#IncontriSulWeb – “VISCA LA REPUBLICA”, in omaggio ai soci 2023

La presentazione ufficiale della monografia “Visca la Republica”, che verrà consegnata in omaggio ai soci per l’anno 2023 di Centro Studi Dialogo. Contiene articoli del President Carles Puigdemont ed in ordine alfabetico di Josep-Lluís Carod-Rovira, Xavier Diez, Alberte Mera, Clara Ponsatì e Gianni Sartori.
x info https://centrostudidialogo.com/per-iscrizioni/

#Kurds #Espulsioni – ALTRI RIFUGIATI CURDI ESPULSI DALLA SVIZZERA – di Gianni Sartori

fonte immagine @Keystone Gian Ehrenzeller

Sempre profetiche – purtroppo – le parole di Pietro Gori in Addio Lugano bella: “Elvezia il tuo governo etc. etc.”

Dopo quelle dalla Germania, Francia, Serbia, Armenia, Svezia…ancora espulsioni di rifugiati curdi dalla Svizzera. Un’intera famiglia di profughi scappati dal campo di Makhmour (in Basur, il Kurdistan entro i confini iracheni) è stata deportata in Croazia dove – stando a quanto dichiarato dall’agenzia Rojnews – avrebbero subito maltrattamenti se non di peggio.

Pare che l’espulsione (documentata con un vidéo realizzato dai parenti della famiglia Kilim), avvenuta tra le grida della madre, Viyan Kilim, le proteste del padre, Mehmet Nuri Kilim, i singhiozzi dei tre bambini (Avesta, Dunya e Adem), sia stata giustificata per una questione di impronte digitali. Dal campo profughi erano fuggiti per timore delle violenze jihadiste e dei bombardamenti turchi (le operazioni dell’esercito di Ankara nel nord Iraq proseguono ormai da oltre un anno, ininterrotte, anche dopo il terremoto).

Quanto alle minacce di espulsione dalla Svizzera per i rifugiati curdi, l’ultimo caso (o almeno quello di mia conoscenza) era stato quello di Tawar, militante curda aderente a Lawan (organizzazione giovanile del Partito democratico del Kurdistan-Iran) in Svizzera da oltre sei anni. Nel novembre dell’anno scorso veniva convocata dalle autorità elvetiche per informarla che la sua domanda d’asilo era stata rigettata per cui avrebbe dovuto lasciare il Paese. In passato Tawar faceva parte del gruppo di curdi uccisi dai missili iraniani nel settembre 2018 nella sede del PDK-I di Koya (la città dove Tawar abitava prima di espatriare).

Gianni Sartori

#WestPapua #Rebellion – WEST PAPUA: UNA NUOVA TIMOR EST PER JAKARTA? – di Gianni Sartori

fonte immagine AP

Con quei pantaloncini corti, il cappello ben calcato in testa, tenuto per mano – quasi amichevolmente – da due guerriglieri (armati), Phillip Mark Mehrtens ha l’aria di un ragazzino intimidito che si sta chiedendo “Ma cosa ci faccio qui?”. Finito, si presume inconsapevolmente, in una di quelle guerriglie a bassa intensità che travagliano, in genere senza far più notizia, aree del pianeta solitamente fuori dai riflettori.

Inevitabile un raffronto con altre foto, quelle scattate nei primi anni trenta del secolo scorso da alcuni australiani, presumibilmente i primi bianchi che entravano in contatto con le popolazioni degli altopiani della Nuova Guinea (nella parte orientale dell’isola, dove ora troviamo la Papua Nuova Guinea). Immagini di indigeni stupefatti, shoccati, qualcuno atterrito. Al punto che alcuni erano letteralmente scoppiati in un pianto dirotto. Forse incerti tra l’idea che provenissero dall’aldilà (nelle mitologie locali i morti sbiancavano) o fossero esseri “celesti”, divinità (vedi le foto nel libro di  Jared Diamond “Il mondo fino a ieri”).  Dovevano presto scoprire che non era così, ma che si trattava soltanto di altri esseri umani. Come confermarono le giovani indigene (sedotte, violentate, offerte in dono come captatio benevolentiae etc.) con cui gli “esploratori” avevano avuto rapporti sessuali. E soprattutto perché controllando nelle latrine, gli indigeni verificarono che – proprio come loro – anche i misteriosi visitatori andavano di corpo. E le feci – proprio come le loro – non profumavano.

Ovviamente auspichiamo la sua prossima liberazione, ma per il momento il pilota neozelandese della compagnia aerea Susi Air rimane ostaggio del West Papua National Liberation Army (TPNPB, considerato il braccio armato del movimento indipendentista Free Papua Movement, Fpm). Era stato catturato l’8 febbraio con il suo aereo atterrato a Paro, nel distretto di Nduga, per prelevare una quindicina di addetti alla costruzione di un centro sanitario. O almeno ufficialmente, ma per gli indipendentisti si tratterebbe di una “intrusione coloniale sotto copertura umanitaria” per controllare il territorio. Altri componenti dell’equipaggio (o passeggeri, non è chiaro) erano stati  immediatamente liberati in quanto “nativi”, mentre il velivolo veniva dato alle fiamme.

Il gruppo di indigeni papuasi responsabili dell’azione sarebbero guidati da un giovane militante, Egianus Kogoya (stando alle dichiarazioni del portavoce del TPNPB Sebby Sambom). Da parte delle forze dell’ordine di Jayapura (capoluogo della provincia ribelle), in una conferenza stampa, è stata espressa la volontà di giungere alla liberazione di Phillip Mark Mehrtens “coinvolgendo nelle trattative i leader comunitari, in particolare i capi tribali e alcuni religiosi”. Senza per questo “escludere altre opzioni” (ossia, si presume, un atto di forza.

Mentre la parte orientale della Nuova Guinea è occupata dalla Papua Nuova Guinea (indipendente), il centro e la parte occidentale (rispettivamente provincia di Papua e della Papua occidentale) appartengono all’Indonesia.

Grazie a un discusso (sia per legittimità che per correttezza) referendum risalente agli anni sessanta.

Va ricordato che anche le proteste pacifiche dei nativi vengono regolarmente represse da Jakarta. Non per niente, quando nel novembre dell’anno scorso Amnesty International rivolgeva un appello ai capi di Stato (G20) riuniti a Bali per il rispetto dei diritti umani in Indonesia, aveva esplicitamente fatto riferimento alla Papua.

Quasi contemporaneamente (sempre novembre 2022) a Jayapura (Papua) venivano arrestati una ventina di manifestanti che chiedevano un intervento del Consiglio dei diritti umani dell’Onu. E alcuni studenti solo per aver sventolato la bandiera indipendentista del Fmp.

Con le loro proteste gli indigeni intendevano metter in discussione le rassicuranti dichiarazioni del ministro indonesiano della Giustizia, Yasonna Laoly. Dichiarazioni definite da A.I.  “contrarie alla situazione reale, segnalata anche dalla società civile indonesiana attraverso un rapporto alternativo”. Aggiungendo che “il governo ha riferito solo la situazione dal punto di vista dello sviluppo delle infrastrutture e del welfare, anche se la violenza continua”.

Sempre nel 2022 (in marzo) anche l’Onu aveva condannato gli abusi commessi dal governo contro la popolazione indigena (comprese esecuzioni extragiudiziali, casi di desaparecidos, anche di ragazzi minorenni).

L’ultima operazione eclatante, sia da parte indipendentista che governativa, risaliva al 17 novembre 2017 quando le forze speciali indonesiane liberarono oltre 300 ostaggi in mano agli indipendentisti del Free Papua Movement (Opm) nel villaggio di Tembagapura. Due le vittime, appartenenti al gruppo guerrigliero.


Gianni Sartori

#Kurds #Repressione – ZARA LIBERA! – di Gianni Sartori

fonte immagine Rojikurd

Non si può parlare sempre di catastrofe e disgrazie. Per quanto flebile e se pur per il tempo di un attimo, qualche raggio luminoso riscalda le tenebre di questa valle di lacrime.Come “una goccia di luce nel mare opaco e spettrale”.

Questa la buona notizia: l’insegnante curda Zara Mohammadi, se pur tardivamente, è tornata in libertà.

La sua colpa? Aver insegnato in curdo ai bambini. Tra le sue prime dichiarazioni fuori dal carcere, quella di aver tutte le intenzione di continuare a farlo.

Cofondatrice e direttrice dell’associazione culturale Nûjîn, da anni Zara era impegnata nel promuovere le attività sociali e solidali della cittadinanza, l’educazione e la cultura tradizionale nella città di Sine (Rojhilat, Kurdistan sotto amministrazione iraniana) e nei villaggi dei dintorni.

Arrestata nel 2019 dai Guardiani della Rivoluzione, veniva portata in una prigione sotto il controllo dei servizi segreti.

Nel 2020 era stata condannata a una pena spropositata (anche per i parametri di Teheran): ben dieci anni per aver “costituito un gruppo che tentava alla sicurezza nazionale”.

Successivamente si vedeva ridurre la pena a cinque anni e infine liberata su cauzione. Ma solo per essere nuovamente incarcerata l’anno scorso. 

Ne avevamo già parlato qui: https://www.panoramakurdo.it/2022/01/05/sequestri-di-persona-in-bashur-e-condanne-in-rojhilat-non-piegano-la-resistenza-curda/

La sua finora imprevista liberazione anticipata rientra presumibilmente in una generale politica di ammorbidimento della repressione con cui il regime iraniano tenta di disinnescare le proteste e il rischio di una insurrezione. Proteste che comunque continuano sia nelle regioni curde che nel Belucistan.

Gianni Sartori

#Africa #Sahara – ACCORDI TRA UE E MAROCCO A SPESE DEI SAHARAWI? – di Gianni Sartori

fonte immagine iari.site

Mentre il dibattito su quale sia o dovrebbe essere il rapporto corretto (?!?) con il Continente africano rimane sostanzialmente intriso o di volgare razzismo (più o meno malcelato) o di paternalismo buonista e mentre ci si interroga su chi sia più “colonialista” (i francesi, gli Usa…o le new entry cinesi, russe o saudite), da qualche parte un popolo oppresso e colonizzato (prima dalla Spagna, ora da Marocco) resiste.

E lo fa smascherando l’ipocrisia di chi sotto la foglia di fico di una “soluzione politica” fasulla e inconsistente contribuisce a prolungarne l’oppressione.

Un passo indietro. Nel dicembre 2022 il Qatar-gate e il suo corollario, il Marocco-gate, scombinavano ulteriormente le carte. Ma questo non impediva che ai primi di gennaio Josep Borrel (nell’incontro con il ministro degli esteri del Marocco, Naser Burita) proponesse l’ennesima “soluzione politica” calata dall’alto (in ambito onusiano) della questione Sahara Occidentale. Anche senza prendere esplicitamente posizione a favore di una delle due alternative in campo (quella del referéndum di autodeterminazione sostenuta dal Polisario o quella del “piano per l’autonomia” proposta dal Marocco) Borrel mostrava comunque apprezzamento per “la serietà e credibilità” dei negoziati tra Rabat e Staffan de Mistura. Per giungere ad un accordo “realista, pragmatico e accettabile da entrambe le parti”.

Nel frattempo, come è noto, Madrid aveva gettato alle ortiche la sua posizione tradizionale di neutralità nel conflitto tra l’ex colonia e lo Stato occupante. Schierandosi di fatto con il Marocco e definendone la proposta come “seria e credibile”.

Del Qatar-gate, magari non abbastanza, ma se ne è comunque parlato. Forse un po’ meno del Marocco-gate, chissà perché. Eppure la lista degli “insospettabili” coinvolti è lunga e variagata: dai think tank alle fondazioni, dai centri culturali (in genere finanziati o comunque promossi da qualche governo) agli ambasciatori e deputati europei…

Resta il fatto che la principale vittime del “network di Mohammed VI a Bruxelles”sembra proprio essere stato il popolo sahrawi.

E’ quanto si deduce anche da un recente comunicato del fronte Polisario (emesso proprio a Bruxelles) con cui viene contestato un rapporto della Commissione europea.

Rapporto che dava una valutazione alquanto positiva dell’accordo tra Unione Europea e Marocco per le “province meridionali”. Ossia per il Sahara Occidentale (l’ex Sahara spagnolo), territorio rivendicato dagli indipendentisti come Repubblica Araba Democratica dei Sahrawi.

Per il Polisario tale rapporto della Commissione europea sancisce “l’accelerazione del saccheggio delle ricchezze saharawi”.  

Viene dato infatti particolare risalto al fatto che numerosi attori economici e rappresentanti della società civile, comprese alcune Ong che operano nel campo dei diritti umani (oddio! Non si starà mica parlando della Fight Impunity di Panzieri & C. ? O dell’Ituc, vedi Luca Visentini ? O magari di No Peace Without Justice ?) avevano valutato molto positivamente tali accordi. Per “il loro soddisfacente lavoro di attuazione e il loro impatto positivo sulla società e sviluppo economico del Sahara”.

Sostenendo (sempre nel rapporto Ue)  che “l’attuazione degli accordi procede in modo equilibrato mentre i giusti meccanismi di attuazione sono ancora in atto e funzionano correttamente”. 

E la Commissione europea proseguiva imperterrita affermando che “lo scambio di informazioni è stato effettuato su base regolare e in uno spirito di cooperazione. Il sistema di scambio fornisce mensilmente informazioni sull’esportazione dei prodotti, funziona bene e non ha creato difficoltà nella ricerca”.

Per concludere senza remore che “grazie alla crescita che stanno vivendo, le regioni del Sahara marocchino sono oggi diventate un vero e proprio centro di prosperità e investimenti nel quadro del partenariato vantaggioso per tutti, con l’Unione europea”.

In sostanza, una pietra tombale sulle aspirazione all’autodeterminazione dei sahrawi.

Nel suo comunicato il fronte Polisario ha denunciato con forza “l’assenza di consenso da parte del popolo sahrawi a tali accordi”.

Avvertendo che metterà in campo ogni sforzo possibile (anche davanti alla Corte europea) per “porre fine alle ingerenze europee nella realizzazione del diritto all’autodeterminazione e all’indipendenza”. 

Gianni Sartori