#Kurdistan #Palestina – POPOLI OPPRESSI: COME PEDINE SULLA SCACCHIERA DEL POTERE – di Gianni Sartori

fonte immagine @ kurdistan-au-feminin.fr

Adesso Ankara si offre di “accogliere” (ma non in casa propria) i palestinesi scacciati da Gaza.

Sempre più difficile (almeno per un proletario autoalfabetizzato come chi scrive) comprendere qualcosa del Grande Disordine Planetario che travolge inesorabilmente questa valle di lacrime. Sempre più difficile distinguere tra vittime (consenzienti?) e carnefici (inconsapevoli?).

Dopo aver assistito alla diffusione del metodo ben sperimentato della “indipendenza a geometria variabile”, aver amaramente constatato come popoli vittime di analoghe forme di sfruttamento, oppressione e colonizzazione (palestinesi, curdi, tuareg, armeni, saharawi, tamil, beluci etc…) vengano strumentalizzati a più riprese e da svariati manipolatori (salvo poi gettarli nella discarica della Storia senza neanche una buona uscita) ora stiamo arrivando all’assurdo.

Erdogan, insieme alle sue bande jihadiste (i suoi ascari) si candida a un ruolo ben preciso. Quello di complice della pulizia etnica in atto a Gaza. Installando campi profughi nel nord della Siria per i Palestinesi scacciati dalla Striscia.

Dal 2018, anno dell’invasione di Afrin, Ankara ha realizzato molteplici campi e insediamenti non solo per le famiglie dei collaborazionisti jihadisti, ma anche per quelle dei palestinesi, in genere provenienti da altre regioni siriane, con l’intento esplicito e dichiarato di modificare la demografia dell’area, dove era consistente la presenza curda.

Tra i più recenti, il campo di Cindiresê, in costruzione nel Rojava, in Afrin.

Da tempo la Turchia collabora assiduamente con Israele (nelle recente attacco dell’Armenia erano entrambi alleati dell’Azerbajan, ma si sospetta che perfino Ocalan fosse stato sequestrato da agenti israeliani per consegnarlo poi alla Turchia) anche a spese dei palestinesi (moneta di scambio?). Così mentre offre una mano a Israele nell’opera di colonizzazione dei territori palestinesi (e forse anche con i drusi nel Golan occupato) offrendo una “via di fuga” ai disperati, la Turchia prosegue nell’altra colonizzazione, in proprio, a spese dei curdi.

Gianni Sartori

#Kurds #Repressione – L’ACCADEMICA LAURA CORRADI PRENDE LA PAROLA PER LA LIBERAZIONE DI OCALAN – di Gianni Sartori

Avevo conosciuto Laura Corradi alla fine del secolo scorso a Bassano dove il Centro sociale (occupato, poi demolito) “Stella Rossa” aveva organizzato un incontro con alcuni esponenti del MOVE, il movimento afro-statunitense che si batteva per l’autodeterminazione della comunità nera e per la liberazione di Mumia Abu-Jamal.

A Philadelphia il MOVE era stato pesantemente represso in varie occasioni negli anni settanta e ottanta. A fucilate e addirittura con qualche bomba sganciata dall’elicottero. Tra le vittime del 13 maggio 1985 anche dei bambini: Tomaso e Netta.

A Bassano Laura si era occupata brillantemente di tradurre gli interventi dei militanti afro-statunitensi (Sue Africa e Ramona Africa).

Ci eravamo poi rivisti dopo i fatti incresciosi di Genova 2001 quando entrambi (come centinaia, migliaia di altri manifestanti) avevamo dovuto fare i conti con gli effetti collaterali derivati dall’aver inalato nostro malgrado i gas CS (proibiti dalla Convenzione di Ginevra in teoria). Entrambi ci eravamo affidati all’ottimo avvocato Canestrini (il figlio) di Rovereto.

Poi ancora a Venezia per un incontro con Vandava Shiva e Massimo Cacciari sugli OGM (contro ovviamente).

In seguito come capita sovente ci si era persi di vista.

La “ritrovo” ora nel comunicato (in castigliano) di una associazione a sostegno dei Curdi: “Accademica italiana exige “libertà para Öcalan”.

Professoressa associata del Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Università di Calabria Laura ha voluto esprimere con determinazione il suo sostegno alla campagna internazionale “Libertà per Abdullah Öcalan, soluzione politica alla questione curda”.

Come dovrebbe essere ormai a conoscenza di compagni, democratici, antifascisti, ambientalisti, difensori dei Diritti Umani e del Diritto dei Popoli…la campagna è stata avviata simultaneamente il 10 ottobre in oltre cento località del pianeta. Coinvolgendo partiti politici, comunità, sindacati, associazioni, intellettuali…oltre naturalmente a milioni di curdi e a migliaia di solidali.

Con una precisa richiesta: la possibilità per il “Mandela curdo” di prendere parte a colloqui (dialoghi, trattative…) per una soluzione politica “giusta e democratica” all’ormai secolare e dolorosa questione che divide il popolo curdo dalla Turchia.

Va anche detto che Laura Corradi sembra piuttosto preoccupata. Oltre a stigmatizzare la detenzione di Abdullah Öcalan come “crudele” e una evidente “prova della paura del regime turco”, non nasconde la sua preoccupazione in quanto “sfortunatamente, non abbiamo prove che dopo 30 mesi di isolamento totale Öcalan sia ancora vivo”. Un timore che – purtroppo – ammetto di condividere.

Gianni Sartori

#Veneto #Territorio – un’intervista (di qualche anno fa…) a cura di Gianni Sartori

Sempre più attonito di fronte all’impietoso spettacolo della totale cementificazione del territorio veneto (per restare nel vicentino: nuove basi statunitensi, A31 e e relativi rifiuti tossici, pedemontane varie, proliferare di ipermercati, abusivismi a raffica sui Colli Berici, etc…) sono andato a riesumare questa intervista del 2007 che mi sembra estremamente attuale. GS

Un incontro con FRANCESCO VALLERANI (2007)

Sabato 23 giugno 2007 Francesco Vallerani, docente di Geografia Umana di Ca’ Foscari, ha partecipato al dibattito “Territorio e Biopolitica” all’interno delle iniziative di Festambiente 2007, a Vicenza.


D. Richiamandoci ad un libro da lei citato (“Collasso – Come le società scelgono di morire o vivere” di Jared Diamond), il Nord-est in che categoria si potrebbe collocare? Quali ritiene siano le principali emergenze di questo territorio?
R. Nel Nord-est ci troviamo sicuramente di fronte ad un esempio di “egoismo razionale”, utilitaristico. Questo atteggiamento non è solo eticamente deprecabile, ma anche dannoso per le comunità, oltre che per l’ambiente.
Direi che per i cittadini del Nord-est sta diventando centrale la questione idrica. E’ sempre più evidente che l’acqua non è inesauribile e i fiumi diventano indicatori fondamentali della qualità ambientale. Stanno emergendo dovunque i vari “conflitti d’uso” rispetto ai corsi d’acqua: irrigazione, ricettori per i reflui, fonte di energia idroelettrica (soprattutto per i bacini montani). Senza naturalmente dimenticare l’uso ricreativo, il valore estetico. Basterebbe osservare quante persone percorrono le piste ciclabili sugli argini.
Difendere i corsi d’acqua è diventato determinante, quasi una via di salvezza per una società che ha quantomeno “esagerato”. Pensiamo solo alle innumerevoli varianti dei piani regolatori, alla proliferazione delle zone artigianali.

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D. Oppure, qui nel vicentino, alla prevista A31…
R. Per la nuova autostrada si dovrebbe almeno pensare a qualche ammortizzatore ambientale. Si potrebbe fare come in Germania, ossia riforestare una fascia di terreno per una decina di metri su entrambi i lati dell’autostrada. Tutti i grandi dibattiti generali (sul clima, l’inquinamento, la deforestazione…) richiedono anche una consapevolezza locale. Un discorso che si lega anche all’identità di cui il paesaggio tradizionale è una componente fondamentale.

D. Anche il dibattito in merito alle cave sta tornando attuale… R. E’ ovvio che più si costruiscono aree artigianali, più c’è bisogno di cemento e quindi di cave, da Asiago alla Val d’Astico, a Carpanè…
Le cave servono per costruire capannoni, ma compromettendo irreparabilmente la base ecologica (acqua e suolo), rischiando appunto il “collasso” di cui parla Diamond.

D. Parlava anche di “amnesia del paesaggio”. Di cosa si tratta?
R. Si parla di amnesia del paesaggio, sia storico che naturale, quando le modifiche sono graduali. Esemplare la lenta scomparsa dei ghiacciai alpini, meno percettibile per chi vive nelle vicinanze. Vale anche nel caso di disastri ambientali. La grave siccità del 2003 è stata ormai dimenticata.

D. Volendo trovare qualche analogia con il Nord-est?
R. Mi ricorda la situazione descritta da Davis in “Geografie della paura” quando parla di Los Angeles negli anni cinquanta.
Anche se l’area considerata è tre volte maggiore ( ma gli abitanti sono circa dodici milioni) le dinamiche sono quasi le stesse. Qui dagli anni cinquanta in poi hanno dominato gli immobiliaristi. Si diffondeva il mito della “campagna” e tutti volevano il loro pezzetto di “verde”. Era il rigetto della metropoli con conseguente urbanizzazione della campagna. Anche nel Nord-est possiamo ormai parlare di “città diffusa” o anche di “villettopoli” come scriveva Eugenio Turri.

D. Quando si parla di degrado ambientale, in genere, si pensa all’industria, sottovalutando il fatto che anche l’agricoltura provoca danni all’ecosistema, alla biodiversità…
R. L’attuale agricoltura è molto idrovora; inoltre è fortemente sussidiata.
Vanno assolutamente riviste le politiche agricole comunitarie. E’ assurdo, per esempio, che da noi si finanzi la coltivazione del mais nell’alta pianura, a monte delle risorgive. In queste aree si dovrebbe privilegiare un’agricoltura di nicchia e di qualità.
Oppure lasciare i campi a riposo, a maggese… Naturalmente c’è il rischio che, non ricevendo più contributi per il mais, si pensi di rendere questi terreni edificabili. Su questo l’Europa dovrebbe essere ferrea.

D. Ma quali potrebbero essere le alternative?
R. Si potrebbe passare a colture per biomasse, sia per il carburante che per legname da riscaldamento. Oppure si potrebbero piantare alberi di noce, per l’industria del legno. O pioppeto, dove è possibile…In ogni caso la presenza di alberi, di siepi favorirebbe la biodiversità.

D. Negli ultimi anni si parla spesso di desertificazione. E’ un problema che potrebbe interessare anche l’Europa?
R. Bisogna distinguere tra desertizzazione, ossia l’avanzamento della sabbia e desertificazione. Il primo fenomeno si osserva soprattutto nell’Africa subsahariana e in alcune zone dell’Asia, come attorno al Lago d’Aral.
Invece la desertificazione è sostanzialmente un grave deficit di acqua e si può osservare anche in Italia, per esempio nella bassa cremonese. Ci sono poi alcuni fiumi, come il Lambro e il Seveso, ormai inutilizzabili a causa dell’inquinamento. Nella zona del Po invece abbiamo la rimonta del cuneo salino. L’acqua della falda è fortemente contaminata dalla salinità che ormai arriva fino oltre Adria. Un altro grave problema per l’intera pianura padana è quello della qualità dell’aria, come conferma l’aumento delle allergie e della mortalità dovuta a malattie respiratorie.

D. Alcuni movimenti ecologisti radicali hanno messo in discussione il cosiddetto antropocentrismo, identificato come la causa prima del nostro atteggiamento distruttivo nei confronti della natura, dell’ambiente, degli altri esseri viventi. Lei cosa ne pensa?
R. Anche tra gli ambientalisti c’è una contrapposizione tra conservazionisti e preservazionisti. I primi vorrebbero proteggere l’ambiente per continuare ad usarlo, parlano di sostenibilità (un concetto talvolta discutibile). Invece per i preservazionisti non si dovrebbe modificare nulla. Forse si dovrebbe trovare un compromesso. Certo, alcune aree del mondo andrebbero completamente preservate per la loro biodiversità. Invece è proprio qui che le multinazionali del legname affittano vaste aree, tagliano gli alberi, se ne vanno e lasciano i costi alle popolazioni locali. E’ la “tragedia dei beni comuni”. In questo caso, secondo Diamond, la proprietà privata garantirebbe una tutela maggiore.

Gianni Sartori