#Palestina #HungerStrikers – UN PRIGIONIERO PALESTINESE E’ MORTO IN SCIOPERO DELLA FAME – di Gianni Sartori

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Il prigioniero palestinese Khader Adnan (45 anni), è morto in carcere nella notte tra il 1 e il 2 maggio. Il decesso è stato la fatale conseguenza di un lungo sciopero della fame di quasi tre mesi (era iniziato il 5 febbraio) per protestare contro la sua detenzione in Israele.

Originario della Cisgiordania, era stato arrestato varie volte e aveva già protestato con altri scioperi della fame.

Rinvenuto privo di sensi, l’esponente della Jihad islamica in Cisgiordania (organizzazione classificata come terrorista, oltre che Israele, anche da Stati Uniti e Unione Europea) veniva trasportato in un vicino ospedale dove i medici non potevano che confermarne la morte. Nella mattinata di martedì, all’annuncio della sua tragica fine, dalla Striscia di Gaza venivano lanciati alcuni razzi contro Israele, ma senza causare vittime.

Stando al comunicato dell’amministrazione penitenziaria, il militante palestinese avrebbe rifiutato sia di sottoporsi a esami medici, sia di ricevere assistenza e cure adeguate.

Come aveva confermato la moglie, Randa Moussa, il 28 aprile. Aggiungendo però che il marito era “rinchiuso in cella in condizioni molto dure” e che le autorità israeliane “si erano rifiutate di trasferirlo in un ospedale civile e non avevano consentito una visita del suo avvocato”.

Per Qaddoura Fares, portavoce dei prigionieri palestinesi detenuti in Israele, si tratterebbe del primo detenuto palestinese morto in sciopero della fame in un carcere israeliano.

Gianni Sartori

#Kurdistan #Turkey – ISLAMISTI USA E GETTA? – di Gianni Sartori

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Segnali (apparentemente ?) contraddittori sui rapporti tra Ankara e milizie jihadiste in Siria. Stando alle dichiarazioni di Erdogan (ancora in carica come presidente, per poco ci si augura) il 29 aprile il MIT (i servizi segreti turchi) avrebbe eliminato Abou Hussein al-Qourachi, il (un?) leader dello Stato islamico (EI, Daech).

Per la giornalista Lindsey Snell il losco personaggio si trovava a Jinderes (un distretto del cantone di Afrin, al momento sotto occupazione di gruppi islamisti sottoposti al comando di Ankara) in una base di milizia Faylaq al-Sham. Una milizia notoriamente agli ordini e sul libro paga della Turchia. L’abitazione in cui si era insediato in passato sarebbe appartenuta a una famiglia curda sfrattata con la forza. Inoltre – sempre in base a quanto scritto da Lindsey Snell – alla stampa locale sarebbe stato impedito di coprire l’evento. Da parte delle organizzazioni curde si avanza il (fondato) sospetto che questa operazione rientri nella propaganda elettorale. Tra nemmeno due settimane (il 14 maggio) in Turchia ci saranno le elezioni presidenziali e legislative e per Erdogan si profila il rischio concreto di una sconfitta. In sostanza, per i curdi (ma non solo per i curdi), il terrorista islamico sarebbe stato tenuto al sicuro nei territori siriani occupati dalla Turchia per venir poi sacrificato a fini propagandistici. Solo un’ipotesi naturalmente, ma non priva di fondamento.

Di segno apparentemente opposto (o forse una ulteriore conferma di come l’estremismo islamico venga strumentalizzato dalla politica turca) le dichiarazioni di un ex colonnello turco dell’aviazione, Ümit Öztürk, secondo cui la Turchia avrebbe fornito passaporti verdi, originariamente destinati agli alti funzionari, a esponenti di Daech già combattenti in Siria e successivamente arrivati in Germania. La notizia coincideva con l’arresto di un ex jihadista, su denuncia di una giovane curda ezida divenuta schiava dello Stato islamico e poi, dopo essere riuscita a evadere, rifugiata in Germania. Qui, in un ristorante di Berlino, aveva riconosciuto e denunciato uno dei suoi stupratori, a sua volta tranquillamente approdato in Germania grazie al passaporto verde turco. L’anno scorso, proveniente dall’America, Ümit Öztürk era stato trattenuto in un aeroporto tedesco (mentre si recava in Svizzera per una mostra aeronautica) per circa un’ora. Qui veniva sottoposto a controlli e a interrogatorio da parte di esponenti dei servizi tedeschi e statunitensi. Proprio a causa del suo passaporto verde appena rinnovato (ne detiene uno dal 2002). I funzionari lo avevano informato che “gli stessi passaporti verdi vengono utilizzati da personaggi sconosciuti, di origine uzbeka e turcomanna (non turca nda), addestrati in Siria”. Passaporti autentici, precisavano, in grado di superare ogni controllo. E allora Ümit Öztürk si chiedeva appunto: “Come mai il ministero dell’Interno ha fornito questi documenti a esponenti dello stato islamico?”.

Attualmente sarebbero un centinaio gli ex jihadisti ricercati dopo che hanno preso il volo (molti, oltre che in Germania, anche in Georgia) grazie ai provvidenziali passaporti verdi forniti dal ministero degli Interni turco.

(Vedi su: Uluslararası skandal: Erdoğan rejiminden IŞİD militanlarına ‘yeşil pasaport’ hizmeti!)

Gianni Sartori

#Africa #Mali – A UN ANNO DI DISTANZA DOVREBBE DIVENTARE DI PUBBLICO DOMINIO IL RAPPORTO SUL MASSACRO DI MOURA – di Gianni Sartori

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Giusto un anno fa, dal 27 marzo al 1 aprile 2022, un numero imprecisato di civili (tra almeno 200 a oltre 400, tra loro qualche “sospetto jihadista”) vennero trucidati dall’esercito del Mali e da milizie mercenarie straniere (si parlò esplicitamente della Wagner) nel villaggio di Moura (nel circondario di Djenné, regione di Mopti, a circa 400 chilometri da Bamako). E finalmente il rapporto dell’inchiesta, rimasto bloccato da mesi, starebbe per essere reso pubblico. Immediatamente denunciato da Human Rights Watch (dopo solo tre-quattro giorni), il massacro sarebbe avvenuto a seguito dell’arresto di un gran numero di persone catturate (in parte poi liberate) durante un’operazione militare. Le esecuzioni sommarie sarebbero avvenute in momenti successivi, a piccoli gruppi. Nella comunicazione ufficiale (1 aprile) del ministero della Difesa del Mali si annunciava che dal 23 al 31 marzo l’esercito aveva ucciso 203 terroristi (o ritenuti tali) e ne aveva arrestati una cinquantina. Tale eventi avrebbero rappresentato una azione preventiva per impedire la prevista riunione tra vari battaglioni di islamisti (Katibat). Tuttavia, per la portavoce di Sahel à Human Rights Watch “gli abusi commessi dai gruppi islamisti armati non costituiscono comunque una giustificazione per il massacro deliberato delle persone catturate dall’esercito”. E quindi il governo aveva il dovere di “investigare su tale atrocità” (la più grave in questa guerra iniziata ormai oltre dieci anni fa). Il rapporto con i risultati dell’inchiesta avrebbe dovuto venir pubblicato ancora nel novembre scorso, ma poi si era “arenato”.

Già nei primi giorni dell’aprile 2022 Human Rights Watch aveva raccolto una trentina di testimonianza sul massacro. Da leader comunitari, commercianti, diplomatici stranieri ed esperti in materia di sicurezza. Moura, una cittadina di circa 10mila abitanti, era da tempo al centro di un’area colpita da violenze, uccisioni illegali e sfollamenti massicci.
Le violenze sui civili sono state commesse soprattutto da gruppi legati ad Al-Qaïda nel Maghreb islamico (AQMI) o allo Stato Islamico nel Grande Sahara (EIGS). Ma in parte anche dalle truppe governative e dalle milizie aggregate.

Human Rights Watch ha svolto accurate indagini soprattutto nella regione di Menaka, dove  i civili assassinati sono stati centinaia (in maggioranza appartenenti ai nomadi fulani, conosciuti anche come peul). Raccogliendo le testimonianze di decine di abitanti che parlavano di un gran numero “uomini bianchi armati, non francofoni” partecipanti alle operazioni militari governative. Notizie confermate anche da testimonianze raccolte a Sofara, Ségou, Diabaly, Belidanédji e Mopti.

Presumibilmente si trattava di russi (vedi gli accordi bilaterali tra governo di transizione del Mali e la Russia risalenti alla fine del 2021).

Fino all’arrivo dei soldati, Moura era totalmente sotto il controllo delle milizie jihadiste di AQMI che vi avevano imposto sia la tassazione (la “decima”, zakat) che la legge islamica (sharia).

Gianni Sartori