#Asia #Pakistan – I “BENEFATTORI” D’ALTA QUOTA OCCIDENTALI SEMBRANO IGNORARE LE TERRIBILI CONDIZIONI DI VITA DEI DISEREDATI DEL PAKISTAN – di Gianni Sartori

Ancora notizie di discriminazioni e persecuzioni dal Pakistan. In contemporanea con gli annunci di nuove “imprese” alpinistiche e progetti di “valorizzazione” (leggi sfruttamento, “addomesticamento”…) delle ultime aree (quasi) incontaminate del “Terzo Polo”.

Mentre i nostrani farisei (“sepolcri imbiancati” come da manuale) travestiti da “buoni samaritani” non demordono nella realizzazione di strade, ponti e rifugi alpini (di cui, oltre ai turisti – travestiti da alpinisti – occidentali, qatarini, sauditi etc usufruiranno le borghesie locali), per gli emarginati, i proletari, i poveri, le masse popolari umiliate e offese del Pakistan le cose procedono come sempre. Di male in peggio. Se poi sei anche cristiano…cavoli tuoi.

Come denunciava qualche tempo fa un articolo di Zia ur-Rehman e di Maria Abi-Habib (v. New York Times, maggio 2020) sulle dure discriminazioni subite dalle minoranze religiose (cristiane, ma non solo) in ambito lavorativo. Relegati ai lavori più pericolosi e meno qualificati, per non dire disprezzati, ritenuti “sporchi”, indegni e degradanti. Ma a cui sono costretti, in mancanza di alternative, per poter comunque sopravvivere.

In Pakistan la comunità cristiana, in gran parte discendente da gruppi induisti convertiti, di fatto costituisce una casta inferiore.

Nell’articolo (risalente a quasi quattro anni fa, ma comunque estremamente attuale) si raccontava la dura vita di uno spazzino, Jamshed Eric. Il cui lavoro consisteva nella quotidiana pulizia (a mani nude, senza guanti e mascherina, con tutti i rischi per la salute connessi) dei canali di scolo e pozzi neri dei quartieri poveri di Karachi. Maleodoranti, intasati di feci e rifiuti di ogni genere (compresi residui ospedalieri), infestati dai batteri e da cui durante le operazioni di drenaggio fuoriescono, insieme a orde di scarafaggi, pericolosi gas tossici. Mancando di adeguate attrezzature è scontato che molti tra di loro finiscano con l’ammalarsi anche seriamente (e sulla situazione della sanità pubblica pachistana, sempre più privatizzata, bisognerebbe aprire una capitolo a parte).

Nel caso di Karachi si calcola che siano almeno 1750 milioni di litri di rifiuti quelli che quotidianamente produce la città portuale (20 milioni di abitanti).

Una situazione che – a differenza dell’India dove le discriminazioni di casta vengono, almeno ufficialmente, contrastate dalla legislazione (anche se finora i risultati sarebbero piuttosto scarsi) –  gli stessi governi pachistani contribuiscono ad alimentarla. Mentre, viceversa, accolgono con generosa ospitalità i nostri turisti d’alta quota.

In varie occasioni, per esempio, l’esercito pakistano (quello che mette a disposizione i suoi elicotteri per gli incauti o sprovveduti alpinisti rimasti incrodati) aveva emesso bandi di concorso per spazzini e addetti alle fognature. Precisando però che potevano parteciparvi solo i cristiani. Una discriminazione a carattere religioso che venne tolta soltanto dopo le accese proteste delle associazioni sindacali e di difesa dei diritti umani.

E la triste consuetudine si estende anche ad altri ambiti. Durante l’epidemia di Covid-19 molte donne indigenti (senza casa, vulnerabili…) di religione cristiana e induista, in fila per ricevere una razione di cibo distribuita dall’organizzazione benefica“Saylani Welfare International Trust”, venivano invitate con fermezza ad abbandonare la fila e andarsene via.

Proprio in questi giorni nella città di Faisalabad il sindacato degli spazzini (in stragrande maggioranza cristiani, ca va sans dire, visto che la quota riservata ai musulmani è solamente del 5%) hanno protestato per l’ennesimo ritardo nel ricevere lo stipendio. Un evento ricorrente negli ultimi dieci anni. Al momento su circa 4500 spazzini, oltre 3500 sono cristiani, un’altra buona parte induisti o esponenti di altre minoranze.

Proprio a Faisalabad nell’agosto scorso si erano registrati vari episodi di assalti a chiese e abitazioni di cristiani da parte di gruppi islamici. Costringendo molte persone ad abbandonare la propria casa e fuggire altrove.

In dicembre gli spazzini si erano organizzati per protestare con sit-in e manifestazioni riuscendo, se pur tardivamente, a ottenere quanto spettava loro soltanto il 9 gennaio.

Verrebbe paradossalmente da dire: ma perché non si trasferiscono al Nord dove potrebbero essere utilmente impiegati per ripulire le latrine di campi base e rifugi oltre a tutta la merda lasciata sui ghiacciai da sciatori, alpinisti e turisti benestanti vari?

Gianni Sartori

#Alsazia #Elsass – IL SENTIMENTO ANTI-TEDESCO COLPISCE ANCORA A COLMAR – di Bernard Wittmann

Abbiamo appreso questa domenica da “DNA – les Dernières Nouvelles d’Alsace” che, lungi dall’essere estinta, la polemica sui cartelli stradali bilingui a Colmar ha preso una piega più radicale questo giovedì. Diverse targhe sono state vandalizzate in rue de Turckheim e in route d’Ingersheim, e la loro traduzione (in alsaziano nel primo caso, in tedesco nel secondo) è stata ricoperta di vernice blu.

Il deterioramento dei cartelli stradali bilingui di Colmar, che sono stati imbrattati di notte, è disgustoso: la mancanza di cultura, l’intolleranza e il sentimento l’anti-tedesco hanno colpito di nuovo nella città dei famigerati Hansi e Wetterlé!

In effetti, gli autori di questo messaggio di odio sono nella totale ignoranza della nostra storia: “sono quindi totalmente fuori strada”! “Fin dalla notte dei tempi, in Alsazia, montagne, laghi, fiumi, sentieri, foreste, campi, prati, città e villaggi hanno avuto nomi tedeschi, così come la maggior parte degli abitanti”, si legge sul sito web di “Alsaciae”.

Ricordo che all’inizio degli anni ’90, quando a Strasburgo furono affissi cartelli stradali bilingui, assistemmo allo stesso prurito “anti-Boche”. Poco dopo, di notte, furono cancellati con dei segni neri in segno di lutto (quello della lingua francese)! Ma la loro operazione è fallita: la pressione si è rapidamente allentata e nessuno riesce più a trovare qualcosa che non va… A parte qualche nazionalista ritardato, sostenitore dell’esclusivismo francese, che è nel secolo sbagliato e che vorrebbe iniziare una crociata “anti-Boche” come ai bei vecchi tempi delle carte d’identità selettive. Oggi, Strasburgo ha la sua “Neustadt” che è l’orgoglio degli abitanti di Strasburgo!

Dietro questa vicenda di Colmar vedo non solo il degrado di una proprietà pubblica, ma anche un incitamento all’odio che può essere perseguito. Sarebbe quindi necessario che il Comune presentasse un esposto. E se i gendarmi mettessero tanta energia per trovare i colpevoli di questa disgustosa calunnia, come hanno fatto per gli attivisti di “Unser Land” (indagini sul campo, ricerca del DNA, sorveglianza telefonica, ecc.), potrebbero trovarli abbastanza rapidamente. Ma lo faranno, vero? Inoltre, il sindaco deve prima accettare di presentare una denuncia. Wait and see! (Aspettate e vedrete!)

Per saperne di più, vi consiglio di andare su questo ottimo sito che titola il suo articolo su questo argomento: https://alsaciae.org/2024/01/15/les-cons-ca-ose-tout-cest-meme-a-ca-quon-les-reconnait/

Bernard Wittmann

#IncontriSulWeb – “Isole in Guerra”, la presentazione del libro – venerdì 19 gennaio – ore 18

Vi invitiamo alla presentazione del libro “Isole in Guerra”, edito da Catartica Edizioni e curato da A Foras, Trinacria e Core In Fronte. Il nostro ospite sarà Giovanni Castronovo, giovane militante di Trinacria che illustrerà la pubblicazione durante un appuntamento di #IncontriSulWeb, previsto per venerdì 19 gennaio, alle ore 18, sugli account Facebook, Twitter e YouTube dell’associazione.

#Popoli #Opinioni – GAZA, ROJAVA E DINTORNI: QUALE ALTERNATIVA (POLITICA, BENINTESO) AL GENOCIDIO? – di Gianni Sartori

immagine by Lancelot

Sempre più difficile (e non solo per un proletario autoalfabetizzato) comprendere qualcosa del Grande Disordine Planetario che travolge inesorabilmente ‘sta valle di lacrime. Sempre più difficile distinguere tra vittime (talora “consenzienti”) e carnefici (talora “inconsapevoli”, forse).

Dopo aver assistito alla diffusione del metodo ben sperimentato della “indipendenza a geometria variabile”, aver amaramente constatato come popoli vittime di analoghe forme di sfruttamento, oppressione e colonizzazione (palestinesi, curdi, tuareg, armeni, saharawi, tribali etc…) vengano strumentalizzati a più riprese e da svariati manipolatori (salvo poi gettarli nella discarica della Storia senza neanche una buona uscita) nell’ottobre scorso si arrivava all’assurdo.

Ankara si offriva di “accogliere” (ma non in casa propria) i palestinesi scacciati da Gaza.

Dal 2018, anno dell’invasione di Afrin, Ankara ha realizzato molteplici campi e insediamenti non solo per le famiglie dei collaborazionisti jihadisti, ma anche per alcuni palestinesi, in genere provenienti da altre regioni siriane, con l’intento esplicito e dichiarato di modificare la demografia dell’area, dove era consistente la presenza curda.

Tra i più recenti, il campo di Cindiresê, in costruzione nel Rojava, in Afrin.

Da tempo la Turchia collaborava con Israele. Per esempio nell’attacco all’Armenia erano entrambi alleati dell’Azerbajan, ma si sospetta che perfino Ocalan sia stato sequestrato (a Nairobi il 15 febbraio 1999) da agenti israeliani per consegnarlo poi alla Turchia).

Oggettivamente – almeno nel caso odierno – gli interessi israeliani e turchi appaiono convergenti.

Così mentre offre una mano a Israele nell’opera di colonizzazione dei territori palestinesi (e forse anche con i drusi nel Golan occupato) offrendo una “via di fuga” ai disperati, la Turchia prosegue nell’altra colonizzazione, in proprio, a spese dei curdi.

La questione era tornata alla ribalta a Doha, quando il Ministro giordano degli Esteri Ayman Al Safadi aveva denunciato lo “sforzo sistematico di Israele di svuotare Gaza della sua gente”. Quasi tutti avevano pensato al Sinai come destinazione dei palestinesi scacciati dalla Striscia (Egitto permettendo ovviamente).

Tale eventualità veniva poi smentita da Eylon Levy (portavoce di Netanyahu) definendola “ scandalosa e falsa”.

Israele, sosteneva, si sarebbe limitata (?!?) a “incoraggiare la popolazione di Gaza a lasciare le principali aree di combattimento, ma non la Striscia stessa”. Bontà sua!

Ma già il 2 dicembre sul giornale Defence & Foreign Affairs era stato pubblicato un rapporto speciale su un “progetto Hamas – Qatar – Turchia” che prevedeva il trasferimento di 250mila palestinesi nelle zone curde del Rojava (e in misura minore anche nella parte di Cipro occupata dalla Turchia). Rapporto definito “confidenziale”, ma comunque basato su “fonti di alto livello”.

Come ho detto esistono dei precedenti. Già da tempo i curdi denunciavano che nelle zone del nord della Siria occupate militarmente da Ankara venivano costruiti insediamenti per trasferirvi coloni. In genere arabi sunniti (presumibilmente jihadisti con le loro famiglie) di origine siriana, ma anche qualche migliaio di palestinesi (in particolare nel cantone di Afrin occupato dal marzo 2018).

In sostanza il progetto di Erdogan sarebbe quello di trasformare i profughi palestinesi in coloni per modificare la composizione demografica del Rojava.

Un vero colpo da maestro. Strumentalizzare un popolo oppresso e martoriato contro un altro nelle medesime condizioni.

L’INTERVENTO – MERITEVOLE – DEL SUDAFRICA SU GAZA

Per chi volesse davvero comprendere cosa sta realmente accadendo a Gaza, è consigliata l’attenta lettura delle 84 pagine di “domande” inoltrate dal Sudafrica alla Corte Internazionale di Giustizia (CIG) nel dicembre 2023. In sostanza, una circostanziata e non velata accusa di genocidio nei confronti di Israele. In riferimento alle operazioni belliche nella Striscia dopo il 7 ottobre 2023 si denuncia che sarebbero “intese a portare alla distruzione di una parte sostanziale del gruppo nazionale, razziale ed etnico palestinese nella Striscia di Gaza”.

Ossia – in soldoni – che rientrerebbero a buon diritto nella definizione di genocidio della Convenzione di Ginevra (sottoscritta da Israele).

La maggior parte degli eventi riportati nel documento sudafricano erano già stati riferiti da parte dei media. Ma è rilevante (con un effetto sconvolgente per chi legge ritrovandoli tutti qui riuniti) averli riportati in maniera così ampia e completa.

Riassumendo (e tenendo conto che comunque le cifre andrebbero aggiornate di ora in ora) in data 7 gennaio 2024 questo sarebbe il tragico bilancio.

Almeno 22mila e seicento palestinesi uccisi (tra cui novemila bambini e 5300 donne). 57910 palestinesi feriti e almeno settemila al momento scomparsi, dispersi tra e sotto le macerie (da aggiungere probabilmente a quelli deceduti). incalcolabile il numero degli amputati.

Gli aiuti (cibo, medicinali…) rimangono ampiamente insufficienti, le strade devastate risultano in buona parte impraticabili (per i camion, non per i carri armati), i presidi sanitari, ospedali in primis, ripetutamente attaccati. Così come gli sfollati in un primo tempo respinti a sud (circa l’85% della popolazione). Per non parlare della mancanza di elettricità e della possibilità di comunicare.

Sarebbero ancora nove (su 36) gli ospedali di Gaza tuttora parzialmente in grado di funzionare e 19 (su 72) i centri di pronto soccorso parzialmente operativi. Migliaia i palestinesi gravemente malati o feriti che dovrebbero essere evacuati. Si calcola che circa 500mila persone soffrano di turbe mentali (comprensibilmente data la situazione), almeno 200mila di ipertensione, circa 50mila di malattie cardiovascolari, 71mila di diabete e alcune migliaia quelle colpite da tumori. Oltre 360mila i casi di malattie infettive registrati nei campi profughi.

Tra le vittime più fragili di questa situazione, i neonati (soprattutto  quelli prematuri) e le donne incinte.

Nel frattempo, mentre sembrano cadere nel nulla -almeno per ora -i tentativi di accordi con il Congo, funzionari governativi israeliani sarebbero in trattative con il Ruanda e il Ciad per “ospitare” i palestinesi espulsi dalla Striscia (v. sul sito israeliano Zman Yisrael – Times of Israel).

Un primo accordo per proseguire nei colloqui (a cui prenderebbero parte sia il Ministero degli Esteri che il Mossad) sarebbe già stato raggiunto.

Ovviamente si va con i piedi di piombo in quanto “dobbiamo stare molto attenti alle reazioni nel mondo e anche al timore che venga interpretato come un trasferimento e non come una migrazione volontaria” come avrebbe dichiarato una fonte anonima, ma comunque istituzionale.

GUERRA A BASSA (bassa ?) INTENSITA’ CONTRO IL POPOLO CURDO

Del resto anche per i Curdi c’era stato ben poco da festeggiare negli ultimi mesi dell’anno scorso. Tantomeno con l’inizio del 2024.

A conclusione di un anno particolarmente gravato dagli attacchi (una guerra di usura, per quanto eufemisticamente definita “low intensity warfare”, comunque di “lunga durata” e di cui non si intravede la conclusione) contro le aree autonome nel nord e nell’est della Siria, l’esercito turco (sempre in buona compagnia dei suoi ascari jihadisti) aveva nuovamente bombardato insediamenti, abitazioni e infrastrutture di Aïn Issa. In modo particolare (il 25 dicembre) nei pressi della strada M4, una via di transito essenziale per la regione. Colpiti in maniera pesante i villaggi di Xalidiyê, Hoşan e Mestûra (a ovest di Aïn Issa).

Altrove (verso est) sono stati danneggiati, oltre ad alcuni ponti, i silos per il grano.

Obiettivo degli attacchi anche altri villaggi (Xerbet Şealê, Şewarxa…) nel distretto diShera (Afrin).

Come sempre un buon numero delle vittime risultano essere civili.

In quanto “punto strategico” per le regioni autonome dell’Eufrate e di Cizîr, dal 2019 Aïn Issa ha assunto – suo malgrado – il ruolo di obiettivo privilegiato delle operazioni militari di Ankara in Siria.

Finora nei suoi ricorrenti attacchi contro il Rojava, la Turchia ha adottato una strategia di sistematici bombardamenti.

Per colpire preferibilmente i luoghi preposti all’amministrazione, alla difesa, all’economia e alle cure sanitarie delle regioni autonome. 

Nel 2023 in totale gli attacchi registrati sono stati 798.

Di cui 578 con armi pesanti (soprattutto colpi di artiglieria) e 103 con l’aviazione (sia caccia-bombardieri che droni).

Altri 25 con armi leggere (vedi in particolare i franchi tiratori, volgarmente “cecchini”) e almeno due con utilizzo di mine.

I morti confermati sono stati 173 (una quindicina i feriti) tra le forze di difesa del Rojava e 39 (almeno un’ottantina i feriti) tra i civili.

Come già segnalato, ad essere maggiormente colpite sono state tutte quelle infrastrutture che risultano indispensabili per la sopravvivenza stessa della popolazione. Si tratta di installazioni petrolifere (colpite nel 2023 una mezza dozzina), centrali elettriche (sette), stazioni di purificazione e distribuzione dell’acqua (cinque). Oltre a scuole, ospedali (compreso il centro medico per la dialisi di Qamishlo), sedi di uffici amministrativi…

E’ ormai evidente che – dopo l’entusiasmo (fittizio, strumentale…?) per la liberazione di Kobanê dall’Isis (e quello più modesto, di generica indignazione, per l’attacco contro Afrin nel 2018) – sul Rojava e la lotta per l’autodeterminazione e l’autogoverno dei curdi è sceso un velo poco pietoso di sostanziale indifferenza (diciamo di “sospensione”).

Appare invece scontato che – per quanto “a bassa intensità”-tali operazioni militari rendono incerto il futuro, la sopravvivenza del Confederalismo democratico nel Rojava.

Con il “cessate-il-fuoco” decretato (almeno formalmente) il 17 ottobre 2019 venivano sospesi gli attacchi in grande stile della Turchia contro il Rojava. Ma in realtà l’aggressione non era mai rientrata. Non solo in Rojava, ma anche in Iraq.

Secondo alcuni analisti alla “guerra a bassa intensità” ora verrebbero associate anche la “guerra ibrida” (hybrid warfare) e la “guerra combinata” (compound warfare).

In soldoni, una strategia che accanto alle operazioni militari tradizionali (in parte ridotte) ne pianifica altre (da un certo punto di vista di marca terroristica) come omicidi mirati, omicidi settari, esecuzione extragiudizali, rapimenti e sequestri di persona, incendi dei raccolti, attentati commissionati a squadre prezzolate, provocazioni di vario genere e spostamenti forzati della popolazione.

Oltre naturalmente all’uso sovrabbondante dei droni.

Per esempio già nelle prime sei settimane successive al “cessate-il-fuoco” (ottobre 2019) si contavano una miriade di azioni ostili di vario genere. Ben 143 incursioni armate, 42 bombardamenti con i droni e 147 bombardamenti con artiglieria. Col risultato (sempre nelle prime sei settimane di presunta “tregua”) dell’avvenuta occupazione di una novantina di località, l’uccisione di almeno un centinaio di persone e oltre sessantamila sfollati.

E grazie al cazzo che era stato decretato il “cessate-il-fuoco”, vien da dire!

Questa la strategia di Ankara che comunque non esita a rilanciare offensive in grande stile (come nel 2022) quando lo ritiene opportuno.

Qualcosa del genere (se non di peggio, vedi l’uso di armi chimiche e forse di bombe atomiche tattiche) avviene anche in alcune aree curde dell’Iraq, in particolare nella zona dei Monti Qandil.

Dove ugualmente – grazie alla presenza della guerriglia curda – si sono realizzate forme di autogestione popolare (vedi nel campo per rifugiati di Makhmour e nella regione abitata dagli Ezidi di Shengal…).

Un breve ripasso. Risalgono al 20 gennaio 2018 i primi attacchi indiscriminati degli aerei turchi contro un centinaio di obiettivi di Afrin. Segnale di avvio della brutale invasione cinicamente denominata “Ramoscello d’Ulivo”.

Il 15 marzo le milizie al servizio di Ankara circondavano la città sottoponendola a bombardamenti di artiglieria e gli aerei colpivano l’unico ospedale funzionante (uccidendo per l’occasione una quindicina di civili). Mentre la maggior parte dei civili abbandonavano la città (lasciando sul terreno oltre 500 vittime dei bombardamenti) , anche le FDS (Forze Democratiche Siriane) si vedevano costrette a ritirarsi. Da allora vi imperversa la boria prepotente degli occupanti invasori.

E con il 2024 le cose non sembrano dover cambiare se non in peggio. Già il 1 gennaio si registrava il sequestro di un’intera famiglia (quattro persone: Delîl Hebeş, la moglie Ferîde Îbrahîm e i loro due figli)da parte dei mercenari di Ankara. Per la cronaca, stando ai dati forniti dal centro di Documentazione dei Crimini,solo nel cantone di Afrin nel 2023 le forze di occupazione avrebbero rapito almeno 435 persone.

Prima dell’invasione turca Afrin era una delle zone più sicure della Siria abitata da oltre 300mila persone (tra cui molti sfollati fuggiti da altre zone del paese).

Attualmente qui circa 200mila curdi convivono con altre comunità (molto variegate dal punto di vista religioso: ezidi, alaviti, cristiani, sunniti…).

Dal confronto tra palestinesi e curdi sgorga spontanea una domanda.

Esiste la possibilità di una “soluzione politica alla sudafricana” (quella auspicata da Desmond Tutu e Mandela nel dopo-apartheid) anche per il Kurdistan e per la Palestina?

Bella domanda che però richiede un passo indietro.

Cominciamo chiedendoci a chi si dovrebbe attribuire il Primo Premio del “Campionato mondiale dell’Ipocrisia”.

Personalmente propendo per un onesto pareggio. Quello che emerge nel surreale scambio di accuse tra Erdogan (che paragona il premier israeliano a Hitler per i bombardamenti indiscriminati su Gaza) e “Bibi” Netanyahu (che rinfaccia a quello turco il massacro sistematico della popolazione curda) è la constatazione che in fondo hanno ragione entrambi.

Va ricordato che da qualche tempo– oltre alla formula forse improponibile dei “Due Popoli e Due Stati – si avanza l’ipotesi di una “soluzione sudafricana”. Quella della convivenza tra israeliani e palestinesi in un’unica entità magari di stampo federale. Utopia allo stato puro? Non è detto. Anche il modello sudafricano appariva alquanto improbabile all’epoca di Botha e della repressione più efferata contro i neri. Si dirà che ai palestinesi manca un “Mandela”, ma anche questo non è vero. Almeno uno esiste, in carcere ovviamente. Quel Marwān Barghūthī che sta dietro le sbarre dal 2002. Oppure il comunista palestinese Georges Ibrahim Abdallah (esponente del FPLP) detenuto in Francia nel carcere di Lannemezan dal1984 (nonostante sia “formalmente scarcerabile” dal 1999). 

10, 100, 1000 MANDELA….

Papabile anche un’altra esponente del FPLP, la deputata femminista Khalida Jarrar arrestata a Ramallah – per l’ennesima volta – nel dicembre scorso.

Un altro “Mandela” poi è sicuramente il leader curdo Abdullah Öcalan in carcere dal1999. Sempre che sia ancora in vita naturalmente.

Sappiamo bene che in Sudafrica non tutto è stato risolto con la fine dell’apartheid. Se è vero (come mi aveva spiegato qualche anno fa Sol Jacob, collaboratore di Desmond Tutu) che “le promesse di Mandela erano le sue speranze”, è anche altrettanto vero che in gran parte non sono state mantenute (v. In particolare la prevista “riforma agraria” e la ridistribuzione della terra). La “corruzione endemica” dei vertici dell’ANC (una nuova “casta” di privilegiati) ha prodotto effetti devastanti per il Paese e soprattutto per le condizioni di vita di gran parte della popolazione. Come ha pubblicamente denunciato un militante storico dell’ANC, Mavuso Msimang.

Così come non è privo di ombre un’altro processo di pace a cui era stato dato risalto in campo mediatico. Quello tra le FARC e il governo colombiano.

In realtà, almeno inizialmente, pare che a trarne beneficio siano stati soprattutto le milizie colombiane filogovernative (parastatali) che talvolta agivano come veri e propri “squadroni della morte”. Analogamente a quanto avvenne con i vigilantes collaborazionisti in Sudafrica e con le milizie unioniste (UVF, UFF.) in Irlanda del Nord,teatro di un altro discusso processo di pace.

In Colombia ormai si contano a decine gli ex guerriglieri assassinati (dopo gli accordi, nota bene). Peggio ancora per insegnanti, sindacalisti, ambientalisti, esponenti della società civile e – ovviamente – indios e contadini. Assassinati a centinaia (ma questo avveniva anche prima, normale amministrazione direi).

Tuttavia (fermo restando che sia in Sudafrica che in Colombia e anche in Irlanda si poteva e doveva far di meglio) l’esperimento sudafricano, il processo di riconciliazione tra due comunità “l’una contro l’altra armate” per decenni, rimane una delle poche, se non l’unica, uscita di sicurezza per una situazione come quella del conflitto israelo-palestinese. Ormai indescrivibile, ai limiti del genocidio.

Una auspicabile “soluzione politica” potrebbe avvalersi positivamente dell’altro “esperimento”. quello curdo del Confederalismo democratico già operativo in Rojava e – in parte almeno – in Bakur, Bashur e Rojhilat (territori curdi sottoposti – rispettivamente – a Turchia, Iraq e Iran).

Le complesse vicende storiche mediorientali (il “groviglio” zerocalcariano) hanno, apparentemente almeno, sospinto due popoli ugualmente oppressi e perseguitati come quello curdo e quello palestinese, su rive opposte.

Dove un autocrate come Erdogan si permette di rivestire i panni del difensore della causa palestinese mentre stermina metodicamente i curdi. E un altro personaggio impresentabile come Netanyahu talvolta si candida a potenziale sostenitore dei curdi (ma solo apparentemente, in ogni caso strumentalmente, sia chiaro).

Resta il fatto che – se pur come dicevo su rive talvolta opposte – curdi e palestinesi rimangono affratellati dalla comune condizione di popoli oppressi, umiliati e offesi.

E presumibilmente ben consapevoli di questa sostanziale affinità.

O almeno questo è quanto emerge da una recente intervista a Cemil Bayik, uno dei fondatori del PKK e attualmente co-presidente del Consiglio esecutivo della Confederazione dei Popoli del Kurdistan (KNK).

Quello che difendiamo per il popolo curdo  ha dichiarato – ugualmente lo difendiamo per il popolo palestinese”.

Premesso che “le politiche di guerra e genocidio” di Israele contro il popolo palestinese non sono una novità, ma si perpetuano ormai da decenni, Batik sostiene che “la mancanza attuale di soluzione non può durare all’infinito (…) e questa realtà non si può eliminare con dichiarazioni di guerra e perpetrando altri massacri, il genocidio”.

Fermo restando che “le forze della modernità capitalistica, le potenze globali e regionali, in particolare lo Stato di Israele, invece di risolvere i problemi in Medio oriente li aggravano”.

Se l’obiettivo principale di Israele rimane quello di “allontanare definitivamente i palestinesi dai loro territori storici” (come confermano gli attacchi a Gaza di questi giorni), ciò dipende anche “dalla mentalità statalista tradizionale”.

Ricordando e ribadendo che “il popolo palestinese non è mai stato antisemita, ma ha lottato contro lo Stato e la mentalità che crearono e perpetuarono l’occupazione e il genocidio e ha individuato la possibile salvezza nel superamento di tale mentalità”. Convinto inoltre che “poco a poco sta nascendo nel popolo israeliano un approccio diverso e che si sta prendendo atto della realtà”.

A sostegno di questa impressione, le proteste durate vari mesi contro l’amministrazione Natanyahu. Proteste che esprimevano la consapevolezza della priorità imprescindibile di una soluzione politica per la “questione palestinese”.

Batik ritiene che l’amministrazione Netanyahu stia “cercando di utilizzare le azioni di Hamas contro i civili per modificare questo atteggiamento del popolo israeliano.”.

Ed è fondamentale che “nonostante tutto questo bellicismo imperante il popolo israeliano mantenga una posizione a favore di una soluzione democratica”.

“La giusta causa del popolo palestinese – ha proseguito – gode del sostegno di tutti i popoli oppressi, dei movimenti socialisti, democratici e libertari” che rafforzano la lotta per una soluzione democratica (…). Invece l’atteggiamento degli Stati e delle forze sottoposte alla loro influenza ottiene l’effetto contrario, amplificando il problema e rendendo più difficile la soluzione. In quanto intervengono in base a interessi politici ed economici”.

Con un esplicito riferimento a Stati Uniti, Unione Europea, Turchia e Iran.

Come ha ampiamente analizzato Ocalan “in Medio Oriente lo Stato è andato allontanandosi sempre più dalla società”. Inoltre “tanto gli Stati arabi che gli altri Stati regionali non posseggono una mentalità democratica. In questo contesto non è possibile affrontare correttamente la questione palestinese, trovare una soluzione”.

Condannando energicamente il “brutale massacro in atto a Gaza”, Bayik afferma che “i popoli chiederanno conto a questi Stati e allo loro mentalità genocida”.

Tali Stati – sia a livello globale che regionale e nonostante le loro dichiarazioni – in realtà non sono amici né del popolo israeliano, né di quello palestinese. In quanto operano soltanto in nome dei loro interessi. 

PALESTINA, OH CARA…

Ricorda anche che il popolo palestinese “è stato scacciato brutalmente dalle sue terre prima occupate e poi annesse. Milioni dei palestinesi vivono da decenni in esilio e questo si sta ora ripetendo a Gaza”. Dove è in atto un puro e semplice genocidio per cui non esiste alcuna giustificazione. Così come non esiste per quanto subisce il popolo curdo nel Rojava: “Nessun popolo dovrebbe essere costretto a lasciare la sua patria”.

Quanto all’attuale situazione del movimento palestinese, il problema non sarebbe rappresentato soltanto dalle contraddizioni tra Hamas, Fatah e le altre organizzazioni, ma piuttosto dalla debolezza, dalla frammentazione interna ai palestinesi (soprattutto in confronto agli anni sessanta e settanta). Conseguenza della repressione statale, ma non solamente.

Dovuta anche a “diverse ragioni ideologiche, politiche e storiche”. Tra cui non vanno dimenticate le responsabilità degli Stati arabi i quali proprio “a causa della loro mentalità statalista” non sarebbero in grado di fornire una soluzione adeguata.

Senza dimenticare che in Medio oriente gli Stati Uniti (ma non solo) hanno regolarmente appoggiato (in chiave “antisocialista”) le organizzazioni a ispirazione religiosa, arrivando addirittura a fondarle dove non esistevano. Alimentando in tal maniera la nascita dell’islamismo radicale, jihadista.

Una politica conosciuta in ambito NATO come “Cintura Verde”. Così la Turchia venne accolta nella NATO (e i suoi quadri militari addestrati dalla stessa) per essere utilizzata contro i movimenti popolari, sociali e democratici. La Turchia contribuì poi alla nascita e sviluppo di organizzazioni a carattere religioso che avrebbero svolto funzioni analoghe a quelle delle squadre della morte e dei contras in America Latina (indipendentemente dalle loro attuali dichiarazioni di opposizione a USA, NATO e Israele).

Questo sarebbe avvenuto anche con Hamas, fondata con lo scopo dichiarato di dividere, indebolire, “distrarre” e sostanzialmente sviare (detourner) dai suoi scopi originari (di autodeterminazione) il movimento palestinese. Quella che attualmente assume l’aspetto di una improponibile “guerra di religione” sarebbe quindi il risultato di “immense menzogne, di grandi errori”. In buona parte reciproci.

Mentre il primo ministro israeliano va in televisione per sostenere che quanto sta avvenendo era già scritto nella Tōrāh, il presidente iraniano all’ONU afferma che il Mahdi è ritornato sulla Terra.

Ovviamente dietro tutta questa ridondante propaganda fide si celano, molto prosaicamente, precisi interessi materiali.

L’esempio curdo resta valido anche per la Palestina. In particolare con quanto è avvenuto in Turchia dove si è realizzata un’alleanza democratica, un “Fronte”, tra il popolo curdo e le forze democratiche turche (femministe, ambientalisti, socialisti…). Oppure nel Rojava con il dialogo, l’alleanza tra popolazioni curde e arabe sulla base del Confederalismo democratico. E segnali in tal senso provengono recentemente anche dal Rojhlat (Il Kurdistan sottoposto all’amministrazione iraniana).

Esiste comunque il pericolo che tale conflitto assuma aspetti ancora più vasti, una “terza guerra mondiale” (in qualche modo già avviata, se pur in maniera frammentaria) per il dominio tra le diverse forze della “modernità capitalista”. Un conflitto per appropriarsi delle fonti energetiche, delle rotte commerciali, della Terra stessa.

Utilizzando qualsiasi mezzo e senza scrupoli, come da manuale.

E per concludere tornando sul conflitto israelo-palestinese, pongo solo una domanda. Quando intendono fermarsi, porre fine a questa indiscriminata rappresaglia? Dieci a uno non basta? O facciamo conto tondo (venti a uno, trenta a uno…ormai ci siamo) e la chiudiamo qui?

Gianni Sartori