Mese: marzo 2023
#Kurds #News – CURDI SENZA PACE – di Gianni Sartori

Mentre il regime iraniano fa impiccare il prigioniero politico Mohiuddin Ebrahimi, nove combattenti curdi del Rojava muoiono in un incidente aereo
Non so se un giorno (comincio a dubitarne in verità) accadrà che come auspicava Neruda “il popolo potrà salire dal mezzo della tormenta scatenata alla chiarità dell’universo”.
Ma qualora il sogno di tante generazioni di oppressi e sfruttati – e soprattutto ribelli (“in sé e per sé”) – dovesse realizzarsi, dovranno rivolgere uno sguardo grato a tutti coloro, in maggioranza “anonimi compagni”, che su questa strada impervia sono caduti. Talvolta intere famiglie, come quella dei Cervi.
E’ questo anche il caso di Mohiuddin Ebrahimi, un prigioniero politico curdo di 43 anni impiccato nella prigione di Urmia (ROJHILAT, Kurdistan orientale sotto amministrazione iraniana) il 17 marzo. Due giorni prima (come informava il Kurdistan Human Rights Network) aveva potuto incontrare per l’ultima volta la sua famiglia prima di essere posto in isolamento in attesa dell’esecuzione.
Stando a quanto riportava l’agenzia di stampa Mezopotamya (MA), contemporaneamente venivano giustiziati altre sei curdi (Ferweher Abbasnejad, Mohammad Ayyubiyan, Jahanbaxş Radluyi, Yasin Raşidi, Hasam Omri e Nasrin Niyazi) detenuti per reati comuni (contrabbando o traffici illegali).
Stando ai dati ufficiali (presumibilmente in difetto) dall’inizio dell’anno sono quasi 150 le persone giustiziate in Iran.
Come avviene quasi sistematicamente per i prigionieri politici, il corpo di Ebrahimi non è stato restituito ai familiari e sepolto in una località tenuta segreta. La sera prima dell’esecuzione il figlio di Ebrahimi veniva arrestato davanti al carcere, ma poi rimesso in libertà. Originario del villaggio di Alkawi (Oshnaviyeh / Shino) Muhyaddin Ebrahimi era stato ferito gravemente e arrestato il 3 novembre 2017 mentre lavorava come kolbar (“spallone”) sulla frontiera tra Iran e Irak. Processato senza nemmeno un avvocato d’ufficio il 20 agosto 2018 per “tradimento”, la condanna a morte gli era stata notificata il 23 septembre 2018.
Dopo il suo ricorso, veniva nuovamente sottoposto a giudizio e condannato a morte il 18 gennaio 2020 per “infedeltà e appartenenza al Partito Democratico del Kurdistan d’Iran”. Muhyaddin era già stato arrestato nel 2011 e detenuto per circa un anno sempre per presunta appartenenza al PDK-I. Suo fratello, Nurradin Ebrahimi, era stato ucciso dai soldati iraniani nel maggio 2018 durante un attacco nei pressi della frontiera (a Oshnaviyeh). E anche suo padre, Mohammad Bapir Ebrahimi, era stato ucciso dai “Guardiani della rivoluzione islamica”, i pasdaran.
Il 15 marzo nove curdi del Rojava, membri delle Unità antiterrorismo (Yekîneyên Antî Teror – YAT), hanno perso la vita nella provincia di Duhok (Kurdistan iracheno) per l’incidente di un elicottero.
I loro nomi sono stati divulgati dall’ufficio stampa delle Forze Democratiche Siriane (FDS): Şervan Kobanê, Hogir Dêrik, Dîdar Dêrik, Feraşîn Baran, Koçer Dêrik, Rojeng Firat, Xebat Dirbesiyê, Harun Rojava e Doxan Efrîn.
Stando al comunicato delle FDS “durante un trasferimento dell’unità verso la città di Sulaymaniyah nella serata del 15 marzo 2023, due elicotteri che li trasportavano sono caduti per le cattive condizioni meteorologiche causando la morte di nove dei nostri combattenti guidati da Shervan Koban”.
Aggiungendo che “Le forze antiterroriste (integrate nella coalizione internazionale contro lo Stato islamico nda) hanno sacrificato i loro migliori combattenti e dirigenti nella guerra contro il terrorismo a Kobane, Raqqa e Deir Ezzor”.
Gianni Sartori
#7NotePerUnaNuovaEuropa #Galiza
#Asia #Sindh – A sei mesi dall’alluvione nelle zone devastate la popolazione resta in attesa – di Gianni Sartori

Sicuramente ci avranno già pensato, forse operativi in zona già da qualche mese (e sarà solo colpa mia se non ne sono venuto a conoscenza).
Mi riferisco alla drammatica situazione in cui versa una parte della popolazione del Sindh colpita oltre sei mesi fa (agosto 2022, stagione dei monsoni inoltrata) da devastanti alluvioni e ai nostrani benefattori d’alta quota impegnati da tempo nel realizzare ponti e strutture turistiche (“rifugi”) in alcune zone del Pakistan.
Capisco che qui, nel Sindh (già dal nome un’area tendenzialmente fluviale, v. l’Indo) rischierebbero di sentirsi un po’ spaesati, ma sicuramente saprebbero andar oltre con la buona volontà, lo spirito “alpino” che li contraddistingue.
Se non altro, in quanto italici, potrebbero attivarsi a favore delle minoranze cristiane che – oltre alle conseguenze dell’alluvione – stanno subendo ripetute ritorsioni da parte della comunità musulmana. nell’ennesima guerra tra poveri di cui non si sentiva la mancanza.
Tra i Sindhi (abitanti del Sindh, una delle quattro province del Pakistan) troviamo appartenenti a diverse confessioni religiose. Oltre all’islam, induismo, zoroastrismo e cristianesimo. La situazione, in precedenza relativamente stabile, subì una sorta di stravolgimento dopo il 1947 (spartizione tra India e Pakistan) quando un gran numero di musulmani si trasferì qui dall’India. Mentre i Sindhi di religione induista emigrarono in India.
Per chi rimase in Pakistan, come la piccola comunità cristiana, non mancarono poi problemi di discriminazione. Una questione tornata regolarmente d’attualità ogniqualvolta si va inasprendo la crisi economica o sanitaria. Oppure in caso di disastri naturali.
Proprio quello che sembra stia accadendo a causa delle alluvioni dell’estate scorsa che – principalmente per la rottura degli argini – avevano sommerso e distrutto raccolti, abitazioni, infrastrutture…
Stando ai dati forniti dal National Disaster Management Authority, già il 30 agosto i morti accertati (calcolando non solamente il Sindh, ma anche il Balochistan, l’altra provincia duramente colpita) erano almeno 1500 (oltre un terzo bambine e bambini). Le case distrutte o letteralmente sprofondate circa un milione (a cui bisognava aggiungere 18 mila scuole e 160 ponti crollati). Molti di più ovviamente gli edifici gravemente danneggiati, comprese le già carenti strutture sanitarie. Quasi un milione di capi di bestiame travolti dalla piena, per non parlare dei 2 milioni di ettari di coltivazioni (molti frutteti) persi irreparabilmente. Così come gran parte delle scorte alimentari.
Non che prima fosse tutto rose e fiori.
Già in precedenza, non solo nelle regioni colpite, si calcolava che il 96% dei bambini sotto ai 2 anni non avevano sufficiente accesso al cibo mentre il 40% dei bambini sotto ai 5 anni soffriva di malnutrizione cronica.
Inoltre, con la perdita di gran parte dei mezzi di sussistenza, non potevano che aumentare due piaghe croniche delle popolazioni diseredate del Pakistan: quella del lavoro minorile e delle bambine date in sposa, ossia praticamente vendute.
Ma evidentemente non bastava. Se non proprio il “peggio”, almeno il seguito doveva ancora arrivare.
Stando a quanto denunciano alcune Ong nel villaggio di Allah Bachao Shoro (devastato dalla catastrofe naturale) la scarsità di beni di prima necessità e di medicinali ha trovato un capro espiatorio nelle famiglie cristiane (una cinquantina) qui finora residenti. Temendo di subire attacchi violenti, dopo le continue minacce da parte dei concittadini musulmani, si sono trasferite altrove nelle tendopoli. Una quindicina di famiglie a Ghot Shora (in una zona comunque di degrado e sottosviluppo), una dozzina nella bidonville di Ghareebabad e un’altra quindicina, quella attualmente messa peggio, in riva a un canale (in zona malarica e di febbre dengue) ad Hari Camp.
Vivono da indigenti, dormendo in terra su giacigli di fortuna. Soffrendo di malnutrizione e colpiti da malaria e malattie della pelle. Attingendo l’acqua dai canali con le prevedibili conseguenze sanitarie (come minimo diarree acquose).
Restando in fiduciosa attesa…
Gianni Sartori
#7NotePerUnaNuovaEuropa #Ireland
#MemoriaStorica #Kurdistan #Orso

#7NotePerUnaNuovaEuropa #Corsica
#EuskalHerria #MemoriaStorica – SCUSATE SE VI PARLO ANCORA DI “PERTUR” – di Gianni Sartori

Con la scomparsa di Concutelli scompare anche la possibilità di far chiarezza (o meglio, ulteriore chiarezza perché sulla sostanza ne sappiamo quanto basta) sia in generale sulla “guerra sucia” operata da Madrid nei confronti dei rifugiati baschi in Ipar Euskal Herria (Paese Basco sotto amministrazione francese) sia in particolare sulla scomparsa di Pertur. Avevo sempre pensato che prima o poi, almeno per la Storia se non per la Giustizia, Concutelli avrebbe sollevato il velo impietoso delle complicità, depistaggi, reticenze, bugie, falsità etc sulla questione. Invece niente, fino alla fine. Pace all’anima sua e pazienza. Resto comunque del parere che i neofascisti italiani ospitati in Spagna furono anche braccio armato del regime franchista e post-franchista
Il tutto era nato parecchio tempo fa dalla perplessità per una dichiarazione (di un avvocato) secondo cui Pierluigi Concutelli NON avrebbe potuto comunque prendere parte al sequestro e all’eliminazione di Pertur (Eduardo Moreno Bergaretxe) come invece sospettano da tempo i compagni baschi (sostenuti in questa convinzione dalle dichiarazioni di alcuni ex membri delle varie squadre della morte parastatali: ATE; BVE, GAL…) dato che “all’epoca era l’uomo di fiducia di Savimbi, capo dell’UNITA, e stava in Angola”.
Rinfresco la memoria: Jonas Malheiro Savimbi e l’UNITA erano sostanzialmente collaborazionisti dell’imperialismo statunitense e soprattutto del Sudafrica razzista che aveva introdotto l’apartheid anche in Namibia. Sorvoliamo pure sul fatto che anche nel suo ambiente (vedi le dichiarazioni di Stefano Delle Chiaie) si sostiene che in realtà Concutelli in Angola non ha mai messo piede continuando a fare la spola tra Spagna, Francia e Italia. (NOTA 1)
Avrei comunque qualche obiezione.
Prima obiezione: nel libro “Destra estrema e criminale” (di Gianluca Semprini e Mario Caprara ) Concutelli si confidava e raccontava che, proprio nel 1976, sarebbe sbarcato a Nizza proveniente, a suo dire, dall’Angola per incontrarsi con i “suoi” in Corsica. Si sarebbe invece fermato un giorno in più a Nizza per assistere a un concerto dei Rolling Stones (tanto per rilanciare l’immagine, taroccata e stantia, del militante di destra “alternativo e anti-sistema”) andando a Bastia il giorno dopo. Per la cronaca, quando Pertur scomparve viveva in Ipar Euskal Herria (Paese Basco del Nord, sotto amministrazione francese) raggiungibile da Nizza in poche ore.
Seconda obiezione: nel luglio 1976 sono state TRE le azioni significative rivendicate dalla banda criminale denominata Ordine Nuovo.
a) 10 luglio, assassinio del giudice Vittorio Occorsio (che stava indagando sui rapporti tra Ordine Nuovo, P2 e criminalità organizzata) con un mitra Ingram in dotazione alla Guardia Civil spagnola (presumibilmente una delle armi fornite dalla G.C. ai fascisti per assassinare i rifugiati baschi in Ipar Euskal Herria).
b) 23 luglio, rapina di armi a Villa Pacifici (S. Pastore di Tivoli) e omicidio di A. Cipriani. A questa azione, solo a questa nel luglio 1976, Concutelli NON partecipa. Strana coincidenza. Si svolge proprio nel giorno della scomparsa di Pertur . Sul momento avevo pensato di aver involontariamente trovato quasi uno “scoop” (anche se con oltre 40 anni di ritardo), ma poi dovetti ricredermi. La strana coincidenza era già stata segnalata da Elisabetta Rosaspina, anche se forse in maniera frettolosa e non troppo accurata (e per questo severamente fustigata dal Tassinari). Nel suo articolo la corrispondente da Madrid del Corsera si richiamava al documentario realizzato da Angel Amigo (“El caso Calore. Asesinado de un testigo protegido”). Dove si riportavano le dichiarazioni rese nel marzo 2009 da Calore (assassinato nell’ottobre 2010 poco prima di un nuovo incontro con i giudici spagnoli che indagavano sulla scomparsa di Pertur) al giudice dell’Audiencia Nacional Fernando Andreu.
Calore aveva raccontato di aver anche visitato la “Fabrica”, la masseria dove venivano torturati e fatti sparire i rifugiati baschi sequestrati in Iparralde.
c) sempre nel luglio 1976, rapina alla filiale bancaria del Ministero del Lavoro a Roma (bottino: 460 milioni di lire).
Ripeto: Concutelli partecipò alle azioni alla prima e terza non alla seconda.
“E con questo?” – obietterà qualcuno – “Cosa si vorrebbe dimostrare?”.
La coincidenza non implica automaticamente la presenza di Concutelli al rapimento di Pertur, ma nemmeno si può escluderla con la scusa che “stava in Angola”. Certo che come “coincidenza” è strana, perlomeno.
Pertur, cioè Moreno Bergaretxe Eduardo (NOTA 2) era nato a Donostia (Hego Euskal Herria, Paese Basco sotto occupazione spagnola) nel 1950. Militante di ETA, fu costretto all’esilio in Ipar Euskal Herria nel 1972. Convinto che la sola possibilità di continuare a lottare contro il franchismo fosse una organizzazione “que ligara la lucha armada con la luche de masas”, divenne uno dei primi esponenti della corrente politico-militare. Come è noto, nel 1974 (3° Biltzar Ttipia: Assemblea di ETA) si giunse alla divisione tra milis e polimilis. Nel 1976 ETA-pm sequestrò l’industriale Angel Berazadi. Indicato dalla stampa spagnola come il rappresentante di ETA-pm nelle trattative (e mentre sua madre veniva sequestrata dal capo della polizia di Irun.) Pertur scomparve il 23 luglio 1976, a Behobia, mentre si recava ad un appuntamento con un presunto esponente dell’opposizione spagnola. Solo alcuni aspetti della vicenda sono stati finora documentati. Alle 10 di mattina del 23 luglio, in una Seat 850 di colore bianco, si incontrarono nei pressi di Biriatu (nella provincia basca “francese” di Lapurdi) gli ispettori della BPS di San Sebastian (Donosti): Ferreiros, Lopez Arribas e José Maria Escudero Teja.
Quest’ultimo, notoriamente, era membro dei “Grupos de Accion del Norte” incaricato della lotta contro ETA (guerra sporca compresa).
Retrospettivamente, possiamo dire che anche l’anno 1976 (il primo dopo la morte del caudillo e boia Franco) fu per i baschi uno di quelli “vissuti pericolosamente”.
In marzo vi fu lo sciopero generale e a Gasteiz (Vitoria) e si contarono cinque vittime della polizia: Romualdo Chaparro, Francisco Aznar, Iosé Maria Martinez Ocio, José Castillo Garcia, Bienvenido Pereda Moral. In memoria di quella strage (passata alla storia come “semana tragica”) il cantautore catalano Lluis Llach scrisse “Campanadas a mort” (https://www.youtube.com/watch?).
In aprile avvenne l’evasione dal carcere di Segovia di 29 militanti antifranchisti, in maggioranza militanti di ETA-pm e di ETA-m. Vi presero parte anche alcuni esponenti della Liga Revolucionaria e il catalano Oriol Solé (NOTA 3) del MIL, il gruppo di Salvador Puig Antich. Per una serie di sfortunate coincidenze la fuga finì in tragedia. Tra le vittime, Oriol Solé ucciso dalla Guardia Civil.
In maggio vi fu l’assalto squadrista di Montejurra (Jurramendi in euskara) dove i fascisti uccisero due esponenti della componente democratica del Carlismo: Ricardo Garcia Pellejero e Aniano Jimenez Santos. Circa duecento mercenari dell’estrema destra (compresi esponenti del BVE e del GAL), sotto lo sguardo benevolo della Guardia Civil, aprirono il fuoco contro i seguaci di Carlos Hugo de Borbon Parma. Immancabile la presenza dei soliti noti: gli italiani di estrema destra che vennero anche fotografati.
E infine, in luglio, la scomparsa di Pertur.
Concludo. A questo punto, almeno per ragioni storiografiche, sarebbe giunto il momento di chiarire il ruolo (suggerisco: manovalanza?) dei vecchi arnesi del neonazifascismo nostrano nella “guerra sucia” condotta dallo Stato spagnolo contro i dissidenti baschi. Anche dopo la fine del franchismo, ovviamente.
Gianni Sartori
NOTA 1: durante la Guerra Civile (1936-1939) Mussolini e Hitler vennero prontamente in aiuto dei golpisti (vedi i bombardamenti di Durango, Gernika, Granollers, Barcellona…). Relativamente famosa (e degna di nota per sottolineare le responsabilità vaticane nel santificare la “crociata” fascista contro la legittima Repubblica spagnola) la foto dell’arrivo in Spagna nel pieno della Guerra Civile (per “dare sostegno morale” alle truppe franchiste e fasciste) della “Madonna di Loreto”, aviotrasportata e accompagnata da cappellani militari con gradi e paramenti sacri. Nella sconfitta dei Repubblicani l’appoggio nazi-fascista svolse un ruolo preponderante e anche questo spiega l’ospitalità generosamente offerta da Franco ai neofascisti italiani (Pierluigi Concutelli, Stefano Delle Chiaie, Sergio Calore, Mario Ricci, Carlo Cicuttini, Piero Carmassi, Augusto Cauchi…) in cambio di qualche modesto favore come la partecipazione alle squadre della morte antibasche. Franco, ovviamente, accolse anche vari esponenti di spicco del nazismo storico: fra questi, il capo del contingente vallone delle Waffen SS Lèon Degrelle e Otto Skorzeny, l’ufficiale nazista di origine austriaca che andò a prelevare Mussolini provvisoriamente imprigionato a Campo Imperatore sul Gran Sasso (12 settembre 1943).
NOTA 2: su Pertur vedi “Diccionario historico-politico di E.H.”, Inaki Egana, 1996 (pag. 602) e “ETA, storia politica dell’esercito di liberazione dei Paesi Baschi”, L. Bruni, 1980 (pag. 243).
NOTA 3: il 2 marzo 1974, mentre Salvador Puig Antich veniva condotto all’esecuzione, in un’altra cella del carcere Modelo il militante del MIL Oriol Solé (condannato a quaranta anni) iniziava a scrivere il suo ultimo libro. La dedica era per l’amico “mort construint una vida millor”. Forse non pensava che sarebbe diventato anche il suo epitaffio. Due anni dopo, aprile 1976, Oriol prese parte alla storica evasione di massa dal carcere di Segovia (a cui prese parte anche Angel Amigo che la racconterà in un libro) quando ben 29 prigionieri politici presero il volo. L’operazione era stata organizzata meticolosamente da ETA-pm e da ETA-m e consisteva nello scavo di una galleria che, attraverso la rete fognaria, permise ai militanti di raggiungere l’esterno. Dopo essersi riforniti di armi attraversarono mezza Spagna nascosti in un camion, opportunamente attrezzato e fornito di regolari documenti, riuscendo a giungere incolumi a pochi chilometri dalla frontiera francese. Purtroppo alcuni contrattempi e un banale equivoco sulla parola d’ordine portarono al fallimento. Solo in cinque riuscirono a superare la frontiera mentre gli altri vennero catturati mentre vagavano feriti e assiderati nella nebbia. Esperienza quasi ricorrente nella storia della resistenza antifranchista. Basti citare il fratello minore di Sabaté (El Quico), poi catturato e fucilato. Due dei fuggiaschi vennero uccisi dalla Guardia Civil, uno di questi fu appunto Oriol Solé. La sua morte confermava la sostanziale continuità repressiva del post-franchismo.
#7NotePerUnaNuovaEuropa #Ireland
#Africa #Opinioni – QUALCHE PROBLEMA IN KENYA E ETIOPIA A CAUSA DELLE DIGHE (MA IN NOME DELLO “SVILUPPO” QUESTO E ALTRO) – di Gianni Sartori

Sinceramente non ho compreso l’entusiasmo con cui alcune riviste e associazioni che si occupano dell’Africa con – diciamo così – “benevolenza” (se poi sia “carità pelosa” o neocolonialismo ricoperto da buonismo non spetta a me stabilirlo) hanno celebrato la recente visita di Mattarella in Kenya. Dove ha confermato e sottoscritto la ripresa dei lavori per la costruzione di alcune grandi dighe nella Kerio Valley (provincia del Rift): Arror, Itare e Kimwarer. La realizzazione di quest’ultima era stata interrotta da un’indagine che l’aveva ritenuta “ tecnicamente e finanziariamente irrealizzabile”.
Almeno ufficialmente, ma si era parlato anche di mancanza di trasparenza e altre irregolarità. Tanto che erano stati avviati alcuni procedimenti giudiziari per “frode, violazioni delle procedure amministrativesugli appalti, corruzione” nei confronti di pubblici ufficiali del Kenya. Coinvolgendo più o meno indirettamente il consorzio di aziende italiane interessate alla costruzione, una joint venture tra la Cooperativa Muratori e Cementisti di Ravenna (ops! Sarà mica quella del Dal Molin?) e Itinera, società del Gruppo Gavio.
E in seguito anche la SACE (prendo nota: società assicurativo-finanziaria italiana specializzata nel sostegno alle imprese e al tessuto economico nazionale a sostegno supporto della competitività in Italia e nel mondo) e Banca Intesa Sanpaolo (intervenute per la copertura finanziaria).
La visita di Mattarella è stata l’occasione per il presidente del Kenya William Ruto di annunciare il superamento del contenzioso con Roma, lo sblocco e la ripresa della costruzione delle tre dighe sopracitate. Riconfermando (o forse rinegoziando) la partecipazione di aziende italiane con l’impegno finanziario della SACE e di banche italiane.
Nel comunicato di Ruto e Mattarella si afferma che “il governo keniano e italiano hanno concordato un nuovo processo per appianare le problematiche (…). Sospenderemo la questione giuridica e il governo italiano da parte sua ritirerà i casi di arbitrato, siamo d’accordo che ci sarà un nuovo inizio di questo progetto, urgente e prioritario, necessario, che darà acqua a molti paesi oltre al Kenya, oltre a Baringo e zone circostanti” . Aggiungendo che “andremo poi avanti con l’avvio della costruzione nel giro di una manciata di mesi”.
Eppure sui danni sociali e ambientali provocati dalle dighe in Africa in generale (e in Kenia e in Etiopia in particolare) non mancavano certo denunce ben documentate.
Anche recentemente (febbraio 2023) un rapporto (“Dam and sugar plantations yield starvation and death in Ethiopia’s Lower Amo Valley) diffuso dall’Oakland Institute (attivo nella difesa delle popolazioni indigene), affrontava l’annosa questione dell’impatto negativo delle grandi opere (dighe in primis) sulle popolazioni indigene. Interventi come quello nella valle del fiume Omo in Etiopia. Con la diga Gilgel Gibe III (alta quasi 250 metri, costruita dalla Salini Impregilo e inaugurata nel 2016) ci si riprometteva di aumentare in maniera significativa sia la produzione di energia elettrica che di canna da zucchero. A spese soprattutto di Kwegu, Modi, Mursi e altre minoranze (o meglio: popolazioni minorizzate).
Ancora nel 2015 Survival International denunciava una possibile scomparsa dei Kwegu (ridotti alla fame e nella condizione di profughi interni), vuoi per il disastro socio-ambientale, vuoi per il prevedibile accaparramento di terre (“land grabbing”) nel bacino del fiume Omo.
L’anno successivo era stata la sezione locale di SI (“Kenya Survival International) a rivolgersi direttamente all’OCSE per denunciare la Salini Impregilo S.p.a.
Tornando al Kenya, risale al 2017 l’allarme lanciato da Human Rights Watch (Hrw) per l’evidente abbassamento riscontrato nelle acque del lago Turkana. Con gli altrettanto evidenti pericoli sia per l’ecosistema che per la sopravvivenza della popolazione locale.
Una conseguenza (effetto collaterale ?) appunto del contestato sistema di dighe Gilgel Gibe (Gibe I, Gibe II, Gibe III, già previste una GibeIV e Gibe V).
Sgorgando a circa 2.500 metri sull’altopiano etiopico, il fiume Omo percorre ben 760 chilometri (con un dislivello di 2000 metri) per poi sfociare nel lago Turkana in Kenya.
E’ notorio che il bacino dell’Omo con il Turkana rappresentano la principale fonte di vita per almeno 17 gruppi indigeni (oltre 260mila persone) qui insediati da sempre. Ora con il faraonico sistema di dighe gran parte dell’acqua viene deviata altrove, sia per la produzione di energia elettrica che per irrigare le estese piantagioni a monocoltura (circa 450mila ettari per ora).
Appare quantomeno contraddittorio, paradossale che le dighe di Arror, Itare e Kimwarer vengano realizzate da imprese italiane quando la carenza d’acqua in Kenya è anche una conseguenza della realizzazione di altre dighe, sempre per mano italica, in Etiopia.
Come sottolineava il compianto André Gorz (alias Gerhart Hirsch, alias Gerhart Horst…): “Il capitalismo cerca il rimedio ai problemi che ha creato, creandone di nuovi e peggiori” (cito a memoria).
Gianni Sartori
