#Kurds #Comunicato – “Stop alla pulizia etnica dei curdi! Stop ai crimini di guerra dello Stato turco!” – Consiglio esecutivo del Congresso nazionale del Kurdistan – KNK

riceviamo tramite UIKI-Onlus e Gianni Sartori

Ieri il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan ha dichiarato pubblicamente che tutte le infrastrutture e gli impianti energetici in Rojava/Siria settentrionale e orientale (NES) e nel nord dell’Iraq/Kurdistan iracheno sono “obiettivi legittimi”, sebbene gli attacchi militari alle infrastrutture civili violino chiaramente le leggi e le convenzioni umanitarie internazionali. Il Ministro della Difesa turco Fidan ha affermato, senza prove, che i responsabili dell’attacco al Ministero degli Interni turco del 1° ottobre provenivano dalla Siria. Poche ore dopo queste dichiarazioni, gli aerei da guerra turchi hanno bombardato il quartiere di al-Misheirfah nella città di al-Hasakah e altri 7 siti ad Amuda e Qamislo, causando, secondo quanto riferito, diverse vittime civili.

Mentre le Forze Democratiche Siriane (SDF) hanno respinto le accuse di Fidan secondo cui “gli autori dell’attacco ad Ankara provenivano dalla Siria”, le Forze Armate turche hanno lanciato una serie di attacchi aerei contro aree civili nel nord e nell’est della Siria. L’SDF ha dichiarato: “La ricerca di scuse da parte della Turchia per legittimare gli attacchi in corso contro le nostre regioni e lanciare una nuova offensiva militare aumenta la nostra profonda preoccupazione. Prendere di mira le infrastrutture e le risorse economiche della regione e delle sue città popolate è un crimine di guerra”.

Le infrastrutture civili comprendono scuole, ospedali, dighe, centrali elettriche, depositi di grano e altre strutture vitali, e le forze turche hanno preso di mira queste strutture numerose volte nelle aree governate dall’Amministrazione autonoma della Siria settentrionale e orientale (AANES) nel corso degli anni. La guerra in corso dello Stato turco contro la popolazione civile delle regioni a popolazione curda in Siria e Iraq mette deliberatamente a rischio la vita di 5 milioni di persone, tra cui centinaia di migliaia di sfollati e rifugiati.

Continuano i bombardamenti senza fine delle aree montuose nel nord dell’Iraq, anch’essi illegali secondo il diritto internazionale. Lo Stato turco deve essere chiamato a rispondere dei suoi anni di attacchi contro i civili e le infrastrutture civili e di altri crimini di guerra nel nord e nell’est della Siria e nel Kurdistan iracheno. Parallelamente a questa brutale aggressione militare, lo Stato turco ha lanciato una nuova ondata di repressione all’interno dei confini della Turchia, detenendo e arrestando arbitrariamente centinaia di politici curdi dal 1° ottobre.

È scandaloso che il governo turco possa annunciare pubblicamente una campagna di pulizia etnica contro i civili e che questa audace dichiarazione di intenti di commettere sistematicamente crimini di guerra sia accolta dal silenzio di tutte le organizzazioni internazionali competenti di cui la Turchia fa parte, tra cui la Coalizione globale contro l’ISIS (Daesh), il Consiglio d’Europa, la NATO e le Nazioni Unite, che con il loro silenzio accettano la chiara sospensione del diritto internazionale e forniscono allo Stato turco l’approvazione implicita a procedere come previsto.

Questa nuova campagna di aggressione militare e pulizia etnica portata avanti dallo Stato turco è la conseguenza dell’incapacità politica di risolvere un conflitto secolare basato sulla negazione del diritto fondamentale del popolo curdo all’autodeterminazione. L’accettazione e il sostegno internazionale allo Stato turco, aggressivo e militarista, intensificano il conflitto curdo-turco e provocheranno un aumento dell’instabilità, degli sfollamenti e della guerra in tutta la regione se non ci sarà un intervento politico, legale e diplomatico internazionale. Inoltre, gli attacchi contro la Siria settentrionale e orientale forniranno direttamente all’ISIS, che è ancora sostenuto dallo Stato turco, l’opportunità di riemergere e di rappresentare una nuova minaccia per la sicurezza regionale e globale.

L’incidente di Ankara ha attirato ancora una volta l’attenzione internazionale sull’irrisolta questione curda in Turchia, che ha causato decine di migliaia di vittime e milioni di sfollati in diversi Paesi, dando forma ad altre grandi crisi regionali e attirando le potenze globali. Questo conflitto deve essere risolto attraverso un intervento politico.

A tal fine, chiediamo a tutte le organizzazioni internazionali di cui la Turchia è membro di obbligarla a rispettare il diritto internazionale per evitare una nuova campagna di pulizia etnica da parte dello Stato turco.

Inoltre, chiediamo a tutti gli amici del popolo curdo e degli altri popoli del Nord e dell’Est della Siria di esprimere il loro sostegno ai popoli della regione e di opporsi senza compromessi all’intenzione dello Stato turco di condurre una guerra totale contro i civili della regione.

Consiglio esecutivo del Congresso nazionale del Kurdistan – KNK
05.10.2023

#NagornoKarabakh #Opinioni – ARMENIA, O CARA… – di Gianni Sartori

fonte immagine Reuters

L’attuale violenza (massacri, deportazioni…) subita dagli Armeni rievoca fatalmente il genocidio del 1915. E se dopo il NAGORNO KARABAKH dovesse toccare all’ARMENIA?

I bombardamenti azeri del 19 settembre avevano riportato nella cronaca un conflitto forzatamente dimenticato.

Tuttavia l’attacco di Baku contro il Nagorno Karabakh e quanto poi avvenuto ai danni del popolo armeno non è calato improvvisamente dal cielo. Come avevamo ipotizzato anche qui: https://centrostudidialogo.com/2023/08/21/armeni-nagornokarabakh-armeni-perseguitati-in-nagorno-karabakh-di-gianni-sartori/ era perlomeno probabile.

Il Nagorno Karabakh è (ormai era ) una repubblica autoproclamata (ribattezzata con l’antico nome di Artsakh o Արցախի Հանրապետություն) abitata in prevalenza da armeni, ma posta forzatamente all’interno dei confini dell’Azerbaigian. Dal 1991 si batteva per la propria indipendenza.

Nel conflitto del 1988-1994 la vittoria era andata agli armeni con la conseguente espulsione di migliaia di azeri.

Nella seconda guerra del Nagorno-Karabakh (autunno 2020) le parti si invertirono e per oltre 40 giorni l’esercito azero si scatenò sulla popolazione civile compiendo ogni genere di efferatezze. Qualificabili come una brutale pulizia etnica.

Al punto che molti armeni in fuga riesumarono i loro cari dalle tombe e fuggirono con le bare fissate al portapacchi delle auto dopo aver incendiato la propria casa.

In realtà solo un terzo della provincia indipendentista era passato sotto il controllo di Baku, ma erano chiare le intenzioni di completare l’opera quanto prima. Nonostante la poco convinta opera di interposizione dei soldati di Mosca, soprattutto dopo che l’Armenia aveva partecipato a esercitazioni congiunte con truppe Nato (un autogol di Erevan).

Ovviamente anche all’odierna (definitiva?) sconfitta degli Armeni (anche per essere stati isolati e privati di mezzi di sussistenza da circa nove mesi) di fronte alle preponderanti forze azere, date le premesse, era fatalmente scontata.

Smantellata l’amministrazione armena della enclave ribelle, Baku ha dichiarato di volere “integrarla totalmente nella società e nello Stato azeri”.

Quanto alle voci di una possibile concessione di “autonomia”, la cosa appare piuttosto fantasiosa.

Se nell’Azerbaigian non gode di alcun riconoscimento la consistente “minoranza” Talish (una popolazione di lingua iraniana che supera il milione di persone) cosa potrebbe toccate ai circa 120mila armeni del Nagorno-Karabach? Peraltro ormai fuggiti nella quasi totalità e poco propensi a rientrare nonostante le rassicurazioni del governo di Baku.

Dal canto suo l’Unione Europea si guarda bene dall’intervenire pensando ai consistenti accordi con Baku in materia di gas.

Solidarietà al popolo armeno è stata espressa vigorosamente dal Consiglio esecutivo del Congresso nazionale del Kurdistan (KNK). 

Nel comunicato ha denunciato “la tragedia umana che avviene sotto gli occhi del mondo nell’Artsakh (Alto Karabakh) dove un centinaio di migliaia di Armeni sono costretti all’esilio”.

E il KNK ricordava anche le immagini terribili del 2020 con “i soldati azeri che tagliavano nasi e orecchie ai civili e vandalizzavano i monasteri”. 

Ovvio il parallelismo con quanto avviene “nelle zone curde occupate dalla Turchia” (il principale alleato dell’Azerbaigian).

Ma esiste anche un altro timore, ossia che “se cade l’Artsakh, cade anche l’Armenia”.

Già nel 2020 l’Azerbaigian aveva occupato territori ufficialmente dell’Armenia nella regione di Syunik. Una lingua di terra che si frappone alla dichiarata intenzione di Turchia e Azerbaigian di unire il Mediterraneo con il Caspio via terra.

Ricordo che Turchia e Azerbaigian sono già confinanti grazie all’enclave azera di Najicheván che – coincidenza – Erdogan ha appena visitato per la prima volta.

Forse paradossalmente (visto che gli azeri sono in maggioranza sciiti come gli iraniani) l’unico paese con cui l’Armenia mantiene stabili e diretti rapporti commerciali (nel 2020 forse si s’aspettava anche sostegno militare, ma invano) è l’Iran. La perdita della regione di Syunik le sarebbe quindi fatale.

Per il KNK comunque non ci sono dubbi “Si tratta di pulizia etnica orchestrata dall’Azerbaigian e dalla Turchia., motivata dall’ambizione geopolitica pan-turca che intende riunire queste due nazioni (…). Dopo 108 anni il popolo armeno si ritrova di nuovo vittima di massacri e deportazioni orchestrati dalle forze statali animate da odio razzista verso la cultura e il popolo armeno. Di conseguenza la pulizia etnica attualmente in corso nell’Artsakh deve essere considerata come la continuazione del genocidio armeno del 1915 perpetrato dai Giovani Turchi”.

E conclude paragonando le attuali sofferenze degli armeni a quelle analogamente patite dai curdi a Shengal, Afrin e Serêkaniyê: “Nomi e vittime di questi massacri possono cambiare, ma le motivazioni rimangono identiche”.

Gianni Sartori