massa a mera attività di sostegno alle loro organizzazioni politico-militari. Volendo si può cogliere in questo atteggiamento anche una critica implicita ad alcuni “eserciti di liberazione”.
Nonostante queste premesse teoriche, la pratica impose alcuni accomodamenti e, verso la fine del ’72, prese forma una certa collaborazione con gruppi di indipendentisti, fra cui i transfughi dal PSAN della cosiddetta OLLA (Organitzaciò de Lluita Armada). Oltre a rapporti personali e al confronto politico (con reciproci tentativi di proselitismo) si ebbe un notevole interscambio di documentazione e informazioni. Da registrare anche alcuni assalti congiunti alle banche. Le azioni venivano rivendicate con lanci di volantini durante e dopo. In alcuni casi anche prima…
In coincidenza con il tredicesimo anniversario della sua morte quelli del MIL, vollero riaffermare un costante riferimento alla figura leggendaria di Sabaté compiendo un “esproprio” a Badalona. Quasi contemporaneamente riuscirono ad avviare la più ambiziosa tra le loro iniziative editoriale, le Ediciones Mayo ‘37. La prima opera a essere pubblicata è un volume che raccoglie saggi e articoli dell’internazionalista (assassinato a Barcellona dagli stalinisti) Camillo Berneri. Seguirà «Guerra di classe 1937 – Guerra di classe 1973» in cui vengono documentate e analizzate le profonde analogie tra le posizioni del MIL e quelle degli anarcosindacalisti catalani che si erano opposti sia alla reazione franchista che alla controrivoluzione staliniana (“Guerra di classe” era stato il nome del giornale diretto da Camillo Berneri). Testuale dalla prefazione: «A partire dai fatti di Barcellona del maggio ’37 ogni tentativo rivoluzionario che non sappia essere fedele a questa esperienza è condannato alla pura e semplice inesistenza». Parole queste che in bocca a dei catalani suonano anche come un richiamo alla loro storia nazionale, una sorta di rivendicazione della propria identità. E questa identità (niente di “etnicista”, naturalmente) non si lega, nella coscienza collettiva, soltanto a quanto vi è di profondo, ancestrale (come la leggenda dei quattro segni rossi impressi dalla mano regale ricoperta del sangue di un cavaliere morente) ma anche a quanto opera, agisce, muta nel tempo storico, nelle contraddizioni e nelle lotte… si tratti delle donne di Barcellona cadute durante l’assedio del 1714 e tumulate nelle fosse comuni del Fossar (e ricordate con una cerimonia ogni 11 settembre) o dei comunardi dell’Alto Llobregat decisi, in pieno XX secolo, a lottare a morte per rivivere l’Età dell’Oro (forse il “Futuro Primitivo” di Zerzan?). Le une e gli altri costruendo – o affossando? – la Storia e rinnovando il Mito.
Sembra che anche il più dirompente e antitradizionale degli eventi, la Rivoluzione Sociale, venga ricordato e interpretato in un’ottica “catalana” (ossia libertaria, consiliare, autogestionaria e autogestita, federalista…) proprio nel momento in cui assume valori e valenze universali. Lottare per il superamento della “forma Stato” a favore dell’autorganizzazione totale delle classi subalterne deriva da una concezione del mondo non dissimile da quella di chi teorizza il superamento dello Stato-nazione per la autorganizzazione della comunità popolare nazionale.
Se qualcuno volesse in proposito confrontarsi con le posizioni di alcuni movimenti molto attivi negli anni ottanta (“Crida a la Solidaritat”, “Moviment d’Esquerra Nazionalista”…) potrebbe agevolmente individuare quale sia stato in tempi abbastanza recenti il punto d’arrivo di un percorso di reciproca contaminazione fra anarchismo catalano e lotte per l’autodeterminazione.
Tornando a quelli del MIL, l’aver individuato come principale avversario “il Capitale” (non solo il franchismo, non solo lo Stato spagnolo) ha impedito che le loro azioni assumessero il carattere talvolta indiscriminato di quelle di altri gruppi maggiormente caratterizzati in senso “etnico”.
FUMETTI COME ARMA IMPROPRIA
Il 2 marzo 1973 Puig Antich è in attesa con l’auto fuori del Banco Hispano-Americano del “passeig de Fabra i Puig”. Quando vede avvicinarsi alcuni poliziotti in borghese suona il clacson per avvisare i compagni all’interno della banca; l’episodio sarà ricordato, celebrato simbolicamente da centinaia di auto durante una manifestazione contro la condanna a morte. Nella sparatoria che ne deriva quelli del MIL escono dalla banca correndo a zig zag sotto il tiro incrociato della polizia, rinunciando volutamente a farsi scudo con ostaggi. Abbandonato il bottino, riescono a sfuggire all’inseguimento dopodiché la maggior parte dei militanti si rifugia a Tolosa dedicandosi completamente all’editoria. Nell’aprile del 1973 esce il primo numero della rivista CIA cioè “Conspiracion Internacional Anarquista”. Nell’editoriale, dedicato a un sommario bilancio della loro attività,c’è ancora un richiamo alle origini del MIL: alle prime Commissions Obreres e a tutto il movimento operaio antiautoritario e autonomo (anche se, riconoscono, le vicende successive hanno creato distanza fra le realtà di fabbrica e la guerriglia). Nell’interno ampio spazio è dedicato ai fumetti (alcuni in stile “Puzz” – quello di Max Capa – con evidenti contaminazioni situazioniste) e a un articolo commemorativo su Francisco Sabaté, “el Quico”.
Nell’estate 1973, mancando i fondi per stampare il 2° numero della rivista “CIA” (pur sapendo che il Gruppo Speciale anti-MIL è ormai sulle loro tracce) riprendono le attività di esproprio. Il 6 giugno viene assaltata una filiale del Banco di Bilbao, a Barcellona. Per la prima volta Salvador entra nella banca e non si limita a fare da autista. Dall’auto in corsa vengono lanciati volantini di rivendicazione, prima e dopo l’azione. Ormai i quotidiani parlano esplicitamente del carattere politico delle rapine compiute da un «grup de combat del moviment libertari». Il 19 giugno è la data del colpo più spettacolare (e proficuo) operato dal MIL: un bottino di 3.074.000 pesetas al Banco di Banesto. Nei volantini di rivendicazione viene precisato che il ricavato sarà destinato «als obreres sense feina», agli operai disoccupati. E così avviene.
E’ in questo periodo che una serie di contrattempi e incidenti dà inizio alla fine disgraziata del MIL. Salvador dimentica in un bar una borsa con una P-38 calibro special, due caricatori e tutti i suoi documenti (falsi e autentici) con le relative fotografie. Contemporaneamente si aggrega al gruppo un ambiguo personaggio detto “el legionario” che in seguito sparirà con 1.300.000 pesetas. Temendo una delazione viene proposto di eliminarlo ma Salvador si oppone a queste misure e lo cerca per parlargli e convincerlo. Val la pena di ricordare che in analoghe circostanze anche Durruti e Sabaté si comportarono nello stesso modo perché «chi tradisce tradisce sempre e solo se stesso. Non farsi giudice è il solo modo per prevenire la nascita dei giuda».
Intanto si fa sempre più strada la spiacevole sensazione dell’isolamento. In una riunione tenuta in Francia nell’agosto 1973 riconoscono onestamente che la maggior parte dei lavoratori è piuttosto critica nei loro confronti e contraria alle “forzature” operate dal MIL rispetto alla dinamica delle lotte. Questo conferma che negli ultimi mesi il sostegno politico è venuto a mancare e che rischiano di estraniarsi ulteriormente dalla realtà quotidiana delle fabbriche, di ridursi a rapinare per sopravvivere anche quando sono ormai venute meno le condizioni della loro «propaganda con i fatti». Da queste premesse e dal dibattito successivo deriva la scelta lucida e irreversibile di «autodisoluciòn» (autoscioglimento). Il manifesto di “Autodisoluciòn de la organizaciòn politico-militar dicha MIL” viene pubblicato integralmente sul secondo numero della rivista “CIA” (al solito in compagnia di provocatori fumetti). Il documento consiste in un ripasso delle lotte del movimento operaio dal 1848 agli anni settanta del ‘900, con annessa critica al riformismo e opportunismo di partiti e sindacati. Vengono elencati gli episodi che, secondo il MIL, avevano rappresentato il «risorgimento rivoluzionario» a livello planetario degli anni sessanta (maggio ’68, scioperi selvaggi in Europa e America…) e nella penisola iberica in particolare (nascita delle Commissioni Operaie, scioperi nelle miniere asturiane, lotte alla Seat e alla Harry Walker…).
Quanto al MIL, si sostiene che è nato come «gruppo specifico» (vedi la FAI negli anni trenta) di sostegno alle lotte radicali del movimento. Solo in seguito – precisano – erano sorti «rapporti stabili con i gruppi di matrice nazionalitaria e indipendentista, rischiando forse di perdere di vista le prospettive iniziali».
Nelle conclusioni si richiamano esplicitamente ai “Grups Autonoms de Combat” come «autentici organismi di azione rivoluzionaria, autonoma e autogestita» che hanno saputo «porre una netta discriminazione tra loro e il riformismo».
I GIORNI DELLA FINE
Nel settembre 1973 Salvador Puig Antich torna a Barcellona e coerentemente rifiuta di prendere parte ad altre rapine su proposta di alcuni membri irriducibili (o forse già sbandati) probabilmente gli stessi che in seguito daranno vita ad una formazione denominata GARI. Da quel momento prende inizio una serie impressionante di arresti da parte del “Gruppo speciale per la disarticolazione del MIL”. Vengono arrestati alcuni esponenti marginali e persone con legami affettivi che, sottoposti a duri interrogatori e torturati, forniscono alla polizia nuovi elementi sulla struttura del MIL. Negli ultimi giorni di libertà, Salvador si preoccupa di contattare avvocati per la difesa dei compagni arrestati e si incontra con alcuni esponenti dell’indipendentismo radicale che gli propongono di integrarsi nel loro gruppo. Ma il cerchio continua a stringersi e il 25 settembre 1973 avviene il tragico arresto nel corso del quale muore il vice ispettore di polizia Anguas Barragan e si compie il destino di Salvador Puig Antich.
Quando venne portato all’ospedale, Salvador presentava due vistose ferite da arma da fuoco: una alla mandibola e una (con due fori) alla spalla. Si trovava inoltre in stato di commozione cerebrale per i numerosi colpi inferti dai poliziotti. Intanto la polizia diffondeva comunicati alla stampa con l’obbligo tassativo di pubblicarli. Secondo questi comunicati ufficiali il giovane libertario risultava l’unico responsabile della morte del “policia”, nonostante la dinamica fosse poco chiara; anche l’autopsia venne effettuata in un commissariato e non all’Istituto di Anatomia. Gli ex militanti del MIL e gli indipendentisti dell’OLLA (in cui forse Salvador pensava di integrarsi) stavano cercando freneticamente di organizzare la liberazione del compagno dall’ospedale. Informato di questo dall’avvocato Oriol Arau, Salvador si oppose perché l’azione avrebbe sicuramente comportato rischi gravissimi per il gruppo incaricato di eseguirla.
Venne poi trasferito al “Modelo” (carcere fondato nel 1888 e abituale recapito di molti rivoluzionari catalani) con addosso ancora i segni delle ferite. Non poteva mangiare e parlava con estrema difficoltà. Finì naturalmente nel quinto braccio, quello dei prigionieri politici (anche se questi ufficialmente non esistevano).
A farsi immediatamente carico della difesa di Salvador sono il giovane avvocato Oriol Arau e, in seguito, lo stesso presidente della “Académia de legislaciò i Jurisprudéncia de Catalunya”, Francesc D’Assis Condomines Valls. Cominciano intanto a mobilitarsi le varie associazioni antifranchiste, innanzitutto quelle di maggiore affinità ideologica con il prigioniero: il Coordinamento dei gruppi libertari, gli “Estudiants Llibertaris de Catalunya”, il “Comité Libertari Antirepressio” e naturalmente i “Grups Autonoms de Combat”. Gli indipendentisti dell’OLLA e ciò che resta del MIL organizzano un Comitato di Solidarietà che riesce a distribuire clandestinamente 5000 copie di un dossier in cui si rivendica la condizione di «Prigionieri Politici» degli arrestati. Pur non condividendo l’ideologia del MIL interviene anche la più prestigiosa organizzazione del dissenso catalano: la “Comissio de Solidaritat pro presos politics” che dal 1969 riunisce cristiani, progressisti, nazionalisti, sindacalisti ecc e che rappresenta la prima manifestazione di quella che sarà l’Assemblea di Catalunya.
Il 26 novembre 1973 Salvador viene ufficialmente informato che contro di lui venivano richieste ben due condanne a morte. Immediatamente Barcellona si ricopre di manifesti in catalano con la sua foto e la didascalia «Militante rivoluzionario in pericolo di morte». Contro l’esecuzione intervengono duramente anche la “Coordinadora delle CCOO Metallurgiche”, le CCOO della Seat, la LCR, il PSAN…
Fino al 20 dicembre 1973 era opinione diffusa che il regime invece di eseguire le condanne avrebbe concesso l’indulto. Ma dopo l’uccisione da parte di ETA del presidente del governo, Carrero Blanco, si comprese che ormai la vita di Salvador era appesa ad un filo.
Il 4 gennaio 1974 a Barcellona esplode la prima bomba contro la convocazione del Consiglio di Guerra, riunito nella “Sala di Justicia del Govern Militar”, nei pressi della Porta de la Pau. Altre ne esploderanno nei giorni seguenti. Migliaia di firme vengono raccolte per una richiesta di sospensione della pena capitale da inviare al presidente del governo. L’8 gennaio inizia il processo contro Salvador e gli altri compagni arrestati nella sede del Governo Militare. Viene accordata l’udienza pubblica e la sala si riempie di un centinaio di giovani, mentre la maggior parte deve restarsene fuori. I due episodi contestati a Salvador sono: l’assalto del 2 marzo 1973 al Banco Hispano-Americano al “passeig de Fabra i Puig” (quasi simbolicamente Salvador verrà giustiziato a un anno esatto di distanza, il 2 marzo 1974) e la morte del poliziotto avvenuta la sera del 25 settembre 1973. Salvador ammette di aver fatto fuoco in quest’ultima circostanza ma alla cieca, a caso. Non era in grado di prendere la mira anche perché era stato ripetutamente colpito alla testa dai poliziotti col calcio delle pistole (percosse che gli avevano procurato la commozione cerebrale diagnosticata all’ospedale). La difesa afferma che il colpo era partito casualmente durante la rissa fra il giovane e i cinque poliziotti in borghese che cercavano di arrestarlo, senza mandato e senza nemmeno essersi qualificati. Quando Salvador era a terra, ferito, uno dei poliziotti si era avvicinato e aveva esploso da brevissima distanza due colpi (uno alla testa e uno alla spalla) con il chiaro intento di ucciderlo. Solo per caso il colpo che doveva essere mortale si era limitato a fracassargli la mandibola, Da parte sua l’accusa sostiene che i reati sono aggravati dal fatto che l’organizzazione MIL avrebbe «attentato contro l’unità della patria, l’integrità dei suoi territori e contro l’ordine costituito». Entrambi i reati vengono considerati «delitti di terrorismo» e sottoposti agli articoli del Codice di Giustizia Militare. Invano la difesa si aggrappa alla comprovata inconsistenza del MIL come organizzazione specificatamente terrorista dato che non aveva sede, gerarchia interna e nemmeno un ambito territoriale specifico. Cerca di dimostrare che le attività erano episodiche, occasionali. Lo scopo della difesa è far rientrare le azioni del MIL nell’ambito della giurisdizione ordinaria che non avrebbe comportato la condanna a morte. La sorte di Salvador viene decisa rapidamente: trent’anni per la rapina e condanna a morte per l’uccisione di Anguas.
Parrocchie di ogni parte della Catalunya, facoltà universitarie, gruppi umanitari, associazioni professionali chiedono pubblicamente al capo dello Stato la commutazione della pena.
Ha inizio una serie quasi quotidiana di manifestazioni per strappare al boia il militante libertario.
9 gennaio: manifestazione del PSAN e del FNC a Barcellona.
10 gennaio: manifestazione delle CCOO.
11 gennaio: altre manifestazioni a Barcellona e a Terrassa, nei quartieri tradizionalmente legati al movimento anarchico.
12 gennaio: l’Assemblea de Catalunya denuncia tramite i suoi rappresentanti la volontà del regime di assassinare Salvador che viene paragonato a Grimau, fucilato il 20 aprile 1963.
Duemila studenti universitari sfilano in silenzio per le vie della capitale catalana con bracciali neri. In tutti i “Paisos Catalans” vengono brutalmente impediti conferenze e dibattiti sulla pena di morte mentre Barcellona viene letteralmente ricoperta di scritte «Salvem Puig Antich». Anche il Comitato di Solidarietà con i prigionieri del MIL decide di passare all’azione e all’alba dell’11 gennaio una esplosione sveglia bruscamente gli abitanti di alcuni quartieri popolari di Barcellona (Pedralbes, Sants, les Corts…). L’attentato è rivolto contro un monumento franchista già colpito l’anno precedente dal FAC (Front d’Alliberament Català). Manifestazioni si svolgono anche all’Università di Bilbao, a Parigi e in Occitania dove viene assalito il consolato spagnolo.
A Bruxelles vengono occupati gli uffici della Iberia; a Strasburgo l’abitazione del console spagnolo. Verso la metà di gennaio si svolge, con partenza da San Cugat, una manifestazione particolarmente simbolica: centinaia di auto che espongono drappi neri procedono incolonnate verso Barcellona. Giunte a “Fabra i Puig” bloccano la strada e suonano ripetutamente i clacson in ricordo del gesto compiuto da Salvador il 2 marzo del 1973. Toni, un compagno di origine castigliana ben integrato in Catalunya, che vi prese parte racconta che «non si sono più viste tante bandiere nere a lutto in Barcellona». E poi aggiunge con amarezza: «Almeno fino all’Hipercor».
L’imminenza dell’esecuzione esaspera i sentimenti di ogni settore della società catalana, ognuno dei quali reagisce con i mezzi e i modi che gli sono congeniali. Si moltiplicano le petizioni e i telegrammi che chiedono clemenza; si registrano nuove manifestazioni e altri attentati.
EPILOGO: LA LUCE CHE SI SPENSE
Il primo marzo 1974 il Consiglio dei ministri, presieduto dallo stesso Franco, confermò la condanna a morte per Salvador Puig Antich e per un presunto «apolide di origine polacca» chiamato Heinz Chez (solo recentemente si è scoperto che in realtà era un tedesco fuggito dalla Germania dell’Est e che viveva sotto falso nome) responsabile della morte di un Guardia civil.
“Policia armada”, G. C. e Brigata Sociale vennero dislocate in modo da far fronte alla reazione popolare. In tutti i punti strategici di Barcellona vennero predisposti dispositivi di sicurezza e i soldati restarono consegnati nelle caserme. Salvador venne prelevato dalla sua cella (dove dormiva già vestito) e condotto davanti al giudice istruttore che gli notificò la sentenza definitiva («e in quel preciso istante saltò la luce lasciando la stanza completamente al buio per alcuni minuti»). Il condannato trascorse poi tutta la notte in una cella denominata “la cappella”, sorvegliato costantemente in attesa del trascorre delle dodici ore rituali.
Intanto Oriol Arau (con la collaborazione di Marc Palmés, l’avvocato catalano che l’anno seguente avrebbe difeso il militante di ETA “Txiki”) tentava disperatamente, ma inutilmente, di guadagnare tempo. Al loro ultimo incontro Salvador cercò di far coraggio alle sorelle in lacrime. Durante la notte scrisse tre lettere, in catalano. Quella per il fratello era intestata con un verso di Ferrè: «Je vais mettre en chanson la tristesse du vent». Anche un estremo tentativo dell’abate di Montserrat di ottenere clemenza andò incontro a un completo fallimento. Qualcuno vicino alla famiglia mi ha raccontato che, mentre la conversazione tra Salvador e le sorelle languiva, un militare gridò loro di procurarsi un lenzuolo altrimenti l’avrebbero gettato in una fossa comune, come ai tempi delle Sacas (le fucilazioni indiscriminate dei prigionieri repubblicani durante e dopo la Guerra Civile).
Non posso fare a meno di cogliere la coincidenza: la stessa minaccia, quasi con le medesime parole, venne proferita nei confronti della madre di Patsy O’Hara, durante lo sciopero della fame che lo portò alla morte nel 1981, in Irlanda del Nord.
Alle nove del mattino del 2 marzo 1974 le sorelle vennero allontanate insieme all’avvocato Oriol Arau. Resteranno davanti al carcere ad attendere l’uscita del furgone mortuario scortato dalla polizia. Lungo il breve suo ultimo percorso, Salvador dovette passare in mezzo a due cordoni della Brigata Sociale, ammanettato. Camminò da solo apostrofandoli e chiedendo se fossero stati pagati bene per quel «lavoro straordinario». Infine, verso le 9 e 40, il boia fissò l’anello di ferro del garrote attorno al collo di “Metge”.
Noi non lo abbiamo mai dimenticato.
Gianni Sartori
#7NotePerUnaNuovaEuropa #Catalunya #SalvadorPuigAntich
#Kurdistan #Repressione – ROJAVA: ANCHE I CRISTIANI SIRIACI NEL MIRINO DI ANKARA – di Gianni Sartori

Si percepisce un leggero odor di vittimismo e di ipocrisia nel lamento di alcune agenzie cattoliche per il recente attacco con droni nel nord-est della Siria (Rojava) costato la vita a tre miliziani (ossia esponenti di una milizia armata per l’autodifesa) di Syriac Security Office (conosciuta anche come polizia Sutoro) e di un civile. Tutti cristiani siriaci. Sostenendo che “da anni Ankara compie raid mirati contro gruppi combattenti curdi in Siria e Iraq, finendo per coinvolgere anche le popolazioni cristiane” si vorrebbe – forse? – far intendere che i “cristiani” sono soltanto agnelli sacrificali di una guerra tra gruppi armati, usi alla violenza. Ossia, in sintesi: tra l’esercito turco – e i suoi ascari jihadisti, ricordiamo – e le milizie curde (ma anche arabe, armene, turcomanne…).
“Vittime del fuoco incrociato tra Turchia e Pkk” si sosteneva tempo fa parlando dei cristiani siriaci dell’Iraq. Dimenticando che se in Bashur (Kurdistan entro i confini iracheni) e in Rojava (Kurdistan entro i confini siriani) esiste ancora qualche cristiano in circolazione (non solo i siriaci, ma anche gli armeni…) è soltanto grazie ai combattenti curdi che ne hanno impedito lo sterminio totale da parte di Isis & C. E che – avendo appreso la lezione – anche i cristiani siriaci, come gli armeni, si sono autorganizzati per difendersi combattendo a fianco dei combattenti curdi in quella che di fatto è ormai una consolidata alleanza multietnica, le Forze Democratiche Siriane (FDS). Probabilmente uno dei periodi peggiori (se non il peggiore in assoluto) per la comunità cristiana e per le altre minoranze è coinciso con la seconda guerra del Golfo (iniziata nel marzo 2003) e l’avvento dello Stato islamico. Quando le persecuzioni operate dalle milizie jihadiste si sono inasprite (rapimenti, saccheggi, esecuzioni…).
In seguito, con la sconfitta dell’Isis, la situazione sembrava dover migliorare. Ma dal 2020 si è fatta nuovamente critica con la ripresa delle operazioni militari di Ankara contro il PKK in territorio iracheno. Sia impedendo il ritorno di chi era fuggito per timore dell’Isis, sia causando l’evacuazione di molti villaggi (almeno nove su undici solo nella provincia di Zakho).
Tornando ai nostri giorni e riepilogando: mercoledì mattina 28 febbraio i droni turchi colpivano quattro veicoli nei pressi della città di Dêrik provocando appunto la morte di quattro persone e il ferimento di altre due. Va ricordato che nel corso degli ultimi anni gli attacchi aerei mirati contro la regione autonoma si sono intensificati di mese in mese. Oltre settanta soltanto dall’inizio dell’anno, stando a quanto ha documentato il Centro di Informazione del Rojava (CIC). In particolare dal 12 al 15 gennaio 2024 venivano bombardate sistematicamente (sia con droni che con aerei) le infrastrutture vitali e le installazioni indispensabili per la popolazione (magazzini e silos di generi alimentari, centrali elettriche, ospedali e ambulatori…). Con più di una cinquantina di località colpite. Da ottobre 2023 questa è stata la terza “offensiva aerea” di ampia portata contro il Rojava.
Un mese dopo, domenica 11 febbraio, venivano assassinate due comandanti delle Unità di Protezione delle Donne (YPJ), Sorxwîn Rojhilat (38 anni, già ferita gravemente nella battaglia di Kobane contro l’Isis e coordinatrice della Federazione dei mutilati di guerra) e Azadî Dêrik (40 anni, attiva fin dall’inizio della rivoluzione in Rojava e responsabile del Coordinamento dei progetti di aiuto internazionale a sostegno dei feriti e handicappati a causa della guerra). Il giorno successivo, 12 febbraio, un altro drone aveva ucciso una persona a Qamishlo.
L’anno scorso gli attacchi operati da Ankara con i droni sono stati circa 200 e hanno causato la morte di 105 persone (tra cui 31 civili) oltre al ferimento di oltre 120 (tra cui una sessantina di civili).
Secondo le YPJ tali attacchi avevano oggettivamente la funzione di dare supporto allo Stato Islamico che nel 2023 aveva visto calare notevolmente la propria capacità operativa sia in Siria (con “soltanto” 112 attacchi contro i 292 dell’anno precedente) che in Iraq (con 141 attacchi nel 2023 contro gli oltre 400 del 2022). Inoltre, terrorizzando e affamando la popolazione, si vorrebbe scacciarla definitivamente dalla propria terra.
Gianni Sartori
