#Veneto #MemoriaStorica – 19 APRILE 1968: SOLTANTO UN INIZIO – di Gianni Sartori

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“Esiste un appuntamento misterioso tra le generazioni che sono state e la nostra” – Walter Benjamin

Avendo letto “I tre moschettieri” e anche il seguito, ritenevo che il giro di boa, l’eventuale amarcord finale fosse quello dei fatidici “Vent’anni dopo”. Per questo verso la fine del 1987 (in vista del ventennale, ma con qualche mese di anticipo) avevo scritto un autocelebrativo “Non è colpa mia se avevo sedici anni nel ’68” ripescando una frase di Andrea Gobetti (il nipote di Piero- speleologo torinese, militante di Lc e amico di Tonino Micciché*) dove mischiavo arbitrariamente ricordi di manifestazioni e di attività speleiste, in particolare l’esplorazione della Grotta del Torrione Vallesinella, agosto 1968, nelle Dolomiti di Brenta.
Sono poi transitati, a passo di (lunga) marcia, non solo il ventennio, ma anche il trentennio (appena intravisto) e senza quasi farsi notare, anche il quarantennio . Ma nel frattempo avevo letto “Le falangi dell’ordine nuovo”, il fumetto di Bilal e Christin dove gli ex componenti di una Brigata internazionale riprendono le armi contro i rigurgiti fascisti mezzo secolo dopo la guerra civile spagnola.
In realtà la vicenda si svolge verso la fine degli anni settanta, quindi a 40 – non 50 – anni dallo scioglimento delle Brigate internazionali. Tuttavia, considerato che nel ’68 avevo 16 anni, pensavo di potermi scalare tranquillamente una decina di anni rispetto a Pritchard, Barsac, Avidsen, Stransky, Castejon e gli altri personaggi, settantenni, della storia.
Questo mi aprì, mentalmente, la possibilità di rinviare un’eventuale, definitiva rimpatriata al cinquantennio. Prospettiva ritenuta comunque lontana e improbabile da raggiungere, per lo meno da vivi.
Invece anch’esso era giunto, famelico, mentre ormai si profila il sessantennale (è mai possibile ?!?). E penso tristemente che per chi oggi ha l’età che io avevo nel ’68, la mia generazione corrisponde non a quella dei partigiani (per noi sessantottini) e nemmeno dei volontari in Spagna, ma più o meno a quella dei bolscevichi del 1917 o, sempre più o meno, ai marinai di Kronstadt del 1921. Se è troppo complicato, poi vi spiego.

Rivedo una scritta apparsa anche sui muri della Bertoliana, la biblioteca pubblica vicentina, nel 1971: “1881: La Comune – 1921: Kronstadt -1971: ?”.

Come già detto, siamo ancora in attesa (anche se i Curdi nel Rojava forse ci stanno provando, per quanto umanamente possibile).
Resta il fatto che la mitica Kronstadt, per la mia generazione quasi altrettanto lontana della Comune, risaliva soltanto a qualche decennio prima, più o meno appunto come ora il ’68.

Quindi, prima di scordarsi, oltre a quel che siamo diventati, anche quello che eravamo, meglio prendere nota.

E comincio dal 19 aprile valdagnese del 1968.
C’ero, devo dire. Per caso e di sfuggita, ma c’ero. O quasi.
Eravamo partiti in autostop nel primo pomeriggio, io e l’Umberto, per andare in piscina a Valdagno (coperta, una rarità all’epoca). Il viaggio era stato particolarmente sfigato e arrivammo talmente tardi che stavamo già pensando di ritornarcene a Vicenza. E poi praticamente non riuscimmo nemmeno a entrare in paese. Tutti ci sconsigliavano vigorosamente, ci suggerivano di fare dietrofront e alla fine mi lasciai convincere dall’Umberto che “non era il caso di andarsele a cercare”. Peccato, anche se probabilmente a quel punto i “disordini” erano conclusi e restava operativa soltanto la caccia all’uomo (preferibilmente dall’aspetto operaio) da parte di polizia e carabinieri. Ma comunque ritornai il giorno dopo, recidivo. Stavolta da solo.
Tra i ricordi: le decine di manichini, prelevati dalle vetrine sfondate dei negozi Marzotto e gettati nel greto ciottoloso dell’Agno; i gradini frantumati del piedistallo della statua di Marzotto (abbattuta a furor di popolo) per ricavarne pietre; alcuni “trentini” in trasferta (Rostagno, Boato…Curcio pare di no…) completi di eschimi, patacche maoiste e barbe.
Ebbi qui modo di conoscere qualche abitante di Valdagno che, apertamente, rivendicava la partecipazione ai fatti del giorno prima. Alcuni li rividi in seguito a qualche manifestazione. E uno anche alla più modesta rivolta di Arzignano del 1971 per la minacciata chiusura della Pellizzari**.

Ritrovati nel corso degli anni (almeno alcuni, per altri vado a memoria) ne ho raccolto impressioni e ricordi, talvolta discordanti, sulla Madre di tutte le Rivolte Operaie nel Vicentino

LISETTA E BRUNO: LA PRIMA PIETRA NON SI SCORDA MAI
Una premessa.
Il 19 aprile 1968 era previsto lo sciopero di 24 ore per tutti i tessili.
Di buonora i carabinieri si erano piazzati all’interno della portineria occupando diverse entrate e anche le scale in modo da garantire l’entrata ai crumiri, più che altro impiegati e dirigenti.
Raccontava Lisetta (SPI), all’epoca del nostro ultimo incontro:
“Alle sette usciamo noi del primo turno, in sciopero dopo un’ora di lavoro. Ci fermiamo sui gradini e tentiamo di occupare anche noi la portineria.
Siamo quasi tutte donne, ma i carabinieri non si fanno intenerire e ci scacciano colpendoci con i cinturoni. Cominciano così i primi tafferugli. Poi,
mi pare verso le nove, arrivano centinaia di studenti (circa 300 nda) delle superiori in corteo. Tra le nove e mezzogiorno le cariche della Celere non si arrestano mai. I poliziotti non risparmiano botte e pestaggi e usano sia i manganelli che il calcio dei fucili. Vengono lanciati lacrimogeni a centinaia.
Ma davanti alla fabbrica un picchetto di un migliaio di operai non fugge e continua a resistere…
Alla sera, verso le diciotto…”

Interveniva a questo punto Bruno, il marito, anche lui operaio e protagonista della battaglia di Valdagno:
“Ostia, ma vuoi lasciar parlare anche me un poco? Verso le diciotto, appunto, gli agenti arrestano due operai e li trascinano in portineria. Per rilasciarli il questore esige che venga sciolta la manifestazione. In risposta riceve una bordata di fischi e urla. Cominciano a volare le prime pietre, ne tiro qualcuna anch’io, mentre la Celere e i Carabinieri caricano nuovamente sparando lacrimogeni ad altezza d’uomo. A me, poi, li spareranno dall’alto verso il basso (micidiali! nda) perché mi ero rifugiato sotto le arcate di un ponte che scavalcava l’Agno”.
Coincidenza. Un altro manifestante, quello incontrato quattro anni dopo ad Arzignano, mi raccontò che i carabinieri gli scagliarono addosso, dall’alto, diverse grosse pietre mentre si trovava in una situazione analoga.


Ma a questo punto è l’intera popolazione di Valdagno che scende in strada ribellandosi a Marzotto e ai suoi ascari.
“Io portai anche una delle corde, -continuava Bruno – prendendola in prestito da un cantiere, per tirar giù la statua. E pensa che ero iscritto alla CISL…”. Anche se di fornitori di corde nel corso degli anni ne ho incontrati almeno una decina, va detto che comunque abbattere la statua di Marzotto ebbe un forte valore simbolico, come quando lo fucilarono in effige nel 1945. “In quel caso forse anche troppo simbolico – aveva commentato Elio, un altro ex operaio presente alla conversazione con Lisetta e Bruno.
Alexis, un compagno greco rifugiato a Valdagno per sfuggire al regime dei colonnelli, mi aveva invece fornito una sua versione (non saprei quanto veritiera) della scomparsa delle lettere che componevano la scritta sotto al monumento, quello abbattuto. Dopo essere state divelte, non sarebbero finite dentro al torrente Agno, ma nella cantina di un professore che le aveva sequestrate a un suo allievo responsabile del prelievo. Verità o leggenda metropolitana?

Lasciamo ora raccontare il seguito della quasi insurrezione ad una altro ex operaio in pensione, Igino:
“Verso le 23 molti manifestanti cominciarono a rincasare e quasi contemporaneamente arrivarono altri celerini – un migliaio, si diceva – e altri “baschi blu”. Questi dalla Sardegna, sempre si diceva. Cominciarono subito a picchiare chiunque si trovava per strada e perquisire cantine e pianerottoli in cerca di manifestanti. Un vero rastrellamento! Si sentivano raffiche di mitra e i feriti si contavano a decine (anche se il numero esatto non si conoscerà mai in quanto molti preferirono curarsi a casa per non rischiare l’arresto nda).
Bilancio finale: 300 fermati e 47 arrestati, portati questi ultimi direttamente nel carcere di Padova.
Il Giornale di Vicenza, tanto per non smentirsi, scriveva: “42 arrestati (47 in realtà nda) a Valdagno dopo le devastazioni e la drammatica sfida alle forze dell’ordine”.

Proviamo a contestualizzare.
Dalla Marzotto alla Pirelli, alla Fiat: alla fine degli anni sessanta riprende vigorosamente un ciclo di lotte che per forme, contenuti, qualità segnano una svolta. L’autunno caldo del 1969 sarà il momento culminante (azzoppato, se non proprio stroncato, con la la strage di Stato del 12 dicembre) di questa nuova fase. Nel ’68 alla Pirelli (vedi il CUB) si ricorre a scioperi interni, di reparto, rallentamento e autoriduzione della produzione, modifica di fatto delle condizioni di lavoro.
Questo il quadro generale.
E anche Vicenza si mobilitava. Nei giorni successivi al 19 aprile si svolsero azioni di picchettaggio e boicottaggio davanti al “Fuso d’oro” (proprietà di Marzotto) in Corso Palladio. Distribuimmo un volantino dove Domenico Buffarini (PSIUP, reduce da Valle Giulia) aveva estrosamente disegnato un pugno chiuso che usciva dalla ciminiera di una fabbrica stringendo una chiave inglese con varie scritte:
POLIZIA AL SERVIZIO DI MARZOTTO – ESTENDIAMO LA LOTTA CONTRO I PADRONI E IL LORO STATO – BOICOTTARE I “FUSO D’ORO” E I “JOLLY HOTEL”

Con gli inevitabili risvolti. Alcuni fermi e una dura carica dei carabinieri che apparvero d’improvviso nella galleria delle vetrine (se ne stavano chissà da quanto tempo acquattati nel cortile interno), una massa nera brulicante che ci inseguì (i pochi rimasti in strada dopo una decina di fermi) quasi fino in piazza dei Signori. Ricordo la giovanissima morosa di Alberto G. disperata, in lacrime, dopo che lui era stato fermato e portato in questura.

PARANTESI RUMORIANA
Un inciso e un salto di qualche mese. Arriviamo al 23 dicembre 1968, sempre a Vicenza.
Il Natale era alle porte e presumibilmente faceva freddo parecchio (ah, gli inverni di una volta!). A Palazzo Trissino (Comune di Vicenza) era in agenda un incontro tra Mariano Rumor, capo del governo e i sindaci vicentini. Partecipava anche il vescovo Zinato.
Nel frattempo il centro storico della città del Palladio veniva invaso da decine di bandiere vietcong (quelle del FLN: blu, rosse e con la stella). Spuntavano clandestine sul monumento a Garibaldi, sui fili del tram, sulle impalcature…
All’arrivo di Mariano un lancio di uova (vorrei, ma non posso onestamente, definirlo “fitto”…diciamo moderatamente intenso) che però non colpiscono l’illustre democristiano, ma solo la scorta. Fuga precipitosa dei lanciatori che temono di essere stati identificati (uno di buona famiglia trascorse, beato lui, oltre un mese ad Asiago nella seconda casa di amici benestanti; altri si affidarono alla provvidenza…). A conti fatti, successivamente, le uova lanciate furono al massimo una decina.
Sui giornali del giorno dopo apparve la foto di Rumor uscito incolume da un “agguato” mentre intratteneva soavemente i sindaci democristi.
Una ventina di giorni prima, il 2 dicembre 1968, la polizia aveva ucciso due braccianti (e causato una cinquantina di feriti) sparando durante una manifestazione ad Avola. Anche a Vicenza c’era stata una manifestazione di protesta e successivamente la distribuzione di volantini in memoria di Giuseppe Scibilia e Angelo Sigona.

IL RUOLO DELLA CISL
Arriva il 1969 e la lotta continua.
Diamo la parola a un sindacalista comunista che aveva preso parte, se pur marginalmente, alla rivolta:“Nel 1969, dopo due scioperi dichiarati dalla CGIL, si arrivò all’occupazione della fabbrica su proposta della CISL, forse preoccupata per la possibilità di una seconda rivolta operaia. Rivolta che avrebbe potuto avere effetti dirompenti in tutta la provincia dove i tradizionali meccanismi di mediazione e controllo vacillavano vistosamente”.
Anche Pina, all’epoca giovane operaia, poi militante di lotta comunista, mi aveva sostanzialmente confermato il ruolo della CISL nel disinnescare ulteriori sollevazioni proletarie:
“L’occupazione durò un mese, ma in forma chiusa senza contatti aperti con l’esterno. Di fatto, gli operai erano asserragliati in fabbrica. Nelle trattative emerse la proposta del delegato sindacale e di reparto, eletto da tutti i lavoratori. Nel febbraio del 1969 non sembrò un “contentino”, ma una vittoria significativa. E così anche il diritto all’assemblea – durante l’orario di lavoro con la presenza del sindacato – che venne subito dopo. In realtà il recupero della rivolta era già avviato”.


A ormai quindici giorni dall’inizio dell’occupazione, l’8 febbraio a Vicenza gli studenti dichiarano uno sciopero di solidarietà.
Penso di poter rivendicare qualche responsabilità nella sostanziale, per quanto modesta, riuscita di quello all’Istituto magistrale (governativo nella dicitura originale) D. G. Fogazzaro. In batteria con Giorgio Bordin (all’epoca figiciotto, in anni successivi attore e per un periodo perfino repubblicano!?!) e Gianni Cadorin (in seguito anarchico) riuscimmo a tener fuori alcune classi. Quasi al completo la mia, la 3° E.
Credo in quella occasione di aver avuto un breve alterco con il futuro sindaco Variati che era, mi pare, in 2° E. Forse già seguace di Rumor, avrebbe preferito entrare. Fatalmente, alla prima occasione per il sottoscritto e per Alfredo Zaniolo scattò una sospensione.

Con l’evidente intento di svuotare la protesta il prefetto chiedeva una “tregua” di 90 giorni. Nel frattempo gli operai occupanti avrebbero dovuto sgomberare, ma la proposta venne rispedita al mittente.

Tra i molteplici interventi a sostegno degli operai va registrato quello dei partigiani delle Formazioni Garemi.
In un volantino del 9 febbraio 1969 scrivevano:

“…gli stabilimenti Marzotto sono stati salvati più volte dalla distruzione, durante l’ultima guerra, grazie all’intervento dei partigiani. Ciò avvenne per due volte nell’estate del 1944, quando alcune azioni partigiane fecero rallentare in vari modi il ritmo della produzione nelle fabbriche Marzotto, riuscendo così a convincere gli alleati a rinunciare ai bombardamenti a tappetto che essi avevano progettato su Valdagno (il prodotto che usciva dalla Marzotto andava infatti ad alimentare il potenziale bellico dei tedeschi). La terza volta fu nei giorni della Liberazione, dal 25 aprile al 29 aprile, quando il pronto intervento dei partigiani a difesa delle fabbriche impedì che i tedeschi nella loro ritirata, potessero far saltare le enormi cariche di tritolo che in precedenza avevano collocato agli angoli degli stabilimenti più importanti della nostra provincia, quelli di Marzotto compresi. Marzotto questi fatti dovrebbe ricordarseli bene anche se, in quei giorni cruciali, preferì scapparsene da Valdagno e rifugiarsi a Vittorio Veneto (….).
Si capisce bene che quegli stabilimenti non furono salvati per fare un servizio ad una dinastia che si era fin troppo compromessa col fascismo e aveva la sua buona parte di colpa per i mali che affliggevano il Paese. Ma i partigiani (…) avevano coscienza che con quegli stabilimenti salvavano un capitale immenso, tanto utile per dare lavoro a migliaia di operai e per favorire la ripresa economica del Paese (…). I Marzotto hanno dimenticato però che, loro malgrado, c’è stata in Italia una lotta di Liberazione che ha risvegliato le coscienze dei lavoratori. Nonostante le rappresaglie, le intimidazioni, il paternalismo dei padroni, i lavoratori oggi hanno coscienza dei loro diritti e li vogliono. La via per poterli ottenere è la lotta, quella stessa che voi avete scelto con tanta decisione (…).


Dopo l’accordo alla Marzotto, in tutto il vicentino si sviluppò un ampio movimento per rivendicare i diritti sindacali sul luogo di lavoro. Alla Lanerossi (10mila dipendenti) la Filtea provinciale dichiarò uno sciopero in contrapposizione a CISL e UIL per il decadimento delle Commissioni interne e per l’elezione del Consiglio.
Sempre per la cronaca: con un leggero anticipo di venti giorni il 9 aprile lo Stato celebrò a modo suo il primo anniversario della rivolta di Valdagno. Ammazzando due persone inermi, un operaio e una insegnante, nel corso delle proteste scoppiate a Battipaglia contro la chiusura di un paio di stabilimenti. I feriti furono oltre 200, la metà per arma da fuoco.

UNA DONNA DI NOME TINA

Tornando al vicentino, il volantino dello sciopero*** alle Magistrali fu “galeotto” nel farmi conoscere Tina Merlin****, la grande giornalista che aveva denunciato in anticipo la tragedia del Vajont. Purtroppo inascoltata, come Cassandra.
Nel febbraio del 1969, qualche giorno dopo lo sciopero mi recai, in autostop, a Valdagno in visita alla fabbrica occupata. Portavo la mia testimonianza, appunto il volantino di solidarietà degli studenti dell’istituto magistrale di Vicenza A Valdagno ne lasciai alcune copie agli operai di guardia, un pochetto diffidenti devo dire. Certo “non era l’occupazione delle fabbriche del 1921 – pensavo – ma insomma era già qualcosa” e ritornai a Vicenza in autostop. A darmi un passaggio fu proprio Tina Merlin (partigiana, giornalista dell’Unità) che mi aveva intravisto parlare con gli operai. Ovviamente consegnai anche a lei copia del volantino che poi inserì nel suo libro “Avanguardia di classe e politica delle alleanze” (Editori Riuniti, 1969). Ormai la lotta della classe operaia di Valdagno era divenuta di rilevanza nazionale .
Del viaggio ricordo soprattutto un suo auspicio: “Voi giovani vedrete realizzarsi i nostri sogni, quelli del vostri genitori…un mondo meno ingiusto..” (cito a memoria). Sembrava convinta e non posso fare a meno di pensare a quanto sarebbe delusa vedendo il disastro attuale.
In ogni caso la sua testimonianza rimane esemplare, salda. A futura memoria.
La immagino ancora giovane, impavida staffetta partigiana, tra un rastrellamento e un posto di blocco nazifascista…magari un poco pistolera…all’assalto del cielo.

Naturalmente la rivolta di Valdagno non era sbocciata improvvisamente, così dal nulla.
Vediamo qualche precedente.
Sin dal 1967 c’era stata mobilitazione contro l’aggravamento dei carichi e dei ritmi, a causa del passaggio da un sistema paternalistico-manifatturiero ad una nuova organizzazione del lavoro, impostata dall’Ufficio- tempi e metodi, da poco impiantato, che introduceva ampi elementi di fordismo.
Come mi aveva spiegato circa quindici anni fa un responsabile della Camera del lavoro di Vicenza (potrebbe essere stato Coldagelli, ma non ci giurerei) “Costituì sicuramente un traumatico giro di vite per i lavoratori. Organizzazione scientifica del lavoro che comportava il raddoppio immediato del numero dei telai assegnati a ogni operaio. Decisioni che alimentarono la protesta. La rivolta del 19 aprile fu quindi sia contro il vecchio paternalismo, con l’abbattimento della statua, sia contro i nuovi sistemi di sfruttamento della rinnovata organizzazione capitalistica del lavoro”.
Per la Rivoluzione restiamo sempre in lista d’attesa. Per quanto improbabile, non si sa mai…

Gianni Sartori

* nota 1: Tonino Miccichè, operaio e militante di Lotta continua, venne assassinato da Paolo Fiocco, guardia giurata e iscritto alla Cisnal, nell’aprile 1975 alla Falchera (Torino).
Dall’arringa dell’avvocato Bianca Guidetti Serra al processo contro Fiocco: “Freddezza e efferatezza raramente sono cosi evidenti, c’è la volontà di uccidere. Arriva con la pistola infilata nei pantaloni. Ha indossato il soprabito per coprirla. E’ tranquillo, per non destare sospetti. In lui ansia di vendetta e rancore acuto. E’un assegnatario, privilegiato rispetto agli altri che sono occupanti. Ha due box e li difende con pervicacia non accettando la proposta motivata degli altri. Di fronte ha un giovane lavoratore che aiuta e si batte per dare una casa a chi è senza“.
Condannato prima a 19 anni di carcere, poi in appello a 13, il vigilante Fiocco ottenne la semilibertà nel gennaio 1981. Venne addirittura scarcerato già nel 1982. Niente male per un omicida.

*nota 2: Arzignano 1971. Il “Partito” (Potere Operaio, a cui comunque non mi ero mai iscritto e che lasciai perdere all’inizio del 1972, stufo di sentirmi apostrofare con “faremo come in Spagna…” con un evidente riferimento al maggio ’37)) aveva detto di no, non si doveva andare. La mobilitazione alla Pellizzari era nata in difesa del posto di lavoro, una lotta considerata di retroguardia. Ma a noi quattro non ce ne fregava un cazzo. Le notizie parlavano di barricate, di un paese sotto assedio, di centinaia di persone, operai con le loro famiglie, a presidiare le strade. Come accadeva contemporaneamente nel Bogside a Derry.
In quel di Arzignano arrivarono addirittura a circondare una colonna di gipponi della Celere che, incautamente, era entrata in paese e non riusciva più a uscirne. Bastava e avanzava. Partimmo appunto in quattro (Alberto, Tiziano, Umberto e io) come i cavalieri dell’Apocalisse, stipati nella 500 di Alberto.
Impensabile arrivarci dalle strade principali a causa dei posti di blocco. Ma per stradine bianche collinari secondarie, anche una caresà ricordo, giungemmo di soppiatto in prossimità del paese per poi proseguire a piedi. Alla sera rientrammo a Vicenza facendo il percorso inverso. Così per tre giorni di seguito, finché grazie alle trattative sindacali (e ai cedimenti) si giunse a un compromesso poco onorevole che lasciò l’amaro in bocca alla maggioranza delle maestranze. La rabbia era tanta, la consapevolezza (sta per: coscienza di classe anticapitalista) pure. Ricordo alcuni operai (e non tutti giovani, anche uno che era stato partigiano) che avendoci individuato come presunti “maoisti” non esitarono nel proporci di partecipare a qualche “azione diretta” eclatante (non scendo in particolari, ma veramente “eclatante”…). Forse saggiamente il futuro ambientalista Fazio (che ricordavo medico m-l a Velo d’Astico) li riportò a più miti consigli. Casualmente incontrai anche quell’operaio di Valdagno che il 19 aprile di quattro anni prima aveva rischiato di venir lapidato dai carabinieri mentre si rifugiava sotto un ponte dell’Agno.
Con un gesto esplicito battè la mano su una tasca mormorando “ma stavolta xe meio che no i ghe prova gnanca…”. Vai a sapere.
Conservo un’immagine cupa e livida dell’ultimo rientro. Eravamo già in alto, sulle colline e dal paese invaso dalle ombre della sera si alzavano colonne di fumo nero dai copertoni che bruciavano. Insieme alla rabbia, bruciavano anche alcune barricate: piuttosto di demolirle in molti preferirono darle alle fiamme. Da qualche parte nel mondo, sepolto sotto la cenere di mille sconfitte, forse quel fuoco brucia ancora e attende. Spero.

***nota 3: Per chi fosse eventualmente interessato il volantino (“Gli studenti del “Fogazzaro” in sciopero, Vicenza 8 febbraio 1969) si trova a pag. 225 del libro citato. Lo avevo scritto nella sede del PSIUP di Vicenza insieme all’allora compagno, poi democristiano, Alfredo Zaniolo con la supervisione, in parte censoria, di Domenico Buffarini, dirigente pisiuppino.
Riporto la conclusione:

“Operai!
Gli studenti non vi esprimono solo la loro solidarietà, ma vi portano il contributo cosciente della loro lotta contro il comune nemico, il capitalismo!
Uniti, studenti e operai possono costruire un mondo nuovo!
Uniti, studenti e operai possono diventare padroni del loro destino!
A Valdagno, a Vicenza, nel Veneto, in tutta Italia studenti ed operai uniti nella lotta”.

Belle parole senz’altro. Perfino commoventi. Ancora attuali? Quien sabe…
E comunque “per come la vedo io, la lotta continua…” (citazione, ovviamente).

****nota 4: Tina Merlin era nata a Trichiana (BL) nel 1926.
Partigiana durante la guerra di Liberazione, dal 1951 al 1967 era stata corrispondente dell’Unità da Belluno. Per i suoi articoli in cui denunciava la realizzazione della diga del Vajont e i rischi di una catastrofe (come poi puntualmente avvenne) venne denunciata e processata per “diffusione di notizie false e tendenziose atte a turbare l’ordine pubblico”. In seguito fu corrispondente dell’Unità da Vicenza.
Mi capita spesso di paragonarla a un’altra donna esemplare, Rachel Carson, l’autrice di “Silent Spring” (1962).Un analogo destino: aver previsto e anticipato i drammi dell’inquinamento e venir per questo derisa e umiliata.

#Veneto #Resistenza – ERANO SOLTANTO BOIA E ASSASSINI, MA CONTINUAVANO A CHIAMARLI “CARITA’” – di Gianni Sartori

Tra residui di memorie locali e qualche sfumato ricordo personale, un tardivo tentativo di recupero di eventi e personaggi legati alla lotta di liberazione nel Vicentino e fatalmente destinati all’oblio.

Per non dimenticare, se possibile.



“E dopo non lo ghemo più visto…”

Così concludeva mio padre il suo racconto sull’azione diretta a cui aveva assistito in quei giorni convulsi tra la provvisoria defenestrazione di Mussolini il 25luglio e l’8 settembre.

Si trovava con altri lavoratori in una stanza del Giornale di Vicenza* da cui una finestra dava direttamente su un lato della Questura. Cerchio era entrato con passo affrettato ripetendo due tre volte “permesso, permesso…” e dalla finestra aveva lanciato quella che per mio padre (all’epoca 18 anni appena compiuti) definiva una “bomba” (ma poteva anche trattarsi di una molotov) che esplose sulla facciata della questura. A questo punto Cerchio si era precipitato fuori dalla stanza (e stavolta senza nemmeno dover chiedere “permesso”, dato che tutti si scansarono prontamente) per scomparire.

Ma chi era Luigi (“Gino”) Cerchio? Di origini torinesi, capo-macchina al Giornale di Vicenza,mio padre lo ricordava come “tipografo al giornale e comunista convinto” senza però sapermi dire molto di più. Solo in anni successivi scoprivo che – insieme a Dal Prà (e secondo altre fonti anche a Gianni Marostegan – “Gimmi“ – in seguito commissario politico della Brigata Pasubiana)** aveva costituito i GAP a Vicenza. Più recentemente ho ritrovato anche il suo nome tra quelli dei prigionieri di“Villa Triste” a Padova (Palazzo Giusti). Nelle mani insanguinate degli aguzzìni della Banda Carità .

Della squadra della morte chiamata “Banda Carità” (dal nome del suo principale esponente, un delinquente comune toscano, già informatore della polizia e poi arruolato nella RSI) mi aveva parlato Febe Cavazzutti. Nata a Vicenza, da ragazza durante la guerra viveva a Firenze dove il padre, pastore valdese, protesse e nascose molti ebrei e altri perseguitati. Tra le sue amiche di allora le sorelle Luce e Annamaria Einstein, figlie di Robert Einstein, violentate e massacrate dai soldati del 104º reggimento Panzergrenadier della Wehrmacht a Rignano sull’Arno (3 agosto 1944).

Non essendo riusciti catturare il padre delle ragazze (ebreo, legato alla Resistenza e cugino di Einstein, un personaggio particolarmente inviso a Hitler) i nazisti si erano scatenati contro la moglie Cesarina Mazzetti (figlia di un altro pastore protestante, amico del padre di Febe) e le due figlie. A un anno di distanza dall’eccidio il superstite si sarebbe poi suicidato. La vicenda – anche se in maniera leggermente edulcorata – viene raccontata nel film “Il cielo cade” dei fratelli Frazzi. (tratto dall’omonimo romanzo autobiografico di Lorenza Mazzetti, una cugina sopravvissuta alla strage).

E Febe mi aveva appunto raccontato sia della brutalità dei sodati nazisti che di questa banda di criminali collaborazionisti.

Torniamo a Cerchio.

Il suo nome risulta tra i fondatori del del “Comitato interpartitico antifascista”, formatosi nel Vicentino già prima del 25 luglio. Con esponenti del Partito d’Azione (Dal Prà, Magagnato, Perin, Pranovi), del Partito Comunista Italiano (oltre a Cerchio, Lievore, Rossi, Giordano e Bruno Campagnolo) e del Partito socialista (Faccio, Segala, De Maria). Il Comitato aveva immediato richiesto al prefetto Pio Gloria la liberazione dei detenuti politici e la fine del coprifuoco.

Con l’occupazione di Vicenza da parte dei tedeschi (9-10-11 settembre 1943) e le prime uccisioni (due donne che aiutavano i soldati catturati dai tedeschi a fuggire) venne creato il Comitato (talvolta detto “Comando”) Militare Provinciale, diretto appunto da Gino Cerchio e Mario Dal Prà, affidato al comando del Col. D’Aiello, poi del Magg. Malfatti.
Quasi contemporaneamente si formava il Comitato Militare Provinciale Dalla Pozza (dal nome del responsabile Romeo Dalla Pozza, esponente comunista in rapporto, oltre che con Cerchio, con Domenico Marchioro, i fratelli Campagnolo, Leonida Zanchetta e Vittorio Dorio).

Nel maggio 1944, dalla collaborazione di Luigi Cerchio, Gaetano Bressan (“Nino”, capitano della Guardia di Frontiera) e Giacomo Prandina (cattolico di San Pietro in Gù), si costituì il “Battaglione Guastatori” della futura divisione “Vicenza” per colpire il sistema di comunicazioni e di trasporto nazifascista. Nelle “notti di fuoco” si colpivano contemporaneamente vari obiettivi in località lontane tra loro. Sia per disorientare i nazi-fascisti, sia per evitare, nei limiti del possibile, le rappresaglie. Inoltre i sabotaggi consentivano di ridurre, rendendoli parzialmente superflui, i bombardamenti alleati

Tra le “notti dei fuochi” più eclatanti, quella tra il 23 e il 24 luglio 1944 quando i guastatori causarono circa cinquanta interruzioni sulle linee ferroviarie, due sulla linea tranviaria Vicenza-Recoaro, la distruzione di due scambi a Cittadella e di un polverificio a Rossano Veneto. Circa un mese dopo, nella notte fra il 26 e 27 agosto, si contarono venti interruzioni su linee ferroviarie, l’attacco alla stazione di Altavilla rendendo inservibili scambi e binari, il sabotaggio di tre linee ad alta tensione e di due tratti della linea tranviaria, l’arresto per quattro giorni della linea Bassano-Trento.

Personalmente ho avuto modo di ascoltare dall’amico Giordano Montanaro, l’emozionante e dettagliato racconto di uno dei più determinanti sabotaggi compiuti dal partigiano “Lupo” (suo zio) sui binari della linea Vicenza-Treviso.

Nell’estate del 1944 Cerchio era diventato comandante dei GAP vicentini, ma alla fine dell’anno veniva arrestato insieme alla staffetta partigiana Alberta Caveggion (a cui dalla Commissione triveneta verrà conferito il grado di capitano). Rinchiuso a Palazzo Giusti, nelle grinfie del Carità e camerati, qui rimase fino alla Liberazione.

Venne poi nominato comandante di Brigata e capo di stato maggiore del Comando provinciale vicentino. Negli ultimi anni si era trasferito nella città natale e qui, a Torino, riprese il lavoro di tipografo con i figli.

Breve, essenziale, ma comunque significativa, toccante la sua testimonianza (“Esiste ancora la gioia”) sulla detenzione a Palazzo Giusti in “Ritorno a palazzo Giusti – Testimonianze dei prigionieri di Carità a Padova (1944-45)” a cura di Taina Dogo Baricolo, ed. La Nuova Italia, Quaderni del Ponte n. 18, Firenze 1972.

Non questo il luogo per una storia dettagliata dei misfatti infami, dei crimini contro l’umanità operati dal maggiore Mario Carità e dai suo complici (in buona parte avanzi di galera arruolati dai nazifascisti). A tal proposito torno a suggerire la lettura di “Ritorno a Palazzo Giusti”. Aggiungendo soltanto che il loro covo si trovava in contrada San Francesco al civico 55 (di fronte alla Chiesa dedicata al Santo di Assisi).

A conferma del loro ruolo di ascari collaborazionisti, si trovava nelle immediate vicinanze della sede della Gestapo, dove ora ha sede il CUAMM- Medici con l’Africa (una nemesi?).A Padova la squadraccia era giunta da Firenze. Dove, in quanto “Reparto dei Servizi Speciali” (poi ”Ufficio Polizia Investigativa”, di fatto alle dipendenze dei comandi Prdnungs-Polizei SS) si erano resi responsabili di esecuzioni extragiudiziali, torture, stupri, attentati.

Prima di abbandonare la Toscana, incalzati dall’avanzata alleata, si erano appropriati di circa 55 milioni di lire dalla sede della Banca d’Italia e avevano letteralmente saccheggiato il tesoro della Sinagoga (arredi religiosi – compresi i Libri Sacri della comunità israelita -quadri, mobili e preziosi delle famiglie ebree…) del valore di molti milioni. Per un breve periodo operarono anche nella provincia di Rovigo con una base a Bergantino. Me ne avevano parlato alcuni cittadini di Trecenta nel cui ospedale avevano portato un loro camerata rimasto ferito in circostanze non chiare. Pare anzi che venisse eliminato definitivamente durante il trasbordo, forse per occultare qualche appropriazione indebita da parte del Mario Carità. Nella città patavina assunse la denominazione di “Comando Supremo Pubblica Sicurezza e Servizio Segreto in Italia – Reparto Speciale Italiano” alle dirette dipendenze delle SS.

Come è noto ai vicentini meno giovani e meno smemorati, alcuni membri della banda Carità (Usai, Squilloni, Bacoccoli…) aprirono una succursale anche a Vicenza in via Fratelli Albanese (dopo aver chiesto, invano, di poter alloggiare in una villa palladiana dalle parti di Bertesina). Qui vennero portati, prima di essere inviati a Mauthausen (dove sarebbero deceduti per gli stenti e i maltrattamenti) i partigiani Prandina e i due Fraccon.

Da questa seconda (anzi terza e magari quarta contando quelle di Firenze, prima in via Varchi e poi in via Bolognese) “Villa Triste” tentò invano la fuga il partigiano Dino Carta (membro della Brigata “Argiuna” e giovane promessa del calcio vicentino, così come un altro partigiano caduto, Gaetano Galla). Carta si era infiltrato, in base a direttive del CLN, nella Polizia ausiliaria della RSI. Per circa un anno era riuscito a trafugare armi (passandole poi ai partigiani della Brigata Argiuna) e informazioni preziose su perquisizioni, posti di blocco e rastrellamenti dei nazifascisti.

Scoperto e arrestato, durante l’interrogatorio riusciva a fuggire dopo essersi impossessato di una pistola (che però, stando alla versione di Alessandro Miotti, potrebbe essere stata lasciata volutamente sul tavolo, scarica, per indurlo a scappare e poterlo ammazzare senza problemi). Nella fuga riusciva ad allontanarsi per qualche centinaio di metri, ma veniva raggiunto e abbattuto da Osvaldo Foggi e Pietro Zatti (12 gennaio 1945).

Di Carta ho conosciuto una cugina (operaia, per qualche tempo collega di lavoro) che mi aveva raccontato qualche episodio personale (tra cui la passione calcistica). Inoltre, quando portavo gli alunni di qualche classe in visita al centro storico (musei, criptoportico romano..), ritornando in quel di San Pio X o altri quartieri periferici dove insegnavo, non mancavo mai di prendere una “scorciatoria” (in realtà allungavo, ma nessuno se n’era mai accorto) per una visita alla piccola lapide in sua memoria dove venne assassinato (posta su un basso muretto, quasi a livello del suolo).

E – dopo averne raccontato la vita e il sacrificio – facevo notare la dedica:

“I TUOI CONPAGNI” (con la “N” invece della “M”).

Aggiungendo che “se lo fate voi, segno con la penna blu”, ma ai partigiani che si erano sacrificati per la Libertà di tutti (“anche per la vostra ragazzi”) e che spesso avevano solo la terza o la quinta elementare “lo possiamo e dobbiamo perdonare”.

Meno probabile la diretta partecipazione di esponenti della Banda Carità ad un altro crimine efferato (in cui comunque si riconosce il medesimo “stile” della provocazione e infiltrazione), quello della strage di Pederiva di Grancona (8 giugno 1944, quindi prima dell’arrivo a Padova degli squadristi toscani, anche se non si può escludere che alcuni fossero già “in zona”, nel rodigino). Ovviamente soltanto un’ipotesi.

A suo tempo ne avevo parlato con Giuseppe Sartori (che non la escludeva del tutto), fratello di uno dei sette martiri. Il bestiale massacro venne compiuto su sette giovani che credevano di andare ad un incontro con emissari della Resistenza alla chiesetta di S. Antonio alle Acque in Val Liona (Colli Berici).  (vedi: https://centrostudidialogo.com/2023/03/29/veneto-anniversari-un-ricordo-di-giuseppe-sartori-partigiano-e-custode-della-memoria-di-gianni-sartori/).

Con la Liberazione gli sgherri della “Carità” si aggregarono alle truppe tedesche in ritirata.

Da Vicenza, dove era stato trasferito, prese la via del Nord anche il tesoro della Sinagoga di Firenze. Esiste in merito una versione ufficiale. Ossia che venne recuperato dai partigiani vicentini della Brigata “Giovane Italia” nei pressi di Longa (vicino a Marostica) tra il il 27 e il 28 aprile. Da un convoglio uscito dalla villa Cà Bianca (sede di un reparto repubblichino, altra “Villa Triste”) era stato abbandonato un rimorchio. L’autista, presumibilmente un membro della Carità, era fuggito con il camion.

Un’altra versione (orale, forse “apocrifa”, comunque da verificare) attribuiva invece agli uomini del TAR (Ferruccio Manea) un ruolo preciso nel recupero e nella totale restituzione del prezioso bottino. Sarebbe alquanto drammatico, paradossale sapendo che nei primi giorni del dopoguerra il comandante partigiano dovette assistere impotente (non avendo nemmeno i soldi per le medicine) alla morte di un figliolo (vedi in “Nome di battaglia Tar” di Patrizia Greco, Cierre edizioni-Istrevi, 2010).***

Alcuni membri della banda, catturati nei mesi immediatamente successivi, vennero sottoposti a processo e condannati (alcuni a morte), ma alla fine usufruirono largamente della poco opportuna amnistia del 1946. Compresi i torturatori conclamati Castaldelli, Tecca e Trentanove che nel 1945 erano stati condannati alla fucilazione per “collaborazionismo con sequestro di persona ai danni di membri della resistenza che, dopo sevizie, erano stati consegnati per la deportazione in Germania”.

Invece Mario Carità (stando alla versione ufficiale) sarebbe stato ucciso il 19 maggio 1945 nei pressi di Castelrotto (Alpe di Siusi) da alcuni soldati statunitensi.

Gianni Sartori

*nota 1: ex “La Vedetta fascista”. Il nuovo direttore, il poeta Antonio Barolini, venne chiamato a sostituire Arturo Novello, provvisoriamente arrestato. Dall’ottobre 1943, per tutta la durata della RSI, divenne “Il popolo Vicentino” sotto la direzione di Angelo Berenzi.

Tra i direttori del primo dopoguerra, Renato Ghiotto (in questo periodo con la dicitura: ”Organo del Comitato vicentino di liberazione nazionale”) e dal 1950 Osvaldo Parise seguito da Andrea Tadiello (nonostante entrambi fossero stati redattori de “La Vedetta fascista”, un segno dei tempi evidentemente).

* *Nota 2: Ho conosciuto Gimmi nei suoi ultimi anni, dopo che era rientrato dal Sud America. Posso definirlo senza timore “un grande”, ingiustamente diffamato da una ricercatrice presumibilmente male informata. Oltre al Tar, Alberto Sartori (“Carlo”) e Visentini Ferrer (membro delle Brigate Internazionali), nel secolo scorso ho avuto modo di conoscere altri esponenti della Resistenza vicentina comunista. Tra cui Leonida Zanchetta (qui già citato in quanto esponente del Comitato Militare Provinciale). Falegname, tra gli anni settanta e ottanta fornì una sede a vari gruppi di sinistra al primo piano della sua abitazione in Via Fontanelle (nell’ordine: anarchici, DP, Collettivo Spartakus, Rifondazione…per un periodo fu anche l’abitazione di Valerio, un compagno di Pistoia immigrato nel vicentino negli anni ottanta). Forse una lapide non stonerebbe.

***Nota 3: http://www.anpi-vicenza.it/ferruccio-manea-nome-di-battaglia-tar/

Una precisazione e un “errata corrige”.

1) Dimenticavo che il primo a parlarmi di Dino Carta (e a indicarmi la lapide in memoria) era stato mio padre che, raccontava, lo aveva conosciuto al solito Giornale di Vicenza dove “passava ogni tanto per incontrare….” me l’avrà anche detto, ma sinceramente non ricordo chi. Chissà, forse si trattava proprio di Cerchio…
Mea culpa, anche in questo caso avrei dovuto approfondire a suo tempo.

2) proprio oggi incontrando Giordano (alla Festa del Primo Maggio) ho verificato che il partigiano suo zio (Lino Montanaro) era “Tigre” non “Lupo” (che, con qualche anno in più, era il comandante).
Inoltre il fatto citato non si svolse sulla linea Vicenza -Treviso (dove effettivamente Lupo portò a compimento un sabotaggio di vaste proporzioni), ma sul tratto tra Olmo e Tavernelle (verso Verona).
A questo punto racconto com’era andata. “Tigre” stava completando l’operazione quando, ancora disteso per terra, si vide comparire davanti agli occhi un paio di stivali militari. Alzò il viso e – oltre a un fucile puntato – scorse un milite in divisa che però era stato anche suo compagno di scuola alle elementari.

Questo il dialogo come mi era stato riportato.

“Lino, ma cossa feto lì?”

Risposta, disarmante, di Lino:
“Cossa vuto che fassa? So drio far saltare i binari”.
“Bé, mi no te go visto” rispose l’ex compagno di scuola e fece per andarsene. Ma prima si era voltato per un ultimo consiglio: “Ma sta tento che che xe i tedeschi in giro”.

Bella storia, umanamente parlando, mi pare.



#Riflessioni #NaturaEdAltro – QUESTA DI VALLESINELLA E’ LA STORIA VERA… – di Gianni Sartori

Questo testo NON è (o almeno: non vorrebbe essere) una tardiva “celebrazione” per il 50° anniversario del ’68.

E nemmeno un anticipo scaramantico per il 60° (non essendo, con questi chiari di luna, garantita la sopravvivenza fino al 2028).

Fin troppi – in questa come in altre precedenti occasioni – si sono affannati per riciclare e rivendere le loro memorie, sparlando di “rivolte verticali” (ossia contro mamma e papà), cospargendosi il capo di cenere e pavoneggiandosi sotto i riflettori.

L’ingenuo che scrive, invece, rimane ancora allibito assistendo alla trasmutazione di tanti ex-sessantottini in docili celebranti della Società dello Spettacolo e della Merce.

Molto più modestamente, il testo che vi sottopongo è un tentativo di ripercorrere, “rintracciare” una doppia, contemporanea iniziazione. O forse una soltanto: la mia.

Un omaggio alla beata incoscienza con cui transitavo, magari ricoperto dei medesimi panni, da una grotta ad una manifestazione. Senza soluzione di continuità. Inseguendo lo stesso sogno ad occhi aperti.

Così era cominciata…

L’anno era di sicuro il 1968. L’altro chi era? Forse – dico forse -Sovilla. Almeno credo…era lui di solito che mi coinvolgeva nella ricerca di minerali e fossili.

Tornavamo a valle con un prezioso bottino di denti – fossili – di Carcharadon (squalo) capitando a Valdagno nel bel mezzo di una manifestazione contro il feudatario locale (prima o dopo il 19 aprile? Difficile dirlo…).

Avevamo trovato un passaggio – in autostop -dalle parti della “Montagna Spaccata” e fui l’unico a scendere, affidando zaino, casco, lampada a carburo ecc. all’amico speleologo (ma evidentemente refrattario ai conflitti di classe).

A distanza di tempo i ricordi di quella sera (comunque alquanto vaghi) forse si confondono e sovrappongono con altri del 19 aprile. Mi par di ricordare un corteo, slogan, qualche vetrina infranta, frammenti lapidei per la strada…Scenario scontato dei tardi anni sessanta.

Intanto il sottoscritto, allora giovanissimo, si aggirava curioso, insaccato in una tuta mimetica ricoperta di fango con indosso il solito giaccone verde-oliva. Nessun richiamo romantico alle guerriglie sudamericane (non consciamente almeno): quello era l’abituale abbigliamento di uno speleologo fine anni sessanta. Dimenticavo gli immancabili anfibi, più grandi di almeno due misure e con la punta in su.

Altro ricordo – questo più nitido – in cui speleologia e impegno socio-politico si confondono.

Credo in ottobre – sempre 1968 comunque – dopo una incursione alla ancora integra “Spluga dei Gracchi”, rimonto in sella (della bici) e compio una “casuale” digressione in quel di Arzignano.

Faccio un po’ di slalom tra accenni di barricate e copertoni fumanti negligentemente abbandonati qua e là e mi aggrego, educatamente, ad una folta delegazione di operai e popolane in procinto di occupare il Comune.

Ben presto mi ritrovo in prima linea, doppiamente spintonato: da fronte (i carabinieri schierati per impedire l’invasione di campo) e da tergo (le “masse proletarie” intenzionate a entrare comunque). Poi, di corsa, le due rampe di scale, il rumore di vetri in frantumi, fino all’ufficio dei sindaco.

La scena è ben impressa, nella mente e nel cuore: la folla seduta per terra, accalcata nella sala e il Sindaco (nella duplice veste di funzionario statale e di proprietario di una delle manifatture tessili in agitazione) appollaiato sul suo scanno – pallido in volto -a tergiversare e divagare. In frenetica attesa che l’arrivo della “Benemerita” ponga termine all’”increscioso episodio” (come riportò un cronista di passaggio). Anche su questo evento, lo dico per onestà intellettuale, potrei compiere qualche involontaria sovrapposizione con i (miei) tre giorni di partecipazione alle manifestazioni contro la chiusura della Pellizzari nel 1971. Giornate condivise con Alberto, Tiziano e Umberto, all’epoca tutti noi più umano coinvolti con Potere Operaio e contemporaneamente con un gruppo speleologico vicentino denominato “Proteo” (CSP)*.

Altro flashback, un paio di mesi dopo… stiamo organizzando la spedizione verso alcune grottine nei dintorni di Monteviale; le spelonche hanno ormai pochi giorni di vita per l’implacabile espandersi delle cave circostanti ma in sede di Catasto farebbero ancora testo e numero. Passa un compagno in lambretta e dopo qualche scarna battuta pianto tutto e vado a distribuire il volantino di protesta per l’eccidio di Avola (2 dicembre 1968).

In quelle grotte penetrammo soltanto verso sera, quando ormai era più buio fuori che dentro. Rientrai a notte fonda con il casco acceso e una pila attaccata con il moschettone dietro lo zaino (viste le disastrose condizioni dell’impianto di illuminazione della mia “trocana”).

A distanza di tanto tempo mi rincresce ancora di non aver insistito maggiormente perché le cavità appena esplorate e rilevate venissero dedicate a Giuseppe Scibilia e Angelo Sigoma, i due braccianti morti assassinati dallo Stato per “trecento lire in più”. Due nomi destinati a scomparire sia dalla Storia che dalla memoria. Coincidenza: lo stesso destino delle grotte in questione.

Memorie dal sottosuolo

Nonostante a volte abbia adottato l’espressione “Ventre della Bestia” per descrivere i meandri bui di qualche spelonca particolarmente repulsiva, le mie “proiezioni” nei riguardi di grotte, voragini, foibe e doline erano per lo più positive. Con il senno di poi mi rendo conto di aver cercato attraverso la speleologia di “rappresentare” e alimentare un mio innato, congenito rifiuto dell’universo consumista, mercantile e spettacolare. A quel tempo la speleologia, più ancora del relativamente nobile alpinismo (non parliamo dello sci, roba da siori), era praticata per lo più da reietti e disadattati. Alcuni fermamente decisi a restare tali.

Altro fattore decisivo nel mantenere alta la mia partecipazione alle spedizioni del C.S.P. (Club speleologico proteo) era l’ingenua speranza (presto infranta) di poter sperimentare una socialità diversa; impregnata di slanci individuali e sforzi collettivi, di solidarietà ed emulazione… senza contraddizione.

Con qualche altro demente, ugualmente dedito ad entrambe le pratiche devianti, arrivai anche a teorizzare avventuristiche varianti ipogee del “maquis”. Nel nostro immaginario sovversivo le grotte potevano elegantemente sostituire la “Montagna”, luogo canonico di ogni tellurica Resistenza.

A parziale giustificazione va comunque riportato che i partigiani nostrani si erano scavati, a suo tempo, chilometri e chilometri di camminamenti e rifugi sotterranei per sfuggire ai rastrellamenti. Evidentemente c’era qualcosa di atavico sedimentato nel codice genetico…

Questa di Vallesinella è la storia vera…

Ma, tra le molteplici “memorie del sottosuolo” che si affacciano alla mente, in simbiosi con inquieti spettri delle passate rivolte e ribellioni, una ne emerge con particolare nitidezza. Collocata in una estate ormai lontana, verso la fine del luglio ’68. Ormai in procinto di dissolversi in struggente, melanconica nostalgia. Per tutto quello che è stato ma soprattutto per tutto quello che poteva essere. E che non fu.

Alle prime luci dell’alba arrancavo sulla solita bici sotto il peso di uno zaino affardellato e stracolmo: viveri per una settimana, quota personale di scalette in alluminio (oggi come oggi veri reperti archeologici), pesantissimo elmetto in ferro (cimelio autentico della seconda guerra mondiale) con faro frontale saldato di fresco, ecc.

I “Falchi” (mitico gruppo speleo veronese guidato dall’indimenticabile Mario Cargnel) avevano esteso l’invito della prossima spedizione al modesto, quasi neonato, gruppo vicentino di cui facevo parte. Alla stazione mi ritrovai con l’allora presidente del “Proteo” (destinato a rimanere tale senza soluzione di continuità fin quasi ai nostri giorni).

Paolo era l’unico che non se l’era sentita di declinare l’invito (a parte il giovane incosciente di allora che scrive).

Dal suo sguardo assorto e preoccupato si poteva dedurre che ne avrebbe fatto volentieri a meno, ben sapendo come l’anno precedente alla “Preta” più di un vicentino fosse sopravvissuto a stento ai ritmi e alle prestazioni richiesti dal gruppo scaligero. Certo, l’idea di trascorrere parecchi giorni nelle viscere del Torrione di Vallesinella (Dolomiti di Brenta) era alquanto inquietante.

Comunque ci riunimmo tutti (vicentini, montefalconesi e veronesi) a Verona, senza registrare diserzione alcuna. Poi risalimmo con incoscienza e tracotanza le valli trentine.

In cammino verso l’antro

Disceso dalla mia prima e – almeno finora – ultima seggiovia al passo del Grostè mi incamminai con il resto del branco in direzione del Tuckett, verso il nostro incerto destino.

Banchi di nebbia in continuo movimento ci consentirono una marcia quasi interamente dedicata all’introspezione.

Ricordo una specie di limbo pietoso, dai contorni incerti e cangianti, che servì a non farci rimpiangere troppo la luce del sole da cui stavamo per separarci.

Quando ormai mancava solo un quarto d’ora al famoso rifugio Tuckett, abbandonammo il comodo sentiero per inerpicarci su un ghiaione alla nostra sinistra. Lo risalimmo per cinquecento metri fino a giungere sotto alla “Parete Anna”, versante ovest del Torrione di Vallesinella. Ormai agghindati con caschi, lampade e accessori vari aspettammo con rassegnazione il momento di inerpicarci.

Potevamo intravedere l’imbocco (alto e largo due metri circa) che si spalancava a circa trenta metri sopra le nostre teste. A quel tempo era considerata la grotta più alta della penisola (a 2350 m. di altitudine).

Ancora impregnato del sudore versato durante la marcia di avvicinamento mi issai con una certa “palpitazione”, buttando il cuore oltre l’ostacolo. Fu l’unica occasione in cui potei approfittare del lusso di una tradizionale sicura a spalla. Per tutto il resto della spedizione mi ritrovai a scendere e risalire pozzi e pozzetti in “libera” perenne (oltreché incosciente). Giunto alla bocca dell’antro fui colto da un estremo ripensamento. Paventando (e agognando nel contempo) “il timore, il sudore e lo stupore” a venire. La citazione quasi dotta non vi lasci interdetti: è mia precisa convinzione che la speleologia sia anche una forma degradata (a “livello di massa”) di antichi riti iniziatici.

Appena varcata la soglia si veniva investiti dalle gelide raffiche di vento sotterraneo.

Bivacco infernale

Per una ben calcolata quanto cinica manovra la distribuzione dei “campi-base” era già avvenuta e stabilita. Il sottoscritto capitò insieme ad altri 4-5 disgraziati in quello più avanzato; apparentemente era il più comodo per partire quotidianamente in esplorazione dei misteriosi sconosciuti recessi. In realtà era l’unico da cui non fosse ragionevolmente possibile concedersi di tanto in tanto una sortita fino all’imbocco, per godere dei raggi del sole. Ricordo in modo particolare l’istinto omicida che ci invadeva ascoltando i resoconti altrui. Ci raccontavano, le carogne, di come quotidianamente assistessero dall’alto al passaggio di camosci e marmotte, beatamente distesi sulla cengia esterna.

Tra l’altro questa collocazione decentrata rispetto all’uscita comportò una ulteriore, gelida e noiosa permanenza al momento della risalita. Dovemmo infatti attendere che tutti avessero traslocato e uscire per ultimi. I risultati non si fecero attendere. In quella gelida e forzata convivenza, addossati all’umida parete o rannicchiati attorno ad un fuocherello di meta, si alimentarono sordi rancori, innescati da conflitti ideologici e faide campanilistiche.

Bastava un pretesto: ricordo che stavo per venire alle mani con un irriverente reazionario che si ostinava a parlare del “CHE”(Ernesto Guevara de la Serna, morto neanche un anno prima, nell’ottobre 1967) come di un “delinquente comune”.

Eravamo quasi sul punto di scaraventarci reciprocamente giù per un pozzo quando ci comunicarono di tenerci pronti per aggregarci alla nostra squadra. Dopodiché ognuno seguì il corso del meandro assegnatogli e quello dei propri pensieri… Comunque l’esplorazione del vasto complesso carsico fu tutt’altro che infruttuosa. Vennero tra l’altro “scoperti” (uso il termine, dal sapore vagamente coloniale, con riserva) tre immensi saloni. Denotando una certa mancanza di fantasia vennero reciprocamente dedicati alle tre città dei partecipanti.

Se non ricordo male la stampa triveneta riportò per esteso fatti, fasti e nefasti dell’avventurosa impresa (a quell’epoca universalmente considerata di livello europeo e come tale riportata negli annali della speleologia).

Era in programma perfino una visita della TV di stato. Poi la cosa saltò per mancanza di esperienza sotterranea da parte degli operatori; con grande rammarico degli organizzatori che nell’impresa avevano investito sforzi e prestigio. Da parte mia avevo già maturato precise opinioni in merito alla “Società dello Spettacolo” e ringraziai sentitamente gli Dei Inferi per aver scoraggiato la troupe.

Ormai, dopo tanti anni e tanto travagliati, nei ricordi prevale la sensazione di un vagare indistinto e sonnambulesco; come di zombie malridotti e maleodoranti, in fila indiana come bruchi tra i vapori dell’acetilene. Ognuno al seguito dei quarti posteriori di uno sconosciuto, anonimo e indistinto compagno di spedizione. Rigorosamente carponi.

Nel dormiveglia silenziose processioni di gnomi si alternano ai ricordi elettrizzanti di illusorie “scoperte”.

Ancora capaci di restituire la sensazione di essere ad una spanna dal Segreto primordiale che alberga nelle viscere della Madre Terra. Si procedeva con lo sguardo fisso al suolo (potenzialmente infido), sperando inconsciamente di trovare qualche misterioso reperto, prova tangibile dell’esistenza di antiche civiltà sotterranee. Quello che altri cercano tra le pagine di Lovercraft, per intenderci.

Sopra una lanterna ritrovata

E in effetti qualcosina da conservare per gli eredi riuscii anche a trovarlo.

Ancora adesso non riesco a capacitarmi di come abbia potuto scorgere quell’oggetto opaco, ricoperto dal fango, del tutto identico alle pietre trasportate periodicamente dalle piene sotterranee… Ma forse così era scritto.

Fatto sta che mi ritrovai tra le mani una vecchia lampada a carburo. Niente di particolare; “desain” di quelle che avevamo in dotazione.

Soltanto un banale souvenir ma conservato poi con l’affetto che si riserva ai ricordi più cari. Ma la storia della lampada a carburo inaspettatamente rinvenuta nella parte inesplorata di Vallesinella ha un seguito.

A dieci anni di distanza (primavera avanzata del ’78) ritornavo a Madonna di Campiglio su una vecchia vespa sovraccarica di zaini, piccozze , corde, ramponi ecc.

La stagione invernale era finita e quella estiva non dava segni di vita. Aggiungete a questo interregno un’atmosfera piovigginosa, il cielo plumbeo, la neve sfatta, fradicia… Da affondarci almeno fino alle ascelle, visto che non avendo mai imparato a sciare mi ostino a “pestare” neve con un paio di racchette primordiali (quelle militari di una volta, in legno). Insomma: era il momento migliore per andarsene in giro per le Dolomiti di Brenta senza fare incontri di nessun genere. E celebrare degnamente il decimo anniversario, in completa solitudine.

Gilio Alimonta

Infatti girai per una settimana senza incontrare nessuno. Con un’unica eccezione. Una sera, mentre la notte si apprestava a divorare un pallido sole avvolto da miasmi luminescenti, intravvidi un’ombra staccarsi dalle ombre del bosco e venire nella mia direzione trasportata da un paio di corti sci. Un incontro che solo dei materialisti volgari potrebbero considerare casuale. Dopo lo scontato “scambio di battute” ci incamminammo verso un’osteria in servizio anche fuori stagione. Si trattava nientemeno che di Alimonta Gilio (padre e nonno dei degni discendenti)**. Costui, oltre che lo scopritore della grotta del Torrione di Vallesinella, era stato il proprietario della lampada.

Mi raccontò di come gli fosse sfuggita dalle mani, scomparendo in una fessura, mentre percorreva (verso la metà degli anni ’50) uno stretto budello del complesso sistema di pozzi, faglie e fessure denominato “dell’Acheronte”. In quel punto una serie di diramazioni a vario livello rendono quanto mai complicata la planimetria della cavità. Come impararono a proprie spese i rilevatori.

Durante l’esplorazione del ’68 mi trovai ad aggirarmi per un “ramo” inesplorato, posto evidentemente sotto a quello principale percorso a suo tempo da Alimonta.

Come poi mi raccontò il Genio incorporato, una sera che era in vena di confidenze, la lampada se ne era rimasta in attesa per tutti quegli anni.

Finché non ero giunto a liberarli entrambi – Genio e lampada – dal fango, dal gelo, dal buio e dagli incubi tenebrosi del sottosuolo.

Quanto alla grande guida alpina Gilio Alimonta, una volta rassicurato sulla sorte della sua vecchia lampada, mi tracciò una esauriente cronaca delle varie spedizioni esplorative succedutesi al Torrione Vallesinella, prima di quella epocale del ’68.

Era stato lui il primo ad intravedere la cavità, posta sulla parete di fronte, mentre con il compagno di cordata Serafino Serafini si stava allenando sul versante settentrionale del Castelletto Inferiore.

Intrapresero la prima esplorazione (in “stile alpino”: senza scale ma con corde, chiodi e moschettoni) il 12 agosto 1949, raggiungendo e discendendo il pozzo, profondo una quindicina di metri, che oggi porta il suo nome (Pozzo Alimonta).

Ritornarono sei giorni dopo con Giancarlo Gallarati Scotti, Lapo Niccolini e Azzolino Carrega (un tipico cognome veneto-trentino italianizzato in omaggio al tricolore).

Il gruppo faceva degnamente parte del Gotha alpinistico dell’epoca. Raccontò Gilio: “Discendemmo facilmente, in libera, lungo il “Pozzo Alimonta” e restammo sorpresi vedendo come sul fondo si fossero formate larghe chiazze di ghiaccio, derivate dallo stillicidio”.

Ricordo infatti che anche in piena estate la temperatura si manteneva costantemente attorno allo zero.

Poi continuò: “Percorso un breve, sinuoso cunicolo arrivammo ad un secondo pozzo (quello poi denominato “Azzolino” n.d.a.) dalla modesta profondità di quattro o cinque metri ma relativamente impegnativo in quanto a strapiombo.”

La parte successiva del percorso Alimonta se l’era un po’ scordata. Posso comunque rimediare dato che conservo un ricordo vivido (anche viscido) e preciso di quei venti-trenta metri prima dello “slargo” pomposamente denominato “Sala da Pranzo”.

Striscia ragazzo, striscia

Si tratta quasi sicuramente dei più luridi, stretti e disagevoli metri di cunicolo che il Padre Eterno abbia mai posto sulla terra a espiazione dei nostri peccati.

Per transitarvi bisogna strisciare sul fianco, in qualche tratto in discesa. E ogni tanto una svolta brusca, il tutto trascinando e spingendo le sacche con il materiale.

Comunque in quella occasione i pionieri, Alimonta & C., giunsero fino al Pozzo Acheronte, emblematico punto d’accesso alla parte centrale del sistema sotterraneo.

Realizzarono una nuova spedizione nel 1950, verso la fine di agosto.

Stavolta superarono sia l’Acheronte (con una variante rispetto al percorso adottato dalle spedizioni successive) che il “Gericke”, un pozzo profondo una decina di metri così chiamato in onore di un nuovo partecipante.

E così, pozzo dopo pozzo, giunsero, ormai senza più un solo metro di corda disponibile, davanti al “Gallarati Scotti” (il pozzo, non il Giancarlo).

Così venne battezzato soltanto l’anno dopo, in occasione di un ennesimo sopralluogo organizzato dal Gruppo Grotte della S.A.T. (Società Alpinisti Trentini). Naturalmente Alimonta, Serafini e Gallarati Scotti furono della partita.

Disceso finalmente il “Pozzo Gallarati Scotti” (9 metri) la spedizione si arrestò dopo neanche venti metri, bloccata da una frana che ostruiva il percorso. Anche a questo dovemmo pensarci noi nel 1968.

Sempre nel 1951 si appurò che dall’Acheronte parte un’altra galleria, dal fondo ricoperto da una caratteristica argilla. Questa galleria, dopo la “Sala delle Sorprese” presenta una variante d’accesso alla base del Gericke (previa discesa lungo un pozzo di circa quindici metri).

Inquieti e inquietanti spettri

Ma la “Sala delle Sorprese” ne aveva in serbo altre di maggior portata. Seguendo all’inverso la direzione di una forte corrente d’aria vennero individuate le cosiddette “Nuove Diramazioni”.

Nel ’68, raccogliendo l’eredità morale e le precise indicazioni in proposito dei nostri predecessori illustri, esplorammo questa area con particolare dedizione. Giungemmo a scoprire e rilevare la “Sala del Cordino”, il “Corridoio delle Scaglie” e un ramo poi denominato “Attivo”. Non a caso.

Conservo ricordi piuttosto vaghi di tutti quei budelli, vene , orifizi… brulicanti di puntolini luminosi (le luci frontali) e ombre ectoplasmatiche.

Il “Ramo Attivo” tra l’altro era particolarmente inquietante. Tutto ricoperto da una inconfondibile mota; quella depositata dalle piene e relativi allagamenti. Uniformemente spalmata sul fondo, sulle pareti e (almeno in certi tratti) anche sulla volta, suscitava una comprensibile apprensione.

Cosa sarebbe accaduto se fuori scoppiava un nubifragio? Tra il fango affioravano piccole ossa, minuscoli crani, brandelli mummificati di qualche patagio…

Reliquie degli ignari chirotteri che qualche piena primaverile aveva anticipatamente strappato ai sogni del letargo. Tutto contribuiva a suggestionarci evocando gli inquieti spettri che si aggirano per l’inconscio (collettivo ed individuale): forse a causa della stanchezza qualcuno asserì di aver intravisto un minuscolo ominide dal buffo copricapo rosso fiammante recitare il monologo di Amleto tenendo in mano un teschio di pipistrello… altri si videro inseguiti (o meglio pedinati) da Gnomi e Troll in bicicletta.

Freddo, umidità, mancanza di sonno, ecc. non bastano a spiegare le straordinarie, ricorrenti coincidenze con le “allucinazioni” descritte da altri speleisti.

Quanto alla reale portata delle piene in questi meandri, chiunque abbia percorso la valle sottostante (Vallesinella per l’appunto) in periodo di disgelo ha potuto farsi un’idea ben precisa di quanta “sorella acqua” fuoriesca dai poderosi strati soprastanti di Dolomia (“principale del Norico” per la precisione).

Non mancavano nemmeno le leggende locali, sapientemente spacciate ai turisti creduloni, in merito ad un misterioso lago sotterraneo.

Non si può nemmeno escludere che il suo rinvenimento fosse nelle segrete e riposte speranze di qualcuno degli organizzatori della spedizione “sessantottina”.

Anche se non se ne parlò mai esplicitamente, per tutta la durata della nostra spedizione si accennò ad un misterioso involucro compreso tra i “bagagli” faticosamente issati e trasportati su e giù per la caverna. Sembra confermato che contenesse proprio un canotto. Per ogni evenienza.

Comunque non era la paura di dover sentire il rumore sordo dell’onda di piena riversarsi lungo i meandri oscuri quello che turbava e rendeva inquieti i nostri meritati riposi.

Piuttosto l’implacabile stillicidio che al “mattino” (come chiamavamo per convenzione il momento di rialzarci) ci faceva uscire fradici da un sacco a pelo altrettanto fradicio. Quanto al telo di “nailon” che mi ero portato appresso per ripararmi dal gocciolio perenne, preferii utilizzarlo come protezione, almeno simbolica, contro l’umidità gelida e malsana che trasudava dal giaciglio di sassi ammucchiati sopra alla solita coltre sottile di ghiaccio. Nessuna velleità di imitare il Poverello d’Assisi: quella era l’ attrezzatura in dotazione, roba rimediata nei mercatini dell’usato.

Solo alcuni vecchi volponi, già esperti, si erano procurati la provvidenziale amaca.

Sala Monfalcone

Tra il “Corridoio delle Scaglie” e il “Ramo Attivo” iniziava una misteriosa diramazione. Con pochi altri ardimentosi mi avviai verso l’ignoto.

Percorremmo un interminabile cunicolo che sembrava dover proprio concludersi in una saletta dal fondo ricoperto d’acqua. Dopo le sorsate e abluzioni di rito, venne seduta stante “battezzata” “Saletta dell’Acqua Santa”. Evidentemente piogge acide e/o radioattive non avevano ancora degradato e smitizzato nell’immaginario collettivo l’archetipo “ACQUA”, casta e pura per definizione. In odore di virginale santità.

All’altezza dei miei occhi (180 cm circa) si apriva una sottile feritoia. Facendo pressione sulla parete opposta cercai di infilarmici (e qui Archetipi e Simboli si sprecano) contando sulla allora mia “magra figura”.

Stessa altezza odierna ma 20 (venti!) chili in meno.

Dopo il primo infruttuoso tentativo levai il giaccone paramilitare e poi, di seguito nell’ordine: il primo maglione, la tuta mimetica, il secondo maglione… alla fine, tra spinte e contorcimenti, riuscii a sgusciare oltre. In anfibi mutande e canottiera (infatti, contravvenendo alle direttive materne, non avevo indossato la maglia di lana per cui ora ne pago il fio, a base di reumi).

Durante tutta la complicata operazione-svestizione tenevo stretta tra i denti l’indispensabile pila. Superata la strettoia e recuperati velocemente indumenti e casco (tirava ‘na bava…) strisciai ancora un po’ (mai sazio) e mi ritrovai su di una specie di balcone panoramico.

Ero all’incirca a metà altezza di una parete incombente su un vasto salone dai contorni indistinti. Riconoscevo sul fondo caotico enormi massi accatastati e verso l’alto l’ampia volta immersa nelle tenebre.

Senz’altro indegnamente ero il primo essere umano che stava ammirando quella che poi venne chiamata “Sala Monfalcone” (e non “Caverna del Popolo” come timidamente suggerii).

Proseguendo per il “Ramo Attivo” si giunse invece ad una sala chiamata del “Quadrivio” per una serie di interessanti diramazioni.

La più promettente ci condusse fino all’ancora anonima “Sala Verona”. Il cammino sembrava voler proseguire ben oltre la poderosa muraglia di macigni che dal pavimento della sala andava verticalizzandosi addossata alla parete di fondo.

Nonostante l’equilibrio dei macigni apparisse quanto mai precario cercai di risalire l’erta frana assieme ad un “anonimo compagno”.

L’episodio venne poi riportato dalla stampa vicentina. Perfino.

Ricordo che ad un certo punto me ne stavo aggrappato ad un masso. Proprio nel momento scelto da quest’ultimo per cambiare la scomoda posizione in cui versava da millenni, presumibilmente.

Mi scansai appena in tempo: precipitò rovinosamente rimbalzando lungo la parete e smuovendo altri macigni.

Puntava verso il fondo della grotta dirigendosi con intelligenza demoniaca proprio verso il punto da cui partiva il cono di luce di una pila frontale.

Improvvisamente si vide il fascio luminoso scansarsi con un guizzo repentino, tra il rombo assordante (e il relativo rimbombo) del crollo.

In considerazione della mia giovane e verde età non venni sommariamente giustiziato sul posto ma ogni mio ulteriore tentativo di risalire la frana in cerca del fatidico “passaggio a nord-ovest” venne impedito con la forza.

Comunque sono sicuro che la prosecuzione c’è. L’ho sentita e percepita. Resta a disposizione di chi vorrà cercare.

E l’amor mio non muore..

Ma non vorrei dilungarmi su Vallesinella, anche se il materiale non manca. Meglio concludere dicendo che mi rendo conto benissimo di quanto siano personali e datate queste “memorie dal/del sottosuolo annata ’68.

A quel tempo tra i giovani dediti all’alpinismo o alla speleologia e quelli che militavano nel “Movimento” in genere non correva buon sangue. Indifferenza reciproca nella migliore delle ipotesi. Il caso descritto è quindi abbastanza anomalo.

Ma qualcosa doveva presto cambiare: non per niente Andrea Gobetti *** inserì nella sua avventurosa biografia (“Una frontiera da immaginare”) le giornate di aprile ’75, dopo la morte di Varalli, Zibecchi, Boschi e Miccichè (quest’ultimo amico personale di Andrea) e un alpinista al livello di Manolo (all’anagrafe Maurizio Zanolla) dedicò una nuova via di 6°+ a Franco Serantini, il giovane anarchico ucciso dalla polizia sul lungarno Gambacorti di Pisa (maggio ’72)****. Controllate sulla parete sud-ovest del Dente del Rifugio in Val Canali, Pale di san Martino.

Poi tutto sembrò rifluire, ma mi conforta pensare che un fiume carsico sprofonda, scompare… e poi riemerge, d’improvviso, quando meno te lo aspetti.

E intanto, là sotto, scava, scava, scava…

Gianni Sartori

Nota 1: Arzignano 1971. Il “Partito” (Potere Operaio) aveva detto di no, non si doveva andare. La mobilitazione alla Pellizzari era nata in difesa del posto di lavoro, una lotta considerata di retroguardia. Ma a noi quattro non ce ne fregava un cazzo. Le notizie parlavano di barricate, di un paese sotto assedio, di centinaia di persone, operai con le loro famiglie, a presidiare le strade. Come accadeva contemporaneamente nel Bogside a Derry.

In quel di Arzignano arrivarono addirittura a circondare una colonna di gipponi della Celere che, incautamente, era entrata in paese e non riusciva più a uscirne. Bastava e avanzava. Partimmo appunto in quattro (Alberto, Tiziano, Umberto e io) come i cavalieri dell’Apocalisse, stipati nella 500 di Alberto.

Impensabile arrivarci dalle strade principali a causa dei posti di blocco. Ma per stradine bianche collinari secondarie, anche una caresà ricordo, giungemmo di soppiatto in prossimità del paese per poi proseguire a piedi. Alla sera rientrammo a Vicenza facendo il percorso inverso. Così per tre giorni di seguito, finché grazie alle trattative sindacali (e ai cedimenti) si giunse a un compromesso poco onorevole che lasciò l’amaro in bocca alla maggioranza delle maestranze. La rabbia era tanta, la consapevolezza (sta per: coscienza di classe anticapitalista) pure. Ricordo alcuni operai (e non tutti giovani, anche uno che era stato partigiano) che avendoci individuato come presunti “maoisti” non esitarono nel proporci di partecipare a qualche “azione diretta” eclatante (non scendo in particolari, ma veramente “eclatante”…). Forse saggiamente il futuro ambientalista Fazio (che ricordavo medico m-l a Velo d’Astico) li riportò a più miti consigli. Casualmente incontrai anche quell’operaio di Valdagno che il 19 aprile di quattro anni prima aveva rischiato di venir lapidato dai carabinieri mentre si rifugiava sotto un ponte dell’Agno.

Con un gesto esplicito battè la mano su una tasca mormorando “ma stavolta xe meio che no i ghe prova gnanca…”. Vai a sapere.

Conservo un’immagine cupa e livida dell’ultimo rientro. Eravamo già in alto, sulle colline e dal paese invaso dalle ombre della sera si alzavano colonne di fumo nero dai copertoni che bruciavano. Insieme alla rabbia, bruciavano anche alcune barricate: piuttosto di demolirle in molti preferirono darle alle fiamme. Da qualche parte nel mondo, sepolto sotto la cenere di mille sconfitte, forse quel fuoco brucia ancora e attende…

nota 2: GILIO ALIMONTA

Gilio Alimonta rimane, insieme ovviamente a Bruno Detassis, uno dei nomi illustri della storia alpinistica nel gruppo del Brenta. Ci ha lasciati nel gennaio di otto anni fa, a 96 anni.

Lasciate definitivamente le attività svolte per decenni di guida alpina e maestro di sci in quel di Madonna di Campiglio, si era ritirato nel suo paese natale, Borzago.

Nelle sue numerose imprese (un fisico fortissimo e un carattere altrettanto solido) si era legato in cordata con altri nomi illustri dell’alpinismo: Graffer, Agostini, Raffaele Vidi, V. Bonetti, Bruno Detassis, Luigi Muti, Serafino Serafini, Luigi Castelli (nel 1955, parete Ovest del Campanile di Vallesinella)…

Alla fine degli anni sessanta aveva realizzato il suo sogno: il rifugio all’epoca più “in quota” del Gruppo del Brenta (2600 metri s.l.m.), proprio di fronte alla Vedretta degli Sfulmini.

Tra tante qualità, una sola nota negativa: era un cacciatore impenitente.

Nota 3: ANDREA GOBETTI

Torinese, nipote del martire antifascista Piero (quello di Energie Nove e La Rivoluzione Liberale, morto in esilio a Parigi nel 1926) e di Ada, figlio di Paolo – partigiano di Giustizia e Libertà – Andrea Gobetti ha voluto metterci del suo come militante di Lotta Continua.

Personaggio interessante, ma non privo di contraddizioni. Dovute forse alla difficoltà di doversi comunque confrontare con l’ombra immensa dell’antenato.

Ha sicuramente brillato più come speleologo “di punta” (dall’età di 14 anni, iniziando nel 1966) che come alpinista. Lui stesso, mi pare, si definì “mediocre” in tale attività. Tuttavia anche il suo nome rimane inciso nella storia del “Mucchio Selvaggio” – detto anche “Circo Volante” – espressione più o meno organizzata della tendenza alpinistica giovanile poi denominata del “Nuovo Mattino”.

Insieme a quello dei suoi amici e compagni di avventura, alcuni finiti tragicamente: Giampiero Motti detto “Il Principe”, Danilo Galante detto “Il mago”, Roberto Bonelli detto “Crazy Horse”, M. Kosterlitz… 

Suggestionati dal “68” (sicuramente, oltre a Gobetti, anche Motti) alcuni di loro siillusero– per quanto in buona fede – di poterrivoluzionare (dissacrare?) la concezione stessa dell’alpinismo portandovi uno spirito libertario, antigerarchico.

Ma ispirandosi – a mio avviso – alla “scuola californiana” e a Easy Rider piuttosto che a Durruti o Malatesta. Ne possiamo contemplare l’odierna conclusione, patetica edegenere, nei loro tardivi epigoni, i consumistici e omologati FC .

Nel suo primo libro (“Una frontiera da immaginare”, pubblicato nel 1976 con la dedica “Al Mucchio Selvaggio”) Andrea Gobetti narrava con uno stile scanzonato di incursioni nel complesso sotterraneo di Piaggia Bella sul Marguareis, di spedizioni in Corsica e in Afghanistan. Evocava un’epoca ormai irripetibile e forse in seguito eccessivamente mitizzata..

Una curiosa coincidenza di cui mi ero dimenticato. All’inizio del libro Andrea raccontava così della sua prima spedizionealla Scondurava (“Scondurava, primo amore”):

“Era il febbraio del 1967 e un “vecchio” del Gruppo Speleologico Piemontese, Gianni Sartori, aveva pensato bene di preparare un’uscita di allenamento al Bus della Scondurava, 302 metri di profondità…”. Non ero io, naturalmente.

Tra gli altri suoi libri “Le radici del cielo” e “Italia in grotta” (pubblicati negli anni ottanta) e “L’ombra del tempo” (2003).

Per qualche tempo si era occupato di ROC – l’annuario dedicato all’arrampicata della Rivista della montagna – dedicandosi poi all’esplorazione in Madagascar, Messico, Filippine, India…

O almeno così a lui piaceva raccontarla. In realtà si potrebbe parlare di “viaggi esotici”, ma comunque da lupo solitario; un mio amico lo ha incontrato tutto solo mentre vagava tra i seracchi di uno sperduto e repulsivo ghiacciaio himalayano.

Stando alle ultime notizie in mio possesso – risalenti a quattro-cinque anni fa– si era ritirato in Toscana a produrre olio…come uno Sting qualsiasi.

Sua la frase – spesso citata, anche a sproposito -“Non è colpa mia se avevo sedici anni nel ’68”.

Nota negativa. Tra il 1971 e il 1972 – lo racconta lui stesso – si dedicò alla caccia di troglobi e troglofili – insetti cavernicoli, notoriamente a perenne rischio di estinzione – per poi rivenderli. Peccato mortale. Quanto meno un modo poco elegante – e per niente eco-compatibile – per non lavorare e continuare a divertirsi in grotta e in montagna (mi auguro che da questo errore di gioventù si sia pentito e redento).

Un ultimo ricordo. Quando Andrea venne arrestato per gli eventi delle giornate di aprile 1975 (l’assalto a una sede fascista dell’emme-esse-i nel corso delle manifestazioni per la morte di Varalli) anche un militante vicentino di Potere Operaio – che avevo trascinato in varie spedizioni al “Rana” e alla “Poscola” – se ne stava a San Biagio, ospite dello Stato per presunte attività sovversive.

In quei giorni apparve sul muro – allora diroccato – del bar in abbandono davanti al Buso della Rana (Monte di Malo) una misteriosa scritta, destinata a suscitare qualche perplessità nei visitatori ignari:

“LIBERTA’ PER I COMPAGNI SPELEOLOGI ANDREA E ALBERTO”

(con tanto di Falce e Martello e “A” cerchiata, ecumenicamente).

nota 4: MANOLO

meno noto invece che nel 1976 Manolo (da giovane sicuramente uno spirito libero, poi arrivarono le sponsorizzazioni) aveva dedicato una via molto impegnativa – nelle Dolomiti Feltrine – a Ulrike Meinhof (anche se esiste in questo caso un’altra versione che ne attribuisce la realizzazione alle “Formiche Rosse”, un gruppo di alpinisti bellunesi attivi negli anni settanta e dichiaratamente di estrema sinistra.