Mese: Maggio 2023
#DialoghiSulWeb – i #Podcast di Centro Studi Dialogo – #EuskalHerria – Focus sui Paesi Baschi – reg. 21.10.2022
Per un approfondimento sulla situazione in #EuskalHerria abbiamo incontrato Xuban Zubiria, giovane militante politico e sociale dell’area abertzale, molto attivo nel settore giovanile.
#7NotePerUnaNuovaEuropa #Scotland
#Kurds #Memoria – IN MEMORIA DELLA “SPOSA DEL KURDISTAN” di Gianni Sartori

CADE OGGI, 12 MAGGIO, IL 49° ANNIVERSARIO DEL MARTIRO DELLE FEMMINISTA CURDA LEYLA QASIM, condannata alla pena capitale dal regime di Saddam Hussein.
Ovviamente sappiamo tutti che Saddam Hussein non venne abbattuto (e che l’Iraq non venne invaso) per aver impiccato o sterminato con gas letali i curdi.
Tantomeno per la guerra con l’Iran durante la quale godeva del sostegno statunitense.
Tuttavia si rimane perplessi quando altri popoli oppressi talvolta lo ricordano ancora – questo macellaio – un campione dell’antimperialismo.
“Contraddizioni in seno ai popoli” verrebbe da dire.
Oggi 12 maggio, cade il 49° anniversario dell’impiccagione di Leyla Qasim e di altri quattro compagni curdi: Jawad Hamawandi, Nariman Fuad Masti, Hassan Hama Rashid e Azad Sleman Miran.
Nella memoria della Resistenza curda il nome della giovane militante femminista assassinata a soli 22 anni rimane ancora integro. Un esempio perenne come quelli di Sakine Cansiz, Zarife Xatun, Hevrin Khalaf … i cui ritratti campeggiano sui muri di tante abitazioni curde e nei luoghi pubblici del Kurdistan (dove questo è possibile ovviamente).
Leyla era nata nel 1952 a Xanequin (Kurdistan del Sud, in territorio iracheno) da Dalaho Qasim e Kanî, poveri contadini che avevano altri cinque figli.
Con suo fratello Chiyako aveva appreso l’arabo dalla madre.
Nel 1971 si era iscritta alla facoltà di sociologia di Bagdad e qui aveva contribuito alla costituzione di un sindacato degli studenti militando sia per i diritti delle donne sia per la causa curda.
Già alla fine degli anni sessanta, insieme al fratello, aveva scritto e diffuso alcuni opuscoli contro la politica del partito Baas (in particolare contro le torture e la repressione della popolazione curda). Il suo arresto per “separatismo” rientrava in una vasta operazione condotta dall’esercito iracheno e in carcere venne torturata, sottoposta a trattamenti disumani.
Si ritiene sia stata la prima donna giustiziata in Iraq e forse la quarta prigioniera politica nel mondo a venire impiccata.
Soprannominata “la Sposa del Kurdistan”, per ricordarla vennero scritti poemi, canzoni e in suo onore eretta una statua a Erbil.
Ancora oggi quel nome viene donato a migliaia di bambine nate in Kurdistan. Non è quindi casuale se centinaia di “Leyla”, combattenti e militanti della Resistenza curda, stanno ora lottando sia in Royava che in Bakur o Rojhilat.
Gianni Sartori
#DirittiCivili #Opinioni – CON LA NUOVA COSTITUZIONE L’UZBEKISTAN ABOLISCE LA PENA DI MORTE – di Gianni Sartori

In difficile equilibrio tra Occidente e Russia, l’Uzbekistan compie un passo importante in difesa dei diritti umani.
Non conosco abbastanza la vera Storia dell’Uzbekistan (intendo dire: oltre alle versioni contrapposte – all’apparenza alquanto strumentali, propagandistiche -che circolano) per prendere posizione sulla recente polemica in merito alla mancata esposizione – già programmata -del dipinto a olio “Quando (le truppe dell’Armata Rossa nda) bombardarono Bukhara”. L’’opera di Vjačeslav Akhunov (sette metri per due, appena arrivata dagli USA, ma rimasta impacchetta) si riferisce agli eventi del 1920. Secondo un’altra versione era stato bombardato più che altro l’Ark di Bukhara, il palazzo-fortezza dell’emiro Mohammed Alim Khan. Secondo altre ancora, sarebbe stato egli stesso (prima di fuggire in Afghanistan con il tesoro reale) a far minare il palazzo (e in particolare i locali dell’harem) perché non venisse “contaminato” dai comunisti. Comunque sia, in attesa di saperne di più, per ora sospendo il giudizio.
Ma intanto dall’Uzbekistan giungono anche altre notizie, molto più gradite e confortanti. Con l’approvazione di una nuova Carta Costituzionale (vedi il referendum del 30 aprile) viene infatti abolita la pena di morte.
Un inciso. Anche se parlar “bene”, relativamente beninteso, della Russia di questi tempi può essere controproducente, non posso non notare che in questo l’Uzbekistan (un paese in difficile equilibrio tra i due schieramenti) si allinea più con Mosca che con Washington. Infatti, mentre la Russia l’ha abolita ormai da un trentennio, viene mantenuta e praticata in diversi Stati degli USA.
E’ apparso evidente a tutta l’opinione pubblica uzbeka che gran parte del merito per la definitiva scomparsa di questa norma iniqua spetta a una donna coraggiosa: Tamara Chikunova.
Deceduta due anni fa, questa autentica “Madre Coraggio”, dopo che il figlio era stato giustiziato nel luglio del 2000, si era impegnata senza tregua prima per la moratoria e poi per l’abolizione. Da indagini successivi il figlio era poi risultato innocente del crimine per cui era stato condannata. L’ennesimo esempio di un errore giudiziario che – nel caso la condanna a morte sia già stata eseguita – risulta assolutamente irrimediabile, irreversibile.
In attesa che anche il resto del Pianeta si adegui, consoliamoci con questa importante vittoria dell’etica (o semplicemente del buon senso).
Gianni Sartori
#7NotePerUnaNuovaEuropa #Ireland #JamesConnolly
#IRAN #ESECUZIONI – IL BOIA NON VA IN FERIE – di Gianni Sartori

In nemmeno cinque mesi (126 giorni) il regime iraniano ha giustiziato circa 200 prigionieri. In prevalenza curdi (51) e beluci (42).
L’8 maggio altri due impiccati per “blasfemia”.
Secondo i dati forniti dall’Ong Hengaw sarebbero circa 200 (199 quelli finora accertati e identificati) le persone giustiziate quest’anno in Iran. Con una netta prevalenza di curdi (51) e beluci (42). Ossia il 55% del totale.
Tenendo conto che di altri 31 impiccati dal regime nel 2023 finora non è stato possibile accertare l’identità e la provenienza (5 sarebbero stranieri).
L’incremento delle condanne a morte e delle esecuzioni ha coinciso con le proteste dilagate nel paese per l’assassinio il 16 settembre 2022 di Jina Amin (che i media si ostinano a chiamare solo con il nome imposto dall’anagrafe iraniana – Mahsa – cancellandone di fatto l’identità curda).
Complessivamente nel 2022 vi sarebbe stato un incremento delle esecuzioni del 75% rispetto all’anno precedente.
Ovviamente non tutti i giustiziati sono dissidenti, oppositori o prigionieri politici. In vari casi si tratta di detenuti comuni (anche curdi e beluci naturalmente) accusati di reati come omicidio o spaccio di stupefacenti.
Tra le ultime esecuzioni quelle di due presunti “blasfemi” – Sadrollah Fazeli Zarei e Youssef Mehrdad – impiccati l’8 maggio nella prigione di Arak.
Arrestati nel 2020, venivano accusati di aver bruciato copie del Corano e per aver gestito piattaforme in rete in cui avrebbero denigrato la religione (“insulto al profeta”) e propagandato l’ateismo. Oltre ad aver offeso i dirigenti iraniani.Accuse che gli avvocati dei due avevano regolarmente respinto. Ma tant’è…
Per l’organizzazione Iran Human Rights, oltre che di un “atto crudele”,si è trattato di un “evidente insulto alla libertà di espressione”. Va anche ricordato che le condanne a morte per blasfemia sono (erano?) relativamente rare. Per cui la notizia potrebbe anche segnalare un possible ulteriore inasprimento repressivo.
Oltre a quelle, legittime e sacrosante, di Amnesty International, contro le due ultime esecuzioni si sono levate anche le proteste di Washington.
Verrebbe quasi da sorridere (se la cosa non fosse tragica) nel sentire i portavoce statunitensi recriminare sulle esecuzioni capitali in Iran – o altrove – quando negli USA (in vari Stati, con diverse modalità) sono praticate con regolarità. Sollevando il legittimo sospetto che le decisioni delle giurie possano risentire di atteggiamenti discriminatori, razzisti. A scapito soprattutto di minoranze, emarginati, classi subalterne. Mentre in Russia, (la “famigerata” Russia) la moratoria è in vigore ormai da quasi un trentennio. Anche se, vista l’attuale situazione, un possibile ripristino sarebbe in discussione. Ma così va il mondo…a geometria variabile. Si tratti di autodeterminazione dei popoli, diritti umani o ambientalismo.
Gianni Sartori
#7NotePerUnaNuovaEuropa #EuskalHerria
#7NotePerUnaNuovaEuropa #Tirol
#Kurdistan #Repressione – AFRIN CINQUE ANNI DOPO – di Gianni Sartori

Afrin nel 2018 veniva sottoposta all’occupazione dei militari turchi e degli ascari jihadisti.
Da allora subisce ininterrottamente repressione, violazioni dei diritti umani e pulizia etnica.
E’ di questi giorni la notizia (diffusa dall’Osservatorio siriano dei diritti dell’uomo – OSDH) dell’ennesimo scempio alla dignità umana. E, come spesso accade, anche stavolta la vittima è una donna. O meglio, una bambina di dieci anni violentata da Ehmed Memdûh (Ebû Deham), un comandante diAl-Sultan Suleiman Shah “Al-Amshat”, organizzazione jihadista sostenuta da Ankara.
Dopo aver commesso il delitto lo stupratore si sarebbe rifugiato a Kura, un villaggio del distretto di Jindires (località da dove potrebbe essersi già allontanato in quanto accolto dalla rabbiosa indignazione popolare).
Non è – ovviamente e purtroppo – il primo episodio del genere. Come aveva ripetutamente dichiarato il Comitato delle donne del cantone di Shehba. Denunciando come “le donne sono le principali vittime delle forze turche e dei mercenari loro alleati che commettono crimini disumani nei confronti della popolazione curda di Afrin, con uccisioni, sequestri di persona e stupri”.
Chiedendo alle organizzazioni internazionali di “prendere coscienza della gravità di tale situazione e di agire a protezione della popolazione civile di Afrin, vittima di questi odiosi crimini”.
Dello stesso tenore il comunicato dell’agenzia Mezopotamya secondo cui “questo stupro ai danni di una bambina non è il primocrimine commesso dalla Turchia e dalle gang sue affiliate contro le donne e i bambini in Afrin sotto occupazione.
Stupri, massacri (…) e sequestri di persona sono ormai ordinaria amministrazione. Afrin è occupata ormai da cinque anni e tali azioni disumane proseguono senza interruzione”.
Tra gli episodi più recenti, il sequestro in aprile di almeno tre civili nel distretto di Rajo e di Shera.
Da parte della cosiddetta “polizia militare” (una forza paramilitare costituita da mercanti filo-turchi).
Si tratta di Hisên Mistefa Nûrî Hidik (43 anni) del villaggio di Dêrsewanê, di Mihemed Xelîl (36 ans) originario di Meiriskê e di una terza persona, un trentenne pare, di cui non si conosce l’identità.
Prima dell’invasione turca il cantone di Rojava era abitato prevalentemente da curdi.
Nel marzo Afrin 2018 (nonostante l’eroica resistenza delle YPG/YPJ) era ormai circondata, assediata, bombardata. In un attacco aereo veniva distrutto l’unico ospedale uccidendo 16 civili. Si calcola siano stati oltre 500 i civili di Afrin morti sotto i bombardamenti turchi ( senza contare quelli assassinati dalle milizie jihadiste).
E nel frattempo nei distretti del cantone occupato prosegue la creazione di colonie per le famiglie dei mercenari filo-turchi. Con l’evidente intenzione di mutare in maniera irreversibile la composizione demografica della regione.
E’ di questi giorni la notizia dell’inaugurazione nei pressi del centro di Afrin dell’ennesima colonia di 500 unità abitative denominata (come annunciato dal “Consiglio locale” sottoposto agli occupanti turchi) “Al-Amal 2”. Opera finanziata dai finanziamenti della cosiddetta Autorità internazionale di aiuto e sviluppo “Ansar”.
Nel 2021 un’altra colonia (“Terra di Speranza”) veniva realizzata nel villaggio di Kafr Kalbin (nell’area occupata di Azaz, a nord di Alep) grazie al finanziamento della Gestione turca delle catastrofi e delle urgenze (AFAD) e dell’Organizzazione internazionale di aiuto “Anser”.
La colonizzazione turca dei territori siriani occupati era stata avviata fin dai primi momenti dell’occupazione (Israele docet ?).
Già nel novembre 2018 a sud di Afrin nasceva il complesso abitativo “Al-Qarya Al-Shamiyya” (già nel nome destinato ai miliziani di “Al-Jabha Al-Shamiyya”). Al momento di calcola che le colonie di popolamento realizzate dalla Turchia siano almeno 25 (in soli cinque anni!). E non va certo meglio per i curdi che vivono in Turchia. A Istanbul,il 2 maggio è stato assassinato Cihan Aymaz, musicista curdo e attivista di HDP.
Sarebbe stato accoltellato da un fascista turco per essersi rifiutato di cantare l’inno “Ölürüm Türkiyem “ (“Io morirò per te Turchia”). Il giorno dopo molti giovani (non solo curdi) che si erano riunitiper manifestare la loro indignazione venivano arrestati. Almeno due di loro sono stati anche torturati. Si tratta di Kafr Kalbin e di Muhammet İkto (militanti dell’Assemblea dei giovani del partito Yesil Sol).
Nella serata del 7 maggio veniva poi assassinato nel villaggio di Setkar (provincia di Şirnak) il militante curdo Temel Temel, parente dell’ex sindaco di Elkê. Un episodio che fa temere il ritorno dei famigerati squadroni della morte attivi in Bakur (Kurdistan del Nord, sotto occupazione turca) negli anni novanta. Forse riesumati in occasione della campagna elettorale.
Gianni Sartori
