Mese: febbraio 2023
#Kurds #War – NONOSTANTE IL TERREMOTO LA TURCHIA CONTINUA AD ATTACCARE I CURDI – di Gianni Sartori

Di fronte all’apocalisse umanitaria innescata dal terremoto del 6 febbraio e aggravata dalle condizioni atmosferiche (oltre che da incapacità: ancora a cinque giorni di distanza dal sisma in molte zone del Bakur non c’era traccia dei soccorsi), il primo istinto sarebbe quello di starsene rispettosamente zitti.
Ma poi riandando col pensiero a quanto accadeva in passato (prendiamo un anno a caso, il 2016, tanto uno vale l’altro)*** sorge il dubbio che in fondo questa sia ordinaria amministrazione, o quasi. Almeno per i Curdi. Il cui nemico principale rimane il colonialismo (rinviando a tempi migliori il dibattito se sia “colonialismo interno” o colonialismo tout court). Anche in tempi di terremoti e catastrofici cosiddette “naturali”.
LA TURCHIA? SCARSA NELLA PROTEZIONE CIVILE, MA EFFICACE NEI BOMBARDAMENTI
A ulteriore conferma la notizia che (mentre il PKK annunciava la temporanea sospensione delle attività in questi tragici frangenti) da parte sua Ankara proseguiva imperterrita con le operazioni militari oltre frontiera contro le posizioni delle Forze di Difesa del popolo (HPG, il braccio armato del PKK) nel Sud-Kurdistan (Basur, entro i confini dello Stato iracheno). Indifferente alla lista inesauribile delle vittime (al momento oltre 22mila, in gran parte curdi, ma a migliaia rimangono ancora sotto le macerie). Quasi che le lampanti carenze nel soccorrere le popolazioni disastrate (per non parlare della mancanza di misure di prevenzione o della serie infinita di condoni edilizi per costruzioni non a norma) andassero di pari passo con brillanti prestazioni belliche.
Il 9 febbraio – stando a quanto denunciavano le HPG – la Turchia avrebbe utilizzato almeno “due bombe non convenzionali (proibite dalla Convenzione di Ginevra nda) contro le posizioni della guerriglia a Çemço e nei pressi del villaggio di Sîda”.
Inoltre “le posizioni della resistenza situate a Sheladizê (regione di Zap) così come la zona di Girê” sarebbero state bombardate decine di volte con obici, armi pedanti e carri armati. Ossia con armi convenzionali.
Al contrario, consapevole della estrema gravità della situazione, il movimento curdo – tramite il copresidente del consiglio esecutivo del KCK (Unione delle Comunità del Kurdistan) Cemil Bayik – aveva prontamente comunicato la sospensione delle azioni militari in tutta la Turchia. Salvo, ovviamente, difendersi da eventuali attacchi da parte dello Stato turco.
Del resto cosa ci si poteva aspettare da Erdogan?
Già il 6 febbraio, a poche ore dal sisma, la regione di Tall Rifaat (Rojava, nord della Siria) veniva bombardata dai turchi.
Da parte loro, le Hêzên Rizgariya Afrinê (HRE, Forze di Liberazione di Afrin) smentivano ufficialmente quanto dichiarato dal ministero turco della Difesa. Ossia che “le YPG stanziate a Tall Rifaat avevano attaccato la base militare di Öncüpinar”. Per il semplice e incontestabile motivo che “le IPG non hanno unità a Tel Rifat”. Così come le HRE “non hanno attaccato le basi nemiche in questo momento in cui il nostro popolo è stato pesantemente colpito da violento terremoto”.
Va ricordato che l’AKP (il partito di Erdogan, attualmente al governo con MHP) è al potere ormai da 20 anni e – pur sapendo che il nord del Kurdistan e la Turchia, situate su linee di faglia, sono esposte ai terremoti- non aveva preso misure adeguate. Anche per questo si è assistito al crollo repentino di migliaia di abitazioni, alla distruzione di intere città, alla perdita di migliaia di vite umane.
Ad aggravare la situazione, la notizia che nel distretto di Jindires (cantone di Afrin, nord della Siria) attualmente sotto l’occupazione dell’esercito turco e delle bande jihadiste sue alleate, le popolazioni curde sopravvissute al sisma verrebbero ulteriormente penalizzate. Alcuni convogli umanitari (oltre 30 camion) inviati dall’amministrazione autonoma del Nord e dell’Est della Siria sono bloccati ormai da una settimana al posto di frontiera di Umm al-Julud (tra Manbij e Jarablus). Per mano appunto delle bande jihadiste che in compenso dirottano gli aiuti esclusivamente ai coloni arabi installati nel cantone di Afrin in un’operazione di vera e propria sostituzione etnica.
In un comunicato le FDS (Forze democratiche siriane) hanno denunciato il fatto dichiarando che “il rifiuto di accesso agli aiuti da parte delle persone bisognose è considerato un crimine contro l’umanità dal diritto internazionale”.
Del resto non mancano i precedenti se – come ricordano sempre le FDS “la Turchia e le sue gang armate impediscono da oltre un anno il rifornimento di acqua potabile a circa un milione e mezzo di persone che vivono ad al-Hasakah”.
Gianni Sartori
Note (anno 2016, uno a caso)***
https://www.rivistaetnie.com/inviare-osservatori-a-nusaybin-58388/
#7NotePerUnaNuovaEuropa #Corsica
#IncontriSulWeb – EUSKARA, scopriamo la Lingua Basca
Un incontro con il prof. Iñaki Alfaro Vergarachea, docente all’Università Cà Foscari di Venezia e all’Università degli Studi di Bologna, per approfondire il tema della Lingua e del mondo culturale Basco.
#Catalunya #Repressione – PAISOS CATALANS ANCORA IN AGITAZIONE – di Gianni Sartori

Sicuramente in quest’ultimo periodo (in particolare con gli scioperi di fine di gennaio) i giovani indipendentisti catalani non si erano risparmiati quando si trattava di scendere in strada.
Partecipando a scioperi e manifestazioni che avevano agitato febbrilmente la società civile catalana. Sia per quanto riguardava la questione sanitaria che per quella educativa. E presenti anche alle proteste indette dai tassisti contro UBER e Cabify.
Non da ieri negli ambiti dell’educazione e della sanità si lamenta, oltre alla cronica scarsità di personale, il progressivo peggioramento delle condizioni lavorative sempre più afflitte da incertezza e precarietà. A cui si va sommando la questione della saturazione di pazienti negli ospedali, il deterioramento delle strutture e infrastrutture e – a livello generale – l’incremento della disoccupazione. Situazioni aggravatisi con il Covid-19 ovviamente. Il tutto incorniciato nel livido contesto della crisi economica.
Inoltre la gioventù indipendentista lamenta il fatto che anche il governo autonomo opererebbe sostanzialmente a favore delle grandi imprese e a scapito del settore pubblico.
Tra le organizzazioni più attive: Arran (indipendentista, socialista e femminista), Endavant (Organizzazione socialista di liberazione nazionale), SEPC (Sindicat d’Estudiants dels Paisos catalans), COS (Coordinadora obrera sindical), Alerta solidaria…Oltre naturalmente alla CUP (Candidatura d’Unitat Popular).
E già sul piede di guerra in vista del prossimo sciopero generale (previsto per l’8 marzo, data scelta non proprio a caso).
Ma intanto chi di dovere non è rimasto con le mani in mano.
L’8 febbraio, di primo mattino, sei giovani indipendentisti (tutte e tutti militanti di Arran e – alcuni – anche di SEPC) venivano arrestati. Con accuse inizialmente alquanto pesanti (anche se poi ridimensionate).
Oggetto d’indagine da oltre una anno, il loro arresto era stato ordinato dal tribunale del 4° distretto di Lleida. In un primo momento venivano accusati di incendio, danneggiamenti continui, oltraggio alla bandiera spagnola, delitti contro l’integrità fisica e morale, furto e reati ambientali.
Alla notizia degli arresti decine di manifestanti indipendentisti si sono radunati davanti al commissariato provinciale della Polizia Nazionale di Lleida.
Finché, dopo qualche ora, i sei giovani sono stati rimessi in libertà (per quanto provvisoria) in quanto le accuse venivano ridimensionate a danneggiamento, disordine pubblico e minacce. Rimangono invece sotto sequestro i loro telefoni e computer.
Gianni Sartori
#7NotePerUnaNuovaEuropa #Friul
#Africa #Sankara – IL SOGNO INTERROTTO DI SANKARA BRUCIA ANCORA – di Gianni Sartori

Ogni tanto se ne torna a parlare, magari con un tono pietistico del tutto fuori luogo.Per esempio quando nel 2022 l’ex presidente e dittatore Blaise Compaoré era stato riconosciuto colpevole e condannato per l’assassinio di Thomas Sankara.
Parlo dei circa 600 ragazzi burkinabé (di cui 135 ragazze) tra i 12 e i 15 anni, in gran parte orfani e tutti provenienti da famiglie povere, inviati da Sankara a Cuba nel 1986 . Sicuramente la pallottola che nel 1987 (solo qualche mese prima si era recato a Cuba per incontrarli e incoraggiarli) doveva fermare quel cuore generoso, in qualche modo ha stroncato (“di rimbalzo” commentava uno di loro) anche i progetti di quei giovani. Così come le speranze di liberazione dal neocolonialismo per l’ex Alto Volta.
A Cuba, dopo sei mesi dedicati all’apprendimento dello spagnolo, vennero inseriti in un programma di scambio culturale (di formazione scolastica, professionale e ideologica) concordato tra Sankara e Fidel Castro. Avrebbero dovuto – nelle intenzioni di Sankara – rappresentare la nuova classe dirigente del paese, coerentemente con il processo di autodeterminazione antimperialista da lui intrapreso. Ma nell’ottobre 1987 (coincidenza: a 20 anni e cinque giorni dall’uccisione del “CHE”) quello che appunto era stato definito il “Che Guevara d’Africa”, veniva ammazzato dall’ex amico e compagno di lotta, presumibilmente su istigazione di qualche Servizio occidentale.
Di conseguenza, prima vennero sostituiti gli insegnanti burkinabé che li avevano accompagnati a Cuba (troppo in linea con le politiche di Sankara evidentemente) e poi anche i ragazzi furono anticipatamente richiamati in patria. Senza nemmeno la possibilità di completare il ciclo di studi. Inoltre i titoli di studio, le qualifiche conseguiti a Cuba non vennero riconosciuti dal nuovo regime insediatosi a Ouagadougou.
Per molti di loro la vita smise di sorridere. Discriminati, emarginati in quanto memoria vivente dell’era Sankara. Soprannominati con malcelato disprezzo “i cubani”. E forse anche con un certo timore, sia per l’addestramento militare ricevuto a Cuba, sia pensando che avrebbero potuto voler vendicare Sankara.
Qualcuno ricorda che alla notizia del golpe e della morte di Sankara erano rimasti per tre giorni in silenzio, piangendo. Senza dormire e senza mangiare e bere, consapevoli che era accaduto l’irreparabile.Nel corso degli anni un’ottantina di loro sono morti, alcuni suicidi e comunque in gran parte (almeno 400) sono rimasti senza un lavoro. Anche la maggioranza dei pochi, una trentina, che hanno potuto accedere a una formazione universitaria.
Ancora oggi gli “orfani di Sankara” reclamano – finora inutilmente – il riconoscimento dei diplomi e un risarcimento per le famiglie dei loro compagni che hanno perso la vita anche a causa delle difficoltà incontrate rientrando “in un Paese che non riconoscevano più”.
Gianni Sartori
#7NotePerUnaNuovaEuropa #Breizh
#KURDISTAN #SISMA – CATASTROFE NATURALE? SOLO IN PARTE…. – di Gianni Sartori

Certo, quando – giusto un anno fa – ricordando le devastanti alterazioni del tessuto urbano imposte alla città curda di Diyarbakir (“L’urbanistica al servizio della repressione”)* scrivevo:
“Inoltre, come denunciano gli architetti, i materiali utilizzati sono di pessima qualità e in futuro non mancheranno problemi”, non pensavo a scenari apocalittici come quelli derivati dal tremendo sisma (magnitudine di 7,8) che ha colpito il Kurdistan (sud est della Turchia e nord della Siria).
Evidenziavo piuttosto il carattere concentrazionario, securitariodell’operazione. Parlando oltre che dall’aspetto immobiliare- edilizio anche di militarizzazione dei territori.
Riandando con la memoria, per analogia “a quanto avveniva nei primi anni ottanta a Derry (vedi Rossville Flats dove vennero ammassati gli abitanti sfrattati del Bogside e di Creggan) o a Belfast (con la “caricatura imperialista del falansterio” denominata Divis Flats)”.
In questi giorni anche i geologi turchi hanno definito i condoni edilizi concessi dalle amministrazioni locali e nazionali come un autentico crimine. Propedeutici al disastro attuale, una “strage annunciata”.
Intanto la neve impietosa va ricoprendo quanto rimane del crollo repentino (“come castelli di carte” denunciava un sopravvissuto,) di centinaia di immobili di decine di piani (in passato definiti “paccottiglia” dagli abitanti).
E migliaia, decine di migliaia di persone (già sottoposte da anni a bombardamenti e repressione) rimaste all’addiaccio nelle aree sinistrate. A piangere cercando di estrarre i morti sepolti dalle macerie e qualche scampato. Con la lista delle vittime destinata ad aumentare di ora in ora (sempre più plausibile l’ipotesi di oltre 20mila morti) anche a causa dell’insufficienza (eufemismo per mancanza) dei soccorsi e nella quasi totale assenza di piani di emergenza.
Catastrofe naturale? Solo in parte.
Costruire immobili di molti piani (oltretutto con materiali scadenti e in barba a ogni principio di precauzione) in corrispondenza di faglie sismiche tra le più pericolose del pianeta (stando a quanto dichiarato da alcuni geologi e sismologi rappresentava quanto meno un azzardo. Per non parlare della cattiva gestione, della corruzione diffusa, dell’incompetenza dei politici. O addirittura della loro complicità nel garantire l’impunità (vedi i ripetuti condoni) per imprenditori, costruttori e immobiliaristi, in molti casi esponenti o ex esponenti della casta militare.
Gianni Sartori
