#IncontriSulWeb – “Dal locale al globale” – lezioni-concerto a Cremona – venerdì 24 novembre alle ore 18

Per la serie #IncontriSulWeb , incontreremo la prof.ssa Fulvia Caruso, docente del Dipartimento di Musicologia e Beni Culturali dell’Università di Pavia – Sede di Cremona, coordinatrice del progetto “Dal locale al globale”.

In contemporanea su #Facebook, #Twitter, #YouTube e sul nostro Blog ( https://centrostudidialogo.com/ )

#Kurds #Berlin – BERLINO: NUMEROSI ARRESTI NEL CORSO DELLA MANIFESTAZIONE CONTRO LA MESSA AL BANDO (IN VIGORE ORMAI DA 30 ANNI) DEL PKK – di Gianni Sartori

fonte immagine ANF

Trenta anni fa, il 22 novembre 1993, il Ministero degli Interni tedesco promulgava una proibizione per le attività (sostanzialmente di controinformazione e propaganda) del PKK in Germania.

A questa messa al bando ne seguirono altre nei confronti di associazioni, organizzazioni e mezzi di comunicazione accusati di far parte della struttura del Partito dei Lavoratori Kurdi. 

In seguito, nel 2002, il PKK veniva inserito dall’Unione Europea nella lista delle organizzazioni terroristiche. Sono centinaia da allora i militanti curdi accusati di in base a tali norme (in particolare l’articolo 129a e 129b del Codice Penale tedesco). E non pochi tra di loro quelli condannati a lunghe pene detentive. 

Inevitabile chiedersi, forse ingenuamente, perché mai un Paese democratico si ostini a criminalizzare una delle poche realtà autenticamente democratiche del Medio Oriente. Un movimento come quello curdo che – oltre al Diritto dei Popoli – difende i Diritti umani (opponendosi per esempio all’Isis). Mentre contemporaneamente lo Stato tedesco tratta senza problemi con i vari autocrati della regione.

Il 18 novembre oltre seimila Curdi della diaspora, provenienti da una quarantina di città tedesche, inalberando centinaia di bandiere con i colori giallo, verde e rosso, sono scesi in strada a Berlino. 

Sfilando da Oranienplatz fino al Schlosspark (sede del Ministero Federale degli Affari Esteri) e chiedendo pacificamente che si ponesse fine a tali restrizioni. 

La manifestazione era promossa dall’associazione “PKK-Verbot Aufheben, Demokratie Starken” (“Levare la proibizione contro il PKK, rafforzare la Democrazia”).

Prima che i corteo si avviasse, un minuto di silenzio in memoria dei militanti caduti nella lotta di liberazione, tra cui Menderes Canbek, co-presidente della Fed-Kurd (Federazione del Kurdistan Libero in Germania Orientale).

Nel suo intervento Hüseyin Taşan (esponente della comunità curda in Brandeburgo) ha denunciato l’isolamento a cui viene sottoposto Abdullah Öcalan (di cui non si sa più nulla da ben 33 mesi) e quella che ha definito come “la campagna genocida contro il popolo curdo” condotta da Ankara.

Ovviamente l’iniziativa ha rappresentato anche l’occasione per protestare contro Erdogan (in visita a Berlino il giorno prima).

Già in Oranienplatz (verso le ore 11, prima che il corteo si avviasse) venivano arrestate alcune persone che qui si dirigevano portando simboli curdi e scandendo slogan considerati illegali in Germania.

Successivamente la polizia era penetrata ripetute volte nel corteo (vedi nei pressi di Humboldtforum) arrestando diversi  manifestanti. Alla fine, poco prima dello scioglimento della manifestazione in Schlossplatz, la situazione era precipitata e molti altri venivano picchiati (“indiscriminatamente”, si sottolinea nel comunicato) nel corso di una carica. Nonostante gli sforzi degli organizzatori di riportare la calma formando catene umane tra i il corteo e la polizia.

A tal proposito gli organizzatori hanno emesso un comunicato in cui condannano le “numerose operazioni di polizia, violente e repressive,che hanno segnato la marcia”. Inoltre la polizia, oltre ad aver “rifiutato le offerte di coordinamento e cooperazione degli organizzatori”, avrebbe sottoposto “le persone di aspetto curdo a perquisizioni e controllo dei documenti”. Un atteggiamento che, per gli organizzatori della manifestazione, tradirebbe una sorta di “pregiudizio razziale”.

Avanzando l’ipotesi che si volesse “produrre immagini di violenza per rendere illegittime le nostre richieste”.

A conclusione, nel comunicato si ringraziavano tutti i partecipanti per “non aver accettato le provocazioni e manifestato pacificamente”.

Gianni Sartori

#Palestina #Opinoni – DOPO L’EVACUAZIONE FORZATA DEL NORD DI GAZA, ORA I PALESTINESI POTREBBERO VENIR SCACCIATI ANCHE DAL SUD – di Gianni Sartori

fonte immagine © Abed Khaled / AP

Come decifrare  le carneficine (molteplici e reciproche, ma comunque sempre sproporzionate a sfavore dei palestinesi) di questi giorni nella Striscia di Gaza, Israele e Cisgiordania?

Un compito fin troppo arduo, da mal di stomaco. Anche rinviando a tempi più propizi le amare considerazioni su come un movimento di liberazione sostanzialmente laico, progressista, socialista, non settario (nell’OLP convivevano bene o male mussulmani, cristiani, atei…) si sia lasciato  irretire, strumentalmente, dai fantasmi del fanatismo religioso…

Inevitabile poi, per chi ha qualche decennio di troppo sulle spalle, riandare con la memoria agli eccidi ricorrenti subiti dalla popolazione palestinese. Dal Settembre Nero del 1970 in Giordania a Tall el Zaatar (1976) e Sabra e Shatila (1982). Fino a“Piombo Fuso” (gennaio 2009), Jenin, le ripetute invasioni del Libano…

E anche al ruolo svolto dai mercenari maroniti del maggiore Haddad (poi forse promosso “colonnello”) e dai miliziani delle destre estreme europee (anche italici, esponenti dei NAR) che davano man forte ai fascisti falangisti nel massacrare (in particolare con azioni di cecchinaggio) arabi in generale e palestinesi in particolare. Mentre magari qui da noi sostenevano, a parole e ambiguamente, la lotta dei palestinesi per l’autodeterminazione. Vedi l’Organizzazione Lotta di Popolo (OLP, ma si può?), ritenuta una emanazione di Avanguardia Nazionale e antesignana di Terza Posizione.

Un rosario pressoché infinito, uno stillicidio sanguinolento con cui mi risulta difficile fare i conti.

Restando agli eventi recenti (l’assalto di Hamas e l’offensiva israeliana nella Striscia di Gaza), bisogna constatare che i cumuli di cadaveri (in maggioranza bambini donne, anziani, malati…) vanno appunto accumulandosi senza sosta. Se oggi si parla di circa 12mila palestinesi bruciati dal fosforo bianco o sepolti sotto i bombardamenti, la cifra rischia di dover essere tragicamente aggiornata nel giro di qualche ora. 

Per “Save the Children” i bambini uccisi sarebbero ormai oltre 4500, un numero che “supera quello dei bambini assassinati annualmente in altre aree di conflitto dal 2019”. A cui si devono aggiungere un centinaio di dipendenti onusiani, altra cifra mai registrata in altri conflitti.

Un record poco invidiabile a cui avrebbero contribuito l’assedio e l’attacco (definiti “disumani” dal personale sanitario) all’ospedale Al Shifa. Un inciso: quella di bombardare gli ospedali non è una novità. Avveniva regolarmente anche durante l’invasione del Libano e l’assedio di Beirut nel 1982.

“Medici Senza Frontiere” aveva denunciato, oltre alla mancanza di acqua, elettricità e cibo nell’ospedale (dove insieme ai malati e ai feriti si erano rifugiati circa 60mila sfollati) il fatto che l’esercito israeliano aveva sparato anche contro uno dei tre locali di MSF situato nei pressi dell’ospedale. Dove erano ospitati un centinaio di operatori dell’organizzazione umanitaria e i loro familiari, tra cui una sessantina di minori.

Per il direttore dell’ospedale, tra le centinaia di cadaveri qui frettolosamente sepolti in una fossa comune, anche bambini nati prematuri e deceduti in quanto mancava l’elettricità indispensabile per le incubatrici.

Con macabro senso dell’umorismo l’operazione militare nei confronti dell’ospedale era stata definita “precisa, chirurgica”. E in effetti tra i primi a essere stata devastati ci sarebbe proprio il reparto di chirurgia.

Saccheggiato dai soldati di Tsahal (Tzva HaHagana LeYisra’el) anche un magazzino per i medicinali, in cerca di documentazione che confermasse la presenza di esponenti di Hamas, sia tra i feriti che nascosti nei reparti (nonostante il personale medico dichiarasse il contrario).

E ora, dove aver costretto all’evacuazione gli abitanti del nord della Striscia, l’esercito israeliano procede nell’operazione attaccando il sud.

Ugualmente bombardando e diffondendo messaggi espliciti per cui la popolazione superstite dovrebbe spingersi ancora più a sud, fuori dai confini di Gaza. Mentre il cerchio si stringe, un’altra Nakba è già in atto.

Gianni Sartori

#Alsazia #Elsass – Dure condanne per 5 militanti di Unser Land – di Bernard Wittman

La sentenza è quindi stata emessa ed è del tutto ingiusta.

Infatti, alla luce del reato assolutamente lieve imputato ai cinque giovani attivisti autonomisti e delle dure condanne inflitte (6 mesi di reclusione con sospensione condizionale e 6.000 euro di multa), la differenza è tale che non possiamo fare a meno di pensare ad una giustizia di tipo coloniale, alla giustizia del dominante!

Perché nessuno si illuda: questa condanna massiccia di questi 5 giovani alsaziani, “sconosciuti alla giustizia e perfettamente integrati” (vedi “Dernières Nouvelles d’Alsace”), ha il solo scopo di intimidire e soffocare l’ardore militante degli autonomisti in previsione delle battaglie politiche del futuro per l’uscita dal Dipartimento Grand Est, chiesto con insistenza dalla stragrande maggioranza degli alsaziani, molti dei quali cominciano a perdere la pazienza. Sia chiaro, che lo Stato abbia cercato di reprimere questo atto di protesta è del resto normale, rientra nel suo ruolo.

Ma perché ci sia giustizia è necessario che la pena comminata sia proporzionale al reato commesso, cosa che in questo caso non è assolutamente vera. A quanti anni di carcere dovremmo poi condannare gli eletti che mettono le mani nelle casse pubbliche, coloro che sono complici di appropriazione indebita di fondi pubblici, che si lasciano corrompere o che si rendono colpevoli di illecito sfruttamento del proprio incarico?

Non dimentichiamo che in Alsazia la giustizia è soprattutto francese, “il tribunale ha seguito le richieste della pubblica accusa”, spiega “Dernières Nouvelles d’Alsace”.

Da questa frase si capisce ovviamente chi operava dietro le quinte.

Bernard Wittman