Mese: agosto 2023
#7NotePerUnaNuovaEuropa #Andalucia
#7NotePerUnNuovoMondo #Ecuador
#Palestine #Lutti – PALESTINA SENZA TREGUA – di Gianni Sartori

In Rojava così come in Bakur e Rojhilat, nelle aree tribali dell’India, nelle Filippine o in Colombia è diventato praticamente impossibile tenere il conto del numero di quanti (militanti, dissidenti, prigionieri, semplici cittadini…) vengono quasi quotidianamente ammazzati (ma anche torturati, sequestrati, violentati…) in conflitti che solo per comodità possiamo definire a (relativamente, molto relativamente) bassa intensità. E ovviamente tra i primi della lista troviamo la Palestina.
Tra le ultime vittime, il giovane (19 anni) Qusai Jamal Matan ucciso durante gli scontri del 4 agosto nei pressi del villaggio di Burka (regione di Ramallah, Cisgiordania).
Colpito al collo da una pallottola (presumibilmente il colpo proveniva da alcuni sionisti della colonia di Oz Zion), era stato portato all’ospedale, ma inutilmente.
Sempre in Cisgiordania, poche ora prima, all’alba, le forze di sicurezza israeliane avevano ucciso un altro giovane nel campo per rifugiati di Nour Shams nei pressi di Tulkarem.
I militari erano entrati nel campo per un rastrellamento, ufficialmente alla ricerca di latitanti, suscitando le proteste della popolazione. Oltre a lacrimogeni e granate assordanti antisommossa di vario genere, gli israeliani avevano fatto ampio uso di “fuego real”.
Colpito al capo, presumibilmente da breve distanza e intenzionalmente, Mahmoud Abu Sa’an (uno studente di 18 anni) veniva trasportato all’ospedale Martyr Thabet Thabet dove i medici non hanno potuto far altro che constatarne il decesso.
Stessa sorte per Faris Abu Samra (14 anni) ucciso durante gli scontri tra esercito israeliano e palestinesi nel corso di un’operazione condotta nella città di Qalqilya (Cisgiordania) nella notte tra il 26 e il 27 luglio.
Il 21 luglio nel villaggio di Umm Safa (non lontano da Ramallah) un esponente della polizia di frontiera sparava con un’arma da guerra a Muhammad al-Bayed, un ragazzo di 17 anni proveniente dal campo per rifugiati di Jalazoun.
Erano in corso scontri tra giovani palestinesi (armati di pietre) e forze dell’ordine israeliane che avevano fatto uso di granate lacrimogene. Qui si svolgono ogni settimana manifestazioni contro le colonie israeliane e per protestare contro i ripetuti raid dei coloni sui villaggi palestinesi.
Il giorno successivo (sabato 22 luglio) era stata indetta una protesta con partenza dal campo profughi di Jalazoun.
Il corteo si era appena avviato dopo i funerali di Mohamed al-Bayed quando, nei pressi della colonia “Beit El” (sorta praticamente a ridosso del campo profughi) scoppiavano i primi incidenti.
Da parte dell’esercito israeliano venivano impiegate senza risparmio granate assordanti, granate lacrimogene e pallottole di gomma (in realtà di metallo ricoperte di plastica).
Tra i manifestanti palestinesi si registravano numerosi feriti e ancor più numerosi casi di problemi respiratori.
Tra i feriti, almeno due- colpiti alla testa – risultavano in gravi condizioni.
E il triste rosario a ritroso potrebbe continuare, più o meno con lo stesso copione.
Quanto ai prigionieri palestinesi è di oggi (8 agosto) la notizia che sono riprese le proteste contro la detenzione amministrativa. Una forma arbitraria di prigionia senza accuse e senza processo. Più di un quinto dei prigionieri palestinesi (circa 1132 su oltre cinquemila) versano in questa situazione. Una sorta di limbo carcerario senza prospettive in quanto rinnovabile praticamente all’infinito.
Contro tale abominio giuridico cinque detenuti sono entrati in sciopero della fame e decine di altri hanno intrapreso altre forme di protesta.
Tra gli hunger strikers, Kayed Fasfous (in sciopero dal 4 agosto) insieme a Salah Rafaat Rabaya, Saif Qassem Hamdan, Qusay Jamal Khader e Osama Maher Khalil (in sciopero dal 31 luglio).
Gianni Sartori
#7NotePerUnaNuovaEuropa #Ireland
#Kurdistan #Ambiente – EVIDENTEMENTE L’ISOLA DI PASQUA NON HA INSEGNATO NIENTE – di Gianni Sartori

EPPURE: “QUANDO AVRETE TAGLIATO L’ULTIMO ALBERO…”
Abbattere o incendiare alberi e boschi sembra una pratica diffusa da Occidente a Oriente. Vuoi per “sport”, vuoi per profitto (in certi casi per aprire una miniera), vuoi per ragioni strategiche (snidare la resistenza curda)…usque tandem?
Si parva licet.
Lumignano, Colli Berici. Scendiamo con circospezione lungo il sentiero infangato e reso ulteriormente viscido dalle biciclette che ieri – era festa – hanno evidentemente scorrazzato in sù e in giù (ma soprattutto in giù, vuoi perché prima si fanno trasportare in “quota” col furgone, vuoi perché in genere questi domenicali frustrati con l’elettrica salgono per le strade asfaltate e poi giù a capofitto per i sentieri tradizionalmente percorsi a piedi).
Di tanto in tanto contempliamo perplessi il taglio sistematico della vegetazione, sia arbusti che alberi, lungo i bordi. Con il risultato di allargare il sentiero (“el troso”) a livello di “caresà ”. Così da poter correre a tutta velocità senza pericolo di prendersi qualche ramo in faccia. Spettacolo ormai abituale.
Incazzatura (ma lieve, ormai con l’età prevale la rassegnazione) per un ginepro di discrete dimensioni (età presunta almeno un ventennio) e per qualche roverella (a crescita lenta) che faticosamente aveva superato il metro.
Ma poi arriviamo dove il sentiero si divide (divideva ormai) in due, nel punto dove troneggiava da decenni un alto esemplare di acero.
Evidentemente dava fastidio ai soliti ciclisti della domenica (per distinguerli da chi, come per decenni il sottoscritto, usava il mezzo per andare quotidianamente al lavoro, non solo per diporto) ed è stato tagliato, abbattuto, decapitato.
Il tronco appare perfetto, sanissimo, le ultime foglie non ancora seccate ne confermano la vitalità e buona salute. Ma allora perché? Solo per non dover rallentare un pò?
Oltretutto per poi lasciarlo qui a marcire o fornire l’esca per qualche incendio nel sottobosco…
Piccola storia – per quanto ignobile, emblematica- che forse scompare, evapora di fronte a quanto sta avvenendo in Turchia (e non solo).
La montagna Kaz (monte Ida) sorge tra le province di Çanakkale e di Balıkesir.
Nonostante fosse stato avviato un procedimento legale per impedire l’abbattimento degli alberi, questo è già stato avviato. Allo scopo di ampliarela miniera di Halilağa per l’estrazione del rame della società Cengiz Holding. Un’azienda che negli ultimi anni è stata ripetutamente contestata per aver realizzato grandi infrastrutture a elevato impatto ambientale.
Oltre all’ampliamento delle miniera stessa è previsto un ulteriore disboscamento per l’impianto di smaltimento dei rifiuti minerari.
Già qualche anno fa, nel 2019, la medesima montagna era stata al centro di una contesa tra il progetto di una miniera d’oro e la popolazione locale a cui si erano uniti gruppi ambientalisti.
A rischio in entrambi i casi anche le risorse idriche, in particolare le sorgenti che riforniscono di acqua potabile gli abitanti dell’area.
In un primo momento, a seguito delle proteste, il Primo Tribunale Amministrativo di Çanakkale aveva annullato la decisione del dicembre scorso che aveva consentito, in febbraio, le prime trivellazioni per i “carotaggi”.
Successivamente, maggio 2023, contro il progetto della miniera Halilağa era intervenuta anche l’Associazione per la Conservazione del Patrimonio Naturale e Culturale delle Montagne Kaz.
Ma evidentemente nemmeno questo era bastato per impedire l’avvio del disboscamento.
Nel frattempo non si arresta la protesta popolare contro il disboscamento di Akbelen. Una foresta di ben 740 ettari (in parte costituita da Pinus brutia) nei pressi del villaggio di Ikizköy (distretto di Milas). In questo caso per consentire l’estrazione di lignite (carbone) per rifornire la centrale di Yeniköy-Kemerköy, controllata da”Limak Holding”. Costruita verso la fine del secolo scorso, avrebbe ormai concluso il suo ciclo vitale, ma il governo ha deciso di prolungarla per altri 25 anni senza calcolare i danni ambientali prevedibili.
E senza considerare che in precedenza erano stati evacuati e demoliti con le ruspe almeno una dozzina di villaggi per far posto alle attività estrattive.
Sulla questione è intervenuta con una raccolta firme anche la nostrana Lipu associandosi alla Doğa, partner turco di BirdLife International (in difesa, oltre che della popolazione, della flora e della fauna, in particolare del raro picchio muratore di Krüper qui presente).
Le proteste ambientaliste durano ormai da circa tre anni e vengono regolarmente represse con lacrimogeni, manganellate e arresti. Come è toccato recentemente al militante ecologista libertario Tuğulka Tolga Köseoğlu.
Tornato in libertà, ha dichiarato di aver “tentato di impedire l’arresto di un suo amico” nel corso dell’assalto alla manifestazione da parte della polizia militare. Arrestato a sua volta, veniva ripetutamente colpito con “calci e pugni” e anche “alla testa con il calcio dei fucili”. Tutto questo mentre l’opera di abbattimento degli alberi proseguiva.
A suo parere, la rabbia della polizia si era innescata quando durante la manifestazione veniva denunciata anche la distruzione ambientale operata dall’esercito turco in Kurdistan. Proprio per aver evocato “l’ecocidio in atto nel Kurdistan” Köseoğlu era stato prima insultato e poi duramente maltrattato, picchiato. Durante il trasporto, oltre a vari colpi alla testa, avrebbe subito anche un “tentativo di aggressione sessuale”. Sbrigativamente dimesso dopo un sommario esame medico all’ospedale, il giovane veniva rinchiuso nella gendarmeria di Jandarma a Milas.
Denunciato per “resistenza alle autorità statali” era stato comunque rimesso in libertà, grazie al suo avvocato che aveva potuto dimostrare l’infondatezza delle accuse.
E come se ciò non bastasse, soldati turchi e iraniani stanno incendiando metodicamente altre foreste del Kurdistan per snidare i partigiani curdi. Ma questa è già un’altra storia (o un altro articolo, vedremo).
Gianni Sartori
#7NotePerUnaNuovaEuropa #Occitania
#7NotePerUnaNuovaEuropa #Friul
#DialoghiSulWeb – i #podcast di Centro Studi Dialogo – “VISCA LA REPUBLICA”, in omaggio ai soci 2023 – reg. 17.02.2023
La presentazione della monografia “Visca la Republica”, che verrà consegnata in omaggio ai soci per l’anno 2023 di Centro Studi Dialogo. Contiene articoli del President Carles Puigdemont ed in ordine alfabetico di Josep-Lluís Carod-Rovira, Xavier Diez, Alberte Mera, Clara Ponsatì e Gianni Sartori.
#Americhe #Conflitti – COLOMBIA: POSSIBILE “SOLUZIONE POLITICA” MENTRE RESTA ALTO IL LIVELLO DELLO SCONTRO SOCIALE – di Gianni Sartori

Mentre si mantiene estesa e costante la mobilitazione sociale (e la conseguente repressione), in Colombia si profila (forse) una possibile soluzione politica tra governo e ELN.
Il 26 luglio gli studenti dell’Università dell’Atlantico hanno manifestato a Barranquilla richiedendo la “gratuità universale” degli studi. Per quanto questa sia relativamente estesa, oltre tremila studenti qui iscritti ne sono ancora esclusi.
Da parte delle istituzioni universitarie è venuta la totale disponibilità (in quanto le risorse disponibili sarebbero sufficienti), ma tale scelta verrebbe interdetta dal governo.
Giunti all’ufficio del governatore, dopo aver abbattuto le barriere poste in precedenza, gli universitari sono entrati nell’edificio. Sopraggiunta la polizia (nell’intento di ricacciarli in strada) sono scoppiati disordini e tafferugli che hanno causato numerosi feriti tra i manifestanti.
Solo una decina di giorni prima a Ibague (dipartimento di Tolima) una manifestazione indetta dal sindacato dei conducenti di autobus contro gli accordi intercorsi tra la municipalità e la società privata INFOTEC SA aveva portato al blocco pressoché totale del traffico cittadino, così come della quasi totalità (si calcola il 90%) delle attività commerciali. Chiuse anche tutte le scuole. Il 25 luglio un tentativo della polizia antisommossa (ESMAD) di sbloccare la situazione, liberando almeno le arterie principali, aveva innescato scontri nel corso dei quali alcuni veicoli delle forze dell’ordine venivano rovesciati e danneggiati.
In precedenza, l’8 giugno, a Bogotà due membri di ESMAD erano rimasti feriti (di cui uno gravemente) da un ordigno artigianale durante gli scontri nei pressi dell’Università nazionale.
I manifestanti si erano qui riuniti per commemorare i dodici studenti ammazzatine nel 1954 dai militari all’epoca della dittatura di Gustavo Rojas Pinilla (Giornata dello studente caduto).In seguito nei confronti dei responsabili del ferimento dei due membri delle forze dell’ordine veniva emessa una taglia di 20 milioni di pesos. Nella stessa circostanza (tra l’8 e il 9 giugno) altre università erano scese in lotta.
In particolare all’Universidad del Valle (Cali) e all’Universidad de Antioquia (Medellín). Qui i manifestanti si sarebbero anche impadroniti di alcune moto della polizia.
Di segno opposto (ma forse solo apparentemente: un esteso conflitto sociale può costituireuna valida, positiva alternativa alle scelte “militariste”) la dichiarazione di “alto el fuego” per sei mesi (fino a febbraio 2024) promulgata da ELN (Ejército de Liberación Nacional). Un primo risultato delle trattative, avviate ancora l’anno scorso, tra ELN e governo colombiano che intende arrivare alla “Paz total” come da programma del 2022. Nel messaggio-video del comandante Eliécer Herlinto Chamorro (alias Antonio García) si dichiara che “el comando central del ELN ordena a todas las unidades suspender las operaciones ofensivas contra las fuerzas armadas, policías y organismos de seguridad del Estado colombiano”. Nel contempo: “el ELN continuará defendiéndose durante el alto el fuego si es necesario”.
Già nel giorno successivo il governo, attraverso il commissario per la Pace Danilo Rueda, si felicitava per la dichiarazione osservando che la sospensione delle azioni armate avrebbe evitato la violenza e le violazione dei diritti umani. Assicurando che la popolazione, avrebbe potuto “estar tranquila durante el período del cese al fuego”.
Speriamo.
Gianni Sartori
