Dialogo Euroregionalista – anno VII – numero IV

Verrà consegnato nei prossimi giorni agli associati per l’anno 2023 il quarto numero dell’anno 2023 di #DialogoEuroregionalista, il trimestrale edito da Centro Studi Dialogo.

Hanno collaborato al numero: Lancelot, Gianluca Marchi , Marcel A. Farinelli , Frédéric Bertocchini , John Dorney , Néstor Rego , Joseba Alvarez e Gianni Sartori.

La rivista verrà presentata in contemporanea su Facebook, Twitter, YouTube e su questo Blog durante un #IncontroSulWeb che si svolgerà il prossimo venerdì 12 gennaio alle ore 18.

#Africa #Sahara – NIENTE DI BUONO PER I SAHARAWI NEL 2024 – di Gianni Sartori

Per ora l’ultima notizia riguarda gli attacchi dell’aviazione marocchina del 2 gennaio 2024 alla frontiera tra Sahara Occidentale e Mauritania. I droni avrebbero colpito alcuni veicoli che trasportavano civili. Il primo attacco era avvenuto nei pressi della città di Mijek dove – in una miniera aurifera – lavorano centinaia di persone (sia saharawi che mauritani).

Sia in questo che nel secondo episodio, due ore dopo e nella stessa località, non ci sarebbero state vittime, ma soltanto danni materiali.

Attualmente il Marocco dispone di centinaia di droni di fabbricazione sia statunitense (Sea Gardian, Predator) che israeliana (Theron Harfang, Hermes), cinese (Wing Loon) e turca (Bayraktar).

Ormai sommerso dalle sabbie l’accordo di pace (promosso dall’ONU e all’epoca considerato “storico”) del 30 ottobre 1988 tra Rabat e Polisario. Propedeutico, almeno in teoria, a un referendum sull’autodeterminazione. Approvato definitivamente in sede onusiana nel 1991, consentiva nel settembre dello stesso anno – con l’invio dei caschi blu – di approdare a un – per quanto precario – “cessate il fuoco”.

Ma – come ricordava meno di un anno fa su “Nigrizia” Francesco Bastagli (Senior Advisor, ISPI e Assistente del Segretario Generale dell’ONU nel 2005-2006): “Nonostante il piano che prevede il referendum per l’autodeterminazione risalga al 1988, il Consiglio di sicurezza non ha mai voluto obbligare il Marocco a indirlo. In seno al Consiglio ci sono membri come Francia e Usa che non vogliono premere su Rabat”.

In compenso, mentre i saharawi venivano abbandonati a se stessi, miglioravano sensibilmente i rapporti tra Marocco e Israele. Risaliva all’estate scorsa la prima visita ufficiale di un presidente della Knesset (Amir Ohana, membro del Likud) a Rabat, invitato dal suo omologo Rachid Talbi El Alami. Visita che faceva seguito quella del ministro israeliano dei trasporti Miri Regev.

Un processo di normalizzazione quello tra Rabat e Tel Aviv fortemente auspicato dagli USA nel quadro degli accordi di Abramo (con la contropartita del riconoscimento da parte di Washington della sovranità marocchina sul Sahara occidentale).

A rischiare di interrompere l’idillio era però intervenuta la crisi dell’ottobre 2023. Con l’attacco brutale (criminale, indecente per un movimento che si definisce di liberazione) portato dalle milizie palestinesi (Hamas, Jihad islamica…) contro la popolazione israeliana. E la successiva, devastante (e non meno indecente), operazione militare su Gaza. Ormai ampiamente oltre le ventimila vittime, in maggioranza civili (donne e bambini soprattutto).

Del resto la guerra in corso ha determinato una divisione interna anche tra i paesi del continente africano. Mentre alcuni si sono comunque schierati a fianco di Israele (Ghana, Kenya, Zambia, Repubblica Democratica del Congo…) altri sembrano propendere – con un presa di posizione anticolonialista – per i palestinesi. In particolare il Sudafrica (che accusa apertamente Israele di genocidio), l’Algeria, la Tunisia e appunto – se pur più cautamente -il Marocco. Il cui governo non può non tener conto delle simpatie per la causa palestinese diffusa nel Paese.

Nel frattempo si erano svolte (in sette regioni del Marocco: Tiznit, Agadir, Tafnit, Mahbas, Tan-tan, Kenitra e Ben Guerir) le esercitazioni militari denominate“Leone d’Africa”. Di cui la prima edizione risaliva al 2007, fino a quella del 2023, la 19°.

I circa ottomila soldati partecipanti provenivano da 18 diversi Paesi, sia africani che”occidentali”. Presenti per la prima volta anche una dozzina di israeliani. Non casualmente membri del corpo di fanteria d’élite Golani Reconnaissance Battalion. In genere operativo nei territori palestinesi occupati.

Un tassello significativo è stato infine portato dal riconoscimento (già implicito negli accordi di Abramo) da parte di Israele della sovranità marocchina sui territori del Sahara Occidentale (nelle cosiddette “province meridionali”). Con l’ipotesi – addirittura – di aprire un consolato israeliano a Dakhla (città dei territori occupati dal Marocco).

Al momento i paesi europei che riconoscono la sovranità del Marocco nel Sahara Occidentale sono già una quindicina (tra cui Spagna, Paesi Bassi, Germania, Svizzera…). Una trentina quelli arabi e africani.

E pazienza per le legittime aspirazioni dei nativi.

Gianni Sartori

#Turchia #Iran – DISSIDENTI CURDI E IRANIANI RISCHIANO L’ESTRADIZIONE – di Gianni Sartori

In questi primi giorni del 2024 nuvole oscure si addensano su molti dissidenti curdi e iraniani (militanti politici, esponenti della società civile…) che si erano illusi di trovare rifugio in Turchia. Rischiano di venire espulsi o – peggio – direttamente e forzatamente estradati nella Repubblica Islamica.

Questa spada di Damocle al momento sovrasta il futuro soprattutto di alcuni: Amir Kahrizi, Abdollah Sabz, Nasser Kamangar, Gholamreza Khajavi, Shogar Mohammadi, Hossein Menbari, Arezoo Molanaei, Ali Gholilou (Qoliloo), Zanyar Aziznejad, Mahshid Nazemi e Sasan Rezaei.

Esprimendo preoccupazione per la loro sorte qualora venissero consegnati a Teheran, Hadi Ghaemi, direttore del Centro per i diritti umani in Iran (https://iranhumanrights.org/), ha rivolto un appello alla comunità internazionale affinché non vengano riportati nelle grinfie di un regime noto per lo  scarso rispetto dei diritti umani e per un sistema giudiziario quanto meno poco imparziale nei confronti degli oppositori.

In Iran queste persone corrono il rischio – concreto – di venir sottoposte a tortura e di subire condanne arbitrarie, farlocche,  in nome della “sicurezza nazionale”:

A suo avviso “il governo turco dovrebbe sospendere tali espulsioni” e – inoltre – “l’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati (HCR) e l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani (HCDH) dovrebbero proteggerli”.

Stando alle informazioni in possesso del CHRI un dissidente, Shahriar Baratinia, sarebbe già stato espulso e sottoposto a un processo poco regolare (“opaco”) con giudici subalterni alle direttive dei Servizi. Con accuse costruite ad arte in base ad alcuni messaggi pubblicati dall’accusato su Innstagram con cui criticava in maniera pacata (“pacifica”) le politiche del governo iraniano.

Molto probabilmente gli appelli del CHRI (così come la richiesta di scarcerazione immediata per Shahriar Baratinia rivolta alle autorità iraniane),  sono destinati a cadere nel vuoto.

Soprattutto quelli al governo turco, dato che appare evidente come sia Ankara che Teheran mettono regolarmente da parte i loro contenziosi quando si tratta di reprimere la dissidenza, quella curda in particolare.

Gianni Sartori

#Kurds #Rojava – ANCHE NEL 2024 PREVISIONI PESSIME PER AIN ISSA E PER AFRIN NUOVAMENTE SOTTO ATTACCO TURCO – di Gianni Sartori

fonte immagine Delil Souleiman – AFP

Poco da festeggiare per i curdi negli ultimi giorni del 2023. 

A conclusione di un anno particolarmente gravato dagli attacchi (una guerra di usura, per quanto eufemisticamente definita “low intensity warfare”, comunque di “lunga durata” e di cui non si intravede la conclusione) contro le aree autonome nel nord e nell’est della Siria, l’esercito turco (sempre in buona compagnia dei suoi ascari jihadisti) aveva nuovamente bombardato insediamenti, abitazioni e infrastrutture di Aïn Issa. In modo particolare (il 25 dicembre) nei pressi della strada M4, una via di transito essenziale per la regione. Colpiti in maniera pesante i villaggi di Xalidiyê, Hoşan e Mestûra (a ovest di Aïn Issa). 

Altrove (verso est) sono stati danneggiati, oltre ad alcuni ponti, i silos per il grano. 

Obiettivo degli attacchi anche altri villaggi (Xerbet Şealê, Şewarxa…) nel distretto di Shera (Afrin). 

Come sempre un buon numero delle vittime risultano essere civili.

In quanto “punto strategico” per le regioni autonome dell’Eufrate e di Cizîr, dal 2019 Aïn Issa ha assunto – suo malgrado – il ruolo di obiettivo privilegiato delle operazioni militari di Ankara in Siria.

Finora nei suoi ricorrenti attacchi contro il Rojava, la Turchia ha adottato una strategia di sistematici bombardamenti.

Per colpire preferibilmente i luoghi preposti all’amministrazione, alla difesa, all’economia e alle cure sanitarie delle regioni autonome.  

Nel 2023 in totale gli attacchi registrati sono stati 798.

Di cui 578 con armi pesanti (soprattutto colpi di artiglieria) e 103 con l’aviazione (sia caccia-bombardieri che droni).

Altri 25 con armi leggere (vedi in particolare i franchi tiratori, volgarmente “cecchini”) e almeno due con utilizzo di mine.

I morti confermati sono stati 173 (una quindicina i feriti) tra le forze di difesa del Rojava e 39 (almeno un’ottantina i feriti) tra i civili.

Come già segnalato, ad essere maggiormente colpite sono state tutte quelle infrastrutture che risultano indispensabili per la sopravvivenza stessa della popolazione. Si tratta di installazioni petrolifere (colpite nel 2023 una mezza dozzina), centrali elettriche (sette), stazioni di purificazione e distribuzione dell’acqua (cinque). Oltre a scuole, ospedali (compreso il centro medico per la dialisi di Qamishlo), sedi di uffici amministrativi…

E’ ormai evidente che – dopo l’entusiasmo (fittizio, strumentale…?) per la liberazione di Kobanê dall’Isis (e quello più modesto, di generica indignazione, per l’attacco contro Afrin nel 2018) – sul Rojava e la lotta per l’autodeterminazione e l’autogoverno dei curdi è sceso un velo poco pietoso di sostanziale indifferenza (diciamo di “sospensione”).

Appare invece scontato che – per quanto “a bassa intensità”- tali operazioni militari rendono incerto il futuro, la sopravvivenza del Confederalismo democratico nel Rojava.

Con il “cessate-il-fuoco” decretato (almeno formalmente) il 17 ottobre 2019 venivano sospesi gli attacchi in grande stile della Turchia contro il Rojava. Ma in realtà l’aggressione non era mai rientrata. Non solo in Rojava, ma anche in Iraq.

Secondo alcuni analisti alla “guerra a bassa intensità” ora verrebbero associate anche la “guerra ibrida” (hybrid warfare) e la “guerra combinata” (compound warfare). 

In soldoni, una strategia che accanto alle operazioni militari tradizionali (in parte ridotte) ne pianifica altre (da un certo punto di vista di marca terroristica) come omicidi mirati, omicidi settari, esecuzione extragiudizali, rapimenti e sequestri di persona, incendi dei raccolti, attentati commissionati a squadre prezzolate, provocazioni di vario genere e spostamenti forzati della popolazione.

Oltre naturalmente all’uso sovrabbondante dei droni.

Per esempio già nelle prime sei settimane successive al “cessate-il-fuoco” (ottobre 2019) si contavano una miriade di azioni ostili di vario genere. Ben 143 incursioni armate, 42 bombardamenti con i droni e 147 bombardamenti con artiglieria. Col risultato (sempre nelle prime sei settimane di presunta “tregua”) dell’avvenuta occupazione di una novantina di località, l’uccisione di almeno un centinaio di persone e oltre sessantamila sfollati.

E grazie al cazzo che era stato decretato il “cessate-il-fuoco”, vien da dire!

Questa la strategia di Ankara che comunque non esita a rilanciare offensive in grande stile (come nel 2022) quando lo ritiene opportuno.

Qualcosa del genere (se non di peggio, vedi l’uso di armi chimiche) avviene anche in alcune aree curde dell’Iraq, in particolare nella zona dei Monti Qandil.

Dove ugualmente – grazie alla presenza della guerriglia curda – si sono realizzate forme di autogestione popolare (vedi nel campo per rifugiati di Makhmour e nella regione abitata dagli Ezidi di Shengal…).

Un breve ripasso. Risalgono al 20 gennaio 2018 i primi attacchi indiscriminati degli aerei turchi contro un centinaio di obiettivi di Afrin. Segnale di avvio della brutale invasione cinicamente denominata “Ramoscello d’Ulivo”.

Il 15 marzo le milizie al servizio di Ankara circondavano la città sottoponendola a bombardamenti di artiglieria e gli aerei colpivano l’unico ospedale funzionante (uccidendo per l’occasione una quindicina di civili). Mentre la maggior parte dei civili abbandonavano la città (lasciando sul terreno oltre 500 vittime dei bombardamenti) , anche le FDS (Forze Democratiche Siriane) si vedevano costrette a ritirarsi. Da allora vi imperversa la boria prepotente degli occupanti invasori. 

E con il 2024 le cose non sembrano dover cambiare se non in peggio. Già il 1 gennaio si registrava il sequestro di un’intera famiglia (quattro persone: Delîl Hebeş, la moglie Ferîde Îbrahîm e i loro due figli) da parte dei mercenari di Ankara. Per la cronaca, stando ai dati forniti dal centro di Documentazione dei Crimini,solo nel cantone di Afrin nel 2023 le forze di occupazione avrebbero rapito almeno 435 persone.

Prima dell’invasione turca Afrin era una delle zone più sicure della Siria abitata da oltre 300mila persone (tra cui molti sfollati fuggiti da altre zone del paese).

Attualmente qui circa 200mila curdi convivono con altre comunità (molto variegate dal punto di vista religioso: ezidi, alaviti, cristiani, sunniti…).

Gianni Sartori