#Ireland #PrigionieriPolitici – IRLANDA DEL NORD: TUTTO RISOLTO? MAGARI ANCHE NO – di Gianni Sartori

fonte immagine irpwa.irish

Mentre nelle carceri i prigionieri repubblicani (molti in attesa di giudizio) vengono sottoposti a umiliazioni inutili e – se pur in tono minore – il conflitto si riaccende periodicamente, l’Irlanda rimane dolorosamente divisa in due. Usque tandem?

Risaliva all’anno scorso la notizia che i prigionieri repubblicani detenuti a Maghaberry (carcere di massima sicurezza) non avrebbero più goduto della possibilità di incontrare qualche parente nei fine settimana (e senza che per questo aumentassero le possibilità di visita negli altri giorni). In soldoni: i familiari d’ora in poi avrebbero dovuto prendere un giorno di permesso, di congedo. Rischiando, oltre alla perdita di salario, anche quella del posto di lavoro (una volta identificati come parenti di militanti repubblicani incarcerati). Un’ulteriore vessazione che si aggiunge ad altre, talvolta francamante incomprensibili. Come quella di indossare maglie delle squadre di calcio gaelico anche sotto un maglione o una giacca (se ho ben capito la proibizione vale solo per i visitatori, non per i prigionieri).

O l’utilizzo di cani antidroga per interrompere i colloqui. Del tutto pretestuosamente dato che sono ben note le posizioni dei repubblicani in materia di stupefacenti.

A cui si aggiungono episodi semplicemente meschini. Come l’impedimento imposto da parte di visitatori parenti di detenuti lealisti (filoinglesi) a quelli dei repubblicani (cattolici) di utilizzare la toilette. Anche nei confronti di bambini e senza che i guardiani intervenissero.

Infierire sulle famiglie dei detenuti da parte del sistema carcerario indica che la situazione è tutto tranne che risolta e tranquilla.

Del resto anche quest’anno, se pur in tono sicuramente minore rispetto agli anni settanta e ottanta, dall’Irlanda del Nord è arrivato qualche segnale a ricordarci che il “contenzioso” (o se volete il “conflitto”) è ancora in atto.

Intanto attendiamo fiduciosi qualche indicazione dai molteplici biografi di Bobby Sands, dagli esperti e “addetti ai lavori” che per anni ci hanno edotto sulle tormentate vicende irlandesi (ma solo su quelle trascorse). Sperando dicano qualcosa in merito all’irrisolta questione della riunificazione dell’Isola (e magari anche su quella dei prigionieri politici). Nel frattempo tocca a noi, poverelli, accendere un lume per rischiarare il cono d’ombra e fornire qualche aggiornamento.

Per quanto riguarda il 2023, in febbraio la Corte d’appello della Lituania aveva confermato la decisione del tribunale di sospendere le accuse ci “terrorismo” contro l’esponente repubblicano Liam Campbell. Accuse ormai cadute in prescrizione, ancora nel 2018, in base alla legislazione in vigore all’epoca del presunto reato.

L’anno scorso Campbell era stato estradato in Lituania dall’Irlanda (nonostante le numerose proteste davanti a consolati e ambasciate, sia irlandesi che lituane) per un presunto contrabbando di armi a favore della Real Irish Republican Army (RIRA). Rimesso in libertà dopo l’estradizione, Campbell si era comunque presentato in tribunale.

Sempre in febbraio un esponente delle forze dell’ordine era rimasto gravemente ferito a Omagh (Contea di Tyrone) in prossimità di un’area sportiva. Subito dopo i due responsabili dell’agguato si erano dileguati. Le indagini si erano immediatamente concentrate su esponenti della RIRA (da cui era poi giunta una rivendicazione) e sei sospetti venivano arrestati tra Omagh e  Coalisland.

Tuttavia quattro di loro venivano presto rimessi in libertà dopo essere stati interrogati.

Nella settimana successiva altri due presunti repubblicani coinvolti venivano arrestati a Belfast.

In aprile, nel corso di una sfilata repubblicana non autorizzata a Creggan (quartiere storicamente repubblicano di Derry) erano scoppiati disordini nel corso dei quali venivano lanciate alcune molotov da parte dei manifestanti.

Alla manifestazione (indetta per ricordare l’insurrezione del 1916) avevano partecipato centinaia di persone (ricordo che a Creggan erano nati Patsy O’Hara e Micky Devine, esponenti dell’INLA morti in sciopero della fame nel 1981) che erano scesi in strada preceduti da militanti in divisa paramilitare. Il corteo si era concluso al cimitero di Derry (dove sono sepolti Patsy e Micky, sulla loro lapide sta scritto “Morti affinché altri fossero liberi”). Forse non casualmente, tali avvenimenti sono accaduti alla vigilia della visita a Belfast di Joe Biden che partecipava alla commemorazione del 25° anniversario degli Accordi del Venerdì Santo (accordi messi in discussione dai repubblicani dissidenti nei confronti del Sinn Fein).

In questi giorni l’Irish Republican Prisoners Welfare Association, in rappresentanza di 27 prigionieri politici (di cui 21 in Irlanda del Nord) rinchiusi a Maghaberry,  Hydebank e Portlaoise, ha nuovamente denunciato l’utilizzo della detenzione preventiva (senza processo e senza possibilità di cauzione) come metodo per prolungare all’infinito l’imprigionamento.

Tale situazione al momento riguarderebbe almeno una quindicina dei prigionieri repubblicani.

In  qualche caso alcuni sono stati rimessi in libertà – senza mai venir processati, tantomeno condannati – dopo anni di prigionia, in quanto l’impianto accusatorio nei loro confronti veniva semplicemente a cadere nel nulla.

Gianni Sartori

#Kurdistan #News – DAL ROJAVA AL KURDISTAN DEL SUD NON ARRETRA LA POLITICA ESPANSIONISTICA DI ANKARA A SPESE DEI CURDI – di Gianni Sartori

Mentre anche l’UPK denuncia l’espansionismo turco, in Rojava l’AANES inizia a processare i miliziani di Daesh.

In entrambi i casi permane sostanzialmente indifferente (silenzio-assenso ?) la classe politica internazionale.

A volte, da una lettura superficiale, potrebbe sembrare che quella parte dei Curdi che fanno riferimento al Confederalismo democratico siano soli di fronte alla prepotenza della Turchia.

Anche rispetto agli altri curdi.

Soprattutto se si considera la politica assai accomodante (eufemismo) nei confronti di Ankara del PDK di Barzani. In realtà esistono anche altre componenti politiche curde che si oppongono coraggiosamente all’espansionismo turco.

Tra cui va segnalata l’Unione Patriottica del Kurdistan (UPK).

Così recentemente in occasione di un incontro di studi organizzato dal Congresso nazionale del Kurdistan (KNK) nel Kurdistan del Sud, Nord dell’Iraq (“I Kurdi elaborano una soluzione per una vita comune in occasione del 100° anniversario del trattato di Losanna”).

In tale circostanza una esponente dell’Ufficio politico di UPK, Bîlêse Cebar Ferman, ha denunciato l’aperta intenzione della Turchia di espandersi ulteriormente. Ovviamente a spese del Rojava e del Kurdistan del Sud.

Sostenendo che  “lo Stato fondato da Mustafa Kemal Atatürk sembra essere giunto al capolinea. E di conseguenza aumenta gli sforzi per ingrandire il suo territorio”. Ricordando che “a soli sedici anni dalla firma del trattato, la Turchia aveva annesso una città siriana con l’inganno di un referendum (evidentemente “taroccato”, manipolato nda), in collaborazione con la Francia, dimostrando che le clausole del trattato potevano essere modificate”.

Sempre secondo Bîlêse Cebar Ferman, oltre al Rojava e al Kurdistan del Sud, la Turchia avrebbe mire territoriali anche sulla Grecia e sulla Bulgaria.

Una strategia quella di Ankara, quanto meno “destabilizzante” su cui i Curdi devono vigilare congiuntamente.

Particolarmente drammatica la situazione in Rojava dove dal 7 giugno gli attacchi turchi si sono intensificati provocando molte vittime. Attacchi che la co-presidenza del KCK ha definito “genocidi e colonialisti”. Oltre che, ca va sans dire, “fascisti”. Una situazione che coinvolge ormai tutta la Siria del Nord e dell’Est.

Scopo della Turchia sarebbe quello di “distruggere l’intero sistema democratico realizzato dall’AANES in Rojava e nel Nord e nell’Est della Siria, con una politica di “decurdizzazione” del Rojava, modificando la composizione demografica attraverso l’espulsione dei Curdi”. In vista dell’annessione di territori siriani.

Scontato il silenzio-assenso (nei confronti di Erdogan) dell’Occidente (ma anche Russia e Cina non mostrano particolare sensibilità a riguardo).

Tutto questo mentre i Curdi, dopo aver portato sulle proprie spalle il peso maggiore (in termini di militanti caduti) della sconfitta dello Stato Islamico, si apprestano a processare (per crimini di guerra e crimini contro l’umanità) i miliziani di Daech, tra cui almeno quattromila stranieri, detenuti ormai da anni nell’indifferenza della comunità internazionale (soprattutto in materia di rimpatrio). Quanto alla continua richiesta da parte dei Curdi di istituire un tribunale internazionale “è sempre rimasta senza risposta”, ha ricordato l’Ufficio internazionale dell’AANES.

Bedran Chiya Kurd, coprésidente dell’Ufficio affari esteri dell’AANES, ha confermato che “i processi – pubblici e giusti – si svolgeranno indipendentemente dai negoziati con la Coalizione anti Stato-islamico”.

La presenza sui territori curdi di migliaia e migliaia di prigionieri jihadisti e delle loro famiglie (è noto come i bambini nei campi vengano indottrinati dalle mogli dei miliziani) rappresenta una potenziale bomba a scoppio ritardato, una fonte di insicurezza e di possibile rinascita di Daesh.

Solo l’anno scorso, nel 2022, i curdi hanno sostenuto ben 130 distinte operazioni contro le cellule dormienti dello Stato islamico catturandone circa 260 membri.

Anche da ciò l’urgenza di giudicare i prigionieri jihadisti. I processi, ha ribadito l’AANES, saranno pubblici e “osservatori internazionali, esperti, avvocati sono i benvenuti. Tutto il mondo sarà benvenuto per assistervi”. Ma soprattutto “saranno processi giusti”.Per dirne una, nei territori autogovernati dai curdi è stata abolita la pena di morte. Visto il contesto, quello mediorientale, non mi sembra poca cosa.

Va anche ricordato – per completezza di informazione – che comunque i Curdi non porgono l’altra guancia.

Nel Kurdistan del Sud (Nord ella’Iraq) l’11 giugno la guerriglia curda ha colpito i rinforzi inviati da Ankara nel gruppo montuoso di Girê Hekarî. In particolare un mezzo blindato utilizzato per trasportare le truppe. Per il Ministero turco della Difesa levittime turche sarebbero state due, mentre fonti curde (le HPG) parlano di una decina. Altre operazioni della resistenza curda si sono svolte nella regione di Zap tra il 12 e il 13 giugno. Da parte turca si sono intensificati gli attacchi aerei contro le zone di Girê Cûdî e Girê Amêdî (fronte occidentale di Zap),Golka (Metîna); Goşînê, Rostê e Sinînê (Xakurke), Deşta Kafya (Gare) e Dola Bolê (Qendîl). A cui vanno aggiunti centinaia di colpi di artiglieria.

Gianni Sartori