Mese: marzo 2023
#7NotePerUnaNuovaEuropa #Catalunya
#Asia #News – MYANMAR TRA RIVOLTE E REPRESSIONE – di Gianni Sartori

Risale ormai a parecchi anni fa quanto scrivevo, (vedi: “Quello che resta dell’autodeterminazione dei Popoli”) puntando il dito contro le strumentalizzazioni operate dall’indipendentismo “a geometria variabile”, sul “caso limite dei Karen, in perenne fuga tra Birmania e Thailandia, che da qualche tempo verrebbero sostenuti da gruppi neofascisti europei”. Togliendo pure il condizionale.
Ma nel frattempo le cose si sono ulteriormente complicate, anche in senso positivo talvolta. Infatti dopo il golpe del febbraio 2021 numerose milizie a base etnica (soprattutto quelle Karen e Kachin), indipendentiste, autonomiste o semplicemente in opposizione alla giunta militare, si sono alleate.
Non solo tra loro, ma anche con le Forze di difesa del popolo (People Defence Forces), il braccio armato del Governo di unità nazionale in esilio. Significativo che ne facciano parte soprattutto giovani militanti Bamar, l’etnia principale (buddista e tendenzialmente filogovernativa) delle zone centrali del Myanmar.
Altra situazione in rapido movimento, quella della comunità monastica buddista (“sangha”).
Una componente storicamente importante nella storia di Myanmar, ma che dal 2021 starebbe perdendo ruolo e rilevanza a livello politico, sia nei confronti della giunta militare che dell’opposizione democratica.
Questa la convinzione espressa dalla ong Crisis Group nel recente documento “A Silent Sangha? Buddhist Monks in Post-coup Myanmar”. Diversamente dal passato (vedi le manifestazioni per la democrazia del 1988 e del 2007) quando il ruolo della “sangha” nel contrasto alle varie giunte militari era stata di primo piano.
Oggi invece l’opposizione democratica guidata dal Governo di Unità Nazionale (NUG) è prevalentemente laica, secolare, interconfessionale. Anche per non incrinare la sopracitata alleanza con le organizzazioni delle minoranze etniche Karen e Kachin in maggioranza cristiane. Fermo restando che quello interno birmano non è mai stato un conflitto prevalentemente di natura religiosa. Per lo meno non tra buddisti e cristiani. Non bisogna infatti scordare le operazioni di pulizia etnica (ideate e organizzate principalmente da Min Aung Hlaing) del 2017 contro la minoranza di religione musulmana dei rohinya.
Altre differenze con il passato. Se Aung San Suu Kyi (deposta con il colpo di Stato del febbraio 2021) proponeva e sosteneva una resistenza nonviolenta ,gandiana, l’attuale opposizione democratica ha scelto la lotta armata, allineandosi alle preesistenti guerriglie a base etnica. E questo ovviamente contrasta con le pratiche tradizionali nonviolente dei monaci. Monaci che al loro stesso interno starebbero conoscendo contrasti e contenziosi. Soprattutto tra chi appoggia la giunta e chi la contrasta. Al momento sembrerebbe che la maggioranza intenda adottare un “profilo basso” non volendo o potendo appoggiare pubblicamente né l’opposizione armata né i militari.
Con l’eccezione di qualche monaco estremista, fortemente impregnato di nazionalismo come un certo Wirathu e il più noto Michael Kyaw Mying che potrebbero alimentare ulteriori divisioni in seno alla sangha.
Un recente episodio andrebbe letto anche come una conseguenza della perdita di prestigio da parte della comunità monacale.
Secondo la Karenni Nationalities Defence Force (Kndf, una milizia etnica antigovernativa) l’11 marzo almeno tre monaci sono stati uccisi, insieme ad un’altra trentina di persone, dai militari nel villaggio di Nan Nein (nello stato meridionale Shan). Il villaggio sorge lungo un’autostrada che unisce lo Stato Shan allo Stato Kayah e costituisce un’infrastruttura fondamentale per i rifornimenti delle milizie.
Dopo che l’aviazione aveva bombardato il villaggio, i soldati si sono scagliati contro la popolazione civile che si era rifugiata nel monastero.
Stando a quanto dichiarato dal portavoce della Kndf, i militari avrebbero allineato le persone rastrellate davanti al monastero e poi le avrebbero fucilate insieme a tre monaci. Altre vittime sono state poi ritrovate nei dintorni del villaggio. Un segnale che ormai i militari non si fermano nemmeno di fronte ai monasteri e ai monaci.
Il territorio dove è avvenuto il massacro è abitato oltre che dalle etnie Shan e Karen, anche da quella Pa-o, alleata dell’esercito birmano.
Sempre da fonti locali legate all’opposizione, lo stato occidentale Chin sarebbe stato bombardato quasi quotidianamente dall’inizio del 2023.
Si calcola che gli sfollati a causa del conflitto in corso (pudicamente definito “a bassa intensità”) siano circa un milione e mezzo. Inoltre otto milioni di bambini non possono frequentare la scuola e oltre 15 milioni di persone rischiano la fame.
Gianni Sartori
#7NotePerUnaNuovaEuropa #Lombardia
#Africa #Senegal – NEL SENEGAL, PAESE RELATIVAMENTE IMMUNE DALLE DERIVE INTEGRALISTE, IL MALCONTENTO SI ESPRIME CON PROTESTE E MANIFESTAZIONI – di Gianni Sartori

Il Senegal, paese di cui si parla poco.
Incastrato tra la Mauritania, dove da anni si assiste alla penetrazione dell’islamismo radicale, attraverso flussi finanziari, palesi e occulti (in genere di origine saudita e di ispirazione salafita/wahhabita), a favore di organizzazioni caritatevoli (ufficialmente) e il Mali, dove la caduta di Gheddafi ha consentito l’accesso a grandi quantitativi di armi provenienti dai depositi libici. Armi in parte contrabbandate dalle milizie dei tuareg che poi, costretti dalla necessità, li avrebbero venduti a quelle jihadiste.
Nonostante sia sunnita al 90%, il Senegal sembrerebbe – almeno per ora – relativamente immune al fanatismo jihadista, all’islamizzazione radicale che in varie forme e misura hanno contagiato i due paesi confinanti.
Merito forse della diffusione, più che del cosiddetto “islam moderato” (espressione generica e di non facile interpretazione), di quello Sufi e delle confraternite marabutiche. E anche con un “retrogusto” residuale che non guasta, quello di derivazione animista tradizionale.
In compenso non mancano conflitti di natura sociale.
Risalivano al 1 febbraio i “disordini” di Yarakh (periferia di Dakar) quando gruppi di giovani avevano innalzato barricate e incendiato pneumatici bloccando molte strade.
Per poi scontrarsi – pietre contro granate lacrimogene – con la polizia accorsa in forze e che aveva arrestato alcuni portavoce della popolazione.
Era partita dalla società civile di Yarakh la protesta contro il progetto di una stazione marittima privata che verrebbe a impedire l’accesso all’unica spiaggia pubblica rimasta a disposizione degli abitanti del quartiere. Dove i giovani, le famiglie si ritrovano per giocare a calcio o riposare.
Gli scontri erano ripresi dopo una decina di giorni quando gruppi di manifestanti avevano nuovamente preso possesso delle strade bloccando la circolazione. Dopo l’intervento della gendarmeria e gli scontri venivano arrestati alcuni giovani.
Invece il 30 gennaio erano stati gli studenti, organizzati nel Coordinamento degli Studenti dell’Università Gaston Berger di Saint-Loiuis, a bloccare la Strada Nazionale 2 (sempre con l’inevitabile corredo di pietre contro granate).
Protestavano contro la situazione di precarietà in cui versano molti di loro. In particolare per l’aumento dei laureati (4mila in più) mentre resta inalterata la scarsità di infrastrutture in grado di accoglierli.
Uno studente, colpito da una granata lanciata in orizzontale, era rimasto ferito seriamente. Altri feriti, meno gravi, avevano preferito curarsi per conto loro.
All’inizio di gennaio erano stati altri studenti, provenienti dalla città meridionale di Ziguinchor e iscritti all’Università Cheikh Anta Diop (Dakar), a scontrarsi con le forze dell’ordine. Rischiavano l’espulsione dai loro alloggi a causa del mancato rinnovo del contratto con l’amministrazione municipale.
Dopo aver interrotto le lezioni e bloccato di fatto l’Università, avevano costruito rudimentali barricate in vari punti della città (in particolare sulla strada per Néma) per poi incendiarle. Nel corso dei disordini alcuni giovani venivano arrestati.
Il 23 gennaio toccava alla città di Mbour assistere a duri scontri, innescati dai trasportatori in sciopero, sulla Strada Nazionale 1. Bloccata la circolazione utilizzando grosse pietre, alcuni gruppi affrontavano la polizia, ma venivano dispersi dal nutrito lancio di lacrimogeni. Altri disordini scoppiavano con gli scioperanti radunati a Thiès (dove tre persone venivano arrestate). Qualche giorno prima, in situazioni analoghe, cinque manifestanti (accusati di aver costretto altri lavoratori a interrompere le attività) erano stati arrestati a Thiaroye.
Gianni Sartori
#7NotePerUnaNuovaEuropa #Bayern
#Kurds #Opinioni – QUALCHE CONSIDERAZIONE SULLA GENEALOGIA DI “DONNA VITA LIBERTA’”, UNA “FORMULA MAGICA” GIA’ UTILIZZATA DA OCALAN ANCORA NEL 2006 – di Gianni Sartori

Pretendere con le modeste forze a mia disposizione – e la mancanza di adeguati titoli accademici – di recensire, commentare, divulgare (e fatalmente riassumere) quella che possiamo definire una “esplorazione” delle origini e del significato dello slogan “Jin, Jiyan, Azadi” (“Donna, Vita, Libertà”) della militante curda Somayeh Rostampour * è senz’altro, almeno da parte mia, eccessivo.
D’altra parte gli “addetti ai lavori” sembrano il più delle volte intenti o a strumentalizzarlo oppure – forse peggio – a utilizzarlo senza criterio o adeguata conoscenza. Vedi il caso di qualche parlamentare europea nostrana e di corporazioni parastatali senz’altro rispettabili, ma che difficilmente possono identificarsi con la pluridecennale lotta di liberazione del popolo curdo.
Quasi una mancanza di rispetto per chi lo ha ideato, rappresentato direi quasi incarnato: le donne curde in lotta contro l’oppressione patriarcale, statale e capitalista in tutte le sue variegate forme.
Quindi mi ci proverò.
Il movimento di rivolta femminista (non appaia eccessivo definirlo pre-insurrezionale) che per oltre sei mesi ha infiammato il Rojhilat e l’intero l’Iran (e che al momento sembra entrato in una fase di riflessione) ha una precisa data d’inizio: il 16 settembre 2022. In quella data veniva ammazzata dalla polizia morale della Repubblica islamica Jina (Masha all’anagrafe dato che il nome curdo era stato proibito) Amini.
Una ribellione contro non solo l’obbligo del hijab, ma anche contro quelli che Somayeh Rostampour qualifica come “44 anni di apartheid sessuale, patriarcato, dittatura militare, neoliberismo, nazionalismo e teocrazia islamista”. E scusate se è poco.
Un movimento propedeutico alla caduta del regime e a un cambio radicale dei rapporti sociali.
Fermo restando che – come per ogni movimento rivoluzionario – non mancano rischi concreti di strumentalizzazione (sia da parte di Stati come Israele e USA, sia da parte, per esempio, dei nostalgici monarchici).
Stando ai dati delle Ong, nei primi tre mesi del movimento sono stati arrestati oltre 18mila manifestanti, migliaia risultano feriti e circa cinquecento uccisi negli scontri o sotto tortura (tra cui una settantina di minori). Dopo quelle già eseguite, si teme per le altre condanne a morte già emesse o previste (circa un centinaio). In genere senza prove sostanziali, con confessioni estorte con la tortura. Per non parlare delle condizioni indegne di prigionia e dei maltrattamenti subiti dalle persone arrestate, in particolare dalle donne.
Quando come sottolinea Somayeh Rostampour, viene gridato che questa è “una rivoluzione delle donne, non chiamatela più una manifestazione” significa che questa volta (rispetto ai movimenti di protesta del passato) le cose sono differenti.
Quanto allo slogan adottato, ”Jin, Jiyan, Azadi”, veniva scandito da migliaia di abitanti di Saqqez (Rojhilat, Kurdistan sotto occupazione iraniana) al momento della sepoltura di Jina che le autorità avrebbero voluto si svolgesse in segreto.
Venne poi utilizzato in un’altra città curda, a Sanadaj e successivamente dagli studenti di Teheran. Da allora in poi si è udito distintamente in ogni città e villaggio dell’intero Paese.
Ma, si chiede la studiosa e militante curda “come era arrivato questo slogan a Saqqez?”. E anche “qual’è il suo significato politico e sociale, la sua genealogia?”.
“Jin, Jiyan, Azadi” non è diventato “la parola d’ordine del sollevamento in Iran per caso, non è caduto dal cielo”. Deriva da una lunga storia di lotte sociali. Rappresenta “l’eredità del movimento delle donne curde in quella parte del Kurdistan posto entro i confini ella Turchia, il Bakur”.
Riporta quindi quanto aveva scritto nello scorso settembre Atefeh Nabavii (a lungo in cella con Shirin Alamholi, esponente del PJAK, giustiziata a 28 anni nel 2009 e il cui corpo non è mai stato restituito alla famiglia):
“Ho inteso per la prima volta lo slogan Jin, Jiyan, Azadi da Shirin Alamholi nella prigione di Evin, era scritto sul muro della cella, a fianco del suo letto”.
Sia il PJAK (Partito per una vita libera nel Kurdistan ) nel Rojhilat che il movimento delle donne in Bakur attingono la loro visione del mondo dal pensiero di Abdullah Ocalan, il fondatore del PKK nel 1978. Partito che inizialmente utilizzava mezzi pacifici, ma che dopo il colpo di Stato del 1980 aveva adottato la lotta armata. Come è noto dal 1999 quello che possiamo definire il “Mandela curdo” è imprigionato (dopo un sequestro illegale in Kenia) nel carcere di Imrali.
Inizialmente, in quella che viene considera ta “fase marxista-nazionalista”, Ocalan era stato influenzato anche dal maoismo, oltre che dal pensiero di Franz Fanon (“I dannati della Terra”) e di Ernesto Guevara. Ma fin dagli esordi aveva fortemente incoraggiato il protagonismo delle donne nella lotta di liberazione. In quanto “la liberazione del Kurdistan non sarà possibile senza la liberazione delle donne”.
Distinguendosi in questo dalla maggior parte delle organizzazioni della sinistra rivoluzionaria, non solo da quelle mediorientali.
Ossia “il PKK metteva in luce la questione femminile nella cornice del moderno nazionalismo curdo che principalmente si basava sulla difesa della patria curda, del proprio territorio, della cultura e della lingua curde”.
In seguito, sostanzialmente dal 1995, nel PKK avviene quella che Somayeh Rostampour definisce una “rivoluzione culturale”. Allontanandosi sia dall’ortodossia marxista più rigorosa, sia dalla rivendicazione di una patria indipendente (il “Grande Kurdistan”) evolvendo in direzione di una visione politica incentrata sul concetto di “democrazia” (in parte a scapito di quello di “classe”). Nella sua elaborazione Ocalan va a individuare i soggetti del processo rivoluzionario non solo nei lavoratori, ma soprattutto nelle donne e nelle pratiche ecologiste.
Elaborando una sintesi di comunalismo e autonomia sociale denominata “Confederalismo democratico” e fondato su tre pilastri: le comuni, le donne e l’ecologia.
La questione delle donne diventa ancora più centrale e la componente femminista del PKK acquista ulteriore importanza, sia nell’elaborazione politica che nella pratica sociale. Oltre che nella Resistenza, ovviamente.
Già in precedenza comunque, Ocalan aveva analizzato e recuperato le antiche tradizioni matriarcali (matrilineari) mesopotamiche (vedi l’antagonismo tra il dio maschile Enkidu e la dea guerriera Ishtar) in contrapposizione sia al patriarcato che all’imperialismo e al colonialismo.
Nella convinzione che le donne, le prime a creare la vita e a coltivare le conoscenze indispensabili per essa, ne erano state espropriate dagli uomini.
Come Ocalan stesso ha dichiarato, il suo obiettivo politico era quello di “restituire alle donne la fiducia in se stesse che avevano perduto dimostrando che il patriarcato non era un principio eterno e naturale della storia, ma bensì il risultato di pratiche storiche”. Per concludere che “il patriarcato poteva essere superato”.
Almeno dal 1990 Ocalan aveva utilizzato insieme, in diverse occasioni, i concetti di “Donna” e di “Vita”.
Anche perché la radice delle parole donna (Jin) e vita (Jiyan) in lingua curda è la medesima.
Non a caso nel 1999 il PKK pubblicava un documento intitolato “Jin Jiyan” e dal 2000 lo slogan “Jin, Jiyan” è stato ampiamente e sistematicamente utilizzato dalle donne curde in Bakur (il Kurdistan sotto occupazione turca).
Da questo punto di vista l’espressione “Jin, Jiyan” è di molto antecedente all’attuale “Jin, Jiyan, Azadi”.
E anche la parola “Azadi” (Libertà) rientrava tra i concetti basilari del PKK. Libertà dai rapporti sociali di dominio – di potere – sia dal capitalismo che dallo Stato e dal patriarcato.
Stando alle testimonianze raccolte, nel 2002 durante la cerimonia funebre organizzata da militanti del PKK per una vittima di femminicidio, le donne presenti avevano scandito lo slogan “Jin, Jiyan, Azadi “ nella sua interezza. Da allora si era andato diffondendo diventando quasi una tradizione, soprattutto per le donne assassinate.
Sempre Ocalan aveva utilizzato le tre parole insieme – forse per la prima volta – nel quarto dei suoi liberi scritti in prigione “La crisi della civilizzazione in Medio Oriente e la soluzione della civilizzazione democratica” nel 2006.
Non particolarmente utilizzato fino al 2008, esplose, letteralmente, in Rojava e Bakur soprattutto dal 2013.
In una lettera scritta nel 2013 (ci ricorda Somayeh Rostampour) Öcalan evidenziava la potenza tutta politica dello slogan Jin, Jyian, Azadi nella ricerca di una “vita degna”.
Arrivando a definirlo una “formula magica” in grado di fornire un modello per le donne dell’intero Medio Oriente.
Naturalmente “né la storia del PKK, né quella delle donne nel movimento, possono venir ridotte a quella del loro dirigente”.
Il PKK è “un movimento sociale e politico che si è sviluppato non solamente nell’ambito politico, ma nella vita quotidiana di milioni di persone ormai per varie generazioni”.
E sono le donne del PKK, sia le combattenti che quelle che agiscono nella società civile, che hanno fatto di “Jin, Jiyan, Azadi “ l’idea centrale del movimento. “Femminisando” la politica in Kurdistan e condizionando anche quella della Turchia.
Andando di casa in casa, parlando con donne di ogni condizione sociale, trasformando la questione di genere da una istanza delle élites a un problema che riguarda tutti gli oppressi.
Per concludere con Somayeh Rostampour che “quanto è accaduto il 17 settembre a Saqqez durante il funerali di Jina Amini non era un avvenimento senza precedenti”. Ma piuttosto “la prosecuzione di una tradizione politica rivoluzionaria di lunga data originariamente sortita dal PKK”. Tradizione in cui hanno avuto un ruolo preponderante anche le “madri per la giustizia”, quelle che avevano perduto i loro figli nella lotta di liberazione sia in Bakur che nel Rojhilat (v. Le “Madri del sabato” e le Dadkhaah).
Gianni Sartori
*Nota 1:Jin, Jiyan, Azadi (Woman, Life, Freedom): The Genealogy of a Slogan
#Corsica #SegnalazioniEditoriali – il nuovo libro scritto da Petru Poggioli

L’ultimo libro di #PierrePoggioli “Images et écrits d’une lutte” Volume 1 è disponibile in tutti i punti vendita distribuiti da DCL, Distribution Corse du Livre
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#7NotePerUnaNuovaEuropa #Cymru
#8Marzo #News – 8 MARZO 2023: PER LE DONNE UNA GIORNATA DI LOTTA PIU’ CHE UNA FESTA – di Gianni Sartori

Un dubbio irrisolto: come titolare questo intervento?“Uomini che odiano le donne” appariva scontato e riduttivo (e poi anche il patriarcato – come ogni forma di dominio, di prevaricazione – può assumere anche aspetti femminili, vedi – che so – la baronessa Margaret Thatcher…).
Allora “Istituzioni – apparati – che odiano le donne”?
Nemmeno…
Resta il fatto che da Est a Ovest, da Nord a Sud (da Istanbul a Oaxaca e perfino a Winterthur) anche quest’anno l’8 marzo ha rischiato di trasformarsi nel giorno in cui alle donne vien fatta la festa.
Se in Turchia (così come in Iran) probabilmente c’era da aspettarselo e in Messico non è certo una novità, lascia perplessi quanto è avvenuto nella linda e sonnolenta Svizzera.
A Istanbul la polizia turca ha disperso con lanci di lacrimogeni una piccola folla di femministe – scese in strada in difesa dei diritti delle donne – che tentava di raggiungere il centro della città. Le manifestanti scandivano: “Noi non stiamo zitte, non abbiamo paura, non ci inchiniamo” e battevano con forza sugli scudi dei gendarmi. Un gesto ritenuto evidentemente intollerabile e che ha scatenato una dura reazione.
Scene analoghe a Bâle (Svizzera) a seguito della manifestazione – non autorizzata – per la Giornata internazionale dei diritti delle donne.
La polizia presidiava in forze la Barfüsserplatz, il luogo prescelto per il raduno, di fatto isolandola.
In alternativa le manifestanti si erano raggruppate nella piazza Saint-Pierre. Letteralmente circondate dalla polizia, ben presto si erano innescati gli scontri con ampio utilizzo di proiettili di plastica da parte delle forze dell’ordine.
Altre manifestazioni, sempre l’8 marzo e ancora non autorizzate, si sono svolte a Winterthur (dove è stato fatto uso di spray urticante contro le donne che tentavano di forzare il blocco) e a Berna.
Anche a Città del Messico, dove l’8 marzo le donne hanno sfilato a decine di migliaia, non sono mancati scontri e tafferugli. Così come a Tlaxcala dove sono state ricoperte di scritte (dopo un tentativo fallito di abbatterle) le strutture metalliche poste a protezione del palazzo del governo.
Scene di guerriglia urbana a Oaxaca (dove le manifestanti si sono introdotte all’interno degli uffici del ministero del Turismo) e a Monterrey dove sono state incendiate alcune porte e finestre del palazzo del governo di Nuevo León. Come è noto in Messico si registrano almeno dieci femminicidi al giorno e nel 95% dei casi tali delitti rimangono impuniti.
Gianni Sartori
